Pilastri della statualità moderna
Con la nascita dello stato moderno nel XVI secolo, si sono affermati i seguenti criteri per poter parlare della "statualità":
- Riconoscimento reciproco da parte degli altri membri della comunità internazionale
- La sovranità
- Il territorio
- La popolazione
- Identità socioculturale comune (cultura, tradizione, lingua che permettono di contraddistinguere una certa comunità da un'altra e allo stesso tempo legare i suoi membri all'interno)
- Ethos politico comune: progetto politico condiviso dall'immaginario collettivo
- Struttura istituzionale che protegge e rappresenta la comunità e promuove l'interesse collettivo
- Simmetria tra chi governa e chi è governato
Se si assumono come punto di partenza i modelli di politica globale pensati dai vari teorici della globalizzazione si avranno:
- Neoliberali: le libertà individuali sono il pilastro centrale della politica
- Internazionalisti liberali: diritti umani e responsabilità condivise
- Riformatori istituzionali: ethos collaborativo basato su trasparenza, consultazione e responsabilità
- Trasformatori globali: uguaglianza politica, libertà e giustizia sociale
- Statalisti/protezionisti: interesse nazionale e ethos politico comune
- Radicali (no global): uguaglianza, bene comune, armonia con l'ambiente naturale
Discussione dei pilastri da parte del globalismo
Nel contesto globale, lo Stato è in crisi e soffre di diminuzione di potere, trovando sempre più difficile perseguire i propri programmi di politica interna. In questo contesto, molti settori tradizionali di attività e responsabilità di uno stato (la difesa, la direzione dell'economia, sistema sanitario e mantenimento dell'ordine e legalità interni) non possono più prescindere da forme istituzionalizzate di collaborazione multilaterale. Lo stato moderno è sempre più inserito in una rete di interconnessioni regionali e globali. Questi sviluppi mettono in dubbio sia la sovranità che la legittimità stessa degli stati.
Sovranità perché l'autorità politica dei singoli stati è sostituita da sistemi di potere politico, economico e culturale a livello regionale e globale. La legittimità, invece, è messa in discussione perché, data la crescente interdipendenza a livello regionale e globale, gli stati non sono in grado di fornire ai propri cittadini beni e servizi fondamentali senza una cooperazione internazionale.
La globalizzazione ha portato anche un altro problema: con la possibilità di spostarsi volontariamente e non, con l'integrazione degli immigrati, un individuo può anche scegliere di appartenere o meno a una determinata comunità o addirittura appartenere a più di una (quella nativa e quella di adozione).
Altro punto messo in discussione: il processo decisionale nazionale che è stato ridefinito da processi politici, ambientali ed economici regionali e globali. Es: le decisioni all'interno dell'UE influenzano le decisioni all'interno degli stati, così come, analogamente, uno stato più forte all'interno di un organismo regionale può avere un impatto importante sulla politica di un altro stato membro dello stesso organismo.
Tesi di antiglobalisti, globalisti e scettici
Scettici
La fine della globalizzazione: dopo l'11 settembre, gli scettici affermano che le condizioni economiche e geopolitiche della globalizzazione sembrano essersi dissolte nel nulla e provocato aspre e pericolose reazioni "localiste". La crescita degli scambi commerciali, dei flussi di capitali e degli investimenti assunsero un segno negativo. Questo rallentamento della globalizzazione è stato inoltre accompagnato da drammatici cambiamenti nel contesto politico globale: passaggio da multilateralismo all'unilateralismo, dalla stabilità all'insicurezza, dalla cooperazione alla competizione geopolitica, dal potere soft a quello hard.
Per gli scettici, questi passaggi rappresentano l'erosione dell'ordine globale liberale che legittimava l'intensificazione della globalizzazione e il continuo primato dello stato, della potenza territoriale, della geopolitica e perfino dell'impero. In altre parole: il mondo sta assistendo alla fine della globalizzazione come descrizione della realtà sociale, come spiegazione del mutamento sociale e come ideologia del progresso sociale (progetto politico).
