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Filologia latina

La filologia latina è una disciplina che, anche se per sua natura è spesa tutta a contatto con i suoi testi, ha dei presupposti teorici, soprattutto a fronte del fatto che molti manuali siano incentrati sull’aspetto storico-metodologico della disciplina: per ragioni diverse, anche se si tratta di opere scritte in epoche diverse, poche si soffermano sull’aspetto della necessità teorica.

Definizione e ambiti della filologia

Una base “definitoria” del concetto in qualche modo dev’essere proposta: l’edizione critica, l’ecdotica dei testi, rientra nella filologia ricoprendone però una sola area; se un testo è attendibile o meno è innanzitutto una cosa che la filologia fa: è certamente un’idea che si riceve dalla descrizione del lavoro filologico (è però una cosa che non appartiene solo al filologo: anche il notaio, il giornalista, lo storico, e così via sono impegnati nell’accertamento della veridicità e dell’autenticità di un testo); il nocciolo della disciplina filologica sta nell’edizione probabilmente del testo: certamente la disciplina nasce intorno alla volontà di ricostruzione del testo; produrre un’edizione attendibile ne implica quindi la trasmissione nel tempo.

Tutte queste definizioni sicuramente colgono almeno il fascio principale della filologia, anche quello più stabile: in tutte queste definizioni si sente una certa vocazione di tipo umanistico, che chiaramente indirizzano verso un’area di conoscenze. Si arriva a trattare dell’àmbito puramente linguistico: la filologia romanza è una filologia dei testi con una forte vocazione alla linguistica; e molto spesso anche la filologia germanica, anche nel piano della prassi didattica, è una linguistica comparata delle lingue di origine germanica (sono concetti che non vengono in mente per la filologia classica, che s’incentra più su un àmbito storico-letterario). Sul piano delle nomenclature disciplinari, l’attenzione si può quindi spostare dal testo come oggetto d’interesse alla lingua del testo come oggetto d’interesse.

Si tratta di un’etichetta generica perché la filologia è, nella sua accezione più vasta, una scienza storica dei testi (il quale nella sua definizione è un oggetto complesso), tant’è che sarebbe necessario decidere di definire che cosa sia il testo arrivando ad un piano d’astrazione non necessaria (ci si deve quindi accontentare di una concezione empirica: del resto sarebbe pericoloso andare a definire gli stessi termini perché si arriverebbe ad una reductio sostanzialmente infinita, anche se di questo bisognerebbe arrivare a parlare).

Il testo come oggetto ed entità

Il testo come oggetto/entità esistente nella storia, tale per cui qualunque testo s’identifichi in questa definizione, deve far riferimento ad una natura entro cui si ricavano sia il De republica di Cicerone che la Commedia di Dante; ci sono alcuni universali che riguardano il testo: premesso che il testo è una forma che risponde a delle istanze di comunicazione, è un oggetto la cui natura è prettamente linguistica, che esprime un messaggio affidato alla lingua prevalentemente nella sua facies scritta da parte di qualcuno che vuole farlo pervenire ad un altro; se non si accetta questa generalissima definizione di testo, non ci si può accordare nemmeno sulle cose minime che riguardano il testo: senza ammettere che ci debba essere qualche forma di testo che arrivi a qualcuno non ci si può accordare su nulla.

Secondo la definizione di Jackobson, la comunicazione linguistica richiede almeno tre elementi non sostituibili: l’emittente produce un messaggio perché arrivi ad un ricevente; rinunciabili e naturalmente, ci vuole qualcosa che consenta al messaggio di arrivare dall’emittente al ricevente, un vettore fisico perché il messaggio è un oggetto fisico che si deve muovere nella fisicità; fra l’emittente ed il ricevente devono essere condivise almeno due cose: entrambi devono concordare sulla cosa di cui si sta parlando (il contesto referenziale, cioè, il sistema dei valori concreti ed astratti cui fa riferimento il messaggio deve essere condiviso -lo si potrebbe chiamare contesto, tutto ciò che sta intorno ai due soggetti con il loro comune livello di esperienza-), ma la cosa più fondamentale ancora è che i due soggetti condividano il codice (il principale codice che si condivide è la lingua). Questo schema minimo ma sufficiente spiega come funziona la comunicazione umana di qualunque tipo, e lo stesso identico discorso si può fare prendendo un autore che scrive un testo per un lettore.

