RadiOrisposte domande d'esame
David Sharnoff e il radio music box
David Sharnoff fu uno dei primi intellettuali a ipotizzare le sorti future del mezzo radio. Una radio che avrebbe cambiato presto la sua natura originaria (veniva utilizzata per scopi prettamente propagandistici e militari) per trasformarsi in un mezzo ad uso commerciale: un mezzo, quindi, destinato a un grande pubblico.
La radio, al pari del pianoforte e del grammofono, si sarebbe trasformata presto in uno strumento domestico. Uno strumento munito di ricevitore dalla forma di una scatola radiofonica musicale, il “radio music box”, che sarebbe stato in grado di ricevere diverse lunghezze d’onda che avrebbero permesso, attraverso l’uso di un bottone, di essere facilmente cambiate. A parere di Sharnoff, tale strumento sarebbe stato fornito di un amplificatore e un altoparlante incorporati al suo interno e avrebbe preso posto nei salotti domestici per ascolto di musica, conferenze e concerti.
Sharnoff individua così le sorti future di uno dei mezzi di comunicazione di massa che dominerà il Novecento.
Differenza tra modello americano e modello inglese
Modello americano: sistema privato costituito da molti soggetti concessionari caratterizzato da un tipo di finanziamento indiretto: la pubblicità.
Modello inglese: la radio inglese (BBC) riconosce all’etere la natura di bene pubblico e sancisce la necessità di un regime statale per fare in modo che l’impiego delle radiofrequenze sia orientato alla pubblica utilità. Il finanziamento è di tipo diretto: il canone (il pagamento allo stato di una quota da parte dei possessori del mezzo radiofonico).
Nascita della radio in Italia
L’Italia vide la diffusione del mezzo negli stessi anni della nascita del fascismo. Nell’era Giolittiana (il periodo liberale italiano), lo Stato aveva autorizzato concessioni per l’esercizio della radiografia a società create grazie all’intervento di capitali europei (Francia e Germania), interessate a estendersi sul territorio italiano.
Mussolini, una volta entrato al Governo, iniziò le trattative (con l’appoggio dei vari gruppi industriali) per fare in modo che lo Stato prendesse una posizione sul tema dei servizi di radiofonia. Nel 1923, Mussolini emanò un “regio decreto” che riservava allo Stato l’esclusiva sull’impianto e la gestione delle reti di trasmissione radiofonica, con la possibilità di esercizio da parte di terzi.
Soltanto nel 1924, il business della radiofonia incominciò a svilupparsi in modo definitivo, portando all’istituzione dell’URI (Unione Radiofonici Italiani) con a capo Enrico Marchesi (dirigente Fiat).
- 1924: Creazione dell'URI
- 1927: L'URI diventa EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche)
- 1944: EIAR cambia nome in RAI (Radio Audizioni Italiane)
L’URI diventa la prima concessionaria italiana per l’esercizio delle radioaudizioni in regime di monopolio (unico venditore del servizio, non esiste concorrenza tra privati, non esistono radio private, unica realtà radiofonica è quella erogata dallo Stato). Essa viene finanziata attraverso il pagamento del canone da parte dei possessori degli apparecchi e dalla pubblicità (un tipo di finanziamento di tipo misto).
L’offerta delle trasmissioni appare molto limitata: musica, programmi culturali, bollettini con le notizie, programmi per casalinghe, agricoltori e bambini. Lo Stato Italiano non riserva alla radiofonia il peso che merita, tanto che, verso la metà degli anni ’20, il settore viene accantonato, sia da un punto di vista tecnico, scarsi appaiono infatti gli investimenti nella costruzione della rete e le sovvenzioni per i produttori di apparecchi (che rimangono costosissimi per i compratori), sia da un punto di vista editoriale.
Soltanto nel 1927, lo Stato inizia a interessarsi al settore della radiofonia con l’istituzione dell’EIAR, accogliendo nel suo consiglio direttivo 4 membri di nomina governativa e rappresentati degli interessi industriali e editoriali. Lo Stato Italiano incomincia a rendersi conto delle potenzialità di questo mezzo capace di influenzare l’opinione pubblica. Un mezzo di comunicazione di massa “cruciale” per la vita politica e industriale del paese.
