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Diritto Costituzionale Appunti scolastici Premium

Appunti di diritto costituzionale basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Manetti dell’università degli Studi di Siena - Unisi, facoltà di Scienze politiche, Corso di laurea in scienze politiche. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Diritto costituzionale docente Prof. M. Manetti

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ESTRATTO DOCUMENTO

Art 2 Cost. “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle

formazioni sociali dove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di

solidarietà politica, economica e sociale.”

L’art. 2 include, oltre ai diritti inviolabili, anche i doveri inderogabili. Senza tali doveri, i diritti sopracitati,

non avrebbero senso. Un primo dovere è la contribuzione fiscale, che permette allo Stato di garantire i

diritti fondamentali (es. alla salute).

Sistema fiscale deve essere democratico e progressivo, si contribuiscono perciò proporzionalmente al

proprio reddito.

Un dovere inderogabile è dunque la solidarietà fiscale.

La solidarietà può essere:

Politica -> diritto di voto, è anche un dovere civico, forma di manifestazione del pensiero, modo in cui

• partecipano alla vita politica. Dovere di difesa della patria (leva obbligatoria, ora sospesa);

Economica -> dovere di contribuzione sociale;

• Sociale.

L’aggiunta dell’art. 2 al primo comma rappresenta il tributo della Costituzione italiana ad una visione della

società in cui il singolo non è abbandonato a se stesso (non come la visione liberale in cui l’uomo è uno

solo contro tutti).

Nella costituzione liberali l’apparenza ad associazioni e alle altre “formazioni sociali” (scuola, partiti,

sindacati, chiesa) è vista come contrapposizione allo stato che doveva essere il primo interlocutore. I diritti

devono essere riconosciuti anche alle origini sociali in quanto l’essere umano che ne fa parte svolge la

propria personalità, senza che l’origine la reprima.

Art 3 Cost. —> Uguaglianza formale (tutti sono uguali di fronte alla legge) Uguaglianza sostanziale

(nella sostanza non siamo tutti uguali, per cui ciascuno deve contribuire sulla base delle proprie capacità).

La difficoltà di applicazione dell’art. 3 è la presenza di due estremi di uguaglianza che contengono

implicitamente una discrezionalità del legislatore il quale, per decidere, utilizza il principio di

ragionevolezza.

Il principio di eguaglianza (formale), che sta alla base di tutti gli altri ordinamenti democratici, è nato con la

rivoluzione francese come principio di “uguaglianza formale”. Si è applicato, in origine, non solo e non tanto

all’attività amministrativa e giurisdiziaria ma, appunto, a quella legislativa.

L’imparzialità nell’applicazione della legge (“la legge è uguale per tutti) non vale soltanto per i giudici ma

anche per la PA.

L’eguagliata nell’applicazione della legge è prevista dalla Costituzione risperrivamente quando parla di:

- giurisdizione: Art. 101. i giudici sono soggetti soltanto alla legge e non possono ricevere istruzioni

dall’esecutivo, sono indipendenti e la loro indipendenza è la garanzia dell’imparzialità nell’applicazione

della legge.

- PA: Art. 97 vincola la PA al rispetto del principio di imparzialità e di buon andamento.

L’eguaglianza che è espressa dall’art. 3 è un requisito che la Costituzione impone alla legge e non solo per

la sua applicazione (la legge può, talvolta, essere applicata in modo imparziale una di per se non essere

non egualitaria). Quando si parla di eguaglianza di fronte alla legge vuol dire che la legge non deve

discriminare e trattare in modo diverso determinate situazioni. Quali sono le discriminazioni che la

Costituzione vuole eliminare della considerazione del legislatore?

Sono le discriminazioni nate dalla storia e, progressivamente, si sono affermate nella coscienza giuridico-

sociale con connotazioni negative.

la Costituzione vieta le discriminazioni in base alla lingua; allo stesso tempo l’art. 6 afferma che la

• Repubblica tutela le minoranze linguistiche. Quest’ultime, quindi, hanno diritto a un trattamento “diverso”,

come ad esempio avere l’insegnamento della loro lingua madre a scuola. Quindi non è garantita

l’uguaglianza a tutti i costi e ciò nega l’eguaglianza formale.

Es. i cittadini tedeschi dell’Alto Adige hanno delle maggiori opportunità di impiego nella loro provincia dal

momento che i concorsi in essa si svolgono richiedendo (come requisito per i partecipavi) la conoscenza

della lingua tedesca.

Altre 2 importanti discriminazioni vietate dalla Costituzione riguardano il sesso, la razza e la religione.