Oggi, sostengono gli scettici, confini e frontiere, nazionalismo e protezionismo, vocalismo ed eticità definiscono la de-globalizzazione: disintegrazione e la morte del globalismo.
Globalisti
Radicamento della globalizzazione: le tendenze attuali, anziché indicare la morte della globalizzazione, indicano la sua vitalità e il suo radicamento sociale. Siamo di fronte a una nuova epoca di ridefinizione delle relazioni sociali sulla base di una nuova integrazione economica nel mondo. Dopo il 2001, i flussi di investimenti esteri, specie verso i paesi meno sviluppati, sono rapidamente risaliti. Al di fuori della sfera economica, specialmente in quella militare e di sicurezza, si è registrata un'accelerazione del globalismo. Altre forze (oltre a quelle economiche e militari) che danno una spinta alla globalizzazione sono: le trasformazioni delle comunicazioni (con continue rivoluzioni informatiche), espansionismo del capitalismo e sviluppo dei mercati globali, nuova suddivisione del lavoro nelle società multinazionali, diffusione dei valori democratici in molte regioni del mondo, aumento dei flussi migratori dei popoli.
Questa visione però pare di soffrire di marxismo di ritorno, che fa dell'economia il solo e vero elemento strutturale della società. Al pari di quella scettica che esaspera il rischio di uno scontro tra civiltà che sarebbe generato dalla globalizzazione. Nonostante due visioni differenti sulla globalizzazione, gli scettici e i globalisti hanno alcuni punti di convergenza. Entrambi ammettono che:
- Negli ultimi decenni si è assistito a una crescita delle interconnessioni all'interno e fra le regioni del mondo, sebbene ciò abbia portato a risultati sfaccettati e asimmetrici
- La competizione interregionale e globale mette in discussione le vecchie gerarchie e produce nuove disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza, del potere, dei privilegi e delle conoscenze
- I problemi transnazionali come la diffusione degli organismi geneticamente modificati, riciclaggio del denaro sporco, terrorismo globale, mettono in discussione il ruolo tradizionale del governo nazionale
- C'è stata un'espansione della governance internazionale ai livelli regionali e globali
- Questi sviluppi richiedono delle risposte creative da parte della classe politica
Rapporto dell'ONU sullo sviluppo umano
Con "sviluppo umano" s'intende la crescita economica e sociale di un paese. È stato utilizzato, accanto al PIL (prodotto interno lordo), dall'ONU a partire dal 1993 per valutare la qualità della vita nei paesi membri. In precedenza si usava solo il PIL per calcolare la crescita, ma così si misurava solo la distribuzione media del reddito, cioè un cittadino molto ricco ridistribuisce la sua ricchezza su molti poveri falsando in tal modo il livello di vita di questi ultimi. L'idea che una maggiore disponibilità di risorse coincida con una migliore qualità di vita oggi non vale più. O vale forse soltanto per le situazioni di estrema povertà, dove si può dire in effetti che l'aumento del reddito pro capite è un segno di miglioramento delle condizioni di vita. Per il resto sembra ovunque sempre più evidente come il reddito non rappresenti il totale delle nostre vite.
Così, lo sviluppo umano (secondo la definizione dell'United Nation Development Program) è un processo di ampliamento delle possibilità umane che consente agli individui di godere di una vita lunga e sana, nonché di godere di opportunità politiche, economiche e sociali che li facciano sentire a pieno titolo membri delle loro comunità di appartenenza.