La filologia e il documento scritto

La filologia, in quanto tale, non ha mai potuto prescindere dal documento scritto, perché anche la copiosissima filologia omerica (che si occupa dello studio della fase preletteraria) non può che basarsi sui testi scritti perché senza il testo scritto nulla si potrebbe fare.

Quando si parla di «codice» si tocca un argomento molto vasto e complesso: il primo codice da prendere in considerazione, se il testo è quello di cui si occupa la filologia, è la lingua del testo, che dev’essere condivisa innanzitutto dall’emittente e dal fruitore; la perdita del codice comporta la perdita dell’efficacia comunicativa. Bisogna conoscere anche il codice grafico con cui è espressa quella lingua, perché la lingua scritta riposa su due ordini di codice, quello linguistico che governa la grammatica e quello della scrittura diverso da lingua a lingua (a seconda che la lingua sia affidata ad un alfabeto fonetico o un altro).

Il sistema grafico è una cosa molto complessa anche se esso non cambia, perché virtualmente può rimanere sempre lo stesso (sul piano più astratto del suo funzionamento) ma concretamente può cambiare moltissimo: l’alfabeto latino, per esempio, che prima era un alfabeto greco adattato alla cultura romana, dalle prime iscrizioni latine ad oggi non è cambiato, perché si tratta dello stesso sistema di suoni che rimangono individuando un massimo di ventiquattro fonemi; nel corso del tempo, siccome per definizione la filologia si occupa di testi che viaggiano nel tempo, il codice grafico (non il sistema alfabetico) cambia moltissimo: a partire dalle più antiche scritture fino alla stampa degli incunaboli la scrittura è cambiata moltissimo; quale nesso ci sia tra le forme della lettera A (a partire da una A latina epigrafica di origine greca fino ad arrivare alla specializzazione della paleografia latina -come il caso della minuscola carolina o della gotica-).

Il ruolo del lettore nella filologia

È chiaro che è difficile considerare un reperto codicologico lo Zibaldone leopardiano, perché si tratta di un materiale cartaceo che rientra sotto lo studio archivistico: la codicologia e la papirologia costituiscono le scienze che riguardano i vettori; per quanto riguarda il codice linguistico, cioè la conoscenza della lingua, si tratta della base quanto mai scontata della filologia; quanto al codice delle scritture dei documenti d’archivio e anche grafico, se ne occupa la paleografia, che si occupa di quelli letterari. Questo sistema complesso permette di muoversi all’interno del tutto.

La cosa diventa più complessa nel momento in cui ci si sposta ad un livello oggettuale (perché si parla di cose concrete), un livello più astratto: il testo è una cosa astratta perché perdura a prescindere dal vettore e dal sistema grafico, solo una buona “dose” di astrazione può permettere tutto ciò; se si può passare dal Decameron boccacciano al film di Pasolini, certamente si può dedurre che il testo non è fatto solo di lingua, perché altrimenti non si potrebbe vedere in italiano un film basato su Guerra e pace (che è stato scritto in russo).

Il testo fa riferimento a degli orizzonti di carattere estetico, filosofico: è un messaggio con molte implicazioni e contenuti culturali che possono tranquillamente prescindere dal vettore linguistico: quindi c’è una forte concretezza nel testo, ma anche una dose di astrazione senza la quale il testo non sarebbe percepibile da chi non condividesse il codice linguistico.

Certamente, a livello di astrazione, si muovono le funzioni superiori del diagramma di Jackobson: l’autore di un testo deve essere individuato, e a volte è impossibile farlo perché non ha nemmeno senso farlo (il caso della ricerca del vero Omero, per esempio, cioè della personalità autoriale, è un caso esemplare d’inutile ricerca di un autore, perché era già impossibile verificarlo già a partire dall’antichità anche all’ipotesi degli autori collettivi).

