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Il giorno (Parini)

Rielaborazione basata sugli avvenimenti presenti nel libro, corredandoli di note filologiche e lettura dello stemma codicum e basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Campanelli dell’università degli Studi La Sapienza - Uniroma1. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Filologia II docente Prof. M. Campanelli

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Il Vespro conta 510 endecasillabi, riportati dal Reina in poi, ma si comprende, per motivi di

equilibrio con le altre parti (Mattino e Meriggio hanno più o meno lo stesso numeri di versi, che

mancherebbero circa 650 versi, che avrebbero dovuto colmare la parte tra la descrizione delle prime

visite pomeridiane e il corso serale delle carrozze. Secondo Carducci altri argomenti che sarebbero

potuti confluire in questa sezione avrebbe riguardato l’educazione puerile e l’educazione

cavalleresca, oppure gli anni del collegio.

Oltre alle supposizioni, però, deve essere notato che il testo offerto dal Reina è il prodotto di un

montaggio del tutto arbitrario.

Infatti, l’unico manoscritto che riporta questa sezione del Giorno è l’Ambr. IV 10, il quale si arresta

proprio a ridosso di quella lacuna. Il Reina fa seguire, quindi, a questa lacuna una parte del

Mezzogiorno; infatti, si è soliti pensare che, dal momento che il Parini lasciò dal Meriggio l’ultima

parte del Mezzogiorno, volesse utilizzare questa parte per l’elaborazione del Vespro, tanto che già

alcuni versi erano stati non solo riutilizzati nella sua apertura, ma anche apportati di rilevanti

modifiche. Erano quindi già stati assorbiti i versi in cui venivano descritte le ultime attenzioni del

Giovin Signore per la sua Dama avanti di salire in carrozza e precipitarsi al suo corso; nel nuovo

poemetto però si aveva anche un diverso svolgimento degli eventi, dal momento che il prepararsi

per uscire da palazzo era indirizzato alle visite pomeridiane, e non per la sfilata di carrozze come

invece si leggeva in precedenza.

Da ciò si presume che anche le altre parti sarebbe dovute essere rielaborate e inserite all’interno del

Vespro; anzi, per via del vasto quadro del corso serale delle carrozze, con il vario pubblico di

primari, comprimari e comparse, fino all’arrivo del Giovin Signore e della sua Dama e il rapido

calare della notte, era legittimo immaginare che questi eventi, come esige la narrazione, dovessero

chiudere il terzo tempo del Giorno. Da ciò la soluzione del Reina era quella di dare al testo una

parte iniziale e una finale, lasciando quindi lacunosa la parte centrale, dando quindi l’idea più

compiuta del disegno generale del Vespro. Ovviamente si comprende che, seppur fondate, furono

scelte arbitrarie, poiché una cosa è integrare un verso nella propria immaginazione, un’altra è

tradurre le proprie supposizioni in un restauro effettivo che induca un’illusoria persuasione di unità.

Infatti, anche se il Parini aveva intenzione di inserire questi versi del Mezzogiorno nel Vespro, non

avrebbe dovuto integrarli così come erano, né secondo criteri personali, anche se, spezzando una

lancia a suo favore, li prese dai documenti che li attestavano nel loro stadio più avanzato;

ovviamente il giudizio cambia per quei versi che erano in fieri, dal momento che la lezione risulta

essere diversa da quella del ’65. Per tutti gli altri, quindi, si deve seguire la prima edizione,

ammettendovi al più le poche varianti da Parini apposte sull’esemplare Bentivoglio; di nuovo, si

trovano a convivere due momenti di produzione pariniana (dal verso 1 al 349 si tratta del secondo

progetto diviso in quattro parti, quindi databile intorno all’80, mentre dal 461 al 510, ovvero

l’Ambr. IV 10 bis, farebbe parte della prima produzione). Quindi, oggi l’edizione del Reina non

viene accetta, a maggior ragione per via del fatto che l’Ambr. IV 10 bis non solo non è posteriore

agli altri, ma addirittura antecedente al testo a stampa del ’65.

Questo ragionamento risulta corretto anche in relazione al fatto di smettere di considerare per forza

posteriore il testo in cui vengono ampliate lo sviluppo o il particolare. Nel caso dell’Ambr. IV 10

bis si nota che, considerandolo anteriore al testo a stampa, in pochi casi in cui il Parini, fra due

lezioni manoscritte di cui la prima cassata a favore dell’altra, si risolve, in ultima istanza, per quella

già soccombente; se invece si partisse dal ragionamento inverso, i casi salirebbero, in cui

risulterebbe come testo di partenza uno completamente diverso.

