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stessa, o indicando un termine, o un evento al cui verificarsi perderanno

efficacia. Derogano al principio secondo cui l’efficacia dovrebbe cessare solo in

seguito ad abrogazione o dichiarazione di illegittimità.

Procedimento legislativo :

 Iniziativa legislativa : la prima fase è la formulazione della legge. Secondo

l’art.71 Cost. il potere

di iniziativa spetta a :

Governo: i testi presentati sono indicati “disegni di legge” , invece dell’abituale

“proposte di legge”, e hanno più possibilità di essere approvati

Ciascun membro delle due Camere (deputati e senatori)

Popolo, mediante la proposta di almeno 50000 elettori, che deve essere redatta

in articoli e accompagnata da una relazione descrittiva

Organi ed enti cui il potere d’iniziativa sia conferito dalla Costituzione

Comitato nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL), secondo l'art. 99 Cost.

Regioni, secondo l’art. 121 Cost.

Comuni, nel caso di mutamento di circoscrizioni provinciali o di istituzione di

nuove province nell’ambito di una stessa regione, secondo l’art. 131 Cost.

Fase istruttoria (o di esame) : esistono tre procedure d’esame, secondo la

Costituzione:

procedura “normale” (art. 72 Cost.) : consta di due fasi : a) esame da parte di

una delle Commissioni permanenti in sede referente (fase preparatoria), b)

esame e deliberazione da parte della Camera.

Secondo questo schema una delle Commissioni, ricevuto il progetto da una

delle Camere, lo

discute, formula nel caso un testo modificato e riferisce alla Camera.

Successivamente, la

Camera procede alla discussione del progetto e a votazione a scrutinio

palese che avviene prima

articolo per articolo e poi sul testo complessivo. In caso di approvazione, la

proposta di legge

viene trasmessa all’altra Camera mediante messaggio del Presidente e

dopo, eventualmente,

dalla seconda Camera al Governo, sempre con messaggio, per la

promulgazione da parte del

Capo dello Stato.

Procedura semplificata : le Commissioni “in sede deliberante” : la

Commissione è investita dell’esame del progetto in sede legislativa,

procede a votazione prima articolo per articolo e poi con votazione sul testo

finale, e si limita a riferire alla Camera. Fino all’approvazione definitiva da

parte della Commissione, la Camera ha il potere di “riappropriarsi” del

procedimento.

Per alcune materie, come stabiliscono la Costituzione nell’art. 72,è escluso

il procedimento in

Esame, ma è ammesso soli il procedimento ordinario: si tratta dei disegni di

legge in materia

costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di

autorizzazione a ratificare

trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.

Procedura semplificata : le Commissioni “in sede dirigente”: il potere della

Commissione è più marcato rispetto al procedimento ordinario, ma meno

marcato rispetto alla prima procedura semplificata. Alla Commissione

competente è assegnato il potere di formulare gli articoli in un disegno di legge

e di approvare gli articoli, riservando alla Camera l’approvazione finale del

progetto, o al Senato la votazione finale con sole dichiarazioni di voto. Anche

questo procedimento non è ammesso per tutti i disegni di legge.

Fase di deliberazione : ogni progetto di legge, per divenire legge perfetta,

deve essere approvato

nell’identico testo da entrambe le Camere (“bicameralismo perfetto”). In

alcuni casi, una Camera

non approva il testo che aveva trovato il consenso dell’altra : il testo

emendato deve tornare così

alla prima Camera perché questa valuti le modificazioni apportate e le

accolga, oppure le

respinga, oppure introduca ulteriori cambiamenti e in questo caso il progetto

torna alla precedente

Camera. Questi passaggi , chiamati “navette” , si concludono con l’accordo

delle due Camere

sullo stesso testo o con l’abbandono del progetto. Il principio della continuità

legislativa afferma

che la decadenza dei progetti pendenti alla fine della legislatura non è

assoluta.

Fase di promulgazione : la promulgazione è l’atto, dovuto, con il quale il

Capo dello Stato

attesta solennemente,che un certo testo è stato approvato quale legge e ne

ordina la pubblicazione

e l’osservanza, in qualità di supremo garante della costituzionalità

dell’ordinamento.

Rinvio presidenziale : solitamente la promulgazione deve avvenire entro un

mese

dall’approvazione della legge ma il presidente della Repubblica, qualora non

ritenga di procedere

alla promulgazione, può rinviare la legge alle Camere, con messaggio

motivato, per chiedere una

nuova deliberazione. I motivi addotti dal rinvio possono essere di

costituzionalità ma anche di

merito, se vengono segnalati interessi generali ; le Camere non sono tenute

a riconsiderare il

progetto ma, qualora la legge sia riapprovata, con o senza modificazioni del

Presidente, essa deve

essere promulgata.

Fase di pubblicazione e di vacatio legis : solo con la pubblicazione la legge

°

diventa efficace per

l’ordinamento generale dello Stato : essa si effettua subito dopo la

promulgazione ,

nell’inserzione nella “Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della

Repubblica italiana” e nella

pubblicazione dell’annuncio di tale inserzione e del testo della legge nella

“Gazzetta ufficiale

della Repubblica”. Le Camere possono chiedere l’entrata in vigore con

urgenza della legge, ma

normalmente, la legge entra in vigore il quindicesimo giorno successivo alla

pubblicazione sulla

Gazzetta Ufficiale : il periodo di tempo intercorrente tra pubblicazione e

vigenza viene definito

“vacatio legis”e mira a permettere l’effettiva situazione di conoscibilità

dell’esistenza della legge.

Ogni legge è destinata ad esser vigente nell’ordinamento fino alla scadenza di

un termine, o fino

alla durata di una particolare situazione, o al verificarsi di un determinato

evento (leggi ad tempus), oppure può perdere efficacia in caso si dichiarazione

di illegittimità da parte della C. Costituzionale, ma più frequentemente perde

vigenza a seguito di abrogazione esplicita o implicita.

IL REFERENDUM : Il referendum abrogativo è un meccanismo introdotto dalla

Costituzione

per l’abrogazione di leggi, attraverso un’apposita consultazione popolare.

Il referendum abrogativo è espressione del principio della sovranità popolare e

strumento per verificare la conformità dell’azione della maggioranza all’effettiva

volontà popolare.

Modalità di effettuazione del referendum abrogativo : l’art. 75 Cost. ammette il

referendum abrogativo per tutte le leggi e gli atti aventi forza di legge, eccezion

fatta per quelle tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione

a ratificare i trattati internazionali.

Perché il referendum dia risultato positivo,cioè produca l’effetto abrogativo, è

necessario:

Deve avere partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto

La proposta abrogativa deve avere ottenuto la maggioranza dei voti

validamente espressi

La richiesta per indire il referendum non può essere presentata entro sei mesi

dopo le elezioni e nell’anno che precede la scadenza delle Camere: essa deve

provenire da cinquecentomila elettori o da cinque consigli regionali. Le

domande per il referendum vanno depositate tra il 1° gennaio e il 30 settembre

di ciascun anno presso l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di

Cassazione, che controlla il numero di firme e la loro autenticità, che può

procedere all’unificazione di più richieste referendarie e anche disporre

l’interruzione del processo referendario, ma solo qualora la legge da sottoporre

a referendum sia stata già effettivamente modificata. Sull’ammissibilità del

referendum decide poi la Corte Costituzionale entro il 20 gennaio con sentenza

da pubblicarsi entro il 10 febbraio: sono sicuramente inammissibili referendum

che intendono abrogare norme costituzionali, ma anche quelli riferiti a leggi

ordinarie con “contenuto vincolato” alla Costituzione, per i quali abrogando la

legge verrebbero meno gli effetti di norme costituzionali. Solitamente sono stati

dichiarati inammissibili anche referendum che investono norme non

omogenee, per i quali non è possibile rispondere con un “sì” o un “no” secco, e

referendum che paralizzerebbero organi costituzionali.

Se il giudizio della Corte sia nel senso dell’ammissibilità, il Presidente della

Repubblica indice con proprio decreto il referendum, fissandone la data in una

data compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno.

Qualora i risultati del referendum sono favorevoli all’abrogazione, il Presidente

dichiara, con proprio decreto, l’avvenuta abrogazione del testo legislativo

sottoposto a referendum , avviando la pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale” e

all’abrogazione che decorre dal giorno successivo alla pubblicazione (in alcuni

casi può esserci vacatio per 60 giorni, tempo concesso al Parlamento per

colmare la “lacuna” lasciata dalla legge abrogata).

Qualora, invece, il referendum dia risultato contrario all’abrogazione, il

Ministero di Grazia e Giustizia ne dà notizia e non può proporsi nuova

domanda per sottoporre a referendum lo stesso testo prima di cinque anni.

Attuazione pratica : dall’entrata in vigore della l. 352/1970, relativa ai

referendum, la pratica dell’istituto referendario ha denunciato sempre più i suoi

limiti e i suoi rischi, quando si ricorra al referendum non tanto per conseguire i

risultati abrogativi che gli sono propri, quanto per fini politici generali,

rischiando di coinvolgere questioni ben più ampie. Questo ha portato a una

disaffezione dei cittadini verso forme di partecipazione che finiscono così per

risultare strumentali e di difficile interpretazione.

Possibili riforme del referendum : nel corso degli anni la Corte Costituzionale

ha sempre più richiesto la necessità che la formulazione dei quesiti da

sottoporre a referendum sia semplice e chiara. Il ricorso ai referendum non

deve comunque rivelarsi eccessivo, e in futuro si può ipotizzare l’aumento del

numero minimo di firme necessario per la richiesta, e una più precisa

definizione delle condizioni di ammissibilità dei referendum. Bisognerebbe

inoltre tutelare maggiormente i sostenitori del “no”, evitando che le posizioni di

chi è contrario all’abrogazione non siano conosciute apertamente dagli elettori,

e introdurre una diminuzione del numero minimo di votanti oggi richiesto per la

validità della consultazione referendaria. Si è anche teorizzata una revisione

più ampia, con l’introduzione di referendum consultivi e deliberativi, con i quali

gli elettori non sarebbero chiamati a dire cosa non vogliono, ma cosa vogliono,

dando dunque al referendum un valore positivo, che potrebbe così coinvolgere

maggiormente i cittadini.

Posizione gerarchica del referendum : l’opinione prevalente è che la

disposizione contenuta nel risultato del referendum sia un “frammento di

norma”, destinato a saldarsi con quella abrogata. Ma le Camere possono

adottare con legge ordinaria un testo identico o comunque analogo a quello

abrogato, frustrando, così, la decisione popolare? Si ritiene principalmente che

l’atto risultante dal referendum non può essere contraddetto da una legge delle

Camere, perché il referendum mal si presta ad essere inquadrato nella

gerarchia delle fonti. La caratteristica del referendum è di essere fonte del tutto

atipica e unica: la volontà popolare deve prevalere per un principio

organizzativo essenziale del sistema, giuridicamente rilevante e quindi

vincolante, e pregiudica le eventuali deliberazioni che le Camere volessero

adottare sulla stessa materia.

“Referendum di indirizzo” : nel 1989 si è deciso di sottoporre a voto consultivo

popolare l’idea di trasformare le Comunità europee in vera Unione, con

Governo, Parlamento e Costituzione propri e a tal fine si è indetto un apposito

referendum. Il referendum può definirsi consultivo perché si richiede un

consiglio, o meglio un “indirizzo”, con un contenuto doveroso assai più

vincolante un semplice parere, destinato certamente ad assumere un notevole

valore politico (rafforzato dall’88,1% a favore del “sì”), ma privo della forza

tipica delle direttive.

CAPITOLO 4 : IL GOVERNO :

SEZIONE : LE FUNZIONI DEL GOVERNO

Le funzioni normative del governo : La delegazione legislativa:

Di regola, la funzione legislativa spetta alle Camere, e il Governo può

intervenire soltanto nella fase instaurativa del procedimento legislativo,

mediante presentazione dei disegni di legge.

Tuttavia, un fenomeno che deroga a questa regola si manifesta con l’esercizio

da parte del Governo di attività normativa di grado primario, cioè con

l’emanazione di atti che hanno forza di legge : si tratta dei decreti legislativi e

dei decreti legge.

Secondo l’art.72 Cost., la delegazione legislativa consiste nel trasferimento

dalle Camere al Governo non della titolarità legislativa, che resta alle Camere,

ma dell’esercizio di tale potere, e si effettua mediante legge formale che

richiede la procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte

delle Camere (art.76 Cost.). La legge di delegazione, norma di produzione e

nello stesso tempo norma sulla produzione, fonte di legittimazione

dell’esercizio di potestà legislativa da parte del Governo, deve contenere un

complesso di limiti per l’attività dell’organo delegato :

limiti di tempo, secondo i quali ogni delega ha un termine ben stabilito, che si

intende rispettato se entro quel dato termine viene emanato il decreto

legislativo

limiti di materia , secondo i quali la delegazione può essere concessa solo per

“oggetti definiti”, senza la possibilità che il potere legislativo conceda

all’esecutivo deleghe generiche per la disciplina di “materie”

limiti di contenuto, secondo i quali la legge di delegazione deve indicare i

principi e i criteri direttivi cui deve attenersi il legislatore delegato

Si ritiene anche che oltre agli indicati “limiti minimi”, la legge di delegazione

possa subordinare la delega a ulteriori limitazioni, ad esempio di carattere

procedurale.

I DECRETI LEGISLATIVI: divenuta vigente la legge di delegazione, il Governo

provvede ad

esercitare la potestà legislativa delegatagli mediante l’adozione di decreti

legislativi emanati dal Presidente della Repubblica, che dovranno conformarsi

strettamente ai limiti imposti, per non cadere nell’ipotesi di illegittimità

costituzionale per eccesso di delega.

Seppure il decreto legislativo, in quanto più recente, potrebbe in teoria

prevalere con modifiche sulla legge di delegazione, in pratica è la legge

delegante a condizionare la legge delegata, e prevale su di essa in forza di

esplicita prescrizione costituzionale. I decreti legislativi vengono dunque

considerati fonti equiparati alle leggi ordinarie dello Stato, ma con i limiti

derivanti dall’art. 76 Cost. nei rapporti con la sola legge di delegazione. I

decreti legislativi vengono pubblicati sulla “Gazzetta Ufficiale” ed entrano in

vigore trascorsa la consueta vacatio legis.