Differenza nella diffusione del mezzo durante gli anni trenta, in Italia e nel resto d’Europa
La diffusione della radio in Italia inizia negli anni ’20 e si consolida negli anni '30 ad opera di trattative da parte del Governo. Trattative che avevano come obiettivo l’attuazione di un piano di legislazione del settore, capaci quasi di prevedere il ruolo strategico che la radio avrebbe rivestito durante la guerra. Con la politica fascista, la radio si afferma come strumento di propaganda. Tutte le sue potenzialità vengono ridotte al solo scopo di ottenere consenso popolare e alimentare il mito personale di Mussolini.
Con la scoperta da parte del regime fascista del potenziale di propaganda del mezzo, la radio (considerata da bene di lusso di aristocratici e borghesi) acquista un ruolo nella società concessionaria. Le industrie furono le prime ad attuare questa svolta, incominciando a investire nella produzione in serie. L’offerta radiofonica fu ampliata di contenuti e radiocronache, l’opera lirica e i concerti trasmessi dai teatri.
Nello stesso periodo nacquero rubriche, riviste scientifiche e culturali, varietà e programmi di favole per bambini. Ma la vera diffusione del mezzo è attribuita al miglioramento e alla moltiplicazione degli impianti di trasmissione, in grado di portare a concepimento il potenziamento della rete e di ricezione capillare del segnale.
Uso di regime della radio: descriverne le caratteristiche
La radio fu utilizzata dal regime fascista solo tardivamente come mezzo di propaganda poiché sottovalutata. La propaganda fascista veniva diffusa attraverso l’uso della stampa e dei cinegiornali. Nonostante i tentativi di allargare l’utilizzo di questo mezzo con la produzione in serie di radio da parte delle industrie, la radio (in casa) rappresentava ancora uno status symbol appartenente ai ceti borghesi e urbanizzati.
L’uso di essa da parte dei ceti meno abbienti era localizzata solo in contesti pubblici: fabbriche, scuole, caffè, negozi, trattorie e ritrovi popolari come “l’Opera Nazionale del Lavoro” che, dal 1925, era incaricata di organizzare il tempo libero dei lavoratori con proposte culturali, sportive e turistiche proponendo servizi di intrattenimento.
La radio ‘fascista’ indirizzava a questo pubblico una programmazione fatta da musica, intrattenimento leggero e informazione. La musica sembrava costituire la via più facile per arrivare al pubblico ma nel corso degli anni si incominciarono ad elaborare programmi che condensavano parlato e musica: mescolavano la canzonetta, la letteratura popolare e la cronaca degli eventi, ricercando umorismo, parodia e leggerezza.
Esempi di tali programmi furono per citarne alcuni: “Ginnastica da camera”, “Il bollettino orto-frutticolo”, “La lezione di lingua italiana per gli stranieri”. Un ingrediente rappresentativo del palinsesto radiofonico era costituito dai Varietà. Il più importante fu “I Quattro Moschettieri” (condotto dal 1934-37). Contemporaneamente si sviluppò un genere radiofonico che affondava le sue radici nel teatro: il Radiodramma (“L’anello di Teodosio” del 1929).
Nel 1936 iniziò il ciclo dei “Grandi concerti Martini e Rossi”. In questo periodo si assistette anche alla nascita della prima forma di giornalismo non scritta: le Radiocronache di eventi sportivi, politici e sociali. Nel 1929, i bollettini di informazione furono sostituiti da veri e propri Giornali Radio (GR), quattro edizioni quotidiane. Accanto a quest’ultimi si consolidano le Rubriche informative, come le “Cronache di regime”, un commento ai fatti politici interni e internazionali in grado di alternare il racconto pacato delle principali manovre governative del Duce alle opinioni sulle sue iniziative, sulle campagne coloniali, sui rapporti con gli stati europei.
Che cos'è Radio Ballila?
Radio Ballila è il primo acceleratore della diffusione del mezzo anche nelle fasce meno abbienti della popolazione. La “radio Balilla” era un popolare tipo di radio italiana. Veniva realizzato con materiali non troppo pregiati e la produzione avveniva completamente in Italia, sia per quanto riguarda le componenti che l'assemblaggio, questo per agevolare la diffusione a un prezzo contenuto di 430 lire.
Che cos’è radio rurale?