L’ipotesi più attendibile, perché la più economica, è senza dubbio la prima, in base alla quale i casi

esaminati non si configurano come impossibili ritorni a una lezione già posseduta e respinta, ma

come modificazioni graduali al testo fissato nel Mezzogiorno; a rinforzo di tale ipotesi si può inoltre

notare che l’autografo presenta alcuni tratti che male si iscriverebbero nel quadro delle consuetudini 7

grafiche del Parini egli anni più tardi, mentre sono del tutto normali per un’epoca precedente.

Altro punto di rifermento per la ricostruzione del testo è sicuramente l’esemplare Bentivoglio, in

cui, a margine, sono presenti delle varianti autografe del Parini, che fanno comprendere meglio alla

critica la direzione del suo lavoro.

Si comprende quindi che il testo del Vespro può essere costituito solo sulla base dell’Ambr. IV 10 e

deve limitarsi ai versi dal 1 al 349; in appendice possono essere raccolti, insieme agli appunti degli

Ambr. 12 e 12 bis, anche i due brani del Mezzogiorno non trasposti dal Parini, ma che si presume

potessero essere ivi utilizzati.

Le lezioni dell’Ambr. IV 10 bis, invece, dovranno essere accomunate al Mezzogiorno.

La notte.

Anche per l’ultima parte del Giorno il lavoro del Parini rimase incompleto; il manoscritto che ne

riporta la maggior parte dei versi, ne conta la metà di quelli che dovrebbe essere, sempre per il

principio di equilibrio tra le parti dell’opera. Nelle carte manoscritte sono documentate le difficoltà

di un’elaborazione protratta per lungo numero d’anni e intricata in problemi, soprattutto strutturali,

destinati a rimanere irrisolti; anche qui quindi è necessario riconoscere i legami all’interno delle

varie carte.

La zona più sicura da cui iniziare un’analisi è la parte iniziale, dal momento che viene testimoniata

da ben 6 manoscritti su 10, potendo quindi cogliere qualche indizio orientativo.

Vi sono dei casi in cui un gruppo di manoscritti si contrappone a uno solo in relazione alla lezione

testimoniata, specialmente nel caso dell’Ambr. IV 17 contro gli Ambr. 11, 13, 14, 15 e 16; il primo

caso, in questo senso, ci è offerto dai versi 21 e 23, in cui il gruppo di testimoni riporta “Nel

mantel” mentre il singolo “entro al manto”. In quest’ultimo si può cogliere un tono classicheggiante

più sostenuto.

Rimane comunque difficoltoso comprendere la posizione dell’Ambr. IV 17 nella serie, ovvero se sia

il punto di arrivo, e quindi acquisizione del tono, o il punto di partenza, quindi perdita, oppure se ci

sia un punto intermedio tra gli altri autografi. La situazione migliora nel momento in cui si prende

in considerazione non la singola variante ma il contesto più generale.

Per esempio, qualche verso in seguito a quelli riportati, l’Ambr. IV 15 si allea con l’Ambr. IV 17; ai

versi dal 25 al 29 in questi si legge “per lo vasto buio”, mentre negli Ambr. IV 11, 13, 14 e 16 “entro

al vasto buio” (ripetuto già nei versi precedenti). Perché questo venisse cambiato si comprende per

via dell’insofferenza in relazione alle ripetizioni; si può dunque affermare che la correzione partì dal

secondo passo, dal momento che l’Ambr. IV 15 si accorda prima con il gruppo e in seguito con

l’Ambr. IV 17. Vi si deve notare, inoltre, un’altra particolarità; infatti, anche se l’uso di lo al posto

di il dopo il per è un’usanza abbastanza diffusa tra gli scrittori del primo ‘800, come anche

Leopardi, è molto rara in Parini, stando quindi a significare una precisa connotazione di preziosità

letteraria. Si ritrova anche in altri casi nel Mezzogiorno, nel Meriggio e nella Notte, ma sempre in

testi scritti tra l’85 e il ’90, ma prima né dopo.

