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Ripetizione macroeconomia: domande di sintesi intero programma

1. Definizione del prodotto interno lordo

Si scriva la definizione del prodotto interno lordo commentandone brevemente il significato. Si esamini il legame fra il livello del Pil ed il valore aggiunto settoriale ed il legame fra il livello del Pil ed i redditi percepiti nel sistema economico. Si spieghi, infine, la differenza fra Pil reale e Pil nominale.

Il prodotto interno lordo di un'economia è l'unità di misura della produzione aggregata (aggregata = totale). Ci sono più possibili definizioni del Pil, in funzione della prospettiva che adottiamo nell'analizzarlo. Una prima definizione vede il Pil come la somma di tutti i beni e i servizi finali prodotti nell'economia. La parola chiave sulla quale concentrarsi è "finali": spesso infatti un prodotto attraversa una serie di step prima di essere completato, ciò che è bene sottolineare è come dal calcolo del valore vadano esclusi i prodotti intermedi, vale a dire quelli che vengono utilizzati come "materie prime" nelle successive fasi di lavorazione.

Sempre analizzando il prodotto dal lato della produzione il Pil può essere definito come la somma dei valori aggiunti durante il processo di produzione: è un modo analogo, ma leggermente diverso dal precedente. In questo caso, partendo dalla materia prima, e sommando il valore che viene aggiunto ad essa durante le varie fasi di lavorazione, è possibile giungere allo stesso risultato.

Infine l'ultima definizione di Pil è quella che analizza l'economia dal lato del reddito. I beni prodotti, infatti, verranno ceduti ad un certo prezzo. Di questo prezzo, una parte serve a finanziare l'acquisizione di materie prime, mentre la restante parte rappresenta il cosiddetto guadagno. Il guadagno viene poi suddiviso in una parte che serve a ripagare il lavoro dipendente e un'altra il rischio d'impresa. La somma dei redditi percepiti nell'economia, quindi, è pari proprio al Pil. Redditi percepiti e produzione aggregata sono quindi due facce della stessa medaglia e sono perciò quantitativamente identiche.

Il prodotto di un paese, tendenzialmente, aumenta nel tempo per varie ragioni. Nel definire però il Pil come la somma del valore dei beni prodotti presupponiamo che questo valore sia pari al prodotto di prezzo per quantità. Il valore, e di conseguenza il Pil, quindi, possono aumentare sia a causa di un aumento delle quantità effettivamente prodotte, sia per un aumento dei prezzi dei beni. Per questa ragione distinguiamo il Pil nominale da quello reale. Il Pil nominale è il Pil misurato con i prezzi dell'anno corrente, suscettibile, quindi, di distorsioni causate da differenza tra i prezzi di due anni. Il Pil reale invece è misurato usando come misure dei prezzi, i prezzi di un anno preso come base mantenuti quindi fissi.

2. Funzionamento del mercato dei beni

Si esamini il funzionamento del mercato dei beni descrivendo le componenti della domanda aggregata e determinando l'espressione che individua il livello della produzione di breve periodo. Si commenti l'espressione ottenuta e le parti che la compongono.

Nel breve periodo il livello della produzione aggregata dipende dal livello della domanda di beni. Indicando la domanda di beni con Z possiamo dire è uguale a: Z = C + I + G + X - IM. Vale a dire la domanda di beni è uguale alla somma tra ciò che le famiglie consumano, il livello degli investimenti e la spesa pubblica. A questo, in condizioni di economia aperta, vanno sommate anche le esportazioni, vale a dire la richiesta di beni nazionali provenienti dall'estero e vanno sottratte le importazioni vale a dire la porzione di domanda di beni (siano essi destinati al consumo, all'investimento o alla spesa pubblica) che vengono acquistati all'estero.

La prima componente della domanda, il consumo, è una funzione che dipende da molti fattori, ma prima di tutto dal reddito disponibile, vale a dire il reddito al netto delle imposizioni fiscali (= Y - T). In particolare il rapporto tra reddito e consumo è dato da una relazione del tipo: C = c0 + c1Yd dove il parametro c1 è chiamato propensione al consumo ed è un numero compreso tra 0 e 1 che indica quale parte del reddito viene consumata; c0 invece è un parametro che indica il consumo in corrispondenza di un reddito pari a 0.

