Relazioni internazionali
Con l’espressione relazioni internazionali, utilizzata per la prima volta dal filosofo positivista Comte, s’intende lo studio delle relazioni internazionali, ossia lo studio delle interazioni tra gli Stati in termini di potere. Gli Stati, inizialmente, erano intesi come attori assoluti delle RI in quanto sovrani e indipendenti.
Nascita delle relazioni internazionali
La nascita storica delle relazioni internazionali si ha con la pace di Vestfalia del 1648, in seguito alla fine della guerra dei 30 anni e la caduta del sistema dei due soli, che prevedeva due soli poteri, ossia il potere imperiale e il potere papale. Con la fine della guerra dei 30 anni, infatti, si dava vita al principio di una società di Stati territorialmente sovrani e indipendenti e si dava vita a un sistema internazionale anarchico, ossia privo di un governo internazionale e senza nessuna autorità suprema oltre agli Stati. Questo sistema ammetteva l’uguaglianza formale tra gli Stati attraverso il principio rex imperator in regno suo est, il principio di non interferenza negli affari interni da parte degli Stati esteri attraverso il principio cuius regio eius religio e sanciva la nascita del principio di balance of power, ossia il bilanciamento di potere tra le potenze attraverso alleanze militari in modo che non sorgesse una potenza egemone in Europa.
Evoluzione dopo le guerre mondiali
A seguito della Prima guerra mondiale, ma soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, lo Stato non è più l’unico attore della vita internazionale, nonostante ne rimanga l’attore principale. Il ruolo dello Stato, infatti, è stato nel tempo sempre più limitato da organizzazioni internazionali, come l’ONU e la NATO, da organizzazioni sovranazionali come l’UE, attori non governativi transnazionali orientati verso il profitto, come le multinazionali e le associazioni mafiose, attori non governativi transnazionali orientati verso l’interesse pubblico come le ONG umanitarie, gli attori potenziali, come i movimenti di liberazione nazionale o i gruppi terroristici e perfino l’opinione pubblica internazionale, distinta in opinione pubblica ufficiale, emanata dai governi, opinione spontanea di massa e opinione di élite militanti.
Tipi di approccio
A seconda della scelta degli attori che partecipano alla formazione delle RI, ossia alle unità d'analisi prese in considerazione, possiamo distinguere tre tipi di approccio allo studio e alla formulazione delle teorie relative alle RI che ci permettono non solo di capire e comprendere il comportamento degli attori ma anche di spiegare, predire e prescrivere strategie volte a determinare teorie empiriche e positivistiche e/o teorie normative attraverso spiegazioni causali:
- Approccio Stato-centrico, in cui l’unità d’analisi è lo Stato da cui deriva soprattutto il realismo.
- Approccio multicentrico, in cui l’unità d’analisi non è solo lo Stato ma anche altri attori, da cui deriva soprattutto il liberalismo.
- Approccio global-centrico o struttural-sistemico, in cui l’unità d’analisi è il sistema internazionale e la sua struttura e prende in considerazione la struttura come variabile indipendente e considera il comportamento degli attori come variabile dipendente al sistema da cui deriva soprattutto il marxismo ma anche la teoria neorealista di Waltz.
Livelli di analisi
Ai tre diversi tipi di approccio alla realtà internazionale si accompagnano anche i diversi livelli di analisi della realtà. Sui livelli di analisi della realtà internazionale interviene il problema del rapporto tra agente-struttura, ossia determinare se è l’agente a determinare la struttura o è la struttura a determinare il comportamento e le scelte dell’agente, ossia dell’attore, portando la discussione a livello della dicotomia tra volontarismo dell’agente o determinismo della struttura.
Attraverso la presa di posizione nella visione dicotomica tra agente-struttura si vengono a definire due diversi metodi di analisi, ossia l’individualismo metodologico, che parte dallo studio e dall’analisi dei singoli Stati e attori operanti all’interno di essi per spiegare il sistema come aggregazione delle scelte di questi, oppure l’approccio olistico, che parte dal sistema internazionale per spiegare il comportamento degli Stati. Il primo a proporre diversi livelli di analisi fu il padre fondatore del neorealismo Waltz che sosteneva l’esistenza di tre livelli di causazione, due individualistici (che designano la natura dell’uomo come fattore fondamentale) e uno sistemico.