Gli obiettivi generali dello sviluppo umano sono:
- Promuovere la crescita economica sostenibile
- Migliorare la salute della popolazione
- Migliorare l’istruzione
- Promuovere i diritti umani
- Migliorare la vivibilità dell’ambiente
Al posto degli indicatori che si riferiscono alla sola crescita economica (come il prodotto nazionale lordo), che nulla dicono degli squilibri e delle contraddizioni che stanno dietro alla crescita, l’UNDP utilizza dal 1990 l’Indicatore di Sviluppo Umano (ISU). Questo tiene conto dei seguenti fattori:
- Reddito (rappresentato dal prodotto interno lordo PIL)
- Livello di sanità (rappresentato dalla speranza di vita alla nascita)
- Livello d'istruzione (rappresentato dall'indice di alfabetizzazione degli adulti e dal numero effettivo degli anni di studio)
Per ogni paese, ognuno di questi tre fattori è espresso da un numero compreso tra 0 e 1, dove 0 corrisponde al valore fissato più basso e 1 al valore fissato più alto. L’ISU permette di evidenziare come il legame tra sviluppo economico e sviluppo umano non è automatico, né ovvio, sebbene oltre certi livelli di reddito, sia difficile avere un ISU basso. Solo alcuni dei paesi di nuova industrializzazione sono riusciti a collegare crescita economica, occupazione e crescita nello sviluppo umano. Un elevato sviluppo umano può essere raggiunto anche da chi non ha reddito altrettanto elevato, se il paese riesce a utilizzare oculatamente le proprie risorse per il soddisfacimento dei bisogni primari. Viceversa, paesi con elevato reddito possono avere uno sviluppo umano non elevato.
L’approccio dello sviluppo umano pone le persone al centro dello sviluppo e sorge sulla convinzione che la dimensione umana dello sviluppo sia stata trascurata nel passato a causa dell'enfasi eccessiva posta sulla crescita economica. Lo sviluppo non viene promosso dalla sola crescita economica, è fondamentale anche la sua distribuzione, cioè la partecipazione piena al processo di crescita. Con tale accezione, lo sviluppo umano è diventato in questi ultimi anni il punto di riferimento di programmi, politiche e linee guida anche della cooperazione allo sviluppo.
Washington Consensus
Espressione coniata nel 1989 dall’economista Williamson per indicare l’insieme di politiche economiche condivise in particolare dalla Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (tutte istituzioni con sede a Washington), volte a ricreare all’interno delle economie meno industrializzate le condizioni favorevoli per ottenere nel breve termine stabilità e crescita economica. Il Washington Consensus prevede l’adozione delle seguenti riforme: stabilizzazione macroeconomica, liberalizzazione (dei commerci, degli investimenti e finanziaria), privatizzazione e deregolamentazione.
Per il tipo di riforme invocate, il termine è gradualmente divenuto sinonimo di neoliberismo e laissez-faire all’interno dei dibattiti politici e accademici. Tuttavia, Williamson ha successivamente precisato come il suo uso in questa accezione sia distorto e fuorviante rispetto al significato originario.
La diffusione di un paradigma di crescita sempre più associato al concetto di Washington Consensus è stata favorita nel secondo dopoguerra dal successo economico delle cosiddette Tigri asiatiche, e cioè Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Hong Kong, e dalla successiva interpretazione che la Banca Mondiale ha dato di tale successo nel rapporto East Asian Miracle (1993). In sostanza, il rapporto sosteneva che la crescita delle Tigri asiatiche fosse guidata dalla rapida espansione delle esportazioni industriali e, in apparenza, debolmente legata all’intervento dei governi nell’economia.
Tra le critiche volte al Washington Consensus, si può evidenziare che, oltre a contraddire i modelli di crescita adottati dagli Stati Uniti e dagli altri Paesi avanzati, questo ha anche male interpretato il paradigma di sviluppo adottato dai Paesi dell’Est asiatico. Le Tigri asiatiche, infatti, anziché promuovere in maniera incondizionata la competizione e i meccanismi di mercato, hanno tentato di stimolare la crescita e il cambiamento strutturale attraverso un piano strategico di integrazione delle economie nazionali con il contesto internazionale. La linea seguita è stata quella di proteggere il proprio sviluppo industriale attraverso la gradualità nell’aumento delle importazioni, l’accumulazione di capitali propri e una serie di politiche mirate.
