Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

in nome collettivo. ASSOCIAZIONE S O C I E T A ’ S OC I ETA ’ I N

(art.14 e seg.) SEMPLICE (art. N O M E

2251 e seg.) C OLLETTI V O

(art. 2291 e seg.)

Natura dell’attività Produttiva ma non E c o n o m i c o E c o n o m i c o

con metodo p r o d u ttiv a, s o lo produttiva, attività

economico a t t i v i t à n o n commerciale o non

commerciale commerciale

S c o p o o f i n e Ideale o altruistico Lucrativo o L u c r a t i v o

perseguibile (eterodestinazione e c o n o m i c o (autodes tinazione

dei risultati) (autodes tinazione dei risultati)

dei risultati)

Forma costitutiva Atto pubblico ed Atto non soggetto a A tto pubblico o

anche testamento forme speciali, salvo s cr ittu r a p r iv ata

per le ass. quelle richieste dalla autenticata, ma solo

riconosciute, non è n atu r a d ei b en i a i f i n i d e l l a

richies ta forma conferiti. registrazione della

(anche verbalmente società

o scrittura privata

autenticata) per le

ass. non

riconosciute

Tipo di pubblicità Notizia (iscrizione al Legale (iscrizione al

registro delle registro delle

imprese) imprese per le soc.

commerciali

A u t o n o m i a Perfetta per le ass. Res pons abilità

patrimoniale e tipo riconosciute. solidale ed illimitata

di responsabilità Imperfetta per le d ei s o ci p er le

ass. non obbligazioni sociali

riconosciute.

Organi Assemblea dei soci

Amministratori

Risposte ai quesiti del 27/10/01

Quesito A

A, b, c, conferiscono 200 milioni ciascuno nella s.n.c che costituiscono.

Subito dopo si accorgono che per avviare l’impresa sono necessari altri 200 milioni,

e invitano d ad entrare in società versando questa somma.

D accetta, ma impone che gli venga attribuito il diritto al 40% degli utili, mentre ad

ognuno degli altri soci ne toccherà il 20%. Questa clausola è valida?

Diciamo subito che questo patto è ammesso dal legislatore e che al riguardo si possono

fare due considerazioni; la prima è che vi è un atteggiamento liberista da parte del

legislatore: egli non è interessato all’equità dei contratti, nel senso che non impedisce che vi

siano contratti con prestazioni non perfettamente bilanciate. Potrebbe sembrare ingiusto che

vi sia una disparità di trattamenti, ma è anche vero che, almeno in un’economia di mercato,

la legge non può correggere tutti gli squilibri.

La seconda osservazione è che esistono dei limiti a questa libertà, limiti sanciti dal patto

leonino. Dall’art. 2265 c.c. si desume infatti che è nullo il patto con il quale uno o più soci

sono esclusi da ogni partecipazione agli utili o alle perdite; principio questo che si può

desumere in parte anche dall’art. 2247 c.c., che disciplina il contratto di società; con questo

contratto infatti due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune di

un’attività economica allo scopo di dividerne gli utili.

Anche dall’art. 2295 n.8, c.c. si desume che i soci possono stabilire liberamente le

modalità di ripartizione degli utili e delle perdite; infatti, essi devono indicare

nell’atto costitutivo “ le norme secondo le quali gli utili devono essere ripartiti e la

quota di ciascun socio negli utili e nelle perdite”.

Inoltre, se nell’atto costitutivo non viene indicato nulla sulle modalità di ripartizione di

utili e perdite, esse si presumono proporzionali ai conferimenti effettuati di ciascun socio.

Con l’art 2265 c.c. il legislatore vieta il costituirsi di società aventi come obbiettivo quello

di aiutare terze persone, come ad esempio una società formata da padre e figli, dove il padre

effettua il conferimento (e forse amministra), ma non partecipa agli utili che vengono invece

ripartiti solo fra i figli.

Per concludere, l’art.2265 c.c. potrebbe essere interpretato in maniera esclusivamente

letterale, nel senso che la legge si disinteressa dell’equità del contratto ed interviene nel caso

in cui vi è totale assenza dalla partecipazione agli utili ( perdite).

Questa interpretazione, se pur di facile e sicura applicazione, si rivela piuttosto

insoddisfacente. Si potrebbe invece affermare che l’art.2265 c.c. deve essere applicato

anche quando vi è una “sostanziale” privazione degli utili (perdite). Si capisce però

immediatamente che l’espressione “sostanziale” possa creare incertezze nell’applicazione

del divieto.

Quesito B

In un secondo momento A, B e C privano D del potere di amministrare la società

adducendo che egli vi è entrato in un secondo momento, che dunque è stato

nominato amministratore con atto separato, che pertanto essi possono revocarlo

liberamente. Può avvenire la revoca in questo caso?

Il potere amministrativo del socio deriva dal contratto sociale o da atto separato. Di

conseguenza anche la revoca seguirà due regimi diversi.

Nel primo caso, secondo l’art. 2259 c.c., “la revoca dell’amministratore nominato con il

contratto sociale non ha effetto se non ricorre una giusta causa”. Inoltre, essendo essa una

modifica dell’atto costitutivo, dovrà avvenire all’unanimità, non contando il socio escluso,

come recita l’art.2252, e non a maggioranza.