Altro esempio è nella descrizione della notte moderna, seguente e contrapposta a quella medievale

sopracitata, in cui si legge “e bianchi omeri e braccia” nell’Ambr. IV 17, mentre nel gruppo “e

bianche braccia”; si nota nel singolo non sono un ritorno più classicheggiante ma anche lo

spezzamento della monotonia di un endecasillabo altrimenti uguale al precedente. Tutti questi

elementi concorrono alla comprensione del loro carattere appartenente all’ultimo Parini; in questo

secondo caso la necessità di cambiamento non è un movimento negativo, ovvero evitare la

ripetizione, ma deriva dall’operosità di una legge interna al sistema stilistico dell’autore.

Altre varianti invece oppongono cinque contro uno ma in posizioni differenti; per esempio,

nell’Ambr. IV 17, nel momento di lite tra i cocchieri in seguito allo scontro, si legge “fa il sacrilegio

fatto; osa pretendi”, mentre agli Ambr. IV 11, 13 e 16 si legge “alto sonare fa l’oltraggio a te fatto”, 8

e nell’Ambr. IV 15 “alto rimbombi il sacrilegio fatto”, situandosi ancora una volta a metà strada tra

il gruppo e il singolo.

Altre varianti, come il Ma soppiantato da Or nell’Ambr. IV 17, oppure doppioni morfologici, dove

il singolo sceglie sempre il più prezioso, o nella scelta degli infiniti riflessivi con il passaggio da una

desinenza normale, preferita dal primo Parini, a uno più ricercata, anche se non sistematicamente,

confermano la tesi che si è andata delineando nel confronto con un quadro generale. Si comprende

quindi che l’attestazione dell’Ambr. IV 17 è sicuramente quella più avanzata, mentre quella

dell’Ambr. IV 15 è la penultima.

Da ciò, si configura un raggruppamento a coppie, che vede opporsi gli Ambr. IV 11 e 14, gli Ambr.

IV 13 e 16 e gli Ambr. IV 15 e 17. Per comprendere la loro posizione bisogna sempre mettere in

relazioni varianti e contesto; in primis si dirà che la prima coppia è sempre concorde, e che secondo

alcune varianti l’Ambr. IV 11 risulta posteriore all’Ambr. IV 14.

Di conseguenza:

1. Ambr. IV 14 (c)

2. Ambr. IV 11 (d)

3. Ambr. IV 13 (e)

4. Ambr. IV 16 (f)

5. Ambr. IV 15 (g)

6. Ambr. IV 17 (i).

Rimangono ancora alcuni manoscritti non presi in esame, tra questi l’Ambr. IV 12, il quale non si

presenta come una trascrizione in pulito ma come una scomposta raccolta di materiali, in versi e in

prosa. Si discosta quindi dagli altri esemplari, e fa comprendere di trovarsi all’interno della piena

attività del Parini. L’Ambr. IV 12, detto a, presenta delle lezioni proprie, differenti rispetto a quelle

di d, f e i e sicuramente a loro antecedenti; altre varianti affermano questa teoria.

Ora, gli Ambr. IV 17/2 e 17/3 possono essere messi in relazione, per via dei versi che riportano,

unicamente gli Ambr. IV 17 e 12; l’Ambr. 17/2, detto h, risulta assolutamente posteriore ad a e

anteriore a i. L’Ambr. IV 17/3, invece, detto l, almeno in due luoghi sembra correggere i, prima

scrivendola e poi intervenendo a mutarla, così che pare doversi dire che rappresenti un tentativo di

elaborazione circoscritto a pochissimi versi, un ritocco. Ciò testimonia il fatto che il poeta, una volta

scritti i propri versi, li correggesse a parte, su un altro foglio, in particolare gli ultimi.

Da a sono ricavabili diversi elementi, dal momento infatti che è composto da diversi appunti,

raccolte e versi, dimostrando anche che, come Leopardi e Alfieri, Parini muovesse dalla prosa alla

poesia.

Bisogna anche considerare che il Parini, anche se lavorava al modo di Virgilio, al contrario di

questo, non aveva un quadro generale di partenza, sembrandogli sufficiente il semplice avanzare

delle ore del giorno; un filo semplice lungo il quale distribuire i molteplici riti del Bel Mondo,

alcuni vincolati a ore canoniche, altri più mobili. Ma per molte cose la collocazione rimaneva

incerta; prendendo appunti sul suo taccuino componeva versi che effettivamente non sapeva dove

collocare, o addirittura se gli sarebbero serviti nell’opera. Il fatto che non è mai arrivato al punto

conclusivo del mobile gioco combinatorio servirà a mettere in evidenza come ormai in lui le forze

centrifughe di un’ispirazione lirica sensibile alle illuminazioni del particolare avessero il

sopravvento sulla forza centripeta dell’ispirazione unitaria del Giorno; la disposizione satirica da cui

il poema era nato verso il ’60 era venuta via via a mancare per lasciar posto a una diversa

disposizione d’animo.