Ai tempi della Riv. Francese non erano queste le discriminazioni che si combattevano: i borghesi volevano

eliminare i privilegi fondati sulla classe, sul censo e i privilegi degli statuti diversi riconosciuti alle persone

sulla base della loro provenienza sociale (per quest’ultima discriminazione, la Cost.ne da per scontato che

vanno contrastate).

La Costituzione pone come soggetti “i cittadini”, quindi sembrerebbe che il principio di uguaglianza valga

solo per quest’ultima e non per lo “straniero”.

In realtà la Costituzione detta delle regole generali che prendono il nome di principi proprio per

sottolineare la loro generalità, la loro portata universale e la loro durata nel tempo.

Nel ’48 poteva sembrare ovvio che la Costituzione si rivolgesse ai soli cittadini poiché l’Italia non

conosceva il fenomeno dell’immigrazione. Lo “straniero” (art. 10) era considerato a quel tempo

un’evenienza eccezionale, una persone che si trovava in Italia per circostanza particolari. Con l’eccezione

dei cittadini comunitari che hanno stessi diritti e doveri dei cittadini italiani, per rifugiati, richiedenti asilo

politico ed extracomunitari immigrati vale comunque il criterio generale dell’uguaglianza.

Non sempre la GENERALITÀ della LEGGE, cioè il suo rivolgersi a tutti i cittadini si verifica.

Ad esempio, la maggior parte delle norme si riferiscee agli adulti, dando luogo a discriminazioni tra adulti

• e bambini. Tuttavia in Costituzione non c’è un divieto di discriminazione in base all’età perché si

considera ovvio e naturale che, fino al raggiungimento di una certa età il comportamento sia diverso. Ci

sono casi in cui si può contestare, come nel caso della libertà di riunione e di manifestazione del

pensiero: anche non maggiorenne, perché ad un ragazzo non devono essere riconosciute queste libertà?

Rimane il fatto che la costituzione non vieta discriminazioni in base all’età; che le vieta, specie in materia

di lavoro, è la Comunità europea. Ciò ha posto numerosi problemi perché sono saltate tutte una serie di

norme soprattutto tedesche, che prevedevano la possibilità di mandare anticipatamente in pensione

persone che avevano compiuto 55 anni per problemi di produttività.

Cosa vuol dire divieto di discriminazione in base alla religione?

• Vuol dire che non si può trattare diversamente i cittadini sulla base della propria religione. Ma, ad

esempio, il che in Italia, a maggioranza cattolica siano programmate una serie di feste (es. domenica o

festività varie) o che, ancora una circolare ministeriale vieti sessioni d’esame il sabato e la domenica ma

non il venerdì (giorno festivo per musulmani), questo costituisce discriminazione?

N.B. Cosa vuol dire divieto di discriminazione in base al sesso?

• Fino a qualche tempo fa la legge prevedeva che la madre lavoratrice che doveva prevedere

all’allattamento del bambino, poteva richiedere dei permessi per allontanarsi dal lavoro e allattare il

bambino. Questa norma è stata concepita in funzione delle donne perché si riteneva, a torto o a ragione,

che solo le donne potessero allattare il bambino e che il pare non sia in grado di farlo. Per i padri separati

e per i vedovi sorse un problema discriminatorio che portò gli stessi a ribellarsi.

La Corte Costituzionale ha accolto la questione, dichiarando incostituzionale la legge nella parte in cui

non annette anche gli uomini, cioè i padri, che non hanno accanto una figura femminile per motivazioni

indipendenti dalla loro volontà e a disporre di permessi __________.

La Corte Costituzionale ha quindi aggiunto un’appendice alla norma per ristabilire l’eguaglianza uomo-

donna. La parificazione non è tuttavia totale: l’appendice si riferisce infatti ai soli padri che non abbiano

accanto una donna - mamma. In teoria, per realizzare l’eguagliata integrale tra i genitori (maschi e

femmine) bisognerebbe dare il diritto ai permessi indifferentemente a padri e madri, con la sola

condizione che se il permesso lo prende uno dei due automaticamente non spetta all’altro (sistema

francese). Si può obiettare, però, che il diverso trattamento della donna in relazione a questa fattispecie è

legato ad una previsione costituzionale secondo la quale la Repubblica tutela la maternità e il ruolo della

donna nella famiglia. La Cost. ne, nello spirito del ’48, dava per scontato l’essenzialità del ruolo di lavoro

con l’uomo (art. 37), ha previsto che affinché la donna possa esercitare il suo diritto al lavoro al pari degli

uomini siano necessarie tutele superiori.

Ci sono state due fasi che ha attraversato il principio di uguaglianza:

1. La prima fase, quella ingenua, cioè dell’uguaglianza formale davanti alla legge, ma comunque

venivano sempre prese in considerazione le “differenze naturali”. Da ciò nasceva il divieto per la donna

di accedere al concorso in magistratura perché per sua “natura” la donna era considerata imparziale

(divieto fino al 1961; 1063 primo concorso magistratura in cui furono ammesse le donne).