I DECRETI LEGGE : in aggiunta al decreto legislativo, in Assemblea

Costituente si ritenne di

non potere escludere rigidamente che situazioni particolari potessero

legittimare il Governo ad adottare atti con forza di legge, anche senza la previa

delega delle Camere viene dunque a sorgere il presupposto per i decreti

legge, dal carattere extra- ordinem, emanati attraverso decreto del Presidente

della Repubblica, adottati quando ricorrono situazioni straordinarie di urgenza

e necessità, che entrano in vigore il giorno stesso della pubblicazione sulla

“Gazzetta Ufficiale”.

Dopo la sua emanazione, il decreto legge ha vita massima di sessanta giorni :

entro tale termine il decreto deve essere convertito in legge e quindi cessa di

esistere essendovi sostituzione della fonte, oppure, se non convertito, si

considera come se non fosse mai esistito, e si dice che “perde efficacia fin

dall’inizio”.. Per ottenere la conversione in legge, il decreto deve essere

presentato dal Governo alle Camere il giorno stesso dell’emanazione ; ricevuto

il decreto, le Camere sono appositamente convocate, anche se sciolte, e

debbono riunirsi entro cinque giorni. Il procedimento di conversione in legge o

di bocciatura deve concludersi entro sessanta giorni.

Sembra discutibile la possibilità che le Camere apportino modifiche al decreto

legge, sminuendone così l’importanza, così come la pratica di rinnovazione dei

decreti legge scaduto il loro termine e non convertiti dalle Camere, che tuttavia

sembra abbandonata. Le Camere possono , ma in realtà devono, regolare con

legge i rapporti sorti sulla base di decreti non convertiti.

I REGOLAMENTI : il potere regolamentare è esercitato anche da altri organi ed

enti,

specialmente autonomi, ma i regolamenti che a noi interessano maggiormente

sono adottati dal Governo, atti apparentemente soltanto di natura

amministrativa, ma che hanno anche contenuto normativo, creativo di diritto

oggettivo. La Costituzione non concede molto spazio ai regolamenti, mentre le

“Disposizioni sulla legge in generale”, dopo aver elencato i regolamenti al

secondo posto nella gerarchia delle fonti del diritto, dopo la legge,

esplicitamente riconoscono un potere al Governo e ad “altre autorità”,

stabilendo che non possono contenere norme contrarie alle disposizioni di

legge e che i regolamenti non governativi non possono dettare norme contrarie

ai regolamenti governativi. La legge e atti aventi forza di legge prevalgono

sempre sui regolamenti, talvolta è prevista a anche riserva di legge (vedi

pagina 2), o preferenza di legge, nel senso che la legge, quando disciplina la

materia, prevale su tutte le fonti regolamentari già in vigore e rende illegittime le

disposizioni regolamentari successive che eventualmente fossero con essa in

contrasto.

Nell’ordinamento italiano non è prevista riserva di regolamento.

Emanazione: secondo l’art.87 Cost. il Presidente della Repubblica emana i

regolamenti.

L’ art.17, l. 400/1988 afferma inoltre che con decreto del Presidente della

Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del

Consiglio di Stato che deve pronunziarsi entro 90 giorni dalla richiesta, sono

emanati regolamenti da sottoporsi al visto e alla registrazione della Corte dei

conti e da pubblicarsi nella Gazzetta Ufficiale. Sono questi i regolamenti

governativi, che hanno l’obbligo di essere pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale ed

entrano in vigore nel quindicesimo giorno successivo a quello della loro

pubblicazione, salvo che sia altrimenti disposto.

Quando la legge espressamente conferisce tale potere,sono anche ammessi

regolamenti ministeriali, adottati cioè dai singoli ministri, nelle materie di

competenza al ministro, che non possono comunque dettare norme contrarie a

quelle dei regolamenti emanati dal Governo. Tali regolamenti devono essere

comunicati al Presidente del Consiglio dei Ministri.

Secondo l’art. 17 della l. 400/1988, i regolamenti governativi sono di vari tipi :

regolamenti esecutivi, diretti a disciplinare l’esecuzione delle leggi e dei decreti

legislativi, attraverso i quali vengono attuate norme di dettaglio rispetto alla

legge;

regolamenti attuativi e integrativi, di leggi e decreti legislativi recanti norme di

principio, quando la fonte primaria si limita a porre le norme principio che poi la

fonte secondaria potrà integrare o attuare (esecuzione = emanazione di norme

di dettaglio con discrezionalità limitata integrazione = sviluppo del principio-

base, con maggiore libertà per l’esecutivo);

regolamenti indipendenti, emanati per disciplinare le materie in cui manchi la

disciplina da parte di leggi o atti aventi forza di legge, purché non si tratti di

materia coperta da riserva di legge;

regolamenti organizzativi, per regolare l’organizzazione e il funzionamento

delle amministrazioni pubbliche, l’organizzazione del lavoro e i rapporti di

lavoro

regolamenti di delegificazione (o autorizzati), secondo i quali la legge concede

a un regolamento di occuparsi di una certa materia da un certo momento.

Quando il regolamento viene emanato, la legge in questione viene abrogata : è

dunque la stessa legge che fa dipendere l’effetto abrogativo di norme

legislative (che non devono però essere coperte da riserva di legge) a una

condizione sospensiva, ovvero in questo caso l’entrata in vigore di una

disposizione parlamentare.

PARTE 2 : RAPPORTI DELLO STATO CON

ALTRI ORDINAMENTI GIURIDICI SOVRANI

CAPITOLO 1 : LO STATO E L’ORDINAMENTO INTERNAZIONALE :

Esiste una pluralità di ordinamenti giuridici sovrani, i diversi Stati, l’ordinamento

internazionale, la Chiesa Cattolica. Ogni Stato, pur affermando la sua

indipendenza ed esclusività, non può non avere rapporti con gli altri

ordinamenti sovrani e così anche con l’ordinamento internazionale.

E’ questa un concezione in contrasto con la teoria monista sostenuta dal

Kelsen, secondo la quale la sovranità può attribuirsi allo Stato o

all’ordinamento internazionale, ma non ad entrambi, per la contraddizione che

non lo consentirebbe, e che presupporrebbe dunque che le norme

dell’ordinamento internazionale non si rivolgono ai soggetti dei diversi

ordinamenti statali, alle quali essi rimarrebbero indifferenti.

I rapporti tra gli Stati vengono normalmente disciplinati tramite accordi che

presuppongono la soluzione di eventuali controversie in via pacifica, i più

importanti dei quali sono i trattati.

I trattati, che obbligano ogni contraente sul piano internazionale, non hanno di

per sé alcuna efficacia sul piano dell’ordinamento interno dei singoli Stati, per

la quale è necessario un ulteriore atto che conformi l’ordinamento interno

all’ordinamento internazionale.

Gli strumenti che gli Stati utilizzano quando ritengono necessario tutelare i

propri interessi mediante la forza sono la legittima difesa, la rappresaglia, la

guerra.

Secondo la Costituzione italiana : l’organo competente a rappresentare il

nostro Stato nei rapporti con gli altri Stati è il Presidente della Repubblica, al

quale vengono conferiti i poteri di accreditare e di ricevere i rappresentanti

diplomatici (art. 87), di ratificare i trattati (artt. 80 e 87), solitamente con la

preventiva autorizzazione delle Camere da concedersi con legge, nonché di

dichiarare lo stato di guerra (art. 87), anch’esso previamente deliberato dalle

Camere.

Adattamento del diritto interno al diritto internazionale : secondo l’art. 10 Cost.

l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale

generalmente riconosciute, e deve farlo automaticamente, cioè senza la

necessità di ulteriore attività da parte dello Stato.

Ma la disposizione, che può considerarsi norma sulla produzione, lascia dei

dubbi :

quali sono le norme del diritto internazionale generalmente riconosciute: la

norma in discorso presuppone un giudizio di valore rimesso all’interprete, ma

non consente che esemplificazioni non esaustive;

quale grado tali norme assumono una volta trasferite nel diritto interno : si

ritiene che le norme internazionali abbiano maggior durezza delle norme statali

di grado legislativo ordinario e debbano quindi prevalere su queste in caso di

contrasto. Non si crede che esse prevalgano anche sulle norme costituzionali

che rimangono al vertice delle fonti.

Ripudio della guerra e limitazioni di sovranità : l’art. 11 Cost. delinea la volontà

di pace e di collaborazione internazionale dell’Italia, che si concreta non solo

nel ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e

come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, ma anche nella

disponibilità a far quanto possibile, accettando se del caso limitazioni di

sovranità, per assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni.

Le limitazioni della sovranità sono acconsentite a due condizioni : devono

essere finalizzate al perseguimento degli scopi esplicitamente enunciati

dall’art.11 e devono avvenire in condizioni di parità con gli altri Stati. Questo è

avvenuto con l’adozione dell’Atto unico europeo e del Trattato di Maastricht.

Il nostro Stato, come detto, promuove e favorisce le organizzazioni

internazionali rivolte ad assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni. L’Italia fa

parte di :

l’ONU (Organizzazione delle nazioni unite): sorta nel 1945, è un’associazione a

tendenza universale e conta 185 membri. L’organo formalmente più importante

è l’Assemblea generale, composta da tutti gli Stati membri, ognuno con un voto,

mentre l’organo di maggior rilievo per i suoi poteri è il consiglio di Sicurezza,

composto da cinque membri permanenti (U.S.A., Russia, Cina, Gran Bretagna,

Francia), e da dieci membri eletti ogni biennio dall’Assemblea generale.

La NATO (Organizzazione del Trattato del Nord- Atlantico): risale all’aprile 1949

e si qualifica ufficialmente come patto difensivo regionale in conformità alla

Carta delle Nazioni Unite. Di contenuto in origine prevalentemente militare, ha

subito recentemente un ridimensionamento sotto questo profilo e un

potenziamento del ruolo politico.

Il Consiglio d’Europa : sorto nel 1949, raggruppa 18 membri, tra cui l’Italia.

Le comunità europee: ovvero la C.E.C.A.(Comunità europea dl carbone e

dell’acciaio), istituita nel 1951, la CEE (Comunità economica europea) e la

EURATOM (Comunità europea per l’energia atomica), istituite nel 1957. La

C.E.C.A. può adottare decisioni obbligatorie, raccomandazioni, che vincolano

solo sulla finalità da perseguire e pareri, che non hanno effetto vincolante; la

CEE e l’EURATOM, invece, adottano regolamenti, direttive, decisioni,

raccomandazioni e pareri. I regolamenti comunitari hanno portata generale,

sono obbligatori in ogni loro elemento, e sono direttamente applicabili in ogni

Stato membro; la direttiva vincola lo Stato ai soli scopi ma non alle modalità, la

decisione è obbligatoria solo per i suoi destinatari, mentre raccomandazioni e

pareri non creano alcun vincolo.

L’esperienza della Comunità ha concretamente costituito un passo

importante nel senso della sovranazionalità, tuttavia il progressivo

allargamento della Comunità ha contribuito per troppo tempo a far perdere

di vista l’iniziale finalità di trasformare la Comunità economica in Comunità

politica. Quella speranza federalista è comunque risorta in termini decisivi

negli ultimi anni con l’adozione dell’Atto unico europeo e con il Trattato di

Maastricht.

L’Assemblea comune delle tre comunità europee, che ha assunto la

denominazione di Parlamento Europeo, composto attualmente da 626

membri, viene oggi eletta a suffragio universale e diretto da parte dei

cittadini dei quindici Stati partecipanti : i suoi poteri rimangono

eminentemente consultivi, anche se è cresciuta la risonanza dei dibattiti

svolti e delle risoluzioni adottate. Qualche innovazione è stata introdotta dal

Trattato di Maastricht (vedi dopo).

L’Atto unico europeo : dopo lunghi dibattiti e contrasti, si è pervenuti nel 1986

alla stipulazione del cosiddetto “Atto unico europeo”, che, pur con molte riserve

sui suoi reali contenuti, può essere considerato un passo significativo verso la

realizzazione dell’Unione europea, come è confermato dal successivo Trattato

di Maastricht, che ne conferma in gran parte le disposizioni.

Il Trattato sull’unione europea (Maastricht, 7 febbraio 1992): attraverso tale

trattato firmato dai rappresentanti dei dodici Stati della CEE (cui si aggiunsero

nel 1995 l’Austria, la Svezia e la Finlandia), viene istituita una “Unione

europea” fondata sulle esistenti Comunità europee, integrate dalle politiche e

forme di cooperazione che il Trattato introduce. Scopo dell’ Unione è di

organizzare in modo coerente e solidale le relazioni tra gli Stati membri e tra i

loro popoli e di definire una comune politica estera e di sicurezza.

Il quadro istituzionale dell’Unione diviene unico ed è costituito dal Parlamento

europeo, dal Consiglio europeo, dalla Commissione della Comunità, dalla

Corte di giustizia e dalla Corte dei conti ed assicura la coerenza e la continuità

delle azioni svolte per il perseguimento dei suoi obiettivi. L’Unione si impegna

a rispettare l’identità nazionale degli Stati membri i cui sistemi di governo si

fondano sui principi democratici.

Alcune disposizioni del Trattato .

la Comunità economica europea prende il nome di “Comunità europea”;

viene istituita una cittadinanza dell’Unione attribuita a chiunque abbia la

cittadinanza di uno Stato membro;

quanto agli organi istituzionali:

il Parlamento europeo, composto di rappresentanti dei popoli riuniti nella

Comunità ed esercita i poteri attribuitigli dal trattato, che restano

prevalentemente consultivi e di impulso, ma anche poteri di intervento sul piano

legislativo,

il Consiglio , che ha poteri di decisioni delle politiche comunitarie,

la Commissione, organo esecutivo della Comunità,

l a C o rte d i g i u sti zi a , ch e d e ve a ssi cu ra re i l ri sp e tto d e l d i ri tto

nell’interpretazione e nell’applicazione dei Trattati europei,

la Corte dei conti, che ha la competenza al controllo delle entrate e delle spese;

Sono definite le politiche della Comunità particolarmente nel settore

economico e monetario, sia per coordinare le politiche economiche degli Stati

membri, sia per contenere i disavanzi pubblici dei singoli Stati, sia per

mantenere la stabilità dei prezzi in un’economia di mercato aperta e in libera

concorrenza. Viene istituita la moneta unica europea, denominata inizialmente

ECU, ma poi chiamata EURO. Col trattato dopo l’Atto Unico del 1986, si compie

un passo significativo verso l’Unione europea, anche se il cammino è tutt’altro

che completato sia per le riserve già avanzate dalla Gran Bretagna soprattutto

sull’unione monetaria, sia per le difficoltà obiettive che potranno incontrarsi

considerato il diverso grado di sviluppo economico dei diversi Paesi.

