Problema di definizione
L’economia politica è sempre esistita fin da quando l’uomo ha iniziato a pensare. L’economia si occupa dell’efficienza dei sistemi di produzione, consumo e scambio e lascia poco spazio al tema dell’equità e della giustizia dei sistemi economici. Il sistema economico va considerato come dotato di una propria identità che sembra trascendere i suoi elementi costitutivi. La scienza economica comprende un certo numero di scuole di pensiero che offrono modi alternativi e controversi di analizzare il funzionamento dell’economia.
La definizione di cultura è più complessa perché è impiegata in una varietà di sensi nell’uso quotidiano e non livello accademico possiede un significato univoco generalmente condiviso. A fa riferimento a concetti e idee ricorrenti nel settore umanistico e nelle scienze sociali e viene usata senza una definizione precisa e in modi diversi a seconda delle discipline. Prima con cultura ci si riferiva alla coltivazione, poi siamo passati alla coltivazione dell’intelletto, l’esercizio delle arti alte; essa abbraccia il sapere intellettuale e il modo di vivere di un popolo. Quindi cultura come serie di atteggiamenti, credenze, usi e costumi, valori e consuetudini comuni condivisi da un gruppo definito da segni, simboli testi, linguaggio, ovvero come mezzo di identità e distinzione di un certo gruppo. Oppure cultura come qualcosa che ha a che fare con gli aspetti intellettuali, morali e artistici della vita umana e comprende le attività che conducono a un processo formativo aperto all’educazione della mente.
Il termine cultura può anche essere strumento di brutalità e oppressione; inoltre bisogna fare una distinzione fra cultura come processo (emergono i problemi sulle dinamiche di potere tra i gruppi che ne sono influenzati e i gruppi che influiscono sul processo stesso e quindi in tali circostanze la cultura può diventare terreno di contrasti). Quindi l’origine della cultura può essere differenziata rispetto a quei processi di organizzazione sociali che vanno verso la definizione di una società.
Economia e cultura
Il contesto culturale dell'economia
L’economia (uomo sudato e fastidioso) incontra la cultura (donna affascinante che ha un grande risvolto economico). Economia senza cultura? L’economia non può esistere senza radici culturali: infatti le scuole di pensiero che hanno fondato la scienza economica hanno al loro interno varie culture e i valori condivisi sono alla base per ogni identità culturale; inoltre il contesto culturale dell’economia influenza l’esercizio delle pratiche operative degli economisti e la sua struttura metodologica.
La corrente principale della teoria economica ha sempre dato poca importanza all’influenza dell’ambiente culturale, trattando il comportamento umano come una manifestazione di caratteristiche universali che possono rientrare a pieno titolo nel modello individualistico, di scelta razionale, di massimizzazione dell’utilità e considerando l’equilibrio di mercato importante in ogni circostanza. Cozzi interpreta la cultura come un bene sociale che entra nelle funzioni di produzione di unità di lavoro efficienti in quanto bene pubblico.
All’interno delle varie scuole di pensiero è stato manifestato l’interesse ad esaminare il ruolo della cultura Max Weber quale elemento di forte influenza sul corso della storia economica; propone che l’influenza esercitata dall’etica del lavoro protestante sulla nascita del capitalismo. Qui vi è una diretta relazione tra le condizioni culturali in cui si verificano le attività economiche e i risultati economici stessi.
Il contesto economico della cultura
Se è vero che l’economia e i sistemi economici operano all’interno di un contesto culturale è vero anche il contrario. Se la cultura può essere considerata un sistema di credenze condivise da un gruppo, allora le interazioni culturali tra i membri di un gruppo e quelli di un altro possono essere impostate come transazioni o scambi di beni simbolici all’interno di un quadro di derivazione economica. Tutte le culture si sono adattate e sono codificabili studiando l’ambiente materiale in cui si sviluppano; esse possono differenziarsi ma la loro evoluzione non dipende dalle idee di cui sono portatrici ma dal successo che otterranno nel superare le sfide lanciate dal mondo materiale in cui operano. Tale materialismo culturale è una controparte dell’economia e fornisce i mezzi per reintegrare la cultura nello stesso mondo materiale e naturale in quanto scienza economica; in qualsiasi società i concetti di cultura e sviluppo sono inscindibili.