2. Con l’evoluzione alla seconda fase, detta meccanismo di regola e deroga, si inizia a pensare che i

cittadini sono tutti uguali di fronte alla legge, ma laddove la Costituzione prevede la possibilità o la

necessità di un trattamento differenziato il legislatore ne deve tener conto. Ad esempio se l’Art. 37

riconosce alla donna un ruolo essenziale nell’ambito familiare, quanti si disciplinano le condizioni di

lavoro della donna bisogna che queste possano consentire di svolgere questa sua funzione che la

Costituzione ritiene essenziale. Le “differenze” previste dalla Costituzione, quindi, non vanno a danno

ma a favore di qualcuno (donna, minoranza linguistica ecc…). In una prima fase si disse che

l’uguaglianza deriva dalla GENERALITÀ della legge, però la legge deve tenere in considerazione quelle

situazioni che la stessa Costituzione segnala per un trattamento differenziato ed è quindi la stessa

Costituzione che DEROGA al principio di uguaglianza.

Altro esempio —> RELIGIONE, non sono ammesse discriminazioni, ma i cattolici, in virtù del

Concordato con la Chiesa Cattolica, hanno una serie di facilitazioni (matrimoni in Chiesa ha effetti civili,

presenza dell’assistenza religiosa negli ospedali).

3. C’è poi una terza fase dell’uguaglianza che è quella che noi viviamo da una trentina di anni ed è il modo

in “oggi” viene interpretata l’ uguaglianza formale. Il 70% delle sentenze che adotta la Corte

Costituzionale sono basate sul meccanismo dell’uguaglianza formale, che è diventato il criterio che

governa la classificazione legislativa La legge prevede delle classificazioni perché i motivi

dell’intervento legislativo prescindono dalla natura generale dell’uomo, cioè la legge interviene per

disciplinare situazioni che non riguardano l’uomo in generale. L’utente dei servizi pubblici, ad esempio,

è una categoria generale che potenzialmente corrisponde a tutti i cittadini; quando però la legge

disciplina lo sciopero dei mezzi pubblici è costretta a dividere la categoria del lavoratore da quella del

fruitore del servizio. Dunque la legge opera dalla categorizzazioni tra cittadini che tendenzialmente

sono uguali. Ma, ad esempio, come si fa a stabilire se la differenza tra lavoro pubblico e privato (lavoro

pubblico che dal ’93 è più simile a quello privato, ma permangono differenze come ad esempio la

stabilità del posto di lavoro) è una differenza giustificata/legittima o ingiustificata/illegittima?

È una scelta molto delicata che sfiora il merito della scelta politica e che i tanti paesi non è stata fatta.

ESEMPIO DEL CONCORSO PER FERROVIERI CHE DEVONO GUIDARE LE LOCOMOTIVE E DEI

PILOTI CON OCCHI CHIARI.

—> Se il legislatore muove dalla convinzione, attestata tecnicamente, che gli occhi chiari siano inadeguati

per quell’attività, in genere la Corte Costituzionale si attiene a tali considerazioni e il legislatore apporta

giustificazioni di natura tecnico-scientifica.

La corte costituzionale si limita a valutare se la disparità di trattamento può essere giustificata o meno. Ciò

significa che le discriminazioni operate dal legislatore e che agiscono nelle varie categorie devono essere

fondate: l’altezza può essere un limite in relazione alla guida della locomotiva ma non, ad esempio, in

relazione al controllo dei biglietti. Il giudice costituzionale in questi casi lambisce il limite della scelta politica

ed è portato, talvolta, a sostituirsi al Parlamento. In questo caso il sindacato non è più semplicemente

sull’uguaglianza, bensì sulla ragionevolezza della legge (rapporto tra finalità della legge e lo strumento

scelto per raggiungere quello scopo): il principio di uguaglianza è diventato (in questa 3° fase!) sinonimo di

ragionevolezza, cioè di quella formula che indica il rispetto da parte della legge del requisito di conformità

e di rispetto delle regole costituzionali in relazione alle finalità perseguite.

