Come sono collegati sacro e consumo?
Per riuscire a parlare del rapporto tra il sacro e il consumo dobbiamo inserire la figura di Ritzer. Lui ha introdotto le cattedrali del consumo, ha parlato di una religione del consumo nonostante si è sempre pensato che il sacro e la religione fossero distaccati dalla quotidianità, infatti il consumo è banale e quotidiano.
La metamorfosi del sacro secondo Girard
Secondo Girard, il termine sacro deriva da sacer che viene tradotto a volte con sacro e a volte con maledetto. Il discorso del sacro ha due visioni differenti nel vecchio e nel nuovo testamento, nel primo vi è una sacralità più dura e spietata, nel secondo risulta essere più benefica. Questa metamorfosizzazione del sacro avviene, secondo lui, tramite l’immolazione delle vittime espiatrici, necessario per creare umanità che porta a una comunità e poi alla società.
La violenza della vittima espiatrice regola la violenza libera e pericolosa che altrimenti sterminerebbe l’intera società, la violenza sottratta all’uomo è l’istituzione del sacro. Nel sacro vi è violenza ma anche il contrario. Dio è la violenza espulsa dalla comunità. Se sparisce la trascendenza religiosa non vi è più differenza tra violenza legittima e illegittima. Tuttavia, con l’accaduto nella scuola di Beslan sembra cadere la teoria di Girard in quanto il sacro non allontana la violenza ma la porta in mezzo a noi nelle forme più brutte, anche se bisogna differenziare che si tratta di integralismo in cui il sacro non è più lontano ma vicinissimo e scompare la paura della morte per cui non c’è più nessun’arma che possa rispondere.
Se il consumo ha degli aspetti rituali ed è imbevuto di sacro e religione come dice Ritzer, allora anch’esso è utile a irreggimentare la violenza: in questo caso, la vittima espiatrice è il consumatore. Siamo in presenza di un sacro mondano (terreno) ma il sacro mondano nel consumo esiste davvero ed è il lusso.
Valore di comunicazione (1° appello)
Oggi il valore di un prodotto è dato non soltanto dal tempo di lavoro speso per produrlo, ma anche dalla quantità di tempo speso per la comunicazione: più si è esposti quantitativamente e qualitativamente alla pubblicità di una marca, più questa acquista valore di comunicazione. In Italia, i primi a parlarne furono i semiologi Eco e Fabbri, per spiegare il funzionamento sempre più potente e invasivo dei mezzi di comunicazione di massa.
Oggi, il VDC coincide con un nuovo funzionamento economico-comunicativo del nostro presente, il consumo non ha più solamente a che fare con gli aspetti economico-produttivi, bensì con l’aspetto di significato nelle nostre attività quotidiane. Nel momento in cui entriamo in un negozio, per acquistare una merce siamo in grado di riconoscere quasi tutte le marche che ci vengono proposte, quasi dimentichiamo l’oggetto concreto, acquisendo di tale oggetto solamente la sua portata simbolica e comunicativa.
Cambiamenti nei processi comunicativi con il web 2.0 e i social (1° appello)
Il digitale ha cambiato alcune forme dell’umano e ciò avviene perché la sfera dell’umano e la sfera della tecnologia non vengono separate e a loro volta separate dalla sfera sociale. Il digitale ha dunque liquefatto i media creando device convergenti, integrazioni digitali e convergenze multimediali che hanno trasformato anche la cultura in una cultura convergente ovvero in conoscenze capaci di gestire la crossdigitalità.
All’inizio, con i primi mezzi di comunicazione di massa, il processo comunicativo era definito broadcasting, ovvero una modalità di trasmissione dati detta da uno a molti. Con l’evoluzione dei media il broadcasting diventa narrowcasting, cioè un sistema di pochi a pochi, in pratica è possibile usare un canale comunicativo per veicolare contenuti a pubblici specifici. Il narrowcasting è stato anche definito come la fine delle comunicazioni di massa. Infine, con l’avvento del web 2.0 e dei social ecco che si afferma il webcasting identificato con la trasmissione di contenuti tipica del broadcasting ma attraverso reti digitali. Il webcasting si scinde anche nel social casting ovvero una trasmissione specifica del web sociale e partecipativo (blog, social network) il cui processo distributivo è basato su community di persone che decidono autonomamente di aumentare la circolazione di un contenuto grazie all’opportunità di condivisione rese possibili dalle nuove piattaforme tecnologiche.
Lemming, scimmie e alveari: 3 critiche (1° appello)
Il web partecipativo, o web 2.0, ha scatenato diversi dibattiti poiché non tutti i suoi aspetti sono tranquillizzanti e positivi. L’imprenditore Keen è il primo a dare visibilità a una serie di critiche. Egli critica il fatto che il web 2.0 ha permesso a persone, che non hanno competenze specifiche, di improvvisarsi come produttori culturali (youtube, wikipedia), con grande scarsità del prodotto finale. Keen usa la metafora di un branco di scimmie seducenti, che grazie alla democraticità dei media scrivono su tante tastiere producendo un testo che potrebbe competere con forme culturali tradizionali (es capolavoro letterario).
Il secondo autore da prendere in considerazione è Marco Metitieri. Egli ha notato che la forma ideologica che sta prendendo Internet è quella del blogging, ovvero l’utilizzo dei blog come sostituti di riviste o giornali specifici per informarsi. Metitieri utilizza la metafora dei lemming, piccoli roditori, che seguono un capogruppo e si gettano negli strapiombi in una sorta di suicidio collettivo di massa.
L’ultima teoria è quella espressa da Lanier, esponente della tecnologia virtuale, il quale critica il software. Lanier critica la presunzione della nuova cultura volta a voler sostituire qualsiasi esperienza reale con la digitalizzazione. Inoltre critica la cultura open, ovvero quel tipo di cultura che ritiene economicamente sostenibile ed eticamente legittimo consumare e produrre contenuti senza riconoscere il merito a chi ha prodotto contenuti originali, mettendo sullo stesso piano produzione originale, distribuzione professionale, remix, mashup, file sharing. In sostanza la metafora che usa è quella di un alveare, per cui la conoscenza collettiva è messa in primo piano rispetto all’individualità.
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