- Individuale: l’analisi si concentra sugli attori individuali del sistema internazionale come i capi di governo e il comportamento degli attori e delle relazioni internazionali sono conseguenza delle interazioni tra gli individui (individualismo metodologico).
- Nazionale: l’analisi si concentra sullo studio delle istituzioni politiche e socioeconomiche di uno Stato, ossia sulla politica interna, strettamente dipesa dagli individui al Governo (individualismo metodologico).
- Internazionale: l’analisi si concentra sulla struttura anarchica del sistema internazionale e i cambiamenti nelle sue strutture d’equilibrio a causa di variazione del balance of power, ossia dell’equilibrio di potenza (olismo).
- Globale: l’analisi si concentra sui processi di globalizzazione che investono il panorama internazionale e possono determinare il comportamento degli agenti.
Realismo
Il realismo è uno dei tre paradigmi classici nello studio della RI. Il suo sviluppo storico parte da pensatori come il cinese Sunzi, scrittore dell’Arte della guerra e il greco Tucidide, scrittore della prima vera analisi della guerra nella sua opera Guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, per poi svilupparsi in maniera più completa in Europa, soprattutto attraverso gli scritti di Agostino, Machiavelli, Hobbes e Clausewitz.
Il realismo si è sempre posto in rivalità con tutte quelle teorie che puntavano all’abolizione dei confini statali, delle teorie universaliste e successivamente anche in rivalità con tutti i progetti di pace internazionale e la visione liberal-cosmopolita. Il realismo, però, si impose come modello principale nella seconda metà del XX secolo, in seguito al fallimento della prima teoria liberalista, ossia l’idealismo.
Idealismo vs realismo
L’idealismo, infatti, si basava su una concezione di ottimismo antropologico, ossia considerando l’uomo buono per natura secondo la dottrina rousseauiana e che viene reso malvagio e corrotto dalla società e dalle istituzioni sociali e politiche prodotte dal progresso. Per questo gli idealisti formulano una teoria delle relazioni internazionali prettamente normativa, ossia studiavano le RI al servizio di un’utopia di pace, definendo che l’unico modo per raggiungere l’equilibrio e la pace fosse la creazione di un organo o istituzioni sovranazionali (come la SdN) che ponesse fine al sistema anarchico definito dalla pace di Vestfalia e il riordinamento del diritto internazionale.
Il realismo classico, invece, segue un punto di vista storico, ossia genera le proprie teorie attraverso l’analisi avalutativa della storia, unico mezzo attraverso cui ottenere la conoscenza politica. L’obiettivo realista, però, non è prettamente descrittivo ma anche prescrittivo, infatti si pone l’obiettivo di predire lo sviluppo delle RI e le posizioni da assumere all’interno di esse per i propri governanti, seguendo quindi un principio di responsabilità che è anti-ideologico e conservatore, perché definisce l’immutabilità della concezione umana, che nel realismo è basata nel profondo pessimismo antropologico di stampo hobbesiano e che vede nella società come nei rapporti tra Stati una costante competizione e volontà di supremazia secondo il principio dell’egoismo razionale che caratterizza anche gli attori statali, oltre a quel senso di self-help, ossia di autotutela, portato dalla condizione di anarchia definita nello stato di natura hobbesiano a cui consegue una radicata paura verso gli altri nella natura umana nei singoli individui e definita per gli Stati dall’anarchia del sistema vestfaliano e che fa sorgere quello che è definito dilemma della sicurezza.
Da ciò, come per gli individui, anche per gli Stati il problema principale è la sopravvivenza e la volontà di supremazia e potere, ossia i temi fondamentali sono la sicurezza o interessi nazionali e il potere, ossia l’indipendenza politica e la prosperità. Ciò amplifica lo scetticismo morale nella politica internazionale e definisce lo Stato come mezzo strumentale per il raggiungimento degli interessi nazionali, obbligato alla competitività dall’anarchia del sistema.