1. EGUAGLIANZA IN SENSO GIUSNATURALISTICO, non praticabile;

2. EGUAGLIANZA, SALVO DEROGHE ESPLICITE da parte della COSTITUZIONE;

3. EGUAGLIANZA COME RAGIONEVOLEZZA DEL TRATTAMENTO DIFFERENZIATO PER

CATEGORIE DIVERSE IN RELAZIONE AL PROFILO RILEVANTE PER LA DISCIPLINA

- AZIONI POSITIVE (nascono negli USA) —> Tornando alle locomotive che avevano i pedali troppo

distanti dal sedile. Non sarebbe logico richiedere che le locomotive siano ridisegnate in modo che tutti o

quasi tutti possano guidare una locomotiva? A tal proposito e soprattutto in riferimento alle donne, la

Corte Costituzionale ha emesso una sentenza di incostituzionalità della legge che manteneva conto del

fatto che l’altezza media delle donne è minore di 170 cm. Ma è possibile chiedere alle ferrovie di

cambiare le locomotive affinché tutti possano guidarle? Dal punto di vista politico si sta chiedendo

un’azione che ponga un rimedio alla discriminazione. Eliminata la discriminazione sul pieno

dell’eguaglianza formale, si cerca di rimuovere le condizioni che favoriscono la partecipazione della

discriminazione stessa. Altro esempio tipico di azione positiva sono le “quote rosa” —> (art. 117 cost.)

UGUAGLIANZA SOSTANZIALE

Art. 3 co. 2 —> è stata definita la “supernorma” della Costituzione italiana, cioè sarebbe la chiave di lettura

di tutta la costituzione. Secondo alcuni l’art. 3 co 2 è la rivoluzione promessa ai socialisti e comunisti che

sedevano alla costituente, quindi qualcuno ha letto l’art. 3 co. 2 come l’uscita dallo Stato democratico a

quello socialista (eguaglianza in senso socialista = chiedere a ciascuno secondo le proprie capacità e dare

a ciascuno secondo i propri bisogni).

Questo tipo di uguaglianza è naturalmente diversa da quella formale di origine borghese.

L’uguaglianza sostanziale, ovviamente, deve abbandonare ogni pretesa da quella formale di origini

borghese. L’uguaglianza sostanziale, ovviamente, deve abbandonare ogni pretesa di generalità e diventa

“regola individuale”, mentre l’art. 3. co. 1 prevedeva un’uguaglianza formale che poi si è evoluta con il

“principio di ragionevolezza”.

3 co. 1 3 co. 2 sono conciliabili? In teoria no perché sono due visioni opposte, quindi nella nostra

Costituzione non c’è stata svolta socialista. Il nostro ordinamento si basa sui principi di giustizia dello Stato

Sociale, ben diverso dall’idea della stato uguaglianza sostanziale.

Ciò a cui aspira la Cost.ne non è un livellamento delle posizioni ma è garantire condizioni di vita tali da

permettere ai cittadini la partecipazione e l’esercizio consapevole dei diritti.

La Cost.ne vuole ottenere ciò riunendo tutti quegli ostacoli di ordine economico (miseria, disoccupazione) e

sociale (pregiudizi) che non permettono l’effettivo esercizio dei diritti.

Ovviamente in quest’idea c’è qualcosa di più della sola uguaglianza formale borghese, ma non si arriva a

quella socialista: si punta invece all’EFFETTIVITÀ DELL’UGUAGLIANZA E DELLA PARTECIPAZIONE.

Ciò ci consente di ritenere compatibili (3 co. 1 e 3 co. 2: il primo comma riguarda la disciplina generale

della funzione legislativa che, in virtù del principio della ragionevolezza, consente al legislatore di effettuare

specifiche discriminazioni. Il secondo comma, invece, afferma che lo Stato (quindi anche enti territoriali)

deve promuovere l’elettività dell’uguaglianza interna nella vita sociale ed economica per favorire le

categorie oggettivamente più svantaggiate.

Art. 3 co. 2 è un programma di Stato sociale che si specifica nel diritto al lavoro (art. 4), alla salute (art. 32),

all’istruzione, alla provvidenza e all’assistenza in caso di malattia/handicap/infortunio sul lavoro e altri diritti

sociali.

ART. 5 E NUOVO ART. 114: PRINCIPIO UNITARIO E PRINCIPIO

AUTONOMISTICO.

ART. 5: La Repubblica, una e indivisibile (principio unitario), riconosce e promuove le autonomie locali;

attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi e i

metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

ART 114 (nuovo): La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Provincie, dalle Città metropolitane, dalle

Regioni e dallo Stato, I comuni, le Provincie, le città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con

propri statuti, poteri e funzioni secondo principi fissati dalla Costituzione. Roma è la capitale della

Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento.

ART 114 (vecchio): La Repubblica si riparte in regioni, province e comuni.

L’art. 5 è dedicato, oltre all’affermazione del “principio unitario” (Repubblica “una e indivisibile”), alle

autonomie territoriali. Si ricollega anche all’art. 1 (le autonomie locali sono uno dei limiti al potere legislativo

ed esecutivo nazionali), cioè all’esercizio della sovranità popolare che si esercita nelle forme previste dalla

Cost. ne e tra queste vi sono certamente i poteri locali che fanno da contrappeso al potere centrale

(“principio autonomistico”). Con l’art. 5, il principio autonomistico da modello organizzativo è elevato a

principio fondamentale dell’ordinamento autonomistico.