PARTE SESTA : DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI

CAPITOLO 6 : I DIRITTI POLITICI :

I diritti politici, costituzionalmente affermati e garantiti, che possono spettare

solo ai cittadini, esprimono la pretesa del singolo di partecipare alla comunità

statale di cui fa parte.

La nostra Costituzione disciplina in quattro articoli (48-51) i diritti politici dei

cittadini: meno rilievo assumono la possibilità di accesso ai pubblici uffici in

situazioni di uguaglianza e il diritto di petizione, mentre più importanti sono il

diritto di voto e il diritto di associarsi in partiti, che manifestano le esigenze di

partecipazione che caratterizzano l’attuale configurazione dello Stato

democratico.

Il diritto di voto: è senza dubbio il più rilevante strumento di partecipazione dei

cittadini alla vita dello Stato. Con l’esercizio del voto il cittadino non si limita ad

esprimere una propria valutazione priva di rilevanza generale, ma contribuisce

alla formazione di decisioni della comunità o alla costituzione di organi

costituzionali dello Stato o di organi deliberanti di altre comunità locali.

All’art. 48 la Costituzione afferma il diritto di voto ma stabilisce che il suo

esercizio è dovere civico, tuttavia non è più un obbligo positivamente

sanzionato come in passato.

Lo stesso art.48, al primo comma, stabilisce il principio del suffragio universale,

statuendo che sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto

la maggiore età.

Caratteri del voto:

personalità: il diritto e il suo esercizio appartengono a chi ne ha la titolarità

secondo la legge non sono ammessi voti per delega, tuttavia è ammesso

l’invio dei voti per iscritto se vengono garantite la libertà e la segretezza e

anche il voto di elettori fisicamente impediti con l’aiuto di altri elettori.

eguaglianza: tutti i voti concorrono in pari misura a determinare il risultato

elettorale non devono esistere voti multipli o plurimi.

libertà: i cittadini- elettori possono esprimere le loro opinioni politiche senza

dover cedere a pressioni o a ricatti o comunque a condizionamenti che ne

limitino la libera decisione.

segretezza.

Liste elettorali: il diritto di voto diviene concreto ed esercitabile mediante

l’iscrizione nelle liste elettorali sono iscritti d’ufficio nelle liste elettorali i

cittadini che abbiano compiuto il 18° anno di età, che non si trovino in una delle

condizioni che per legge privano dell’elettorato attivo e che siano compresi nel

registro della popolazione stabile del Comune.

Secondo l’art.48 Cost. il diritto di voto può essere limitato per effetto di

incapacità civile o per effetto di sentenza penale irreversibile o nei casi di

indegnità morale indicati dalla legge. Sono invece esclusi dall’elettorato attivo i

membri e i discendenti di Casa Savoia.

Sezioni elettorali: ogni Comune è ripartito in sezioni elettorali, che

comprendono da 100 a 800 elettori; il cittadino è assegnato alla sezione nella

cui circoscrizione ha l’abitazione ed esercita il diritto di voto nella sezione

elettorale nella cui lista è iscritto, con alcune eccezioni.

Le operazioni di voto per la Camera e per il Senato si svolgono in un solo

giorno, così come le elezioni per il Parlamento Europeo.

I partiti politici: i partiti politici sono forme organizzative che consentono,

unitamente al diritto di voto, una più continua partecipazione alle scelte della

comunità, sistematica e non casuale, di indirizzo e anche di controllo. Il sorgere

dei partiti è notevolmente influenzato dal progressivo estendersi del suffragio

elettorale: quanto più ampi è il numero dei titolari del diritto di voto, tanto più è

infatti necessaria una mediazione sistematica tra elettori ed eletti.

Art.49 Cost.: tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per

concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale (⎢

funzione dei partiti).

Osservazioni: il diritto di associarsi in partiti non è riconosciuto a stranieri ed

⎢

apolidi; il diritto di associarsi in partiti si differenzia dal diritto di voto non

essendo un dovere; la pluralità dei partiti è condizione essenziale ed

ineliminabile per la corretta attuazione del regime democratico.

Finanziamento pubblico dei partiti: il problema del finanziamento pubblico dei

partiti è complesso, perché in mancanza di finanziamenti pubblici le risorse

finanziate necessarie sono spesso giunte con prestiti illeciti o al limite del lecito,

e spesso non verso il partito, ma verso i singoli esponenti.

Un minimo finanziamento appare dunque necessario. La legislazione italiana

sul tema è passata attraverso la l.2 maggio 1974, n. 195, con cui è stato fissato

il contributo dello Stato al finanziamento dei partiti politici, e il referendum

popolare del 18 aprile 1993 che ha abrogato gli artt.3 e 9 di tale legge,

riconoscendo un contributo statale per concorso nelle spese elettorali

sostenute per l’elezione delle Camere o dei Consigli regionali o dei

rappresentanti italiani al Parlamento europeo, attribuito ai partiti politici che ne

facciano richiesta. Il referendum per l’ulteriore abrogazione di tale disposizione

non ha raggiunto il quorum necessario.

Il diritto di petizione: l’art.50 Cost. afferma che “tutti i cittadini possono rivolgere

petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o per esporre

comuni necessità”.

Tali petizioni vanno inoltrate per iscritto alle Camere, vengono comunicate in

sunto alle Assemblee e quindi vengono trasmesse alle Commissioni

competenti.

Il diritto di petizione ha comunque perduto pressoché totalmente la sua efficacia

reale.

Il diritto di accesso ai pubblici uffici e alle cariche elettive: ai sensi dell’art.51

Cost., tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici

pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza, secondo i requisiti

stabiliti dalla legge. La legge inoltre può, per l’ammissione ai pubblici uffici e

alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla

Repubblica. Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre

del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di

lavoro.

CAPITOLO 7: I DOVERI DEI CITTADINI:

L’art.2 Cost., accanto ai diritti inviolabile dell’uomo,richiede l’adempimento dei

doveri inderogabili di solidarietà politica,economica e sociale.Non tutti i doveri

pubblici hanno rilevanza costituzionale.

La fedeltà alla Repubblica: il dovere più rilevante che grava su ogni cittadino è

quello di essere fedele alla Repubblica, trattato dall’art.54 Cost. Tale dovere

può essere inteso, in termini generali, come dovere di accettazione e di rispetto

dei valori essenziali dell’ordinamento, e nel rispetto del metodo democratico.

L’osservanza della Costituzione e delle leggi, discende dal dovere di fedeltà e

con esso si integra. L’art.54, che disciplina questo dovere, sancisce inoltre il

dovere dei cittadini cui siano affidate pubbliche funzioni di adempierle con

disciplina ed onore, prestando il giuramento nei casi stabiliti dalla legge.

L’art.52 stabilisce tre principi fondamentali: a) il dovere del cittadino di

difendere la patria, attraverso l’azione delle Forze armate dello Stato e dunque

attraverso b) l’obbligo di prestazione del servizio militare. In oggi nel nostro

ordinamento il servizio militare è obbligatorio per i cittadini di sesso maschile,

tuttavia è ammessa anche la sua sostituzione attraverso l’obiezione di

coscienza. La prestazione del servizio militare obbligatorio non pregiudica la

posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio di diritti politici. L’ultimo principio

affermato è il c) criterio democratico nello ordinamento delle Forze Armate. La

disposizione secondo la quale “l’ordinamento delle F.Armate si informa allo

spirito democratico della Repubblica” , va intesa come necessario

collegamento tra Forze Armate, che non sono corpo a sé stante, e Repubblica,

la cui integrità devono difendere.

Dovere tributario: per quanto riguarda il dovere fiscale l’art.53 Cost. stabilisce

due principi. Quello per cui tutti (e quindi non soli i cittadini) sono tenuti a

concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva e

quello per il quale il nostro sistema tributario è informato a criteri di

progressività. Sono cioè previste tasse più alte per chi ha un reddito più alto,

quale strumento di perequazione fra i diversi contribuenti. Il criterio appare

efficace, seppure non sia possibile applicarlo alle imposte dirette reali (imposte

sui beni acquistati).

PARTE QUARTA : L’ORDINAMENTO DELLA REPUBBLICA

CAPITOLO 2 : IL PARLAMENTO :

Il Parlamento si presenta in posizione di primato tra gli organi costituzionali

dello Stato, espressione istituzionalizzata e sistematica della sovranità del

popolo.

Bicameralismo: nel nostro ordinamento si assiste al cosiddetto bicameralismo

perfetto, in cui le due Camere hanno assoluta identità di funzioni e di poteri,

seppure con qualche correttivo si è assistito a numerose critiche per le inutili

duplicazioni di questo sistema, che d’altra parte garantisce una maggiore

ponderazione delle scelte legislative.

Composizione delle due Camere e legislatura: il Parlamento si compone nel

nostro vigente ordinamento della Camera dei Deputati e del Senato della

Repubblica. Entrambe le Camere sono elette, oggi, per cinque anni e il periodo

intercorrente tra l'elezione di una Camera e il suo scioglimento viene

denominato legislatura, ai sensi dell’art. 60 Cost.

La durata della legislatura può essere prorogata solo in caso di guerra e

mediante legge formale, mentre la fine anticipata della legislatura può essere

disposta dal Presidente della Repubblica mediante scioglimento delle Camere

o di una sola di esse, ai sensi dell’art. 88 Cost.

La Camera dei deputati: è eletta a suffragio universale e diretto e composta da

630 deputati. Sono eleggibili a deputati tutti i cittadini elettori che abbiano

compiuto il 25° anno di età nel giorno delle elezioni; sono elettori della Camera

coloro che hanno il diritto di voto e quindi tutti i cittadini, uomini e donne, che

abbiano raggiunto la maggiore età. Per le elezioni della Camera, il territorio

nazionale è attualmente diviso in 26 circoscrizioni.

Il Senato della Repubblica: è eletto, come da Costituzione, “a base regionale”,

e composto da 315 senatori elettivi: ogni regione ha almeno sette senatori,

salvo il Molise che ne ha due e la Valle d’Aosta che ne ha uno. Sono eleggibili

a senatori tutti i cittadini elettori che abbiano compiuto nel giorno delle elezioni

il 40° anno di età; sono elettori del Senato tutti i cittadini elettori che abbiano

compiuto il 25° anno di età. Accanto ai senatori elettivi si trovano i senatori di

diritto, a vita, e senatori a vita nominati dal Presidente della Repubblica.

Sono senatori di diritto, a vita, coloro che abbiano ricoperto la carica di

Presidente della Repubblica, mentre il Presidente della Repubblica può

nominare senatori a vita cinque cittadini che abbiano illustrato la Patria per

altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.

Ineleggibilità: quando il candidato si trova in situazione, prevista dalla legge,

per cui non può essere eletto, qualora vi sia egualmente candidatura, e il

candidato venga eletto, l’elezione è invalida e priva di efficacia.

Sono ineleggibili:

coloro che ricoprano determinate cariche o uffici di natura elettiva o

burocratica., per non influenzare eventualmente l’elettorato;

i magistrati, per non impedire l’imparzialità nell’esercizio della funzione

giurisdizionale;

coloro che ricoprano uffici presso governi esteri tanto in Italia quanto all’estero;

coloro che per la posizione ricoperta in imprese private che abbiano rapporti di

affari con lo Stato non potrebbero esercitare il loro mandato con sufficienti

garanzie per l’interesse pubblico.

Incompatibilità: quando il candidato si trova in situazione per la quale , se vuole

conservare la carica parlamentare che è stata validamente assunta, deve

rinunziare ad altra carica, incompatibile, appunto, con quella parlamentare.

Sono cause di incompatibilità: la carica di deputato o di senatore con quella di

Presidente della Repubblica, con quella di componente del Consiglio superiore

della Magistratura o della Corte Costituzionale, con quella di consigliere

regionale. Altre cause di incompatibilità sono fissate in via generale dalla l.13

febbraio’53 e da altre disposizioni particolari.

La presenza di una causa di incompatibilità pone il deputato o senatore nella

necessità di optare per il mandato parlamentare o per la carica incompatibile.

I sistemi elettorali: la formazione e il funzionamento delle Camere sono

ovviamente condizionati dal sistema elettorale adottato.

Sistemi uninominali: il territorio è diviso in collegi e in ogni collegio si presenta

un solo candidato per simbolo o gruppo politico, e l’elettore può scegliere uno

solo dei candidati.

Sistemi plurinominali: i candidati si presentano raggruppati in liste, e l’elettore

sceglie non la persona ma la lista, pur potendo spesso esprimere una o più

preferenze tra i candidati della lista.

Sistemi maggioritari: possono essere plurinominali o uninominali. I seggi

vengono assegnati a chi ottiene nel collegio la maggioranza dei voti espressi; il

sistema penalizza i partiti più deboli ma garantisce maggiore stabilità politica. Il

sistema maggioritario majority attribuisce i seggi a chi ha ottenuto la

maggioranza del 50% dei voti più uno, il sistema maggioritario plurality

necessita soltanto la maggioranza relativa.

Sistemi proporzionali: sono necessariamente plurinominali. I seggi sono ripartiti

tra le diverse liste in competizione in proporzione ai voti ottenuti; il sistema

garantisce il rispetto totale dell’opinione del Paese, ma è causa di

frammentazione e di instabilità.