Se si considera la cultura in termini funzionali si può ancora identificare il concetto di cultura come fenomeno economico e interpretarlo in un contesto economico. La produzione e il consumo culturale possono collocarsi in un quadro industriale che i beni e i servizi prodotti e consumati possono essere considerati merci alla stregua di ogni altra merce prodotta in un sistema economico. Il temine industria culturale venne coniato da Horkheimer e Adorno come accusa alla mercificazione della cultura di massa. La cultura viene continuamente trasformata dalla tecnologia e dall’ideologia del capitalismo monopolistico.
Jean Braudillard colloca la cultura in un universo mutevole di fenomeni sociali ed economici tangibili e non. Egli è il sostenitore dell’idea che non è più possibile separare la sfera economica o produttiva da quella dell’ideologia della cultura perché gli artefatti culturali, le immagini, le rappresentazioni sono diventate parte del mondo economico. L’economia della cultura si occupa della produzione e del consumo della cultura considerati come puri processi economici. Le radici dell’economia della cultura sono profondamente legate all’economia.
Individualismo e collettivismo
Il pensiero economico è fondato sull’individualismo mentre il concetto di cultura è la manifestazione di un comportamento collettivo. Quindi esiste un comportamento chiamato “economico” che riflette scopi individuali ed è rappresentato dal modello standard di un’economia formata da consumatori egoisti orientati a massimizzare i loro profitti; ciò è vero in un’economia in cui le grandi imprese dominano il settore della produzione.
Neoclassico: Nel modello i mercati esistono per permettere scambi reciprocamente vantaggiosi e tali mercati porteranno alla massimizzazione del benessere sociale; però potrebbe anche verificarsi la necessità di un’azione collettiva. Se i mercati fallissero o non esistessero potrebbe essere necessaria un’azione collettiva volontaria per ottenere risultati sociali ottimali. Quindi esiste un comportamento diverso da quello economico che si chiama “culturale”; esso riflette gli scopi collettivi e deriva dalla natura della cultura considerata come espressione dell’insieme delle convinzioni, delle aspirazioni e degli elementi identificativi di un gruppo. Lo stimolo culturale è visto come il desiderio di provare un’esperienza di gruppo.
Nel 900 si ha il più grande intreccio fra economia e cultura. Il consumo di un bene culturale (esternalità positiva) non è la stessa cosa del consumo di un bene pubblico, è un consumo che si considera in modo diverso perché è un consumo che si stratifica. Economia: è quella scienza che studia l’uso di beni scarsi (se un bene fosse scarso il mercato non se ne potrebbe appropriare, non si potrebbe stabilire un prezzo) che sono passibili di usi alternativi (se un bene avesse un solo uso, il suo uso economico non riguarderebbe l’economia ma qualcos’altro).
Cultura: definirla è un po’ come ingabbiare il vento. Si può intendere come bene culturale, quindi come i beni che sono destinati alla soddisfazione di bisogni che afferiscono alla sfera intellettuale, bisogni più alti. Non è un termine immobile, ciò che è cultura oggi magari non lo era 50 anni fa. Ci sono anche dei criteri sociali per definire la cultura per esempio quando si parla della cultura di un popolo, degli usi e dei costumi, delle tradizioni che sono il collante che tiene insieme una società.
Come si ottiene un bene culturale?
Combinando insieme queste 3 definizioni, ovvero creatività (un bene culturale è frutto di un processo per cui occorre uno sforzo di immaginazione. Non è facile definire la creatività: va considerata solo la prima opera o anche le copie? A questo quesito non sanno rispondere nemmeno gli economisti), l’aspetto simbolico (l’arte spesso ha un significato simbolico, oltre allo sforzo individuale c’è un riconoscimento collettivo, appunto il valore simbolico), la proprietà intellettuale (bisogna che qualcuno dica che una certa opera d’arte è attribuibile a qualcuno, ci devono essere dei diritti. Per essere beni culturali ci deve essere una lotta per i diritti di proprietà affinché il mercato possa entrare in scena).