Cosa distingue il principio federalista da quello autonomistico?

Lo Stato federale per eccellenza è l’America. Gli Usa sono composti da 54 Stati, ognuno con la propria

peculiare organizzazione statale (civile, penale, amministrative) e in cui le materie di competenza dello

Stato centrale sono economia, finanzia, politica estera, sicurezza interna e difesa.

L’art. 5 della nostra costituzione sancisce che “La Repubblica, una e indivisibile riconosce le autonomie

locali”. Da un lato, nel federalismo, abbiamo Stati indipendenti con pieni poteri legislativi esecutivi e

giudiziari. Dall’altro, in Italia, la costituzionalizzazione del principio unitario e di indivisibilità che si articola,

successivamente, attraverso le autonomie locali.

Tuttavia, solo dagli anni ’70 è stato avviato il processo di attuazione del titolo V della Costituzione con

l’istituzione delle regioni ordinarie, fino ad arrivare alla riforma costituzionale n° 3 / 2001.

Quest’ultima riforma, ha introdotto il “principio della sussidiarietà orizzontale e verticale”.

Che significa sussidiarietà?

Che nello svolgimento delle funzioni pubbliche, si preferisce l’ente più vicino ai cittadini (s. verticale) e che

si lasci che siano i privati a svolgere alcune funzioni e che al pubblico spetti la competenza di fissare i

parametri con cui il privato eroga le funzioni pubbliche (s. orizzontale)

Modifiche introdotte dall’art. 1 della legge Costituzionale n°3 /2001 all’art. 114 Cost.:

Riconosce le distinzioni tra Repubblica e Stato, ponendo quest’ultimo sullo stesso piano, dal punto di

• vista istituzionale, di Regioni, Provincia, Città metropolitane e Comuni (nel testo previgente ci si limitava a

prevedere ripartizione dello Stato - Repubblica in Regioni, Provincie e Comuni).

La riformulazione del 1° comma inverte il precedente ordine degli enti territorial e riconosce l’importanza

• del comune inteso come l’ente più vicino ai cittadini.

Il 2° comma ha un significato più sostanziale perché sancisce l’autonomia statuaria degli enti di cui sopra,

• autonomie che, già costituzionalizzata per le Regioni (art. 123 Cost.) viene costituzionalizzata per gli altri

enti.

Il 3° comma, infine, istituzionalizza lo status di Roma capitale d’Italia.

Art. 7 e 8 —> rapporti tra stato e comunità religiose.

I rapporti tra lo Stato e la religione sono disciplinati dalle libertà di religione, disciplinata dalle libertà di

religione, disciplinata dall’art. 19 il quale parla di riti (necessari per ogni religione) attuabili pubblicamente

purché non vadano contro il buon costume. La Costituzione riconosce anche la libertà di non credere (atei,

agnostici) a differenza di Stati che impongono l’aderenza alla Chiesa di uno Stato (come la Chiesa

anglicana, oggi, in Inghilterra). Nel rapporto che intercorre tro lo Stato e le origini religiose, vi sono “materie

miste” che riguardano la vita delle persone ma che interessano sia lo Stato che la Chiesa (es. matrimonio,

assistenza ai soldati e ai malati, insegnamento). Il concordato Stato - Chiesa è una forma di trattato

internazionale che intercorre tra Stato e Chiesa Cattolica e che disciplina proprio le materie miste (è un

trattato perché considerato un accordo di diritto internazionale). Concordato che nonostante la caduta del

regime fascista, fu mantenuto in vigore perché la maggior parte della popolazione era cattolica e i cattolici

non volevano rinunciarvi. Il concordato è previsto dalla Costituzione e non è necessaria una legge

costituzionale per modificarlo, ma un accordo tra Stato e Chiesa (art. 7 co. 3).

Ci sono due modi per “rivedere” il concordato:

1. accordo con la Chiesa (1984 - Craxi riuscì con la negoziazione a far venir meno privilegi ormai

eccessivi per la Chiesa, non avendo concordato una modifica del precedente)

2. abolizione tramite legge costituzionale dell’art. 7, eccetto il primo comma che rappresenta un principio

fondamentale. (Lo Stato e la Chiesa cattolica sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani)

Art. 8 —> E le Chiese protestanti, ebraiche ecc..? Alcune di esse hanno stipulato intese con lo Stato

italiano attraverso le quali esso può riscuotere contributi dei loro membri. Musulmani e testimoni di

Geova, no intese. Le religioni tuttavia, non sono uguali in termini di privilegi. Esempi: simbolo religioso

in classe, religione cattolica come materia scolastica.