In Italia: dapprima si affermò il sistema proporzionale ma la stessa Assemblea

Costituente preferì non inserire nella Costituzione disposizioni in materia di

sistemi elettorali, limitandosi a prescrivere il suffragio universale e diretto. La

decisione era volta ad evitare di impegnare le future Camere costringendole a

una revisione della Costituzione nel caso che volessero in avvenire adottare un

altro sistema. Infatti, con la crescente instabilità politica, si sentì l’esigenza di

una revisione del sistema elettorale: con la riforma del 1993 si introdusse tanto

per la Camera quanto per il Senato un meccanismo di votazione a turno unico

con attribuzione di ¾ dei seggi con sistema maggioritario e del restante quarto

con sistema proporzionale.

Sistema elettorale del Senato: in base alla l. 4 agosto 1993, l’elezione del

Senato della Repubblica avviene a base regionale. I ¾ dei seggi vengono

dunque attribuiti con sistema maggioritario, per l’assegnazione dei seggi

residui (¼), il sistema è più complesso: l’ufficio elettorale “scorpora” , per ogni

gruppo, i voti dei cittadini già proclamati eletti, determinando la cifra elettorale

per gruppo e la cifra individuale dei singoli candidati data dalla percentuale dei

voti validi ottenuti in rapporto ai voti validi espressi nel collegio.

Successivamente assegna i seggi spettanti ad ogni gruppo dividendo la cifra

elettorale di ogni gruppo successivamente per uno, due, tre, ecc.. sino alla

concorrenza dei senatori da eleggere e scegliendo quindi tra i quozienti così

ottenuti i più alti in numero uguale ai senatori da eleggere, con conseguente

assegnazione dei seggi ai gruppi in corrispondenza dei quozienti (metodo

d’Hondt o delle divisioni successive).

Sistema elettorale della Camera: l’elezione della Camera dei Deputati è stata

profondamente modificata dalla l. 4 agosto 1993, introducendo un sistema

molto simile a quello adottato per l‘elezione del Senato e quindi con

combinazione del metodo uninominale maggioritario con quello proporzionale

per l’assegnazione dei seggi residui.

Verifica dei poteri: gli Uffici centrali circoscrizionali o quelli regionali procedono,

sulla base dei conteggi effettuati, a proclamare l’elezione tanto dei deputati

quanto dei senatori. Tale proclamazione non ha però efficacia definitiva

essendo subordinata al risultato della cosiddetta “verifica dei poteri” o anche,

come dice l’art. 66 Cost., al giudizio dei titoli d’ammissione, attribuita alle stesse

Assemblee.

Divieto di mandato imperativo: la libertà delle scelte del parlamentare non può

essere limitata in alcun modo, né da parte degli elettori che lo hanno votato né

da parte del partito di appartenenza, che potrebbero aspettarsi dal proprio

rappresentante determinati comportamenti. Ad ogni modo il parlamentare è

responsabile, non solo nei confronti dei propri elettori, ma di tutto il corpo

elettorale, e il partito, se “tradito” dal parlamentare, può emettere sanzioni

punitive o censure verso di lui, che tuttavia non lo privano dello status di

parlamentare.

Prerogative e immunità dei parlamentari: con la legge costituzionale 29 ottobre

1993 è stato sostituito l’art. 68 Cost. e sono stati modificati i diritti dei

parlamentari i parlamentari sono insindacabili per le opinioni espresse ed i

voti dati nell’esercizio delle proprie funzioni ed è necessaria l’autorizzazione

della Camera di appartenenza per le perquisizioni personali o domiciliari, per

gli arresti o altre privazioni della libertà personale, per mantenere in detenzione

un parlamentare, per sottoporlo ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di

conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza (non è più

richiesta per la sottoposizione a procedimento penale).

Indennità parlamentari: secondo l’art. 69 Cost. i membri del Parlamento

ricevono un’indennità stabilita dalla legge, diretta a garantire il libero

svolgimento del mandato, che comprende il rimborso delle spese di segreteria

e di rappresentanza. Essa è determinata dagli uffici di presidenza delle

Assemblee in misura tale che non superi il trattamento complessivo dei

presidenti di Sezione della Corte di Cassazione.

SEZIONE : L’ORGANIZZAZIONE

I regolamenti parlamentari: l’organizzazione interna delle Camere e del

Parlamento in seduta comune nonché le procedure per il loro funzionamento

sono in parte disciplinate dalla stessa Costituzione ed in parte dai regolamenti

parlamentari cui la Costituzione rinvia (artt.64 e 72).

La Costituzione stabilisce (art.64) che ciascuna Camera adotta il proprio

regolamento interno a maggioranza assoluta dei suoi componenti, mentre l’art.

72 Cost. riserva ai regolamenti delle Camere la disciplina del procedimento

legislativo, fatte salve, le sole disposizioni direttamente dettate dalla

Costituzione i regolamenti parlamentari si pongono quindi in posizione

subordinata alla sola Costituzione e a loro favore è fissata una “riserva” che

non potrebbe essere violata con disposizioni di legge ordinaria.

Gli attuali regolamenti della Camere sono stati adottati nel febbraio 1971 e

sono entrati in vigore, entrambi, il 1° maggio di tale anno. I regolamenti delle

Camere prescrivono la loro pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale”, facendo tra

l’altro decorrere da tale pubblicazione la vacatio per la loro entrata in vigore.

Organi delle Camere: la Costituzione si limita, all’art.63, a stabilire che ciascuna

Camera elegge fra i suoi componenti il Presidente e l’ufficio di Presidenza.

Maggiori dettagli sono forniti necessariamente dai regolamenti parlamentari i

quali indicano gli organi delle Assemblee e ne stabiliscono le modalità di

costituzione. In sintesi, ogni Camera ha:

un presidente eletto dagli appartenenti alla singola Assemblea, che non ha più

solo funzioni di direzioni dei lavori, ma anche funzioni di direzione politica.

quattro vice presidenti, tre questori ed otto segretari.

un ufficio di presidenza del quale fanno parte i vice presidenti, i questori e i

segretari.

gruppi parlamentari costituiti in base alle dichiarazioni rese dai singoli senatori

o deputati. Per la costituzione di un gruppo parlamentare al senato sono

necessari almeno dieci senatori, mentre alla Camera almeno venti deputati. I

deputati o i senatori che non aderiscono ad alcun gruppo sono iscritti

automaticamente al cosiddetto “gruppo misto”.

le giunte, organi a carattere permanente le cui funzioni principali risultano dalla

loro stessa denominazione

le commissioni permanenti, costituite in ogni Camera con competenze

legislative, di controllo politico e conoscitive, in numero di tredici tanto alla

Camera quanto al Senato. La ripartizione di senatori e deputati nelle diverse

commissioni deve ispirarsi all’esigenza di rispettare, in proporzione, la

composizione delle Assemblee

Funzionamento delle Camere: sul funzionamento numerose disposizioni si

ritrovano nella stessa Costituzione, tuttavia è molto ampia l’autonomia delle

Camere stesse. Nell’ambito della legislatura non si parla più di “sessioni”,

periodi di effettivo lavoro delle Assemblee, con l’eccezione della “sessione

parlamentare di bilancio” ; esistono solo i periodi di seduta delle Camere,

peraltro di notevole durata, cosicché può dirsi che le Camere sono di fatto in

attività per tutto il corso della legislatura.

Le sedute delle Camere: le sedute delle Camere, convocate sempre dal

presidente, possono essere pubbliche o segrete, ordinarie o straordinarie. In

via ordinaria, ai sensi della Costituzione (art.62), le Camere si riuniscono il

primo giorno non festivo di febbraio e di ottobre; in via straordinaria, ogni

Camera si riunisce per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della

Repubblica o di un terzo dei suoi componenti. Non ha il potere di convocazione

il Governo.

Secondo l’art. 64 Cost. le deliberazioni (e non le sedute!) di ciascuna Camera

“non sono valide se non è presente la maggioranza dei loro componenti e se

non sono adottate a maggioranza dei presenti”. Tanto alla Camera che al

senato, le votazioni possono avvenire a scrutinio palese o a scrutinio segreto e

la maggioranza normale prescritta dalla Costituzione per le deliberazioni

parlamentari è la maggioranza semplice (50% più uno dei presenti). Per quanto

riguarda la Camera sono considerati validi e presenti solo favorevoli e contrari,

e non gli astenuti, mentre il regolamento del Senato afferma che tutti i senatori,

siano favorevoli, contrari o astenuti sono da ritenersi presenti.

Programmazione dei lavori parlamentari: i lavori delle Camere sono organizzati

secondo programmi che si articolano su alcuni momenti essenziali tra i quali i

contatti tra i presidenti delle Camere e con il Governo e la formazione del

programma cui provvede la conferenza dei capigruppo. Se tale programma è

adottato all’unanimità dalla conferenza dei presidenti dei gruppi, diviene

impegnativo dopo la comunicazione all’assemblea e alle commissioni

permanenti; l’Assemblea può comunque, al termine di ogni seduta, apportare le

necessarie modificazioni all’ordine dei lavori già stabilito.

Il Parlamento in seduta comune: l’art. 55 della Costituzione afferma che il

Parlamento può riunirsi anche in seduta comune dei membri delle due Camere,

deliberando autonomamente. Tale ipotesi è prevista solo nei casi

tassativamente previsti dalla Costituzione (vedi pagina seguente) ed un suo

ampliamento sarebbe possibile solo mediante legge costituzionale. Il

presidente, l’ufficio di presidenza, il regolamento e la sede del Parlamento in

seduta comune sono quelli della Camera dei deputati.

SEZIONE : LE FUNZIONI

1. FUNZIONE LEGISLATIVA: vedi pagine 10-13

2. FUNZIONE DI CONTROLLO:

L’attività di controllo delle Camere sul Governo e sulla Pubblica

Amministrazione in generale si attua attraverso i seguenti strumenti ispettivi:

interrogazione: consiste nella semplice domanda, rivolta per iscritto, per sapere

se un fatto sia vero; può essere a risposta orale e a risposta scritta. Secondo la

procedura del question time ogni mercoledì di norma la seduta è dedicata alla

discussione di “interrogazioni a risposta immediata”, consistenti in domande al

Governo, con limiti di tempo estremamente limitati.

interpellanza: consiste nella domanda, rivolta per iscritto, per conoscere i motivi

o gli intendimenti della condotta del Governo in questioni che riguardino

determinati aspetti della sua politica. E’ strumento tipicamente ispettivo. In caso

di insoddisfazione, può esserci mozione.

risoluzione: con essa vengono manifestati orientamenti o definiti indirizzi su

specifici argomenti

mozione: è un testo che può essere presentato da un presidente di gruppo o da

almeno dieci deputati alla Camera, da almeno otto senatori al Senato, che mira

a promuovere una deliberazione dell’Assemblea su un determinato argomento.

Ma l’attività di controllo si manifesta anche nelle inchieste parlamentari: la

stessa Costituzione (art.82) disciplina la materia, stabilendo che ciascuna

Camera può disporre inchieste su materie di pubblico interesse. A tale scopo

nomina tra i propri componenti una Commissione formata in modo da

rispecchiare la proporzione tra i vari gruppi, che procede alle indagini e agli

esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria. Le

commissioni di inchiesta possono essere istituite separatamente da ognuna

delle Camere o da entrambe le Camere congiuntamente, oppure l’inchiesta

può essere deliberata con apposita legge. A conclusione dei lavori, le

Commissioni devono riferire alla Camera da cui sono state nominate, mediante

una o più relazioni, a seconda che i risultati dell’inchiesta siano adottati

all’unanimità o a maggioranza sarà poi la Camera ad assumere le decisioni

conseguenti.

3. FUNZIONE DI INDIRIZZO:

Tale funzione corrisponde alla natura delle Camere in quanto espressive in via

diretta della volontà popolare. Appartengono all’attività di indirizzo le mozioni e

le risoluzioni, ma possono essere comprese anche le leggi di autorizzazione e

di approvazione, che esercitano un’efficacia condizionante non solo per

l’attività successiva del Governo, ma anche per quella dello stesso Parlamento

che rimane perciò vincolato alla loro osservanza, a meno di non derogarvi in

modo espresso.

Collegati alle leggi di autorizzazione e di approvazione sono la legge di

bilancio, il principio secondo il quale ogni legge che importi nuove o maggiori

spese deve indicare i mezzi per farne fronte e l’obbligo per le Camere di

approvare annualmente, oltre al bilancio dello Stato, anche il rendiconto

consuntivo presentato dal Governo.

4. ALTRE FUNZIONI DELLE CAMERE:

Spetta alle Camere delegare al governo l’esercizio della funzione legislativa,

deliberare lo stato di guerra, autorizzare con legge la ratifica dei principali

trattati internazionali.

Le Camere hanno anche il dovere di esaminare le petizioni che i cittadini

hanno ad esse rivolte, per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni

necessità, e il potere di svolgere, attraverso le commissioni, indagini

conoscitive che possono concretarsi in udienze conoscitive.

5. FUNZIONI DEL PARLAMENTO IN SEDUTA COMUNE:

Le sedute “tassativamente previste” dalla Costituzione per il Parlamento in

seduta comune sono:

di natura elettorale. Spetta infatti al Parlamento, integrato dai rappresentanti

regionali, eleggere: il Presidente della Repubblica, un terzo dei componenti del

Consiglio superiore della Magistratura, un terzo dei componenti della Corte

Costituzionale, i 45 cittadini che formano l’elenco dal quale verranno estratti a

sorte, quando necessario, i 16 giudici aggregati della Corte Costituzionale per i

giudizi di accusa. In tutti questi casi, si vota soltanto, senza che sia consentita

discussione.

di natura processuale- penale. Il Presidente della Repubblica può essere

posto, con deliberazione del Parlamento in seduta comune, in stato di accusa

dinanzi alla Corte Costituzionale per i reati previsti dalla Costituzione (art.90

Cost.)

di accertamento. Il Parlamento in seduta comune, non integrato in questo caso

dai rappresentanti regionali, riceve il giuramento che il Presidente della

Repubblica compie prima di assumere le sue funzioni.

CAPITOLO 3 : IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA:

SEZIONE : LA STRUTTURA

Capo dello Stato e rappresentante dell’unità nazionale, il presidente della

Repubblica si colloca, nel nostro ordinamento, al vertice formale

dell’organizzazione statale, fornito di limitati ma significativi poteri anche sul

piano sostantivo.