Certamente la forma può essere stata interpolata, ma questi aspetti, cioè l’identificazione della genesi di un testo multiautoriale, sono il cómpito della filologia: questa funzione c’è sempre nel momento in cui c’è il testo; c’è un’ulteriore complicazione che riguarda la prospettiva filologica con cui si guarda all’autore: chi è l’autore dell’Eneide? Sicuramente Virgilio, ma il poema per disposizione testamentaria doveva essere distrutto in quanto incompiuto (una violazione del diritto testamentario, ma si capisce perché): Augusto, secondo la tradizione biografica, all’editore/amico di Virgilio impose di toccare il meno che poteva, di togliere quello che poteva, per dare un’impressione d’incompiutezza ma di non cambiare nulla; certamente secondo questa tradizione l’Eneide è di Virgilio, ma non è come la lasciò né come l’avrebbe voluta quando fu costretto a separarsene: si è certi che Virgilio sia l’autore, ma questo dimostra come finisca il controllo dell’autore quando egli se ne separa. Un testo, una volta pubblicato, diventa una cosa libera che non si controlla più: l’opera, ancorché pubblicata, pur nelle mani dell’autore, non la può più richiamare indietro: persino in epoche in cui le copie si diffondono lentamente, recuperarle è molto difficile.

Esiste un prima rispetto all’emissione dell’opera, se mai si può conoscere (come per i Canti di Leopardi): si parlerebbe allora di filologia genetica; ma complessivamente la filologia tende ad occuparsi dell’emissione, dopo la quale è importante la fruizione: il testo si muove perché l’autore ha voluto che se ne andasse pensando che andasse in funzione di un ricevente. La funzione di un ricevente è anche più complessa di quella dell’emittente: il ricevente del testo è quello auspicato dall’autore (se in qualche modo ne ha auspicato uno); la prima entità che si affaccia nell’orizzonte del testo rispondente alla categoria del ricevente sia quella del «lettore ideale», una sorta di doppio dell’autore collocato al di fuori del sé: questo doppio in qualche modo corrisponde ad una certa visione ideale perché l’autore, animato da un certo tipo di concettualità, s’immagina qualcuno che condivida esattamente la sua volontà.

Questo lettore ideale, ovviamente, non esiste: molte volte l’autore si rivolge al lettore chiamandolo così (Collodi immaginava dei «piccoli lettori»; Boccaccio esplicita come pubblico le «cortesi donne»; etc.): la funzione ideale però si rivolge a tutti coloro più o meno interessati all’immenso affresco narrativo che l’autore propone; e questo lettore sta dentro al testo, e il lettore reale non conosce l’autore, il quale spera che il pubblico sia comunque il più numeroso possibile, perché l’opera duri a lungo, per sempre.

Se un’opera è accompagnata dall’auspicio di durare per sempre, è chiaro che l’entità del destinatario diventa infinita. Un’opera si dice essere “eterna” quando continua a parlare ai lettori nonostante il tempo e i cambiamenti di condivisioni: finché l’opera continua a parlare è un classico, che parla ad un pubblico vasto per i valori universali che rimangono immutati.

L’analisi dei testi e il contesto storico

L’analisi dei testi consente di evitare in parte di evitare l’onere delle definizioni teoriche: partendo da delle definizioni accettabili ed attendibili di filologia come disciplina, si può arrivare a capire di avere a che fare con un àmbito disciplinare; sussume svariate altre discipline, perché non è possibile fare filologia (che è una scienza storica - un testo a volte va datato su basi indiziarie in base a sistemi che solo oggi sono note: solo uno storico potrebbe riuscire a decretarne -) senza approcciarsi ad altre discipline.

Se si porta l’aspetto storico tra i molti fondamentali della filologia testuale, la datazione (una delle cose di cui la filologia, di qualunque letteratura, è sempre impegnata a fare) si muove tra il contesto referenziale del testo, l’autore (se ne occupa la filologia attributivo) e il coordinate del lettore ideale (una persona storicamente scelta dall’autore per rappresentare il suo pubblico, una sorta di emblema umano -alle volte è anche il protettore-): questo aspetto, che sta alla base della storia della letteratura, si muove fra questi tre poli dell’asse jackobsoniano del testo.