- Art. 7 —> 1° Comma: “Stato e Chiesa cattolica sono, ognuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”

Quindi la Chiesa è libera di praticare ciò che ritiene più giusto. Esempio: legge sulla procreazione

assistita, referendum abrogativo 2002, la Chiesa invitò i fedeli ad astenersi. È legittimo invitare

all’astensione? È legittimo che lo faccia la Chiesa?

- Art. 7 —> 2° Comma: Concordato è dotato di una garanzia costituzionale. Per abolirlo sarebbe

necessaria una legge costituzionale (impensabile) è possibile, invece, che la modifica provenga da un

accordo con la Chiesa (1984 con Craxi)

La Chiesa, quindi, è posta in una condizione di privilegio rispetto alle altre confessioni religiose. Come si

giustifica, in questo caso, la deroga al principio di uguaglianza? La Corte Costituzionale si pronunciò, a tal

proposito, nel 1981 prevedendo che il concordato può derogare al principio di uguaglianza fino a che tali

deroghe non collidano con i PRINCIPI SUPREMI.

I principi supremi trovano la loro radice in quelli fondamentali (1-12 Cost.) ma non si esauriscono in essi,

sono concetti più estratti.

I PRINCIPI SUPREMI si fondano su 3 presupposti:

1. limitare la revisione costituzionale;

2. limitare la legittimità delle norme del concordato, il quale non deve essere in contrasto con i suddetti

principi supremi;

3. riguarda fonti del diritto sovranazionale (es. diritto dell’UE); rispetto delle norme del diritto dell’Unione in

virtù dei trattati sottoscritti —> il recepimento nel nostro ordinamento di tali norme non può avvenire

soltanto nel caso cui contrastino con i principi supremi della Costituzione (“CONTROLIMITI”)

Sia con riguardo al Concordato che al diritto dell’UE, la Corte Costituzionale ha espresso una valutazione

precisa sul principio supremo del “DIRITTO DI DIFESA DI GIUDIZIO”. I tribunali ecclesiastici potevano

annullare il matrimonio e spesso questo era un metodo utilizzato per evitare spese legali per il divorzio

(avendo il matrimonio religioso effetti civili, anche il suo annullamento comporta tali effetti). Annullamento

che, in campo civile, non è previsto.

Ci fu un caso in cui la Chiesa concesse l’annullamento, avendo ascoltato tuttavia soltanto il marito. Questo

violò il principio fondamentale del “contraddittorio”. La moglie riuscì a sollevare la questione di

costituzionalità della legge che da esecuzione al concordato, con riguardo alla violazione del diritto di

difesa in giudizio (art. 24 2° comma!).

La legge di esecuzione del concordato venne dichiarata illegittima per violazione del nucleo essenziale del

diritto di difesa, nella parte in cui questa legge consente che venga trascritto nello Stato civile

l’annullamento del matrimonio senza che uno dei due coniugi non venga ascoltato dal tribunale. Tale

sentenza, di rottura, sevì a preparare una revisione del Trattato che avvenne nel 1984 con il cd “Patto di

Palazzo Madama” (Craxi - Casaroli) —> es. possibilità di optare o meno per l’insegnamento religioso a

scuola. Altro privilegio eliminato —> oltraggio a ministro cattolico più grave dell’oltraggio a ministro di altro

culto.

ART. 10 E 11 —> PRINCIPIO INTERNAZIONALISTA (ART. 117) E

PACIFISTA

Art. 10, 1° co: L’ordinamento giuridico italico si conforma alle norme del diritto internazionale

• generalmente riconosciute.

Art. 11: L’Italia ripudia la guerra come strumento di difesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di

• risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle

limitazioni di sovranità

Art. 117, 1° co: La potestà legislativa è esercitata dello Stato e dalle Regioni nel rispetto della

• Costituzione, non che dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e degli obblighi internazionali.

- principio internazionalista: come viene sancito dall’art. 10 co. 1, l’ordinamento italiano si conforma alle

norme di diritto internazionale generalmente riconosciute; ciò comporta un rinvio mobile ovvero un

adattamento automatico di tali norme nel nostro ordinamento. Inoltre l’art. 11 consente, in condizioni di

parità con gli altri Stati, limitazioni alla sovranità nazionale, necessaria per assicurare una “pacifica”

coesistenza tra le Nazioni;

- principio pacifista: sancito dall’art. 11, la Repubblica italiana ripudia la guerra (missioni di pace (?)) e

promuove gli organismi internazionali per assicurare il mantenimento della pace e della giustizia tra le

Nazioni.