Durante i lavori della Costituente si discusse a lungo sulla concretezza dei

poteri del presidente, indubbiamente ridotti quantitativamente rispetto a quelli

che lo Statuto Albertino concedeva al re, ma non per questo meno incisivi e

rilevanti nel funzionamento del Senato.

Al di sopra delle parti, il capo dello Stato è garante della costituzionalità

dell’ordinamento e la Costituzione gli garantisce efficienti poteri per assolvere a

questa delicata funzione: egli è un organo tendenzialmente al di sopra delle

parti, capace di intervenire in forza di tali poteri costituzionalmente assegnatigli,

per consentire al sistema di funzionare nei momenti di crisi o di pericolo.

L’indirizzo politico per il quale agisce è distinto da quello di maggioranza e può

definirsi “indirizzo costituzionale” proprio in considerazione della posizione che

gli spetta di “custode della Costituzione”.

Elezione e procedure per l’elezione: il presidente della Repubblica è eletto dal

Parlamento in seduta comune dei suoi membri, alla quale partecipano tre

delegati per ogni regione, con eccezione della Valle d’Aosta che ne ha uno,

eletti dal Consiglio regionale.

La convocazione di tale Parlamento spetta al presidente della Camera dei

deputati, che deve provvedervi trenta giorni prima che scada il termine di durata

del mandato del presidente in carica. Se però le Camere sono sciolte o manca

meno di tre mesi alla loro cessazione, l’elezione ha luogo entro quindici giorni

dalla riunione delle nuove Camere. Nel frattempo vengono prorogati i poteri del

presidente in carica.

In caso di inadempimento permanente o di morte o di dimissioni del presidente

della Repubblica, la convocazione del Parlamento integrato dai rappresentanti

regionali ha luogo entro quindici giorni dal verificarsi dell’evento, salvo il

maggior termine previsto se le Camere sono sciolte o manchi meno di tre mesi

alla loro cessazione. In questi casi, ai sensi dell’art. 86 Cost., le funzioni

presidenziali sono svolte in qualità di supplente dal presidente del Senato.

L’elezione del presidente della repubblica ha luogo a scrutinio segreto; è

dichiarato eletto chi consegua il voto dei due terzi dei componenti

dell’Assemblea. Qualora nessuno ottenga un tale risultato, si procede a una

seconda ed eventualmente a una terza votazione; solo a partire dal quarto

scrutinio è dichiarato eletto chi consegua la maggioranza assoluta.

Proclamato l’esito positivo della votazione, secondo la prassi il presidente della

Camera, accompagnato dal Segretario Generale, si reca dall’eletto per

consegnargli il verbale dell’avvenuta elezione. Non è prevista in questa fase

alcuna accettazione formale da parte dell’eletto.

Requisiti di eleggibilità e incompatibilità: può essere eletto presidente della

Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquant’anni di età e goda dei

diritti civili e politici.

L’ufficio di presidente della Repubblica è inoltre incompatibile con qualsiasi

carica o ufficio pubblico o privato e con l’esercizio di qualsiasi professione. Al

presidente sono attribuiti una dotazione ed un assegno rivalutati

automaticamente annualmente, in base all’indice ISTAT dei prezzi di consumo.

Assunzione della carica: il presidente della Repubblica, prima di assumere le

sue funzioni, secondo l’art. 91 Cost. deve prestare giuramento di fedeltà alla

Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta

comune.

Il giuramento è l’atto con il quale l’eletto capo dello Stato manifesta la sua

volontà di accettare la carica e viene immesso nell’esercizio delle sue funzioni.

E’ ormai prassi consolidata che all’atto del giuramento il presidente rivolga alle

Camere riunite un messaggio, oralmente.

Il presidente della Repubblica dura in carica sette anni dal giorno del

giuramento: il termine presidenziale è stato fissato più lungo rispetto alla durata

delle Camere (5 anni), per garantire

maggior indipendenza al presidente nei confronti delle Assemblee, entrambe

rinnovate nel corso del mandato presidenziale. In astratto, il Capo dello Stato è

rieleggibile senza limiti, tuttavia si sono manifestate prevalenti opinioni

contrarie alla rielezione dei presidenti scaduti.

Cessazione della carica: la cessazione del mandato può essere determinata da

diverse cause:

scadenza del mandato: è la situazione normale; il presidente della Camera

procederà agli adempimenti di cui all’art. 85 Cost.

dimissioni: atto personale del presidente che non va controfirmato, per essere

valido, dai ministri.

perdita dei requisiti per ricoprire la carica: ipotesi piuttosto astratta.

condanna da parte della Corte Costituzionale: per atti non riferentisi

all’esercizio delle funzioni presidenziali nei casi preveduti dalla legge.

morte: il presidente del Senato eserciterà le funzioni di Capo dello Stato e il

presidente della Camera indirà entro i quindici giorni dall’evento luttuoso

l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

impedimento permanente all’esercizio delle funzioni: questa ipotesi potrebbe

sollevare più problemi rispetto alla morte.

Alla cessazione della carica il presidente della Repubblica diventa senatore di

diritti, a vita, secondo l’art. 59 Cost. La carica si acquista automaticamente,

senza bisogno di accettazione, ma è rinunciabile per espressa disposizione

costituzionale. Se il presidente ha perduto la cittadinanza o i diritti civili e politici

non può diventare senatore.

Sostituzione temporanea del presidente: si è detto che, secondo l’art. 86,

qualora il presidente della Repubblica non possa adempiere le sue funzioni,

queste sono esercitate dal presidente del Senato.

Si è infatti tenuto conto che al presidente della Camera è attribuita la

presidenza del Parlamento in seduta comune, e la disposizione in materia di

supplenza riequilibra così il rapporto tra le due Assemblee ispirato appunto al

bicameralismo perfetto.

L’istituto della supplenza del presidente del Senato è lasciato dalla

Costituzione a regole di correttezza: è presupposto un impedimento

temporaneo o permanente del presidente della Repubb.

Se l’impedimento è permanente devono sussistere ragioni di salute, e il

presidente del Senato eserciterà le funzioni di capo dello Stato fino all’entrata

in carica del nuovo presidente della Repubblica. Se l’impedimento è

temporaneo, dovrà risultare da una situazione obiettiva (ad esempio viaggi

all’estero) e non da decisione personale del capo dello Stato, la cui valutazione

è peraltro rilevante e può risultare determinante; è escluso l’istituto della delega

delle funzioni.

Accertato l’impedimento, il presidente del Senato acquista immediatamente

l’esercizio delle funzioni presidenziali, con tutte le prerogative della carica,

senza necessità di alcuna particolare procedura e senza l’obbligo di prestare

giuramento. In astratto, il supplente può esercitare tutte le funzioni del

presidente impedito; tuttavia si è ritenuto che la correttezza costituzionale gli

impedisca di adottare decisioni di particolare rilievo politico, quale lo

scioglimento delle Camere, o non particolarmente urgenti, come la nomina di

sentori a vita.

SEZIONE : LE FUNZIONI:

Nell’ordinamento internazionale: nello svolgimento dell’attività internazionale

del nostro Stato, il presidente della Repubblica:

rappresenta lo Stato nei rapporti internazionali avendo una capacità

rappresentativa generale;

accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, secondo l’art. 87 Cost.;

ratifica i trattati previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere. Tale

autorizzazione è richiesta per i trattati di natura politica, o prevedono arbitrati o

regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze

o modificazioni di leggi.;

dichiara lo Stato di guerra deliberato dalle Camere. Nella prassi soltanto con

legge potrebbero essere conferiti al Governo i “poteri necessari” e solo

successivamente il presidente della Repubblica potrebbe procedere alla

formale dichiarazione di guerra (che tuttavia nel nostro ordinamento, ai sensi

dell’art. 11 Cost., può solo essere guerra difensiva).

Nell’ordinamento interno:

Gli atti di indirizzo governativo: gli atti che rendono concreta la politica del

Governo vengono imputati al Presidente della repubblica per ragioni formali,

ma non indicano una competenza sostanziale dell’organo alla loro adozione, e

vengono definiti atti di indirizzo governativo. La legge 12 gennaio 1991,n.

13, ha indicato 30 gruppi di atti che vanno, appunto, adottati con decreto

presidenziale con elencazione esplicitamente dichiarata tassativa e tale da non

poter essere “modificata, integrata, sostituita o abrogata se non in modo

espresso”.

Gli atti esecutivi di prescrizioni costituzionali: altri atti devono essere compiuti

dal presidente

della Repubblica per lo stesso funzionamento dell’ordinamento

costituzionale. Si tratta di atti

dovuti anche se spesso la loro concreta adozione è preceduta da una

proposta ministeriale,

assolutamente necessari per la continuità legale e il regolare

funzionamento dello Stato, sicché

la loro omissione o anche un semplice ritardo sarebbero una forma

gravissima di violazione

costituzionale da parte del capo dello Stato. Tali sono: la promulgazione

delle leggi alla quale il

presidente deve procedere entro un mese, salvo che non intenda rinviare la

legge alle Camere

per una nuova deliberazione; l’indizione del referendum popolare,

costituzionale o abrogativo;

l’indizione delle elezioni delle nuove Camere e la fissazione della loro

prima riunione.

La presidenza di organi collegiali: spetta al presidente della Repubblica la

÷

presidenza di organi

collegiali di rilevanza costituzionali, il Consiglio supremo di difesa e il

Consiglio superiore della

Magistratura. Il Consiglio supremo di difesa è composto da otto membri

permanenti, ovvero il

presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio dei ministri, cinque

ministri e il capo di

stato maggiore della difesa. La presidenza del Consiglio superiore della

Magistratura ha

soprattutto carattere simbolico.

Gli atti di prerogativa: si tratta di concessioni di onorificenze di ordini

cavallereschi, di potere

di grazia e di commutazione delle pene, secondo l’art. 87 Cost., mentre la

potestà di concedere

amnistia e indulto rimane alle Camere.

Gli atti di indirizzo presidenziale: sono atti attribuiti non solo formalmente, ma

anche sostanzialmente, al capo dello Stato. In forza di tali poteri, il nostro

presidente non è solo l’organo neutro e di intermediazione, bensì l’organo

attivo abilitato ad intervenire con atti rilevanti, nell’interesse del rispetto della

Costituzione e di quell’unità nazionale che spetta al presidente rappresentare.

In particolare:

La nomina del presidente del Consiglio dei ministri: i margini di scelta del capo

dello Stato possono in realtà risultare molto ridotti, poiché non può non tenere

conto degli orientamenti delle forze capaci di dar vita a una maggioranza

parlamentare. Il presidente della Repubblica ha il compito di nomina del

presidente del Consiglio e, su sua proposta, dei ministri.

L’accettazione delle dimissioni del governo: spetta al Presidente accettare le

dimissioni presentate dal Governo. Quando il Governo non ha ottenuto la

fiducia delle Camere o è stato colpito da sfiducia l’atto è dovuto, così come nel

caso di morte, impedimento permanente o decadimento della carica del

presidente del Consiglio. Quando invece il Governo presenta le sue dimissioni

per valutazioni politiche il capo dello Stato può giocare un ruolo importante e la

sua decisione di accettare o di respingere le dimissioni del Governo, rientra in

una valutazione autonoma e fondata sugli interessi generali del Paese.

L’autorizzazione alla presentazione di disegni di legge di iniziativa governativa:

l’atto di autorizzazione della presentazione alle Camere dei disegni di legge di

iniziativa del Governo ha per lo più valore formale.

La convocazione straordinaria delle Camere: tale potere, previsto dall’art. 62

Cost., non è mai stato esercitato fino ad oggi.

L’invio di messaggi alle Camere: i messaggi del capo dello Stato alle Camere

hanno un senso solo se si considerano come atti di indirizzo presidenziale,

come la possibilità data al presidente, in momenti gravi per il Paese, di

prendere l’iniziativa di inviare alle Camere messaggi per richiamare la loro

attenzione su questioni che meritino di essere esaminate e discusse.

Il potere di esternazione: il presidente della Repubblica deve avere la

possibilità di esprimere le proprie valutazioni in ordine all’indirizzo

costituzionale a lui rimesso, rivolgendole alle Camere con messaggi formali,

ma anche ad altre istituzioni costituzionali e al Paese. Tali esternazioni non

possono però investire questioni che rientrano nella competenza del Governo e

del Parlamento e non devono essere contestazioni da parte del presidente

delle istituzioni costituzionali che a lui spetta di garantire.

Il rinvio delle leggi alle Camere per una seconda deliberazione: tale rinvio deve

essere operato con un messaggio nel quale il capo dello Stato chiarisce i motivi

della sua decisione. Il capo dello Stato deve infatti avere il potere di richiamare

le Camere a una più attenta valutazione delle leggi approvate, quando tali leggi

appaiano in contrasto con prescrizioni costituzionali o con quegli interessi

generali della comunità nazionale di cui il capo dello stato è tutore.

Lo scioglimento delle Camere: è il potere più rilevante attribuito al capo dello

Stato, contrappeso al potere delle Assemblee di condizionare, con il voto di

fiducia, l’esistenza del Governo nominato dal presidente della Repubblica.

Dopo il 1948 si sono avuti numerosi scioglimenti anticipati, determinati da

motivazioni tecniche (1953, 1958, 1963, 1968), situazioni di instabilità politica

del Parlamento (1972, 1976, 1979, 1983, 1987) contrasti istituzionali (1992),

bufere giudiziarie e mutamento delle leggi elettorali (1994), rotture politiche

(1996). Il potere di scioglimento risponde, anzitutto, alla necessità di

garantire il funzionamento delle istituzioni in caso di incapacità delle Camere di

dare un Governo almeno relativamente stabile al Paese. L’art. 88 Cost., che

non parla sui casi nei quali può farsi ricorso allo scioglimento anticipato,

contiene due indicazioni procedurali. Infatti il capo dello Stato: a) prima di

disporre lo scioglimento deve consultare i presidenti delle due Camere e b) non

può procedere a scioglimento negli ultimi sei mesi del suo mandato (“semestre

bianco”).