Si tratta di un ricevitore a prezzo imposto e con caratteristiche standardizzate promosso ai tempi del fascismo dall'Ente Radio Rurale, destinato alle zone di riunione collettiva, agli ambienti rurali ed alle scuole. Un progetto volto all’alfabetizzazione e alla socializzazione di esperienze e valori ispirati alla cultura fascista.
Il neorealismo radiofonico
Dopo la caduta del fascismo, il governo presieduto dalla ‘Democrazia cristiana’ (vincitrice delle elezioni del ’48) inizia un processo di riorganizzazione del servizio radiofonico (ricorda: Nel 44 l’EIAR cambia denominazione in RAI). Gli anni ’50 vedono l'affermazione di quello che prende il nome di “Neorealismo radiofonico”, il periodo d’oro del documentario radiofonico italiano.
Sul territorio italiano si muovono squadre di radiogiornalisti che cercano di raccontare le storie di ‘facce nascoste’ della società durante la ricostruzione post-bellica: le “Radiosquadre”. Gruppi di giornalisti, redattori, personale tecnico e adatti allo spettacolo iniziano a viaggiare per il paese sui 1100 furgoni dell’EIAR, raggiungendo anche i villaggi più remoti, con il fine di rinsaldare il rapporto tra l’emittente nazionale e la gente. Esempio di reportage dal taglio documentaristico fu “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, realizzato nel 1954, che raccontò il paese in 93 puntate registrate in mobilità.
La stagione del documentario
Il periodo di “Neorealismo radiofonico” vede la diffusione prorompente del genere documentario. In Italia, la diffusione di questo genere è legata al nome di Aldo Salvo che nel 1951 realizza “La luna nel pozzo”, documentario sugli ospedali psichiatrici costruito con realismo crudo. (“Io non trovai altro modo che quello di andare in manicomio e viverci dentro”)
Un altro documentario di Aldo Salvo fu: “I barboni”, documentario sui barboni milanesi. Molti furono i radiogiornalisti che si cimenteranno in questo genere, come: Guido Piovene con “Viaggio in Italia” e Nando Martellini con “Bolidi rossi”. Tali pionieri del genere cercavano di cogliere il suono dei luoghi, degli ambienti e dei personaggi, nella pluralità dei dialetti e delle lingue locali, trasformando l’azione in qualcosa di reale e magico al tempo stesso.
Il documentario era un genere capace di mostrare alcuni aspetti della realtà sociale che altrimenti sarebbero rimasti assenti nella programmazione radiofonica. Avevano il merito di contribuire a far conoscere il paese così com’era, ma anche di allargare gli orizzonti di una realtà non solo nazionale. I documentari riuscivano a portare nelle case degli italiani le voci, i rumori, i suoni del mondo esterno, portando un’aria di vita, di cose viste, di fatti a volte tristi e crudeli, ma anche vicende di gioia e di speranza.
Il sorpasso della TV sulla radio in Italia quando avviene?
La televisione sorpassò la radio nel 1954, con la nascita del primo programma RAI (RAI Uno).
L’arrivo delle radio libere e la fine del monopolio: tappe, sentenze, contesto sociale, legge Mammì
A partire dal 1975, sfruttando la banda FM, ancora completamente inutilizzata, si fecero strada anche in Italia le emittenti private che presero il nome di ‘radio libere’, sia per contrapporle alla RAI, più rigida nello stile, legata al potere politico nei contenuti, sia perché la loro nascita portò alla liberalizzazione dell’etere.
Il primo progetto di radio libera in Italia fu “Radio Sicilia Libera”, su iniziativa di Danilo Dolci che, nel 1970, ruppe il monopolio RAI per circa 26 ore di diretta ininterrotta, con lo scopo di fare luce sulla realtà drammatica delle zone della Sicilia, colpite dal terremoto nel 1968. Furono messe in onda le vite di gente comune, denunciando l’inerzia della ricostruzione dopo il sisma da parte dello Stato. Essa fu stroncata prematuramente da un’interruzione dei carabinieri.
Nonostante lo Stato cercasse di reprimere con forza la nascita delle radio libere, nel 1975 si accesero nell’etere più di 150 emittenti. La banda FM era già stata utilizzata dalla RAI per la ripetizione dell’audio della televisione ma risultava adatta soprattutto per la riproduzione di musica perché permetteva la trasmissione e la ricezione in stereofonia.