Quindi, sul piano editoriale, in accordo con gli altri testimoni, la Notte viene tramandata dall’Ambr.

IV 17, il testo più completo e più progredito. 9

Dunque:

1. Ambr. IV 12 (a)

2. Ambr. IV 17/1 (b)

3. Ambr. IV 14 (c)

4. Ambr. IV 11 (d)

5. Ambr. IV 13 (e)

6. Ambr. IV 16 (f)

7. Ambr. IV 15 (g)

8. Ambr. IV 17/2 (h)

9. Ambr. IV 17 (i)

10. Ambr. IV 17/3 (l).

Le date dell’elaborazione pariniana.

Stabiliti i rapporti tra i vari testimoni si potrebbero cercare delle date a cui attribuirli, ma è un

procedimento realizzabile soltanto in parte; non mancano delle informazioni dirette o indirette,

come per esempio la famosa lettera al Colombani del 10 settembre 1766, inerente alla prima

composizione della Sera. Sempre della Sera si danno notizie con la lettera del 13 gennaio 1770 al

marchese Girolamo Passerini, il conte Lucchesini di Ferrara.

In seguito, per dieci anni, non vi sono ulteriori notizie, fino all’80, in cui Gian Rinaldo Carli, che

aveva offerto al Parini un quartiere nel suo palazzo, scrisse che presto il poeta avrebbe pubblicato

“La Sera e la Notte, unitamente al Marrino e al Mezzogiorno riveduti e corretti”. Il cambiamento

della struttura del Giorno dalla suddivisione in tre parti a quella in quattro deve quindi essere

collocata in questo periodo.

Più fitti si fecero, invece, i riferimenti tra l’84 e l’88, come testimoniano le lettere alla duchessa

Vittoria Serbelloni al figlio Galeazzo, del Pindemento all’amico Mario Pieri, e di Silvia Curtoni

Verza a Clemente Vannetti. Sono anni in cui l’impegno a dare fine all’opera intermessa sembra farsi

più energico.

Tra l’altro, nel testo della “Caduta” si parla anche del porre fine al Giorno, quindi un riferimento

dell’85; anche il Reina, qualche anno dopo, dice che il Parini avrebbe voluto sbrigarsi a terminare

l’opera, dal momento che l’arciduchessa Maria Beatrice d’Este, donna molto stimata dal poeta,

avrebbe tanto voluto vedere la Notte.

Altra testimonianza è quella del 1791, una lettera all’editore Bodoni, in cui Parini lo ringraziava per

la nuova ristampa delle Odi e programmava un’uscita altrettanto bella per il Giorno; da ciò si evince

che per la fine del ’91 il Mattino e il Meriggio erano arrivati alla loro lezione definitiva, affidati

rispettivamente agli Ambr. IV 3 e 4 e agli Ambr. IV 8 e 9. Impossibile invece caverne qualcosa di

sicuro sullo stato di avanzamento del Vespro, forse già fissato nell’Ambr. IV 10, e della Notte. A

quest’ultima parte è probabile che Parini lavorasse ancora per qualche tempo, ma la speranza e

quasi certezza della lettera al Bodoni doveva essere caduta presto; non però il proposito di condurre

a fine il poema, se il Reina è in grado di riferirci che nel ’98, quando doveva sottoporsi

all’operazione della cataratta, il Parini divisava di compiere il Vespro e la Note nell’estate seguente,

ed aveva promesso già di dettarglieli.

Di questo dà una diversa testimonianza Pompilio Pozzetti a cui, più o meno nello stesso periodo,

Parini confessò di aver cominciato a riguardare quell’opera in cui si pungolavano i signori; a ogni

modo il lavoro continuò dal ’92 al ’96, dopo non più, e a questi anni è probabile vada riferita

l’ultima stesura della Notte. Anche i riferimenti impliciti nei testi portano a queste conclusioni;

come per esempio le varianti in relazione al modo di vestire del Giovin Signore, dal momento che

doveva essere massima rappresentazione della moda del tempo, e gli anni, come anche le mode,

cambiavano. 10

Il Mattino.

Il Mattino (1763).

Alla Moda.