La nomina di cinque giudici costituzionali: spetta al presidente nominare un

terzo dei giudici della Corte Costituzionale (cioè cinque), dopo l’elezione degli

altri dieci giudici, per consentire al presidente della Repubblica di integrare la

composizione della Corte con quelle competenze che fossero state

eventualmente trascurate dal Parlamento o dalle supreme magistrature.

La nomina di cinque senatori a vita: secondo l’art. 59 Cost. La scelta rimessa al

presidente garantisce una valutazione obiettiva e non condizionata da

considerazioni politiche particolari e, come tale, rientra nelle esigenze politiche

del sistema.

La nomina di otto componenti del CNEL e del Segretario Generale della

presidenza della Repubblica: dei dodici membri scelti fra qualificati esponenti

della cultura economica, sociale e giuridica, otto sono nominati dal presidente

della Repubblica, senza bisogno della proposta del presidente del Consiglio

dei ministri. Per la nomina del Segretario generale della presidenza della

Repubblica è invece obbligatorio il parere del Consiglio dei ministri, ma non

vincolante, mentre è esclusa l proposta governativa.

SEZIONE : LA RESPONSABILITA’

La tutela del capo dello Stato è disciplinata dal Codice Penale, che protegge il

presidente della Repubblica contro particolari reati quali l’attentato contro la

sua vita, la sua incolumità e la sua libertà personale (art. 276); l’offesa alla sua

libertà (art. 277); l’offesa al suo onore e prestigio (art.278). Secondo l’art. 279 il

presidente non ha responsabilità e non può essere biasimato per gli atti del

Governo da lui emanati, tuttavia per lo stesso criterio si ritiene che sia

responsabile per gli atti di indirizzo presidenziale.

Responsabilità politica: secondo l’art. 89 Cost., nessun atto di indirizzo

governativo è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che se ne

assumono la responsabilità. Per quanto riguarda gli atti di indirizzo

presidenziale, il Governo non si assume invece nessuna responsabilità politica.

Responsabilità penale: ai sensi di Costituzione (art. 90 Cost.), il presidente non

è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, con

l’eccezione nel caso di alto tradimento o di attentato alla Costituzione. A

mettere il presidente in stato di accusa è il Parlamento in seduta comune, a

giudicarlo la Corte Costituzionale in composizione integrata.

CAPITOLO 4: IL GOVERNO:

SEZIONE : LA STRUTTURA:

Secondo la definizione dell’art. 92 Cost., il governo della Repubblica è

composto da:

il presidente del Consiglio;

i ministri, in numero indeterminato, pur sussistendo sul punto una riserva

assoluta di legge ai sensi dell’art. 95 Cost.;

il Consiglio dei ministri, costituito dal presidente del Consiglio unitamente ai

ministri.

Il Governo è un organo che agisce in forza di un’autonoma posizione

costituzionale, con proprie competenze, raccordate, nel loro esercizio, con la

volontà popolare espressa dalle Camere e riassunta nella concessione della

fiducia e nello svolgersi del rapporto fiduciario. E al Governo spetta tutto il

potere esecutivo, escludendo l’attività esecutiva per via giurisdizionale.

Procedimento formativo del Governo: ai sensi dell’art. 92 Cost. il presidente

della Repubblica:

a) nomina il presidente del Consiglio; b) nomina, su proposta del presidente del

Consiglio,i ministri.

Secondo la pratica attuale, il presidente della Repubblica, quando riceve le

dimissioni del Governo uscente, si riserva di accettarle. Quindi, conferisce

verbalmente l’incarico di formare il Governo e solo dopo l’accettazione

dell’incaricato provvede, con tre decreti distinti ma contestuali, a:

ad accettare le dimissioni del precedente Gabinetto : i decreti di accettazione

delle dimissioni sono controfirmati dal presidente del Consiglio entrante;

a nominare il nuovo presidente del Consiglio;

a nominare, su proposta del presidente del Consiglio, i ministri del nuovo

Gabinetto.

Fase preparatoria alla nomina del presidente del Consiglio: in realtà l’atto di

nomina del presidente del Consiglio è preceduto da una fase preparatoria che

si compone di tre momenti:

Consultazioni: il capo dello Stato , secondo una consuetudine tradizionale,

acquisisce le necessarie notizie ufficiali per la situazione più conveniente della

crisi, rivolgendosi ad alcune personalità secondo le sue preferenze.

Solitamente si tratta di personalità che per la posizione ricoperta in passato

possono dare al presidente una visione che prescinda dalle considerazioni di

parte (ex presidenti della Repubblica, della Camera, del Consiglio..) o

personalità che esprimano le posizioni delle diverse forze politiche

rappresentate in Parlamento.

Missioni esplorative, affidate a personalità che possano fornire ulteriori

indicazioni, ma che non si propongono di costituire il Governo, o pre- incarichi,

affidati al pre- incaricato di formare il Governo, per ulteriori chiarimenti. Il capo

dello Stato può far ricorso alle missioni esplorative o ai pre- incarichi qualora

ritenga che esistano ancora margini di dubbio o zone di incertezza.

Conferimento dell’incarico: l’incarico in oggi è conferito verbalmente e di tale

conferimento viene data notizia nel decreto di nomina del presidente del

Consiglio. L’incaricato, che accetta con riserva, compie a sua volta, secondo la

prassi affermatasi, ulteriori consultazioni, valutando per proprio conto la

situazione politica, e qualora si convinca della possibilità di ottenere un risultato

positivo, si reca dal presidente della Repubblica per sciogliere la riserva e

accettare di formare il Governo.

L’attività del capo dello Stato si esaurisce nella scelta del capo dello Stato:

conclusa tale attività, egli non può ingerirsi nelle valutazioni politiche e nelle

conseguenti determinazioni operative che spettano, ormai, all’incaricato e ad

esso soltanto. Di conseguenza il capo dello Stato potrà revocare l’incarico, ma

solo per motivi che non attengano alle scelte politiche compiute dall’incaricato.

La nomina del presidente del Consiglio dei ministri: se la persona prescelta

accetta l’incarico, il presidente della Repubblica la nomina, con proprio decreto,

presidente del Consiglio dei ministri.

Tale decreto deve essere controfirmato dallo stesso presidente del Consiglio

entrante, che attesta che la scelta del capo dello Stato è conforme a

Costituzione, cioè tende effettivamente alla formazione di un Governo nel

rispetto delle regole del sistema.

Né la Cost. né le leggi prevedono particolari requisiti per la carica di presidente

del Consiglio: come per tutte le cariche pubbliche è sufficiente la maggiore età

e il godimento dei diritti civili e politici.

La nomina dei ministri: come detto, da un punto di vista formale, il presidente

incaricato conserva la libertà, che la Costituzione gli riconosce, di scegliere i

ministri che più rispondono al suo disegno politico. Sul presidente incaricato,

però, sono esercitate pressioni dai partiti e dai loro gruppi parlamentari, tanto

che, in pratica, sono più gli organi dei partiti che non l’incaricato a formare la

lista dei ministri, particolarmente quando il Governo è di coalizione.

Completata la lista dei ministri il presidente del Consiglio la propone al

presidente della Repubblica (il quale non ha il potere di cambiarla ma solo di

consigliare l’incaricato della scelta), che procede alla firma dei decreti di

nomina. Nella lista dei ministri spesso compaiono:

Vice presidenti del Consiglio: l’attribuzione di tale funzione a un ministro, che

resta possibile ma non necessaria, spetta al Consiglio dei ministri, su proposta

del presidente del Consiglio;

Ministri senza portafoglio: secondo la l. 400/1988 il presidente della

Repubblica, all’atto della costituzione del Governo, può, su proposta del

presidente del Consiglio, nominare, presso la presidenza del consiglio, ministri

senza portafoglio, i quali svolgono le funzioni loro delegate dal presidente del

Consiglio, sentito il Consiglio dei ministri, con provvedimento da pubblicarsi

nella Gazzetta Ufficiale. Sono sorte numerose critiche perché la l. 400/1988

sembra aggirare la Costituzione, per la quale il numero dei ministri è

determinato per legge.

Il giuramento dei membri del governo: prima di poter assumere le proprie

funzioni, presidente del Consiglio e ministri devono prestare giuramento, che

avviene in due tempi: prima giura da solo il presidente del Consiglio, e poi, a

turno, tutti i ministri, alla presenza del presidente del Consiglio che funge da

testimone del giuramento dei suoi colleghi di Gabinetto. La l. 400/1988 fissa il

contenuto di tale giuramento: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di

osservare lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni

nell’interesse esclusivo della nazione”.

L’interpretazione formalmente più corretta della Costituzione richiederebbe

dapprima la nomina e il giuramento del presidente del Consiglio e quindi la

nomina e il giuramento dei ministri.

Altri organi del Governo, secondo la l. 400/ 1988, possono essere considerati:

Sottosegretari di Stato: ovvero segretari parlamentari che collaborano con un

ministro del Governo. Per la nomina, è previsto il decreto del presidente della

Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio, sentito il Consiglio dei

ministri. Ma la proposta del presidente del Consiglio va fatta “di concerto con il

ministro che il sottosegretario è chiamato a coadiuvare. L’ufficio dei

sottosegretari, che prestano giuramento nelle mani del presidente con la stessa

formula stabilita per i ministri, va disciplinato con legge. I sottosegretari

seguono inoltre la sorte del Governo che ne ha deciso la nomina e il limite

massimo del loro numero è scomparso.

Commissari straordinari del Governo: ferma restando le attribuzioni dei

ministeri fissate per legge, possono essere nominati Commissari straordinari

del governo, al fine di realizzare specifici obiettivi determinati in relazione a

programmi o indirizzi deliberati dal Parlamento o dal Consiglio dei ministri o per

particolari e temporanee esigenze di coordinamento operativo tra

amministrazioni statali. La nomina dei Commissari straordinari è disposta con

decreto del presidente della Repubblica su proposta del presidente del

Consiglio, previa deliberazione del Consiglio dei ministri.

Comitati interministeriali: ovvero organi collegiali ristretti con compiti

settorialmente limitati e rientranti nella sfera di più ministeri, con finalità di

coordinamento di attività che interessano più dicasteri (dicastero = ministero).

Dei comitati interministeriali possono farne parte solo ministri, o ministri e

sottosegretari. I Comitati non hanno comunque responsabilità nei confronti

delle Camere, mentre restano responsabile il Governo e i ministri

individualmente. I Comitati dovranno inoltre attenersi all’indirizzo politico-

amministrativo deliberato dal Consiglio dei ministri e dinanzi a questo saranno

responsabili per gli atti eventualmente difformi da tale indirizzo.

SEZIONE : LE FUNZIONI:

FUNZIONE POLITICA O DI GOVERNO:

Posto al vertice dell’esecutivo, il Governo esercita innanzitutto funzioni di

indirizzo politico: la politica generale del Governo è il momento della scelta, fra i

vari indirizzi possibili, dell’indirizzo politico cui intende conformarsi l’attività

dell’esecutivo e della pubblica amministrazione e si distingue dalla politica

nazionale, momento di analisi delle possibili scelte in ordine alle esigenze

nazionali. Alcuni punti essenziali riguardo alla funzione di governo:

l’attività di governo è attività politica, ovvero libera nel fine;

l’attività di governo è condizionata al rispetto della Costituzione e delle leggi. Si

pone però come attività legislativa anche sul piano legislativo e come tale può

tendere al mutamento della situazione legislativa esistente, mediante proposta

di disegni di legge;

l’attività del Governo è attività di scelta e di comando, dove si esprime l’autorità

dello Stato;

l’attività di governo spetta istituzionalmente all’organo Governo, ma trova la sua

verifica, in relazione alla volontà popolare, nel raccordo con le Camere che si

esprime con la concessione e con la revoca della fiducia. Spetta inoltre alle

C a m e r e , a p p r o v a n d o o r e s p i n g e n d o l e p r o p o s te d i l e g g e d e l

Governo,consentire davvero all’attuazione dell’indirizzo politico adottato e

perseguito

Indirizzo politico: non può aversi indirizzo politico senza azione di governo ma

anche viceversa.

L’indirizzo politico si concreta nella predeterminazione della linea politica lungo

la quale si svolgerà l’attività del Governo e nella mozione motivata della

Camera con la quale le Camere concedono la fiducia al Governo sulla base del

programma (cioè dell’indirizzo) esposto dal presidente del Consiglio. Si ritiene

che il Governo potrà discostarsi dall’indirizzo politico illustrato alle Camere e

posto a base della fiducia, tuttavia portando la responsabilità politica del

cambiamento dell’indirizzo politico originario le Camere potranno far valere

⎢

tale responsabilità revocando la fiducia.

L’indirizzo amministrativo: l’indirizzo amministrativo si manifesta soprattutto

nella cosiddetta attività di “alta amministrazione”. Secondo l’art. 95 Cost. anche

l’attività amministrativa, per la parte che non è pura esecuzione, va rimessa alle

scelte generali del Governo l’alta amministrazione è il punto di raccordo tra

⎢

l’indirizzo politico del Governo e l’attività amministr.

FUNZIONI NORMATIVE: a) la delegazione legislativa

b) i decreti legge vedi pagg. 14 - 15

c) i regolamenti

FUNZIONI SPECIFICHE DEI SINGOLI ORGANI DI GOVERNO:

In base alle disposizioni della l. 23 agosto 198, n.400, e della Costituzione:

Il Consiglio dei ministri è competente a decidere la politica generale del

Governo, tanto interna quanto internazionale e spettano alla sua competenza

tutte le decisioni che la Costituzione attribuisce al Governo. Spetta inoltre al

Consiglio dei ministri deliberare l’indirizzo generale dell’azione amministrativa,

dirimere i conflitti di attribuzione tra i ministri, decidere sulle decisioni del

Governo nei confronti delle Regioni, deliberare sugli atti concernenti i rapporti

con la Chiesa cattolica e con le altre confessioni religiose, nonché decidere

sugli atti da emanare con decreto del presidente della Repubblica previo

parere del Consiglio di Stato, qualora il ministro competente non intenda

conformarsi a tale parere, e sulla richiesta di registrazione con riserva alla

Corte dei conti.