Le questioni attributive sono la “madre” della filologia occidentale: l’esercizio un po’ ozioso è fondamentale perché si tratta di questioni che durano a lungo anche per molti secoli: il Dialogus de oratoribus, per esempio, non è stato considerato di Tacito (un esempio simile è quello dell’Appendix Vergiliana - nell’antichità però pochissimi dubitavano dell’autenticità di questi lavori virgiliani -); la filologia occidentale è nata su una questione che trae le sue origini sul lavoro che Zenodoto in età ellenistica fece sull’opera omerica.

Fermo restando che la filologia è una scelta storica del testo, nel momento in cui lo si cerca di collocare nel diagramma jackobsoniano per creare e definire la comunicazione, il concetto diviene spontaneo alla mente di tutti i lettori con una serie di implicazioni.

Metodologia di analisi e interpretazione

La metodologia di analisi ed interpretazione, di esegesi, del testo esperita dalla filologia epoca per epoca ha il cómpito che si esplica nel commento al testo, la serie di note esplicative: si dota il lettore di una sorta di “macchina del tempo” che permetta al lettore di avere la possibilità di capire il testo in tutte le sue implicazioni.

Qualche testo nell’antichità si diceva fosse stato scritto solo per essere letto con delle annotazioni: si pensava che l’autore volesse, paradossalmente, attirare l’attenzione dell’esegesi grammaticale; però molti testi sono stati scritti per presupporre che il lettore fosse a sua volta un erudito e che il suo luogo di lavoro naturale fosse la biblioteca. Anche testi del tutto scevri da questa volontà erudita fanno comunque riferimento ad orizzonti che al lettore moderno sfuggirebbero se non ci fossero delle note storiche del commento.

Meno banale e meno facile da estrapolare dallo schema di Jackobson è il fatto che il lettore non esaurisce la sua funzione leggendo il testo: senza il lettore il testo è muto, non esiste; anche un capolavoro assoluto, finché rimane sepolto, non esiste anche se è ancora scritto.

Se chi scrive non presuppone l’atto di raccogliere il testo (anche lui stesso in un altro momento), la comunicazione non c’è: il testo esiste nel mondo reale, ma finché qualcuno non lo legge non comunica; ci sono testi fatti da non essere letti da nessuno, come per esempio le chilometriche iscrizioni funebri egiziane.

Il lettore non solo esplica la funzione del testo, ma è anche nella fruizione del pubblico che il testo esiste in questa dimensione: il lettore non è solo l’istanza umana che chiudendo il cerchio comunicativo gli dà un senso, perché ogni lettore cambia il significato del testo dandogli un valore che un altro lettore non gli darebbe; qualunque lettore a suo modo, in una certa proporzione, cambia il testo: è possibile perché il testo non è solo un reticolo di parole sistemate secondo una griglia concettuale che assicura un certo significato. Il testo è un sistema di valori, di relazioni: il lettore che legge un testo lo capisce in qualche modo perché lo mette in relazione con una propria esperienza culturale di altri testi che ha letto; ogni lettura, che comporta un’interpretazione ed un certo livello di comprensione, fa assumere dei significati unici per quel lettore.

Si parla ovviamente per astrazioni: la psicologia della lettura ha molto a che fare con il testo quando il lettore non si limita a leggerlo, ma ci mette anche le mani; in epoca di manoscritti, la scrittura successiva alla vergatura principale diventava parte integrante del testo insediandosi in modo inestricabile: il lettore antico, come anche quello moderno, correggeva il testo; quando i libri erano manoscritti questo esercizio era pressoché obbligatorio per ogni lettore.

Da quel testo che legge, il lettore professionale trae altri testi: sostanzialmente attraverso lo studio, la memoria, la riflessione e il riutilizzo da parte di lettori scriventi, il testo va a modificare il sistema letterario, perché da quel testo nascono altri testi, e chi li produce fa riferimento a quel testo confidando che il suo lettore, quantomeno quello ideale, riconosca il suo riferimento; per via di quest’operazione, il testo continuamente interagisce con altri testi e lettori.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alberto.longhi55 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Mondin Luca.
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