Dato il raggio di irradiazione limitato, per utilizzarla erano sufficienti trasmettitori meno potenti di quelli tradizionalmente utilizzati dalla RAI, meno costosi e alla portata di tutti. Le radio libere si distinsero per alcuni tratti comuni molto evidenti, come:
- Lo spontaneismo, unito al rifiuto del professionismo
- Introduzione delle telefonate che permettevano all’ascoltatore di avere un ruolo attivo nel processo comunicativo radiofonico. Un ascoltatore che partecipa attivamente.
- Linguaggio semplice e di facile comprensione dal tono meno rigido che chiamarono “l’effetto accento” (“era la prima volta che sentivo parlare alla radio con l’accento del droghiere dell’angolo”)
- La musica rappresentava il nucleo essenziale della programmazione
Le radio private nacquero per rispondere a una domanda sociale di musica. La radio, infatti, nel corso degli anni era uscita dal contesto domestico e aveva moltiplicato gli spazi dedicati al suo uso (pensiamo alle manifestazioni studentesche, assemblee giovanili e collettivi studenteschi dove la radio costituiva un mezzo indispensabile per la diffusione di musica) e parallelamente si erano moltiplicati gli apparecchi.
La radio era diventata a tutti gli effetti un medium personale, in grado di aderire alle esigenze dei più giovani nelle loro avventure per il mondo (ricorda gli anni ’60 e ’70 videro la diffusione in Italia del rock). La radio e la musica rock erano cresciute insieme, l’una come veicolo di socializzazione musicale, l’altra il contenuto sonoro più carico di significati fino ad allora mai esistito.
Con la nascita delle emittenti private, ispirate al modello delle radio americane e europee, furono moltiplicati i generi musicali trasmessi, con l’introduzione di jingle tra un brano e l’altro e furono utilizzati forme di conduzione mai viste prima d’ora, con voci impostate e utilizzo di frasi idiomatiche. Ma la vera novità delle radio libere era costituita dalla nascita dei DJ, i veri innovatori dell’etere, che sceglievano la musica, determinando stili e gusti musicali, costituendo il ‘trait d’union’ tra radio e discoteche. La radio privata divenne il passaggio obbligato per il lancio, il successo e la diffusione di un nuovo disco.
La RAI, in questo far west dell’etere, rispose nel 1975 con una riforma che ribadiva il principio di riserva statale dell’esercizio delle trasmissioni radiofoniche e televisive tramite concessionaria di servizio pubblico. Il controllo e l’attività concessionaria RAI passarono dalle mani del governo a quelle del parlamento. La Corte Costituzionale dichiarò la legge incostituzionale, legittimando di fatto l’attività di occupazione incontrollata e selvaggia delle frequenze da parte delle radio private.
Nonostante fosse stato riconosciuto alle radio private il diritto di esercitare la radiofonia, al pari dell’ente RAI, il sistema radiofonico privato non era stato ancora regolamentato. Non c’erano quindi leggi capaci di tutelarlo. L’assenza di regole e la bassa soglia di accesso al settore radiofonico, sia in termini tecnologici che economici, comportava un elevato tasso di natalità delle emittenti seguito a un processo di mortalità inevitabile.
In altre parole, le emittenti aprivano i battenti per richiuderli dopo poco tempo. Il sistema radiofonico privato viveva in bilico tra competitività esasperata dell’affollamento delle frequenza e incertezze a livello normativo e organizzativo.
A riorganizzare il sistema radiofonico privato italiano fu la Legge Mammì del 1990 che, prima di tutto, distinse due tipologie di radio: le radio commerciali e le radio comunitarie. La legge stabilì l’istituto della concessione alla radiodiffusione con o senza scopo di lucro, e per le radio private commerciali creò due varianti territoriali, quella nazionale e quella locale, indicando anche l’impossibilità per un soggetto di possedere più di tre concessionarie in ambito nazionale.
La legge Mammì impose tetti pubblicitari diversi per radio commerciali nazionali e locali, tenendo le emittenti comunitarie in regime di autofinanziamento e stabilì che per ottenere una concessione privata nazionale fosse necessario adempiere a obblighi informativi. La legge Mammì arrivò quando il sistema era già parzialmente autoregolato.
A metà strada tra locale e nazionale, si colloca la “Syndication”, circuiti di radio locali animati da un soggetto capofila.
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