Il presidente del Consiglio dei ministri è l’organo individuale di maggior

rilevanza nell’ambito del Governo e rappresenta il Governo. Propone al capo

dello Stato la lista dei ministri e dei sottosegretari da nominare; dirige la politica

generale del Governo e ne è responsabile; mantiene l’unità di indirizzo politico

e amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei ministri. Spettano a

lui importanti funzioni di impulso e di direzione nei confronti dei ministri

(circolari, direttive, e simili, oppure richiami, richieste di spiegazioni o di

chiarimenti e simili). Ove lo ritenga opportuno e necessario, può proporre al

capo dello Stato la revoca di uno o più ministri.

I vice presidenti del Consiglio suppliscono il presidente in caso di assenza o

impedimento temporaneo. In mancanza del vice presidente tale supplenza

spetta al ministro più anziano d’età.

I ministri, in quanto organi individuali del Governo, contribuiscono a decidere la

politica generale del Governo e hanno compiti amministrativi, tanto da costituire

il necessario raccordo tra attività di Governo e attività amministrativa. I ministri

senza portafoglio hanno competenza politica ma non amministrativa ( non sono

cioè preposti a un ministero).

I comitati interministeriali hanno competenze prevalentemente preparatorie

nell’ambito dei settori materiali loro assegnati, contribuendo a coordinare

l’attività e le decisioni dei diversi ministeri in settori di competenza mista o

comunque collegata.

I commissari straordinari del Governo hanno la funzione di realizzare specifici

obiettivi in relazione a programmi deliberati dal Parlamento o dal Consiglio dei

ministri ed anche la funzione temporanea di coordinamento operativo fra

amministrazioni statali.

I sottosegretari di Stato hanno il compito istituzionale di coadiuvare il ministro

preposto al ministero cui sono assegnati. Trattandosi di delegazione in senso

proprio, l’attività compiuta dal sottosegretario è imputata al ministero, così come

se fosse stata compiuta dal ministro.

SEZIONE : LA RESPONSABILITA’ GOVERNATIVA. LE CRISI DI GOVERNO:

Dopo la nomina da parte del capo dello Stato, il Governo deve ancora

affrontare la verifica parlamentare, deve cioè ottenere il consenso delle due

Camere mediante concessione di fiducia.

Questo corrisponde al principio dei regimi parlamentari secondo il quale il

Governo è politicamente responsabile nei confronti delle assemblee

rappresentative. Oltre che in sede politica, i ministri possono essere

responsabili in sede penale (reati ministeriali), in sede civile (per atti in

violazione di diritti), in sede contabile per danni cagionati con dolo o colpa

grave nelle loro funzioni.

Rapporto fiduciario: secondo l’art. 94 Cost. “il Governo deve avere la fiducia

delle due Camere”.

senza la fiducia il Governo non può sopravvivere e il rapporto fiduciario deve

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permanere.

In Italia: nel nostro ordinamento, secondo Costituzione, il Governo deve

presentarsi alle Camere entro dieci giorni dalla nomina per ottenere la fiducia,

esponendo, mediante una dichiarazione del presidente del Consiglio, la

propria linea programmatica, sulla quale si apre un dibattito che si conclude

con un voto sulla mozione di fiducia. L’instaurazione della fiducia deve

obbligatoriamente avvenire mediante una votazione delle Camere su una

apposita mozione motivata e votata per appello nominale.

Il discorso programmatico del Governo è letto solo in una Camera mentre

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all’altra è consegnato

il testo scritto che viene pubblicato subito negli Atti.

Il dibattito sulle dichiarazioni del Governo avviene, alternativamente, prima alla

Camera e poi al

Senato.

Il Governo, dopo aver prestato il giuramento e prima di aver ottenuto la fiducia,

può esercitare

tutte le funzioni che gli competono ma si ritiene che per correttezza, debba

astenersi dal

compiere atti o dall’adottare iniziative in attuazione di un indirizzo politico

che deve essere

ancora confortato dalla fiducia parlamentare.

La permanenza della fiducia si presume, e la sua messa in causa può ottenersi

mediante voto di una Camera su una mozione di sfiducia o sulla questione di

fiducia posta dallo stesso Governo:

La mozione di sfiducia: secondo l’art. 94 Cost., “il voto contrario di una o di

entrambe le

Camere su una proposta del Governo non importa l’obbligo di dimissioni”.

La revoca della

fiducia va operata mediante strumenti formali e con le procedure apposite,

richieste dall’art. 94.

La mozione di sfiducia deve essere motivata, deve essere sottoscritta da

almeno un decimo dei

componenti della camera dinanzi alla quale viene presentata, deve essere

votata per appello

nominale. Qualora la mozione sia approvata, il Governo deve dimettersi

senza indugio e si apre

così la crisi di Governo (crisi parlamentare). Nella pratica tutte le crisi, fino ad

ora, sono state

determinate da avvenimenti accaduti fuori del Parlamento, caratterizzandosi

così come crisi

extraparlamentari.

Sfiducia individuale: la dottrina ammette la possibilità astratta di un voto di

sfiducia individuale,

che tuttavia in concreto porrebbe in posizione critica l’intero Governo per il

principio dell’unità

e della solidarietà ministeriale.

La questione di fiducia: la permanenza del rapporto fiduciario tra Governo e

Camere può essere

verificata anche per iniziativa del Governo mediante la posizione della

questione di fiducia su

un testo che una Camera si appresti a votare l’adozione o la reiezione del

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testo contro o a

favore del quale il Governo ha posto la questione, comporta la revoca delle

fiducia e le

dimissioni obbligatorie del Gabinetto.

La posizione della questione di fiducia deve essere preceduta da una

deliberazione del Consiglio

dei ministri e la votazione sulla questione di fiducia deve avvenire per

appello nominale.

Il “rimpasto” del Governo: talvolta sono necessarie modifiche nella struttura del

Governo, successive alla sua formazione, a causa di situazioni politiche non

rilevanti (dimissioni di un ministro per motivi personali; morte di un ministro e

simili), o a causa di contrasti di carattere politico (dimissioni di uno o più ministri

per dissensi sulla linea politica del Governo).

Sembra comunque necessario, salvo casi marginali, che il Governo

rimaneggiato si presenti alle Camere per constatare la permanenza del

rapporto fiduciario.

Il Governo dimissionario: quando un Governo presenta le dimissioni il

presidente della Repubblica a)si riserva di accettarle; b) invita il Governo a

restare in carica per il disbrigo degli affari correnti. Non sembra accoglibile né

la teoria di un organo straordinario che sostituirebbe il Governo nella normalità

delle sue funzioni, né quella del governo che diventerebbe organo

amministrativo e non più politico.

La responsabilità penale dei ministri: i ministri hanno piena responsabilità in

sede penale e non godono di alcuna immunità. Per i reati commessi

nell’esercizio delle loro funzioni (cioè per i cosiddetti reati ministeriali), secondo

la l. cost. 16 gennaio 1989, i ministri, anche se cessati dalla carica, sono

sottoposti, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione della Camera

della quale facciano parte o, se non parlamentari, del Senato della Repubblica.

I reati ministeriali sono quelli compiuti a causa o in occasione delle attività

ministeriali o in connessione con esse.

Il giudizio su detti reati è demandato al Tribunale del capoluogo del distretto di

Corte d’appello competente per territorio. Un collegio composto di tre membri

effettivi e di tre membri supplenti provvede all’istruttoria preliminare, potendo

disporre l’archiviazione del procedimento o la trasmissione degli atti alla

presidenza della Camera competente per l’autorizzazione a procedere.

CAPITOLO 6: GLI ORGANI AUSILIARI:

Sotto il titolo dedicato al Governo, la Costituzione (artt.99 e 100) tratta degli

organi ausiliari, cioè del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, del

Consiglio di Stato e della Corte dei Conti.

Secondo la definizione più corrente, gli organi ausiliari sono quegli organi che

svolgono un’azione funzionalmente correlata a quella di organi primari e quindi

un’azione consultiva o di controllo.

Tali organi non si ritengono costituzionali, ovvero talmente coessenziali al

si ste ma d a a l te ra re , o ve ma n ca n ti , l o ste sso o rd i n a me n to , ma

costituzionalmente rilevanti e garantiti e quindi una loro abolizione non

potrebbe operarsi che mediante legge di revisione costituzionale.

Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL): doveva costituire

un momento per comporre preventivamente, rispetto al procedimento di

emanazione delle leggi, gli interessi delle categorie produttive ed economiche,

ma viene spesso considerato un “ramo secco”. Ai sensi dell’art.99 e della

legge, il CNEL è composto di esperti (in numero di 11) e rappresentanti (in

numero 99) delle categorie produttive ed economiche, integrati dal presidente:

tutti i componenti durano in carica 5 anni e possono essere riconfermati.

Le funzioni del CNEL sono di due ordini (art.99): a) è organo di consulenza

delle Camere e del Governo, e può agire per propria iniziativa o su proposta

del Governo, b) è organo dotato di iniziativa legislativa: può proporre progetti di

legge nelle materie dell’economia e del lavoro.

Il Consiglio di Stato: anch’esso ha due importanti funzioni, secondo l’art.100:

a) funzioni consultive in materia giuridico-amministrativa (il parere del C.di S.

richiesto dai ministri può essere facoltativo o obbligatorio, ma non è mai

vincolante), o attraverso formulazione di progetti di legge e di regolamenti

affidati dal Governo, b) funzioni giurisdizionali su atti o provvedimenti

amministrativi emessi in violazione di interessi legittimi ed, eccezionalmente, di

diritti soggettivi.

Il C.di S. si divide in sei sezioni, le prime tre consultive, mentre le altre tre

costituiscono il C.di S. in sede giurisdizionale. Ogni sezione si compone di due

presidenti e almeno dodici consiglieri.

La Corte dei Conti: ha anche funzioni consultive ma, soprattutto, di controllo:

il suo controllo sull’amministrazione dello stato non è solo contabile ma di

legittimità (e non di merito), nei limiti stabiliti dalla legge, e ad essa sono

attribuite funzioni giurisdizionali in materia di contabilità pubblica. Gli atti

sottoposti a controllo preventivo divengono efficaci se la Corte non ne dichiara

l’illegittimità nel termine di trenta giorni.

CAPITOLO 7: LA MAGISTRATURA:

SEZIONE : PRINCIPI GENERALI. L’INDIPENDENZA DEI GIUDICI E

DELL’ORDINE

GIUDIZIARIO:

Per adempiere il mandato che esercita in nome del popolo la magistrat. è

autonoma e indipendente.

Funzione giurisdizionale: consiste nell’applicazione del diritto al caso concreto,

da parte di un organo terzo rispetto al conflitto e di solito in seguito a impulso di

parte. E’ la funzione esercitata di regola dai magistrati ordinari istituiti e regolati

dalle norme sull’ordinamento giudiziario, ai sensi dell’art.102 Cost.

Indipendenza dei giudici: l’indipendenza funzionale dei giudici consiste nella

possibilità di giudicare senza altra soggezione che non sia la soggezione alla

legge art.101 Cost.: “i giudici sono soggetti soltanto alla legge”. La

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dipendenza del giudice dalla legge, che deve applicare per quello che è e per

quello che vuol dire, è senza riserve, ma è anche l’unica; per legge si intende il

diritto oggettivo, quale che ne sia la fonte di produzione. L’indipendenza

organizzativa della magistratura è la tutela del giudice fuori dal giudizio. A ciò

mira l’autonomia e l’autogoverno del potere giudiziario art.105: “la

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magistratura costituisce un organo autonomo e indipendente da ogni altro

potere”. L’art. 107 afferma che i giudici sono inamovibili, se non con il proprio

consenso o con decisione del CSM adottata per gravi motivi o per iniziativa

dello stesso giudice. I giudici tra loro non si differenziano per posizione )non

esistono gerarchie) ma unicamente per funzioni.

Il Consiglio superiore della magistratura: assicura il collegamento tra potere

giudiziario e altri poteri dello Stato. Previsto dall’art. 104 Cost., il CSM si

compone di tre membri di diritto (presidente della Repubblica, primo

presidente, procuratore generale della Corte di Cassazione) e da 30 membri

elettivi. Venti di essi sono eletti dai magistrati ordinari e dieci dal Parlamento in

seduta comune. Secondo l’art. 105 Cost., spettano al CSM, secondo le norme

dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni e i trasferimenti, le promozioni e i

provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati, ed altre designazioni

secondo l’art.106. Appare dunque chiara la competenza del CSM in tutte le

materie attinenti allo stato giuridico dei magistrati e al governo dell’ordine

giudiziario, in modo da essere considerato organo di autogoverno della

magistratura, capace di realizzare l’indipendenza organizzativa di cui essa

necessita.

Presidente del CSM è il presidente della Repubblica; il Consiglio poi elegge un

vice presidente fra i dieci componenti di nomina parlamentare. Nell’ambito del

CSM sono costituite, all’inizio di ogni anno, commissioni aventi il compito di

riferire al Consiglio e di grande importanza è la sezione disciplinare,

competente a conoscere dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Le

deliberazioni sono adottate a maggioranza dei voti (in parità prevale il voto del

presidente) e si traducono in DPR o decreti del ministro per la grazia e la

giustizia; i componenti del CSM “non sono punibili per le opinioni espresse

nell’esercizio delle loro funzioni e concernenti l’oggetto della discussione”.

Contro i provvedimenti del CSM la legge ammette il ricorso al giudice

amministrativo per motivi di legittimità, mentre contro i provvedimenti in materia

disciplinare è ammesso ricorso, che ha effetto sospensivo, alle sezioni unite

della Corte di Cassazione.

Si considera il CSM anch’esso organo costituzionalmente rilevante, e non

organo costituzionale.

Responsabilità civile dei giudici: con l’adozione della legge 13 aprile 1988, n.

117, è stato modificato il sistema: può agire in giudizio chiunque abbia “subito

un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un

provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa

grave nell’esercizio delle sue funzioni,o per diniego di giustizia”.Solo

successivamente lo Stato esercita l’azione di rivalsa nei confronti del

magistrato.