Assunti fondamentali del realismo
Il realismo si basa su quattro assunti fondamentali:
- Approccio Stato-centrico, ossia gli attori più importanti delle relazioni internazionali sono gli Stati. Lo studio delle RI secondo la concezione realista è lo studio tra le interazioni degli Stati, considerati attori totali. Da questo principio ne deriva lo stretto legame al sistema vestfaliano e la concezione dello Stato come caratterizzato da sovranità nazionale e indipendenza politica secondo i principi vestfaliani, oltre a riconoscere il principio sottointeso dal sistema anarchico definito a Vestfalia, ossia il principio di self-help o autotutela. Mancando infatti un governo sovranazionale gli Stati assumono nelle loro prerogative la necessità di sopravvivere territorialmente e politicamente, soprattutto relativamente agli attori esterni, finanziando quindi l’apparato militare e concentrandosi sull’hard power.
- Stato come attore unitario, ossia lo Stato esprime sé stesso nella politica estera, nonostante i possibili ed enormi contrasti interni. Per spiegare il secondo assunto gli studiosi realisti fanno l’esempio del biliardo, definendo ogni Stato una palla da biliardo che conosce solo l’esterno dell’altro e che possono influenzarsi tra di loro solo attraverso pressioni esterne. Attraverso la metafora del biliardo i realisti sostengono che non è necessario conoscere le situazioni interne degli Stati ma basta lo studio della politica estera, in quella che è definita domestic disanalogy.
- Stato come attore razionale, ossia i realisti sostengono che ogni Stato sia un essere razionale e che punti alla massimizzazione degli interessi nazionali e nel considerare gli interventi in politica estera, quindi, attua una serie di analisi costi-benefici volta a massimizzare i guadagni relativi all’interno di un gioco a somma zero.
- Sicurezza come problema centrale della politica estera e dei comportamenti degli Stati, ossia l’high politic. Per i realisti, infatti, siccome lo Stato punta a massimizzare i propri interessi nazionali allora al primo posto dell’agenda di ogni Stato vi sono i problemi concernenti la sicurezza e la strategia, volti al mantenimento dell’integrità territoriale, il mantenimento o il cambiamento dell’assetto internazionale e sull’utilità dei mezzi di forza per la risoluzione delle controversie.
Concetto di potere
Concetto fondamentale nella teoria realista è il concetto di potere. Il potere, per i realisti, è definito come la capacità d’influenzare, ossia la capacità di un attore di mettere un altro attore nelle condizioni di fare ciò che altrimenti non avrebbe fatto o di non fare ciò che altrimenti avrebbe fatto servendosi di diversi mezzi. Queste capacità si basano quindi su diversi mezzi, ossia su diverse risorse di uno Stato, che sono quantificabili. Il potere nazionale è costituito da risorse tangibili e risorse intangibili.
Per risorse tangibili s’intende la popolazione di uno Stato, l’estensione territoriale e la sua posizione geografica, il possedimento di risorse naturali e la capacità produttiva misurata attraverso il PIL, uno dei più importanti parametri del potere. Per risorse intangibili, invece, meno prese in considerazione dai realisti, s’intendono il livello di cultura nazionale, il livello d’istruzione, il patriottismo, lo sviluppo tecnologico e scientifico, la legittimità del Governo e la sua credibilità internazionale e la forza delle idee, come la religione o le ideologie. Il Power index è usualmente calcolato attraverso il PIL, la popolazione, la spesa militare e il livello tecnologico.
Nonostante ciò, il potere non può essere considerato solo come capacità d’influenzare, in quanto si tratterebbe di solo potere potenziale, ma va inteso anche il potere come relazione, ossia di “potere su”, definendo quindi la trasformazione da potere potenziale a potere effettivo. Il potere è effettivo all’interno di due variabili fondamentali: il domain, ossia il numero di Stati su cui può esercitare il potere, inteso come capacità d’influenza; e lo scope, ossia le sfere su cui l’attore può esercitare influenza sugli altri attori, per esempio la sfera militare, economico, politica o culturale.
Soft power e potere strutturale
Il concetto di potere ha assunto diverse concezioni nel tempo e negli ultimi anni ha acquisito sempre più importanza la concezione di soft power, contrapposto all’hard power del potere militare ed economico. Il soft power, teorizzato da neoliberale Nye, indica un potere immateriale, a-territoriale, culturale e cooptativo strettamente legato alle risorse intangibili di uno Stato ma non solo, e si basa sulla concezione che le risorse intangibili creino modelli modali per tutti i popoli che siano in grado di porre gli attori dotati di soft power nelle condizioni di creare regole e istituzioni internazionali a loro favorevoli.