- art. 117 (co. 1) e principio internazionalista: la costituzionalizzazione del rispetto dei vincoli derivanti

dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali pone senz’altro la questione dell’illeggibilità di

provvedimenti legislativi statali e regionali in contrasto con i principi e le norme sovranazionali.

Illegittimità che pone lo Stato, nello specifico caso delle violazione degli obblighi europei a procedure

d’infrazione.

ADATTAMENTO DEL DIRITTO INTERNO AL DIRITTO INTERNAZIONALE

Le più compiute formulazioni teoriche in argomento si devono a quei giuristi (Triepel, Anzilotti) che, agli inizi

del XX secolo, hanno configurato l’ordinamento internazionale e quello interno come separati e distinti

(secondo un’ottica “dualista”); tal visione è seguita nella dottrina italiana, a differenza di altre dottrine (es.

Kelsen) tendenti a ridurre a unità tutti i sistemi giuridici (monismo).

Dalla separativa e indipendenza degli ordinamenti giuridici discende che le norme prodotte in ciascuno di

essi non hanno effetto negli altri e che uno stesso fatto può essere valutato, nei diversi ordinamenti, in

modo non coincidente. Da qui l’esigenza di adattamento del diritto nazionale per evitare la violazione di

obblighi internazionali da parte dello Stato (cd “illecito internazionale”). Poiché il diritto internazionale

(raramente) impone l’adozione di un dato provvedimento interno, limitandosi, di regola, a prescrivere o a

vietare agli Stati una certa condotta, l’ADATTAMENTO non è (solitamente) adempimento di un obbligo

internazionale ma il mezzo per assicurare o renderne possibile l’osservanza (mediante provvedimenti

legislativi, amministrativi o regolamentari occorrenti per dare attuazione interna ai trattati internazionali)

MEZZI E PROCEDIMENTI DI ADATTAMENTO —> essi non sono stabiliti dal diritto internazionale, ma da

quello interno, generalmente costituzionale. Così l’art. 10 co. 1 della Costituzione italiana stabilisce che

“l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute”.

Questa disposizione si riferisce esclusivamente alle norme internazionali consuetudinarie in relazione a

queste opera dunque, un procedimento di adattamento automatico e permanente, implicante che

l’ordinamento, nella sua interezza, si conforma “costantemente” al diritto internazionale generale e alle sue

modificazioni.

Quanto all’incorporazione dei trattati, la prassi italiana utilizza tanto il “procedimento speciale”

dell’ordinamento d’esecuzione contenuto in un atto normativo ad hoc (che per i trattati la cui ratifica

richiede, a norma dell’art. 80 Cost. l’autorizzazione del Parlamento è spesso la stessa legge di

autorizzazione), quanto il “procedimento ordinario”, consistente nell’emancipazione di un atto normativo

(legislativo/regolamentare) di contenuto identico al trattato. All’attuazione e all’esecuzione degli accordi

internazionali concorrono, nell’esercizio delle rispettive competenze, tutti gli organi dello Stato (per le

competenze regionali vedi art. 117 co. 5 Cost.)

LA PARTECIPAZIONE ALL’UNIONE EUROPEA

Prevalenza delle fonti comunitarie, derogabilità delle norme costituzionali ad eccezione dei cd “principi

supremi” (controlimiti).

Il tema dei rapporti fra l’ordinamento dell’Unione Europea e quello italiano ha sollevato numerosi e delicati

problemi, che hanno visto un vivace contrasto tra l’atteggiamento della Corte Costituzionale italiana e

quello della CGUE. Un primo problema nasceva dal fatto che i trattati istituzionali della Comunità europee,

come quelli ora vigenti, comportavano un parziale trasferimento dei poteri sovrani (competenza legislative

e giudiziarie) dagli Stati membri alle istituzioni europee. Ora, proprio la consapevolezza della profonda

incidenza dei trattati suddetti sugli ordinamenti statali ha indotto numerosi Stati (membri originari e

successivi dell’UE) a dare esecuzione a tali trattati con legge costituzionale per rendere compatibile la

propria costituzione con il suddetto trasferimento di poteri. In Italia, invece, l’autorizzazione alla ratifica e

l’ordine di esecuzione dei trattati istitutivi delle comunità europee (come tutti quelli modificativi) sono stati

dati con “legge ordinaria”, non “costituzionale” (a causa della forte opposizione ostile, all’epoca,

all’integrazione europea). Di conseguenza si è posta ben presto, dinanzi alle Corte Costituzionale, la

questione della legittimità costituzionale di tale leggi. La Corte, sin dalla sentenza del 1964 caso

“Costa - Enel”, ha dichiarato che le leggi, l’autorizzazione alla rettifica e di esecuzione dei trattati comunitari

(come di quelli modificativi) trovano fondamento nell’ART. 11 (che nel lontano ’46 non era stato introdotto

pensano all’UE ma all’ONU).