Caratteristiche della social-democrazia cosmopolita
L'idea della socialdemocrazia cosmopolita è un'alternativa al progetto del Washington Consensus considerato fallimentare, che ha come scopo principale quello di promuovere la sicurezza e lo sviluppo umano grazie alla realizzazione della democrazia e della giustizia sociale mondiale. I principi etici guida/valori fondamentali della socialdemocrazia cosmopolita sono:
- Legalità
- Giustizia sociale globale
- Democrazia
- Diritti umani
- Sicurezza degli individui
- Legittimità
Questi principi vanno applicati alla nuova costellazione globale di economia e politica. Le condizioni che permettono la promozione di tali obiettivi sono: stati attivisti, forti istituzioni multilaterali, regionalismo aperto.
Il progetto di una socialdemocrazia cosmopolita può essere concepito come una base di aggregazione per promuovere un'amministrazione imparziale del diritto a livello internazionale; maggiore trasparenza, responsabilità e democrazia della governance globale; un impegno più profondo verso la giustizia sociale nella ricerca della distribuzione più equa delle risorse del mondo e della sicurezza degli individui; la regolamentazione dell'economia globale attraverso la gestione pubblica dei flussi finanziari e commerciali.
Questo progetto contiene chiare possibilità di dialogo e compromesso tra diversi segmenti dello spettro politico globalista/anti-globalista ed alimenta ottimismo circa la possibilità che la giustizia sociale globale non sia soltanto un obiettivo utopico.
Caratteristiche del globalismo critico
La tesi del "Impero" di Toni Negri: la globalizzazione come la costruzione progressiva di un impero. Nel suo libro "Impero", Negri è fortemente critico della globalizzazione liberista e del moderno imperialismo, che egli rilegge però come una nuova occasione di rivoluzione. Infatti, scritto come manifesto per i no global, il libro rispolvera Lenin, Foucault, persino San Francesco.
Il mondo sorto dopo il crollo del blocco sovietico è il mondo del libero mercato che ha travolto le frontiere dei vecchi Stati-nazione. La sovranità è passata a una nuova entità, l'Impero, a cui partecipano i vertici degli Stati Uniti e il G8, agenzie militari come la Nato, gli organismi di controllo dei flussi finanziari come la Banca mondiale o il Fondo monetario, e infine le multinazionali che organizzano la produzione e la distribuzione dei beni.
L'Impero vuole porsi come fonte della pace e della giustizia. Ma porta dentro di sé gli stessi elementi che potrebbero condurlo alla rovina: la moltitudine degli individui che nelle opportunità offerte dalla globalizzazione possono trovare gli spazi per una rivoluzione dell'ordine mondiale.
In questo ambito va letta la tesi tanto discussa della fine del ruolo dello stato-nazione, finisce il ruolo dello stato come luogo privilegiato del confronto politico tra interessi opposti. La politica perde ogni autonomia, diventa un'appendice organizzativa dipendente dalla sfera dell'organizzazione economica.
Il mercato globale scavalca gli stati-nazione, va nella direzione delle grandi imprese multinazionali, che, ormai, si occupano di tutte le fasi della produzione economica, dall'estrazione e commercio delle materie prime, alla produzione fino alla distribuzione dei beni, dei servizi e perfino degli uomini.
Il ruolo di mediazione degli stati oggi viene svolto dagli organismi internazionali, privati di effettivo potere decisionale, come l'Assemblea generale dell'ONU. A questo livello si trovano anche gli organismi internazionali della finanza e del commercio. Al gradino più basso, l'organizzazione imperiale si basa sulle organizzazioni non governative cresciute nella difesa e diffusione dei diritti dell'uomo (tipo Amnesty International). Questa tripartizione della piramide imperiale ripropone un'analogia con...
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