Teoria del valore
Il concetto di valore è alla base di ogni comportamento economico (infatti nel campo economico riguarda l’utilità, il prezzo e l’importanza che gli individui danno alle merci) ma è anche un concetto centrale per la cultura (in questo caso il valore si riferisce a particolari caratteristiche dei fenomeni culturali esprimibili sia in termini specifici che generali) e in entrambi i casi si parla di valori al plurale e possiamo dire che il termine valore viene usato si in senso statico che dinamico, un punto di partenza su cui costruire un’analisi congiunta di economia e cultura. Smith, Teoria del valore in economia: nel 1776 con il suo Ricchezza delle nazioni, fece una distinzione fra il valore d’uso di un prodotto (capacità di soddisfare i bisogni dell’uomo) e il valore di scambio (quantità di altre merci e servizi a cui qualcuno sarebbe pronto a rinunciare poter avere un prodotto). Egli sosteneva che il valore di un oggetto fosse determinato dal costo degli input usati per la sua produzione; quindi pensava che il valore di un prodotto fosse determinato dalla quantità di lavoro incorporata in un bene. È un libro importante per la storia dell’uomo, siamo agli albori della rivoluzione industriale e il mondo sta per subire una trasformazione, una rivoluzione sul comportamento della società e dell’economia; si creano così delle classi sociali in base ai rapporti con i mezzi di produzione. Adesso non c’è più il signore che ha ereditato il maniero ma c’è l’uomo capitalista; questo no vuol dire che scompare lo sfruttamento ma cambia l’assetto produttivo e la segmentazione della società e il mercato diventa un luogo dove si incontrano self-interests diversi. Il mercato per svilupparsi ha bisogno della divisione del lavoro, allora poi si avrà una buona produzione. Importante è anche la moneta perché non ci si può basare sul baratto, serva anche il libero mercato, il quale viene rappresentato come una persona che garantisce condizioni uguali per tutti. Se ciò non avviene si autoregolamenta. Esso non si aggiusta solo nel caso in cui vengano creati degli ostacoli artificiali, è come una mano invisibile. Smith ha una visione armonica del capitalismo. Quindi il mercato libero è quel luogo che permette lo scambio dei beni al loro valore marginale, senza sfruttamento, il lavoratore viene pagato secondo le sue ore effettive (quanto produce nell’ultima ora l’ultimo lavoratore). Il mercato è un luogo armonico, scompare la categoria di classe, c’è una curva di domanda e una di offerta, al teoria del valore diventa una variabile soggettiva. Marx secondo le altre remunerazioni erano il plusvalore e la sua teoria del valore era fondata sulla distribuzione delle ricchezze determinata dai rapporti di classe. In quest’analisi il lavoro giungeva sotto forma di salario alla classe operai e di surplus residuo alla classe dominante. Importante è l’idea del valore naturale, un’insieme di prezzi determinati dalle condizioni di produzione e di costo; esso veniva considerato come il riflesso dell’agire di forze naturali, come un qualcosa che governa i prezzi che è simile a ciò che governa gli eventi naturali. Collegato ad esso c’era il valore intrinseco, ovvero un numero o una misura applicabile a un’unità di bene, indipendente dalle attività di scambio e invariato nel tempo e nello spazio. Marx ha invece una visione conflittuale del capitalismo, sostiene che ci sia sempre più impoverimento, insoddisfazione che porteranno poi alla rivoluzione (socialista e comunista). Egli prende in considerazione la teoria del valore e la applica al lavoro: una marca ha valore perché ha del lavoro dentro. Tutto dipende dal capitale intangibile, il capitale moderno aggiunge valore tramite il capitale intangibile ma questo Marx non lo sapeva. Marx decostruisce la teoria della mano invisibile di Smith, egli era prorompente perché sviluppava un processo storico dove l’intellettuale sa dove la storia va a finire; infatti esiste un contrasto fra socialismo riformista e marxismo. Ruskin secondo il valore dipendeva da quanto lavoro avesse contribuito al miglioramento della vita di colui che aveva creato l’oggetto. Comunque i prezzi non riflettono al rendita o il surplus dei consumatori che si realizza al momento dell’acquisto di un bene; quindi si può dire che i prezzi possono al massimo essere indicatori di valore e che la teoria del prezzo sia un’elaborazione della teoria del valore.