L'altra componente della domanda di beni è il livello degli investimenti che fa parte delle cosiddette variabili esogene, cioè che non sono determinate all'interno del modello ma vengono prese come date. Infine T e G sono decise dal governo e ne rappresentano la politica fiscale, sono cioè i mezzi utilizzati dal governo per influenzare il Pil e le dinamiche ad esso collegate.

Importazioni ed esportazioni sono presenti solo, come abbiamo detto, nel caso in cui l'economia sia un'economia aperta: le importazioni IM sono funzione del reddito disponibile e del tasso di cambio reale, vale a dire del prezzo dei beni nazionali in termini di beni esteri, quanto è maggiore tanto più convenienti sono i beni esteri rispetto a quelli nazionali e quindi aumentano le importazioni; allo stesso modo un aumento del reddito fa aumentare il consumo di beni in generale e quindi anche di beni esteri. Infine le esportazioni dipendono positivamente dal livello del reddito estero (maggiore è il reddito estero maggiore sarà il consumo da parte dei paesi esteri e maggiore il prodotto che verrà acquistato all'interno delle altre economie; allo stesso tempo il livello delle esportazioni dipende negativamente dal tasso di cambio reale, quanto più costosi sono i beni nazionali in termini di beni esteri, tanto meno sono convenienti e tanto meno verranno acquistati all'estero.

Determinata in questo modo la domanda di beni, nel breve periodo il livello ottimale di produzione è quello per cui risulta uguale alla domanda stessa, quindi il punto in cui Y = Z. La funzione di equilibrio quindi diventa:

Y = c0 + c1Yd + I + G + X - IM.

Che esplicitando Yd diventa:

Y = c0 + c1(Y - T) + I + G + X - IM

Eliminando le parentesi e portando Y a sinistra:

Y - c1Y = c0 - c1T + I + G + X - IM.

Raccogliendo Y e dividendo per 1 - c1 si ottiene:

Y = 1/(1 - c1)(c0 - c1T + I + G + X - IM).

Dove il termine tra parentesi indica la cosiddetta spesa autonoma, vale a dire la componente della domanda che non dipende in alcun modo dal reddito. 1/(1 - c1) è detto moltiplicatore keynesiano che determina quanto aumenta il reddito a fronte di un aumento unitario della spesa autonoma. La variazione della spesa autonoma infatti comporta una maggiore variazione del livello del reddito (o della produzione a seconda di come lo vediamo).

L'effetto del moltiplicatore deriva da un meccanismo a catena per il quale un qualsiasi aumento della spesa autonoma. L'aumento della spesa autonoma, in qualsiasi modo, genera immediatamente un aumento della domanda, l’aumento della domanda, graficamente la curva ZZ si sposta verso l'alto. Questo nuovo livello di domanda fa aumentare la produzione delle imprese e dato che la produzione è uguale al reddito, fa aumentare anche il reddito. A sua volta l'aumento del reddito porta ad un nuovo aumento del consumo e un nuovo aumento della domanda. Si innesca così una reazione a catena che si interrompe solo nel nuovo punto di equilibrio dove Y = Z. In sintesi: aumento della spesa autonoma = aumento della domanda = aumento della produzione → produzione e reddito sono la stessa cosa quindi aumento del reddito = aumento della domanda e così via. L'effetto si esaurisce nel punto in cui la ZZ' incontra la retta a 45 gradi, cioè nel punto in cui domanda e reddito sono uguali sulla retta ZZ'.

3. Mercato della moneta

Si consideri il mercato della moneta di un'economia. Si descriva la costruzione della domanda di moneta e la determinazione del tasso di interesse di equilibrio. Si analizzino, infine, gli effetti su tale tasso di una variazione del reddito nominale e di una variazione dell'offerta di moneta.

Dato un certo livello di ricchezza gli individui possono scegliere di allocarla tra moneta e titoli. Detenere una certa quantità di moneta significa poter utilizzare quella frazione di ricchezza per le transazioni con un livello di liquidità massimo ma senza ottenere degli interessi. La moneta può essere di due tipi: il circolante, vale a dire la moneta metallica e cartacea, e quella bancaria costituita dai depositi di conto corrente. Detenere una certa frazione di ricchezza sotto forma di titoli significa invece non poterla usare agevolmente per le transazioni ma ottenere in cambio un certo interesse sulla somma investita.