Si poneva un ulteriore problema concernente la prevalenza del diritto dell’UE o, viceversa, di quello interno,

nell’ipotesi di contrasto tra la norma dei due ordinamenti (il problema riguardava le norme europee

direttamente applicabili)

1. 1964, CASO “COSTA-ENEL” —> la Corte costituzionale affermò una visione dualista con una netta

distinzione tra diritto comunitario e diritto interno; inoltre affermò che essendo, i trattati, stati ratificati

con legge ordinaria, le disposizioni del diritto europeo non avevano un’efficacia superiore a quella della

legge ordinaria; infine, stabilendo che norme europee e leggi italiane avevano pari efficacia giuridica, le

ipotesi di contrasto andavano risolte in base ai principi della successione delle leggi nel tempo, con la

conseguenza che una legge italiana successiva conservava la sua piena efficacia e poteva modificare

o abrogare le disposizioni europee contrastanti.

—> la CGUE, con riguardo alla medesima sentenza, si pronunciò in via pregiudiziale, affermando il

primato del diritto europeo (direttamente applicabile) sulle norme interne contrastanti e l’invalidità di tali

norme. Secondo la CGUE, infatti, a seguito dell’originario (e volontario) trasferimento di sovranità da

parte degli Stati membri, il diritto dell’UE è gerarchicamente sovraordinato a quello interno degli Stati la

CGUE affermò una concezione MONISTA secondo cui non esistono 2 diritti distinti e separati ma vi è

un unico ordinamento giuridico che comprende quello degli Stati membri e in cui il diritto dell’UE è

gerarchicamente superiore.

2. 1975, CASO “INDUSTRIE CHIMICHE” —> la Corte Costituzionale riconosce il primato del diritto

comunitario, ma non in modo automatico; qualora sorgesse un contrasto tra norme interne e

comunitarie, dove essere il giudice di merito a sollevare la questione di legittimità costituzionale e

compete alla stessa Corte pronunciarsi.

1978 CASO “SIMMENTHAL” —> la CGUE non approvò tale posizione della Corte Costituzionale in

quanto prevedeva un meccanismo troppo farraginoso che comprometteva l’efficacia diretta della norma

comunitaria direttamente applicabile (regolamenti).

3. 1984, COSO “GRANITAL” —> Corte Costituzionale non accetta l’ottica monista della CGUE e dice che

diritto interno e comunitario sono distinti e separati ma tuttavia sono “COORDINATI” tra loro, quindi , in

caso di contrasto tra norma comunitaria e interna, non avendo il giudice di merito la competenza per

eliminarla, quest’ultima si “RITRAE”. Il primato del diritto dell’UE deve essere garantito non soltanto dai

giudici, ma anche da tutte le autorità pubbliche (funzionari, autorità di garanzia ecc…) che hanno a che

fare con il diritto dell’UE.

Si noti che rispetto al “rigore” della posizione iniziale della CGUE, la quale qualificava come prive di

efficacia (addirittura invalide) le disposizioni nazionali incompatibili con norme comunitarie, è riscontrabile

un’attenuazione nella sua giurisprudenza. Essa, infatti, sembra ora accontentarsi della semplice

disapplicazione della suddetta disposizione nazionale, senza pronunciarsi in merito alla loro validità.

“I CONTROLIMITI” —> le limitazioni di sovranità a favore dell’Unione, con la conseguente prevalenza delle

norme europee e la disapplicazione di quelle interne incompatibili, non opera senza limiti.

Anzitutto va segnalato che la stessa Corte Costituzionale, avendo giustificato nell’art. 11 Cost. la limitazione

di sovranità e il conseguente primato del diritto dell’Unione, ha elaborato la teoria dei “controlimiti”: sono

“principi fondamentali” che limitano la prevalenza del diritto dell’Unione. Rappresentano controlimiti anche i

diritti inviolabili della persona umana. Ove una disposizione o un atto dell’Unione violassero un siffatto

principio o diritto umano fondamentale, il giudice comune dovrebbe sottoporre alla Corte Costituzionale la

questione di legittimità costituzionale della legge di esecuzione dei trattati europei, in riferimento alle

singole disposizioni o atti in conflitto con detti principi/diritti fondamentali. L’eventuale pronuncia di

incostituzionalità avrebbe come oggetto la legge italiana di esecuzione non nella sua interezza ma solo

nella misura in cui consiste specifiche disposizioni o atti dell’Unione di spiegare i propri effetti

nell’ordinamento italiano.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche
SSD:
Università: Siena - Unisi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GladiatoreGla di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto costituzionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Siena - Unisi o del prof Manetti Michela.

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