Valutazione economica di beni e servizi culturali
Bisogna fare una distinzione fra prodotti culturali come beni privati e come beni pubblici; inoltre molti beni culturali sono misti, cioè sia pubblici che privati. Per quanto riguarda i beni privati si può misurare ciò a cui i consumatori sono pronti a rinunciare per poter acquistare certi beni e si possono costruire delle funzioni di domanda; se queste ultime sono combinate con le offerte si può anche raggiungere l’equilibrio però bisogna dire che il consumatore che, dal lato della domanda, massimizza l’utilità in una dimensione fuori dal tempo, nei mercati culturali, viene sostituito da un individuo la cui attitudine è cumulativa e dipende dal tempo e quindi la domanda può influenzare il prezzo secondo criteri che vanno oltre l’immediata valutazione del bene in questione. Dal lato dell’offerta non sempre si verificano le condizioni standard che determinano il prezzo nei mercati concorrenziali: i produttori potrebbero non essere interessati a massimizzare il profitto e vi possono anche essere notevoli esternalità sia nella produzione che nel consumo. Quindi il prezzo sarà solo un indicatore limitato del valore economico di questi prodotti anche se sarà il solo indicatore disponibile per fare una valutazione di tipo economico. Anche per i beni pubblici si possono usare procedure standard delle misurazioni economiche; si cerca di simulare un mercato per il fenomeno considerato rendendo i prezzi considerati sottoposti alle stesse limitazioni dei prezzi del mercato dei beni privati. Per quanto riguarda i beni pubblici l’unica cosa da fare è applicare gli approcci standard e accettare la valutazione come se fossero le migliori stime disponibili del valore economico del bene considerato.
Il valore culturale
Il valore a livello culturale è qualcosa a cui non si può sfuggire, è il processo di prevedere, attribuire, modificare, affermare, negare il valore: ovvero il processo di valutazione. Le origini del valore in ambito culturale sono diverse da quelle del valore in ambito economico e le dimensioni del valore culturale e i metodi che potrebbero essere usati per valutarlo sono questioni che devono nascere in un contesto culturale. Per esempio si può dire che il valore di un’opera d’arte risiede nel suo valore culturale e i depositari di esso sono i musei o le accademie. Le caratteristiche del valore culturale assoluto sono sempre presenti nell’opera e verranno riconosciute nel corso del tempo. Nel periodo postmoderno è stato messo in discussione l’ideale tradizionale che l’armonia e la regolarità fossero l’aspetto centrale del valore culturale; quindi il concetto di valore viene considerato mutevole e di più ampio significato.
Quindi dovrebbe essere possibile separare l’ambito del giudizio puramente estetico e autoreferenziale da un contesto sociale o politico più ampio in cui il giudizio sul valore viene elaborato; non va però negata l’esistenza di una posizione estetica individuale. Inoltre bisognerebbe arrivare a una soluzione consensuale in casi di un certo interesse e bisognerebbe ammettere che il valore culturale potrebbe essere mutevole, si dovrebbe accettare il fatto che una misurazione del valore potrebbe non essere possibile. Quindi un’opera d’arte potrebbe essere descritta secondo certe caratteristiche del valore culturale come il valore estetico (le proprietà della bellezza, armonia, forma come componenti del valore culturale, se un’opera è bella o brutta. Ci sono 2 approcci: uno modernista, anche se le società evolvono ci sono dei canoni universali per cui ad un oggetto può essere attribuito un alto o basso valore estetico, e uno post-modernista, ciò che è bello e ciò che è brutto è una questione di ermeneutica, ci sono dei circoli ermeneutica con esperti che danno consenso o meno su una bellezza di un’opera, un bello o brutto costruito socialmente), il valore spirituale (riconoscibile in un contesto religioso, l’iconografia è ovunque, non solo nell’arte religiosa), il valore sociale (l’opera può comunicare un senso di relazione con gli altri, i valori particolarmente persuasivi sono condivisi socialmente, si preferisce non mercificarli).