Introduzione alla canzone della conversione di Guittone d'Arezzo
Ora parrà s'eo saverò cantare Guittone d'Arezzo > dalle Rime→Databile al 1265 circa, cioè l'anno in cui Guittone aderì all'Ordine dei frati Godenti viene considerata la canzone della conversione→sia religiosa e sia letteraria. È il manifesto della nuova poetica guittoniana, che proclama il rifiuto della tematica amorosa e cortese, e l'impegno a trattare esclusivamente contenuti civili, religiosi e morali. L'amore profano viene identificato con la follia, negazione di ragione e di sapere, le alte qualità indispensabili nel cammino verso la virtù, la perfezione spirituale e l'amore divino. Risulta qui evidente il gusto per l'antitesi quindi per il contrasto di elementi negativi e positivi.
Versi di Guittone d'Arezzo
Ora parrà s'eo saverò cantare e s'eo varrò quanto valer già soglio, poi che del tutto Amor fug[g]h' e disvoglio, e più che cosa mai forte mi spare: ch'a om tenuto saggio audo contare che trovare – non sa né valer punto omo d'Amor non punto; ma che digiunto – da vertà mi pare, se lo pensare – a lo parlare – sembra, ché 'n tutte parte ove distringe Amore regge follore – in loco di savere: donque como valere po', né piacer – di giusa alcuna fiore, poi dal Fattor – d'ogni valor – disembra e al contrar d'ogni mainer' asembra?
Ma chi cantare vole e valer bene, in suo legno a nocchier Diritto pone e orrato Saver mette al timone, Dio fa sua stella, e 'n ver Lausor sua spene: ché grande onor né gran bene no è stato acquistato – carnal voglia seguendo, ma promente valendo e astenendo – a vizi' e a peccato; unde 'l sennato – apparecchiato – ognor ade core tutto e di poder dea stare d'avanzare – lo suo stato ad onore no schifando labore: ché giò riccor – non dona altrui posare, ma 'l fa 'lungiare, e ben pugnare – onora; ma tuttavia lo 'ntenda altri a misora.
Voglia in altrui ciascuno ciò che 'n sé chere, non creda pro d'altrui dannaggio trare, ché pro non può ciò ch'onor tolle dare, né dà onor cosa u' grazia e amor pè; e grave ciò ch'è preso a disinorea lausore – dispeso esser poria. Ma non viver credria senza falsia – fell' om, ma via maggiore for' a plusor – giusto di cor – provato: ché più onta che mort'è da dottare, e portar – distragion più che dannaggio; ché bella morte om saggio dea di coraggio – più che vita amare, ché non per star, ma per passare, onrato dea credere ciascun d'esser creato.
Riflessioni morali e spirituali
In vita more, e sempre in morte vive, omo fellon ch'è di ragion nemico; credendo venir ricco, ven mendico, ché non già cupid' om pot' esser dive: ch'adessa forte più cresce vaghezza e gravezza – u' più cresce tesoro. Non manti acuistan l'oro, ma l'oro loro; e i più di gentilezza e di ricchezza – e di bellezza – han danno. Ma chi ricchezza dispregi' è manente, e che gente – dannaggio e pro sostiene e dubitanza e spenee si conten – de poco orrevelmente e saggiamente – in sé consente – affanno, segondo vol ragione e' tempi danno.
Onne cosa fu solo all'om creata, e l'om no a dormir né a mangiare, ma solamente a drittura operare, e fu fu descrizion lui però data. Natura, Dio, ragion scritta e comune, reprension – fuggir, pregio portarene comanda; ischifare vizii, e usar – via de vertù n'empone, onne cagione – e condizion – remossa. Ma se legge né Dio no l'emponesse,
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