Si apre con la dedica alla Moda, la quale ha soppiantato negli anni del Parini la Ragione, il Buon

Senso e l’Ordine; allo stesso modo spiega di aver scelto gli endecasillabi sciolti, scuotendosi dalla

poesia, propria per compiacerla. Aggiunge anche che se alla Moda piacerà il Mattino, allora

seguiranno anche Mezzogiorno e Sera.

Il Mattino.

La parte iniziale descrive il ruolo del narratore, ovvero quello pedagogico di insegnare al Giovin

signore come impiegarsi, contro il tedio della vita, durante la Mattina, il Mezzogiorno e la Sera. In

seguito, mette a confronto il contadino e il fabbro, che si svegliano di buon’ora, mentre il Giovin

Signore, dopo aver a lungo chiacchierato e giocato, ha protratto la notte, tornando a casa quando il

gallo cantava; dopo essersi coricato, si sveglia quando il sole è ormai già alto, scostandosi il sonno

dagli occhi.

Dopo che il servitore gli ha offerto il cioccolato, procurato per lui dagli abitanti della Giamaica e dei

Caraibi, oppure il caffè, che Cortez e Pizzarro sono andati a scoprire, assediando e sterminando

Maya e Inca per portarlo fino a lui, che così potrà assaggiarlo, entrano diversi personaggi, quali

l’insegnante di ballo, quello di canto e quello di francese. Dopo avervi conversato piacevolmente, li

manderà via, e se vorranno che il giorno dopo o quello ancora istruirlo, allora dovranno porre meno

attenzioni al suo divertimento; ma il volgo sarà comunque contento di vedere andare avanti e

indietro questi insegnanti, bevendo così ogni cosa che egli dirà.

Segue quindi la descrizione dei valletti, che, come apprestandosi a dare le armi ad Achille o a

Rinaldo, lo vestono con la veste da camera e lo lavano.

Continua quindi prendendo in considerazione una dama che potrebbe alleviarlo dal resto della

giornata, ovviamente senza consigliargli di sposarsi, ricordando anche come vive il fattore,

imbrogliandosi da solo con le proprie favole. Proprio a questo proposito il Parini inserisce l’inserto

mitico della storia di Cupido e Imene, figli di Venere; questa, per non lasciar andare in giro Cupido

da solo, poichè avrebbe colpito gli immaturi umani, avrebbe dovuto sempre andare insieme a

Imene, così che questo avrebbe potuto controllarlo. Ciò accade fino a quando a Cupido non

crebbero le ali e il desiderio di regnare da solo, così, appellandosi alla madre, fece dividere i loro

regni: lui avrebbe operato di giorno, mentre Imene di notte. È per questo, quindi, che il mondo del

giovin signore si può godere il frutto dell’amore.

Dunque, la prima cosa da fare nei confronti della Dama è proprio quella di mandarle un messaggio

per sapere come abbia dormito con il più fidato dei propri messaggeri; la Dama, che, alzandosi, ha

pensato subito dove recarsi in serata con il Giovin Signore, poco dopo essersi fatta baciare la mano

dal marito. È anche vero che i due avevano passato la serata precedente insieme e l’aveva vista

bene, ma durante la notte avrebbe potuto essere disturbata dai latrati del cane, e aver immaginato di

aver perso i soldi al gioco o di invidiare una sua amica più corteggiata di lei.

Mentre aspetta la risposta, quindi, il Giovin Signore si deve sedere alla toilette, improfumandosi, se

la donna non ha partorito da poco, e mettendosi nelle mani del parrucchiere, il quale deve

assolutamente seguire le mode appena giunte dalla Francia. Qualora non lo facesse scatenerebbe

ovviamente l’ira del signore, ma questa è come un fuoco di paglia nei cuori nobili, e dopo poco

questo chiederà scusa e lo loderà, ricompensandolo ampiamente per il suo lavoro. Mentre siede

presso il parrucchiere, il giovine noterà davanti a sé, tra i cosmetici un libro; questo sarà di Voltaire,

o troppo criticato o troppo lodato, oppure di La Fontaine; vi è quindi una piccola divagazione in

relazione ai diversi studi stranieri compiuti dall’uomo, sostenendo anche che nessuno avrebbe

potuto ridere di lui, con tali studi, quando consta l’arretratezza della propria patria. 11

Quindi si passa al meciaiolo, il mercante che viene dal di là dei monti, che porta cose nuove mai

viste prime con nomi esotici, a cui crede a ogni parola, dal momento che poca cosa è mentire a uno

della sua schiatta in faccia; questo infatti se ne andrà contento con una mano piena di denaro,

disprezzando il lavoro gettato al vento e le bestemmie del calzolaio e del drappiere.