La scelta su quale quantità della propria ricchezza detenere in una o nell'altra forma deriva fondamentalmente da due variabili: il livello delle transazioni in maniera tale da non dover ricorrere all'intermediario per smobilizzare delle somme investite in titoli e dal tasso di interesse offerto dai titoli. In particolare la funzione di domanda di moneta è legata in maniera direttamente proporzionale al livello delle transazioni, quanto più si prevede di spendere in un certo intervallo di tempo tanto più si deterrà sotto forma di moneta; e in maniera inversamente proporzionale al tasso di interesse offerto dai titoli, quanto maggiore sarà i tanto più saremo disposti a rinunciare ad una frazione di moneta per ottenere un interesse positivo.

L'equazione della domanda di moneta può essere scritta come:

M = €Y L(i)d

Il livello totale delle transazioni è difficile da misurare, possiamo però supporre che un suo aumento (es. del 10%) porti ad un aumento più o meno che proporzionale della domanda di moneta (nel nostro esempio 10%); la domanda diminuisce in base ad una funzione L all'aumentare del tasso di interesse. Graficamente la relazione esistente tra la quantità di moneta e il tasso di interesse è rappresentata da una curva inclinata negativamente: al diminuire di i aumenta la domanda di moneta. (Con i sulle ascisse e M sull'asse delle ordinate).

Una volta che abbiamo definito la domanda di moneta, per determinare il tasso di interesse di equilibrio è necessario introdurre l'offerta di moneta, vale a dire il livello di moneta che è messo in circolazione da parte della banca centrale. Questo è fisso e possiamo pensarlo come deciso "autonomamente" dalla BCE. Nel grafico è rappresentato da una retta verticale in corrispondenza del valore di M scelto. L'equilibrio nel mercato della moneta è dato dall'uguaglianza tra offerta e domanda di moneta:

M = €Y L(i)

Che risolvendo identifica un valore di i detto tasso di interesse di equilibrio. In corrispondenza di una variazione del reddito nominale (↑€Y) la domanda di moneta aumenta proporzionalmente quindi la curva si sposta verso l'alto ed incontra la retta dell'offerta di moneta più in alto. Quindi ↑€Y = ↑i. Al contrario, se il reddito diminuisce l'intersezione avviene più in basso, quindi ↓€Y = ↓i.

Una variazione dell'offerta di moneta porta invece ad uno spostamento della retta verticale. Se M aumenta incontrerà la curva della domanda di moneta più a destra quindi per un livello di i più basso; al contrario, se l'offerta di moneta diminuisce incontrerà la curva della domanda più in alto e quindi i sarà maggiore.

4. Attività delle banche e offerta di moneta

Si spieghi quale è il ruolo dell'attività delle banche nella determinazione del livello dell'offerta di moneta. Si spieghi, inoltre, per quale ragione tale attività fa sì che la Banca Centrale non possa controllare completamente l'offerta di moneta.

L'importanza delle banche è strettamente legata ai servizi che offrono nell'economia. È un intermediario creditizio: eroga prestiti e raccoglie depositi. È proprio la natura dei depositi e il loro funzionamento a rendere la banca così importante. Omettendo per un momento l'esistenza delle banche all'interno dell'economia, tutta la moneta che circola è composta da circolante emesso dalla banca centrale. In uno scenario simile la Banca Centrale ha il pieno e totale controllo dell'offerta di moneta nell'economia. Con l'inserimento però delle banche, si crea però un altro tipo di moneta: quella bancaria. Le banche infatti raccolgono fondi presso il pubblico detti, appunto, depositi bancari, i quali sono a vista. Il titolare del deposito potrebbe decidere in qualsiasi momento di ritirare tutto il contante depositato. Accanto a questa possibilità però la banca offre anche quella di utilizzare degli strumenti di pagamento alternativi di trasferimento del credito, i quali rendono superfluo il ritiro del contante.

Quindi riassumendo: gli individui possono decidere di destinare parte della propria ricchezza (se vogliamo il circolante emesso dal BC) ad un conto corrente bancario dal quale possono prelevare in ogni momento oppure possono movimentare per effettuare pagamenti. La banca nel frattempo può decidere, dopo un'analisi prudenziale, può decidere la quantità di deposito da tenere sotto forma di moneta per coprire i prelievi ed investire la restante parte per effettuare prestiti. All'interno dell'economia, quindi, a questo punto circola la moneta emessa alla banca centrale ed in più si effettuano transazioni utilizzando la moneta "virtuale" bancaria grazie alle carte di pagamento. È evidente come la quantità di moneta emessa inizialmente dalla BC sia a questo punto aumentata.