Un'altra visione di potere che ha acquisito importanza è la concezione di potere strutturale teorizzata dalla studiosa Strange, ossia il potere di un attore di determinare le regole e le istituzioni internazionali entro le quali gli attori internazionali devono operare, produrre, organizzarsi e commerciare, per esempio come i 14 punti wilsoniani ma ancora di più gli accordi di Bretton Woods. All’interno del potere strutturale possono distinguersi quattro tipi di strutture: la struttura della conoscenza e si riferisce alla capacità d’influenzare le idee degli altri, attraverso il controllo dell’informazione e della tecnologia; la struttura finanziaria, ossia la capacità di facilitare o restringere gli accessi al credito; la struttura della sicurezza, ossia la capacità di protezione o aggressione nei confronti degli altri attori; la struttura della produzione, ossia la capacità d’imporre regole produttive e commerciali. Per studiare il potere effettivo, ossia il potere inteso come relazione, è quindi fondamentale tenere conto del potere strutturale, che determina la relazione stessa tra due attori.
È proprio il concetto di potere a determinare la struttura del sistema o meglio è la distribuzione del potere a determinare la struttura del sistema internazionale e le relazioni tra gli attori internazionali. La distribuzione del potere definisce diversi tipi di potenze all’interno del sistema internazionale: Iperpotenza, come sono gli Stati Uniti dalla caduta dell’URSS, superpotenze, grandi potenze, media potenza, piccola potenza, potenza civile. I sistemi internazionali, per evitare la guerra, devono essere stabili e sono stabili quando si presentano Balance of power, ossia quando il potere è uniformemente distribuito in forma simmetrica; o in condizione di Hegemonic stability, ossia quando esiste una sola superpotenza o una sola iperpotenza in un sistema di asimmetria totale. Secondo i realisti, quindi, un sistema multipolare in cui esistono più super potenze e diverse grandi potenze quale quello attuale crea una situazione instabile del sistema e rende più accentuato il dilemma della sicurezza.
Dilemma della sicurezza
Il dilemma della sicurezza, per i realisti, è il problema principale di ogni Stato e la scuola realista si è divisa nella concezione dello Stato come massimizzatore della sicurezza o del potere. Le due scuole nate sono quella del realismo difensivo, secondo cui l’obiettivo principale di ogni Stato è assicurarsi la sopravvivenza e solo dopo che questa è assicurata si può puntare all’obiettivo secondario quale l’accrescimento del potere; e il realismo offensivo, secondo cui gli Stati sono massimizzatori di potere e hanno come obiettivo il raggiungimento di una posizione egemonica all’interno del sistema e, nell’impossibilità di quest’ultima, di egemonia regionale. L’egemonia si ottiene attraverso il potere strutturale definito dalla Strange, che è permesso attraverso il controllo delle quantità di ricchezza, la potenza militare e la superiorità nucleare, ossia attraverso le risorse tangibili. Per raggiungere tale egemonia o in generale accrescere il proprio potere gli stati utilizzano diverse strategie.
Strategie di potere
- Le strategie per accrescere il proprio potere: guerra; ricatto, sia economico con l’embargo, sia militare, minacciando interventi militari; bait and bleed, ossia aizzali per farli scannare tra loro, in cui la potenza porta due rivali a iniziare una guerra; dissanguamento; hub e spoke, ossia dividi et impera.
- Le strategie contro gli aggressori o le potenze in ascesa: bilanciamento, ossia bilanciare la crescita di potere di un’altra potenza evitando che questa aggredisca. Il bilanciamento può essere esterno, attraverso la creazione di alleanze difensive e il bilanciamento interno, attraverso il riarmo, l’investimento nella difesa e nelle spese militari e nella ricerca. Scaricabarile, ossia la strategia in cui si spinge un altro Stato minacciato a intervenire contro l’oppositore.
- Strategie da evitare: appeasement, ossia l’atteggiamento pacifista volto ad accettare le pretese della potenza aggreditrice con la speranza che si controlli e si fermi.
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