SEZIONE : LA MAGISTRATURA ORDINARIA:

la funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati

dalle norme sull’ordinamento giudiziario. Per converso, ai giudici ordinari

spetta il potere giurisdizionale nella sua generalità, con la sola esclusione delle

materie e delle situazioni attribuite per legge a giudici speciali o a sezioni

specializzate. La magistratura ordinaria è disciplinata dall’ordinamento

giudiziario che va adottato con legge, secondo l’art.108 Cost.

Il pubblico ministero: esso è un altro organo previsto dall’ordinamento

giudiziario che si affianca al giudice: alle dipendenze del procuratore capo si

trovano i sostituti procuratori. In materia civile, il p.m. esercita l’azione civile e

interviene nei processi, nei casi stabiliti dalla legge; in materia penale, il p.m. è

obbligato, secondo l’art.112 Cost., ad esercitare l’azione penale ed interviene a

tutte le udienze penali delle corti, dei tribunali e delle preture. Il p.m. ha

carattere del tutto “neutrale” ed è estraneo all’apparato amministrativo.

Il giudice naturale precostituito per legge: nessuno, secondo Costituzione, può

essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge la precostituzione

⎢

del giudice, non in quanto persona fisica, ma in quanto organo, comporta la

previa determinazione di competenze realizzabili in futuro e non già, a

posteriori, in relazione a una controversia già insorta. Non un giudice qualsiasi

è competente a giudicare la fattispecie ma solo il “giudice naturale”.

Garanzie costituzionali del processo: alcuni principi in materia processuale

fissati dalla Costit.:

ognuno può agire in giudizio per la difesa dei propri diritti e interessi legittimi;

art.113: “contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre ammessa la

tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di

giurisdizione ordinaria e amministrativa.Tale tutela non può essere esclusa o

limitata a particolari mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti.”

Art.24: la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.

La Costituzione prevede che siano assicurati, ai non abbienti,mezzi per agire e

difendersi davanti ogni giurisdizione.

Garanzie del processo penale: alcuni principi fissati dalla Costituzione:

nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in

vigore prima del fatto commesso (irretroattività della legge penale e riserva

assoluta di legge, art.25); art.27: personalità della responsabilità penale,

presunzione di non colpevolezza dell’imputato fino alla condanna definitiva,

principi relativi alle finalità e all’entità delle pene.

Tanto nel processo civile quanto in quello penale i provvedimenti dei giudici

possono assumere la forma del decreto (da non motivare), dell’ordinanza o

della sentenza (entrambe da motivare).

Il ricorso in Cassazione per violazione di legge è sempre ammesso contro le

sentenze e i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi

giurisdizionali ordinari o speciali e mira ad evitare la possibilità di escludere il

ricorso in Cassazione per particolari materie o limitandolo a particolari vizi di

legittimità. Unica eccezione a questo principio si ha per le sentenze dei tribunali

militari in tempo di guerra.

SEZIONE : I GIUDICI SPECIALI:

I principi fondamentali che risultano dalla Costituzione in ambito di giudici

speciali sono:

a) la funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari, secondo l’art.

102, ed è vietata l’istituzione di giudici straordinari (creati appositamente per

una controversia) o speciali (che si occupano solo di alcune materie),

consentendosi soltanto l’istituzione di sezioni specializzate presso gli organi

giudiziari ordinari; b) revisione, e quindi sopravvivenza, dei giudici speciali di

giurisdizione esistenti (ed è dunque un’eccezione al principio a)); c)

mantenimento delle funzioni giurisdizionali di alcuni giudici speciali quali il

Consiglio di Stato, la Corte dei Conti e i tribunali militari; d) istituzione, nelle

Regioni, con legge statale, di organi di giustizia amministrativa di primo grado;

e) la garanzia, da stabilirsi con legge, dell’indipendenza dei giudici delle

giurisdizioni speciali.

LA GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA:

I giudici speciali che assumono maggior importanza nel nostro ordinamento,

sia per l’ampiezza della competenza, sia per l’entità delle pronunce, sono i

giudici amministrativi.

Nel diritto pubblico, e in particolare nei rapporti tra privato e p.a., le posizioni

giuridicamente tutelate non assumono soltanto la configurazione di diritti

soggettivi, come nel diritto privato. Accanto a questi si pongono nel nostro

vigente ordinamento anche gli interessi legittimi, nella doppia configurazione di

interessi occasionalmente protetti e di diritti affievoliti, mentre gli stessi interessi

semplici possono acquistare qualche rilievo nella misura in cui investono il

merito dell’attività amministrativa.

Le posizioni giuridiche soggettive tutelate: a) diritti soggettivi: il diritto soggettivo

sorge quando la legge attribuisce ad un soggetto un potere per la tutela

primaria e diretta del proprio interesse.

b) interessi legittimi: si ha interesse legittimo (o interesse occasionalmente

protetto) quando il comportamento della pubblica Amministrazione incide su

una posizione giuridica che si trovi in una particolare relazione con la

situazione di interesse generale, sicché ne scaturisce una protezione per

l’interesse particolare altrimenti impossibile. (ad es. in caso di concorso

pubblico l’interesse legittimo sarà di colui che è stato escluso a partecipare e

che si trova perciò in una posizione soggettiva attiva qualificata).

c) diritti affievoliti: si ha diritto affievolito quando un diritto soggettivo si estingue

a causa dell’esercizio dei poteri dell’autorità amministrativa. Il diritto soggettivo

è dunque subordinato alla sua compatibilità con l’interesse pubblico. In caso di

incompatibilità, il diritto perde la sua rilevanza e appunto si affievolisce,

riducendosi a mero interesse legittimo. L’esempio più comune è

l’espropriazione per pubblica utilità: lo stesso diritto di proprietà si affievolisce, e

la proprietà del bene espropriato viene trasferita ad altro soggetto.

I Tribunali amministrativi regionali: i TAR sono stati istituiti con la l.6 dicembre

1971, previsti dall’art.125 Cost., e sono stati riordinati con la l.27 aprile 1982. I

TAR sono “organi di giustizia amministrativa di primo grado”, composti da un

presidente e da almeno cinque magistrati amministrativi regionali: le loro

circoscrizioni sono regionali ma possono essere istituite sezioni staccate. Il TAR

decide su vari tipi di ricorso e sulla violazione di interessi; la sua giurisdizione è

di regola di legittimità. Il termine per presentare ricorso al TAR è di sessanta

giorni dalla conoscenza dell’atto da parte dell’interessato e le sentenze, con le

quali si conclude il procedimento dinanzi al TAR, sono impugnabili mediante

ricorso al Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, da proporre entro sessanta

giorni dalla sentenza.

Anche il Consiglio di Stato ha una competenza generale di legittimità e una

competenza particolare di merito. Nella grande maggioranza dei casi, il C.di s.

decide sulla controversia annullando la decisione impugnata o respingendo il

ricorso contro di essa. Contro le decisioni pronunziate dal C.di s. sono ammessi

soltanto il ricorso per revocazione in alcuni casi e il ricorso in Cassazione per

motivi inerenti alla giurisdizione.

Il Consiglio di presidenza della giurisdizione amministrativa: tale organismo,

composto da 13 membri effettivi, si configura organo di autogoverno della

magistratura amministrativa. Le sue attribuzioni sono dirette all’organizzazione

dell’attività dei giudici amministrativi e a garantire l’indipendenza organizzativa

della magistratura amministrativa. Il consiglio delibera sulle assunzioni,

assegnazioni di sedi e funzioni, trasferimenti, promozioni, conferimento di uffici

direttivi e su ogni altro provvedimento riguardanti lo stato giuridico dei

magistrati del consiglio di stato e dei TAR. Esso inoltre delibera sui

provvedimenti disciplinari riguardanti tali magistrati.

Commissioni tributarie: possono essere annoverate tra i giudici speciali

amministrativi i oggi esistenti. Esse sono competenti a giudicare sulle

controversie concernenti le imposte sui redditi, l’IVA, l’INVIM, l’imposta di

registro, l’imposta sulle successioni e donazioni, le imposte ipotecaria e

catastale,l’imposta sulle assicurazioni,i tributi comunali nonché negli altri casi

previsti dalla legge.

Con il d.lgs.n.545/1992 si sono costituite commissioni provinciali e commissioni

regionali.

Avverso la sentenza della commissione regionale può essere proposto ricorso

per cassazione.

Tribunali delle acque pubbliche: rientrano nella giustizia amministrativa gli

organi giurisdizionali aventi competenza sulle controversie in materia di acque

pubbliche e precisamente di acque del demanio idrico statale. Nonostante la

definizione tali tribunali sono Sezioni specializzate della Corte di appello

presso la quale sono istituiti. Giudice speciale è invece il Tribunale superiore

delle acque pubbliche istituito a Roma, e composto di 12 componenti. Contro le

decisioni pronunciate in grado di appello dal Tribunale superiore è ammesso

ricorso alle Sezioni Unite della Corte di cassazione.

Altre giurisdizioni amministrative speciali sono previste nel nostro ordinamento.

LA GIUSTIZIA PENALE MILITARE

I giudici speciali istituiti nell’ambito della giurisdizione penale militare sono i

tribunali militari, che in tempo di pace, come afferma l’art.103 Cost., hanno

giurisdizione per i reati militari commessi da appartenenti alle Forze Armate,

mentre in tempo di guerra la competenza, ovviamente più vasta, viene rimessa

alla legge. Per reato militare si intende qualunque violazione della legge

penale militare o quella fattispecie criminosa nella quale si realizzi concorso di

lesione della legge penale comune e della legge penale militare.

I Tribunali militari, in numero di otto, sono giudici di primo grado; quando vi sia

concorso nel reato di militari e civili, è competente per tutti i procedimenti

l’autorità giudiziaria ordinaria.

La Corte militare d’appello: giudica sull’appello proposto avverso tutti i

provvedimenti emessi dai Tribunali militari. Contro i provvedimenti dei giudici

militari è ammesso ricorso per cassazione secondo le norme del codice di

procedura penale.

Il Consiglio della magistratura militare: con la l.30 dicembre 1988, n.561, è stato

istituito il consiglio della magistratura militare con compiti nei confronti dei

magistrati militari analoghi a quelli del Consiglio superiore della magistratura

nei confronti dei magistrati ordinari.

PARTE SETTIMA: LE GARANZIE COSTITUZIONALI

CAPITOLO 2: LA CORTE COSTITUZIONALE

SEZIONE : LA GIUSTIZIA COSTITUZIONALE IN GENERALE:

Il problema della giustizia costituzionale, intesa come possibilità di sindacare le

leggi ordinarie per preteso contrasto con la Costituzione, sorge,

prevalentemente, in presenza di Costituzioni rigide e si pone come garanzia di

tale rigidità.

“Sindacato diffuso” di costituzionalità: si parla di sindacato diffuso quando ogni

giudice, all’atto di applicare una legge, può, e deve, accettarne la conformità a

Costituzione, disapplicandola in caso di difformità. Il giudice non annulla, non

potendo, la norma ritenuta incostituzionale, ma si limita a non applicarla: è il

caso degli U.S.A. I vantaggi sono legati a una più diretta e immediata possibilità

di controllo di costituzionalità delle leggi ordinarie, tuttavia questo sistema può

consentire ai giudici ordinari un’ingerenza nel merito delle scelte legislative

delle Assemblee (“governo dei giudici”).

Sindacato accentrato di costituzionalità: sistema opposto al precedente, si

realizza quando la competenza a valutare la conformità a Costituzione delle

leggi è attribuita a un solo organo. Può distinguersi a seconda che l’organo sia

di natura prevalentemente politica (Francia), o di natura prevalentemente

giurisdizionale (Stati tedeschi, Austria). La soluzione adottata dalla Costituzione

italiana per una magistratura speciale denominata Corte Costituzionale si

avvicina maggiormente a quest’ultimo modello.

SEZIONE : POSIZIONE E STRUTTURA DELLA CORTE COSTITUZIONALE:

Nel nostro ordinamento non fu mai contestata la scelta di istituire una

magistratura costituzionale, al fine di assicurare il rispetto dell’ordine

costituzionale delle competenze, mentre si discusse se assegnare o meno alla

Corte una composizione influenzata dal dato politico, propendendo per il no.

L’art.137 Cost. riserva alla legge costituzionale (legge cost.1953,n.1) di stabilire

le condizioni, le forme, i termini di proponibilità dei giudizi di legittimità

costituzionale, nonché le garanzie di indipendenza dei giudici della Corte,

mentre le altre norme necessarie per la costituzione e il funzionamento della

Corte sono stabilite con legge ordinaria (legge 1953,n.87).

La composizione della Corte Costituzionale: la composizione della Corte

Costituzionale è disciplinata anzitutto dall’art.135 Cost., modificato dalla l.cost.

1967,n.2.

I giudici della Corte sono quindici e sono nominati, in ordina successivo: dalle

supreme magistrature ordinaria e amministrativa (1/5), dal Parlamento in

seduta comune (1/5), dal presidente della Repubblica (1/5). Tali giudici sono

scelti tra i magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori ordinaria e

amministrative, tra i professori ordinari di università in materie giuridiche e tra

gli avvocati dopo vent’anni di esercizio, e durano in carica nove anni. Viene

esclusa l’ipotesi della proroga dei poteri con l’eccezione del caso di scadenza

di un giudice durante un processo penale costituzionale: il giudice resta in

carica limitatamente allo svolgimento di quel processo e fino alla sua

conclusione. I giudici non possono essere nuovamente nominati, scaduti i nove

anni.

Per i soli giudizi di accusa contro il presidente della Repubblica è prevista una

composizione allargata della Corte Costituzionale: accanto ai quindici giudici

ordinari intervengono altri sedici giudici “aggregati”, di origine più

accentuatamente politica, tratti a sorte da un elenco, compilato dal Parlamento,

di 45 cittadini aventi i requisiti per l’eleggibilità a senatore (aventi 40 anni).


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti integrati al testo di Diritto pubblico di Cuocolo con particolare attenzione ai seguenti argomenti: lo Stato, il diritto, l'ordinamento giuridico, la norma, le fonti del diritto, formazione ed efficacia delle fonti, l'interpretazione delle fonti-atto, l'abrogazione della legge.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e dell'amministrazione
SSD:
Università: Genova - Unige
A.A.: 2007-2008

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto pubblico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Cuocolo Fausto.

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