Determinare l'ammontare dell'aumento non è facile, soprattutto a priori. Dipende infatti dalla propensione delle famiglie a depositare la propria moneta all'interno di un deposito bancario e dalla quantità di moneta depositata che la banca decide di mantenere come "riserva" prudenziale per coprire eventuali esigenze di liquidità. L'effetto complessivo è dato dal cosiddetto moltiplicatore del credito.

Quindi accanto alla cosiddetta base monetaria emessa dalla BC in questo scenario più completo, l'offerta totale di moneta è data anche dalla moneta bancaria. Questa è la ragione per cui le banche centrali non hanno nella realtà il totale controllo dell'offerta di moneta.

5. Politica fiscale espansiva

Si illustrino le conseguenze dell'attuazione di una politica fiscale espansiva distinguendo gli effetti sul livello del prodotto da quelli sui conti pubblici.

Si definisce politica fiscale espansiva una politica volta all'aumento del prodotto attraverso il controllo da parte del governo della spesa pubblica e del livello della tassazione. Un esempio di politica fiscale espansiva è quella attuata mediante la diminuzione delle tasse (o equivalentemente un aumento della spesa pubblica). Il primo effetto è sicuramente quello sui conti pubblici: abbassare le tasse e/o aumentare la spesa pubblica genera un peggioramento del bilancio pubblico dato proprio dalla differenza tra le entrate, le tasse, e le uscite, la spesa pubblica, dello stato.

Le politiche fiscali espansive vengono però attuate per aumentare la produzione e quindi i redditi di un'economia, specie in fase di recessione. L'abbassamento delle tasse infatti, genera un aumento del reddito disponibile stimolando l'incremento dei consumi, quindi un aumento della domanda di beni e un correlato aumento della produzione e dei redditi di equilibrio nell'economia. Un discorso analogo si può fare analizzando una politica fiscale espansiva data da un aumento della spesa pubblica.

6. Dinamica dei conti pubblici

Si descrivano le principali grandezze che caratterizzano la dinamica dei conti pubblici e si spieghi per quale ragione ed in che modo la politica fiscale può essere utilizzata per controllare la dinamica del disavanzo pubblico.

Le grandezze principali che descrivono il bilancio pubblico, vale a dire il bilancio dello Stato sono: il livello delle tasse e quello della spesa pubblica indicati rispettivamente con T e G. Nel caso in cui G sia superiore a T, vale a dire nel caso in cui la spesa pubblica sia superiore alle entrate rappresentate dalla tassazione, si ha il cosiddetto disavanzo primario di bilancio (in caso contrario un avanzo di bilancio). Nel momento in cui uno Stato si trova in una situazione di disavanzo di bilancio, per appianare i conti pubblici ricorre alla raccolta di risorse tramite emissione di titoli di debito (government bond). L'emissione di titoli di debito è alla base della creazione del debito pubblico (che indichiamo con B). L'anno successivo all'accensione del debito (o comunque negli anni a seguire) il bilancio sarà dato dalla differenza tra spesa pubblica spesa per interessi da corrispondere sul debito pubblico e tassazione. Ecco che quindi il disavanzo pubblico è dato dal disavanzo primario più la spesa per interessi. Il disavanzo primario genera quindi un circolo vizioso difficile da sanare nel quale dal disavanzo si passa al debito che contribuisce ad alimentare il disavanzo e così via.

Con il termine politica fiscale si intende la porzione di politica economica attuata dal governo intervenendo sulle variabili esogene della tassazione e della spesa pubblica, cioè intervenendo proprio sul disavanzo. Distinguiamo:

  • Politica fiscale espansiva: che porta ad una diminuzione della tassazione o ad un aumento della spesa pubblica, entrambe componenti della spesa autonoma che portano, oltre ad un aumento del disavanzo pubblico, ad un aumento della domanda di beni, quindi della produzione e quindi del reddito e del Pil.
  • Politica fiscale restrittiva: attuata aumentando le tasse o riducendo la spesa pubblica. Questo tipo di manovra è necessaria nel caso in cui sia presente un forte debito pubblico da risanare ma ha lo svantaggio di intervenire negativamente sulla domanda di beni, quindi sulla produzione.
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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Pier.nesto di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Parma o del prof Magnani Marco.
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