Lo verrà a intrattenere poi il creatore di cose belle, ovvero un uomo che crea miniature, in cui potrà

farsi ritrarre per la sposa altrui, oppure per un altro amoretto fugace, o dipingere loro; ovviamente il

giovine noterà diverse differenze tra sé e l’immagine, le guance troppo scure, la mal realizzazione

delle membra e del busto, la forma. Vero è che non ha frequentato la scuola d’arte greca di Crotone

di Zeusi, e che mai la sua mano ha toccato la vile matita, ma il cielo gli concesse l’abilità di

comprendere il bello e il vero.

Il parrucchiere finisce di sistemare, quindi, i capelli, e anche la cipria; l’uso di questa viene spiegata

con un altro inserto mitologico, in cui Parini racconta di come alla corte di Amore fosse nata una

discussione tra i giovani e gli anziani, ma visto che la divinità detesta le disparità alla sua corte,

allora fece venire degli Amorini che, scuotendo le loro ali, facessero cadere su tutti i capi della

polvere bianca, eliminando così le differenze tra tutti.

Giunge quindi il momento di essere vestito, ovviamente secondo la moda francese; il poemetto

termina in seguito alla descrizione degli arnesi presenti all’interno dell’astuccio in pelle con ricami

in oro che il giovin signore usa per uscire, e con l’uscita di lui, una volta salito sul cocchio, per

andare a pranzo dall’altrui dama a lui cara.

Il Mezzogiorno (1765).

Si continua il canto, andando adesso a vagliare le varie occupazioni del mezzogiorno, come

occupazione, come i cantori nell’antica Grecia (Jopa come primo esempio, Femio come secondo).

Si segue il giovine che entra in casa della sua dama per il pranzo, incontrando anche il marito, ma

tutto a lui, sapendo appunto i suoi diritti, viene lasciato fare; appena la donna entra nella stanza, il

narratore gli consiglia di baciarle la mano come conviene a un giovane della sua discendenza,

scostandole la sedia e sussurrandole cose dolci. Si raccomanda, inoltre, di non lasciare troppo le

cose in tranquillità, dal momento che anche i marinai desiderano la tempesta quando vi è per troppo

tempo calma piatta, agitando un po’ le acque con i ricordi della sera precedente, qualora l’avesse

vista dare troppa confidenza a uno straniero appena arrivato.

Che questi battibecchi facciano ridere anche tutti i commensali, invidiandoli per i loro amori, solo

lo sposo allora potrà farsi salire alle labbra un sorriso ingenuo; quanto essi sono diversi da quelli

che li precedettero, i quali per nulla al mondo avrebbero lasciato accadere una tal cosa. Quando la

tavola è imbandita, con i pasti cucinati da un cuoco francese, di cui nessuno si lamenterà poichè

uscendo nel caldo del mezzogiorno non troveranno nessun altro che offra loro il pranzo, il Giovin

signore deve dare la mano alla sua Dama, accompagnandola alla tavola, poi tutti gli ospiti e infine

lo sposo. Non bisogna vergognarsi di dedicare qualche istante alla tavola come fosse una cosa

volgare, poiché volgari sono solo coloro che cedono al cibo per bisogno, mentre coloro che hanno

nobili natali lo fanno solo per piacere.

Viene inserito qui l’inserto inerente al Piacere, mandato sulla terra nel periodo in cui tutti gli uomini

era uguali, senza alcuna distinzione, né per nascita, sesso, occupazione o altro, ma con la sua venuta

ci fu una distinzione: coloro che per primi compresero le differenze e cominciarono a godere della

vita furono appunto i nobili.

Le varie cibarie vengono messe al tavolo, se piace alla Dama servire lei, allora il giovin signore

potrà guardarla, e volerla baciare senza preoccuparsi minimamente dei convitati, neanche dello

sposo; altrimenti è bene che lo faccia lui, in modo tale che siano ben visibili il suo bell’anello, esca

degli usurai, che non volevano fidarsi della parola di nobile come garanzia, e dei bei polsini

ricamati. 12


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Muriko95

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5 mesi fa


DETTAGLI
Esame: Filologia II
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere moderne
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Muriko95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia II e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Campanelli Maurizio.

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