Nel secondo caso, invece, il 2° co. dell’art. 2259 c.c. stabilisce che l’amministratore

nominato con atto separato è revocabile secondo le norme sul mandato. Si ritiene che siano

applicabili le norme riguardanti il mandato collettivo (art. 1726 c.c.), secondo cui se il

mandato è stato conferito da più persone con un unico atto, e per un affare di interesse

comune, la revoca non ha effetto qualora non sia fatta da tutti i mandanti, salvo che ricorra

una giusta causa.

Per ciò che riguarda il quesito, dobbiamo considerare i rapporti che sussistono fra D e gli

altri soci, dobbiamo vedere se i soci hanno considerato la nomina del socio amministratore,

D, come clausola contrattuale o come pattuizione esterna al contratto sociale e quindi

oggetto di atto separato. Dobbiamo cioè vedere se il socio D aveva interesse ad

amministrare la società o meno, cioè se ha voluto porre questa clausola come condizione del

suo ingresso in società o meno. Se sussiste l’interesse, allora la revoca sarà possibile solo

se vi è una giusta causa, in quanto si applicheranno le norme sulla revoca di amministratore

nominato nel contratto sociale (e io ritengo che l’art.2259, co.1, c.c. corrisponda alla regola

generale di cui all’art.1723, co.2, c.c., riguardante il mandato conferito anche nell’interesse

del mandatario). Se invece il socio D, non aveva interesse nella amministrazione della

società, ma voleva solo stipulare detto contratto, e i soci hanno deciso di inserire la sua

nomina come oggetto di un’altra pattuizione, esterna al contratto (per atto separato,

appunto), allora egli potrà essere liberamente revocato da tutti loro, secondo l’art. 1725 c.c.

Concludendo posso dire che la revoca in questo caso dipende dalle pattuizioni decise dai

soci pre-esistenti e dalle intenzioni manifestate dal nuovo socio al momento del suo

ingresso in società. Quesito C

Di fronte a tale comportamento, che egli giudica inaccettabile, D decide di recedere

dalla società. Può farlo?

Per rispondere a questo quesito è necessario prima domandarci se la società è stato

contratta a tempo determinato o indeterminato.

Una volta stabilito ciò, possiamo rifarci all’ art. 2285 c.c. dal quale si evince che

“ogni socio può recedere dalla società quando questa è contratta a tempo

indeterminato o per tutta la vita di uno dei soci.

Può inoltre recedere nei casi previsti nel contratto sociale ovvero quando sussiste una

giusta causa.

Nei casi previsti nel primo comma il recesso deve essere comunicato agli altri soci con un

preavviso di almeno tre mesi.”

Perché la legge attribuisce ai soci il diritto potestativo di uscire dalla società, spesso

anche danneggiandola?

La motivazione risiede nel fatto che il legislatore non tollera che vengano assunti

impegni particolarmente vincolanti o la cui durata è rimessa alla volontà di altri. Si

parla qui di libertà di iniziativa economica e la legge non vuole che ci si privi di essa

per periodi di tempo eccessivamente lunghi.

Non è necessaria la giusta causa nemmeno nel caso in cui la società è stata contratta per

tutta la vita. Anche in questo caso il socio sarà vincolato come in un contratto a tempo

indeterminato ed egli potrà uscire dando un preavviso di almeno tre mesi.La stessa cosa

dicasi se la durata è superiore alle aspettative di vita del socio ( ad esempio durata 100 anni).

Se invece la società è stata contratta a tempo determinato (es. 10 anni) per poter recedere il

socio dovrà fornire una giusta causa. Bisogna peraltro riconoscere che la linea di

separazione tra giusta e ingiusta causa può essere di difficile individuazione.

Nel nostro quesito i tre soci hanno privato D del potere di amministrare. Ciò potrebbe

aver incrinato i rapporti sociali; ma basta questo rilievo perché vi sia una giusta causa di

recesso dalla società?

Si potrebbe rispondere affermativamente: anche se tale revoca è illegittima, e il socio D

può continuare a svolgere le funzioni di amministratore, egli ha ugualmente il diritto di

recedere dalla società adducendo come giusta causa il conflitto con gli altri soci.

Ma io preferisco una risposta diversa, e ritengo che il semplice dissenso tra soci o la

mancanza di fiducia non sono condizioni sufficienti per determinare una giusta causa.

Quesiti del 15 novembre 2001

Quesito n.1

In quali casi è annullabile la partecipazione del socio alla s.p.a.? E con quali

conseguenze?

La partecipazione del socio alla s.p.a. è annullabile per incapacità o per i vizi della volontà

secondo i principi di diritto comune, ma l’invalidità della partecipazione, anche se

essenziale, non determinerà nullità della società. Non troverà quindi applicazione l’articolo

1446 del codice civile rubricato ‘annullabilità nel contratto plurilaterale’. Inoltre, la

dichiarazione di invalidità della singola partecipazione non ha effetto retroattivo, il socio

avrà diritto alla liquidazione della sua partecipazione, in base alla situazione patrimoniale

della società al momento in cui la partecipazione è dichiarata annullata.

Quesito n.2

Qual è la differenza fra i conferimenti in natura e le prestazioni accessorie di cui

l’articolo 2345?

Oltre all’obbligo dei conferimenti, l’atto costitutivo può stabilire l’obbligo dei soci, di tutti i

soci o di alcuni di essi, di eseguire prestazioni accessorie che non consistono in denaro. Per

esempio prestare la propria attività lavorativa o professionale nella società oppure in un

obbligo di effettuare forniture periodiche di materie prime o di merci. Si tratta di prestazioni

ulteriori e distinte rispetto all’obbligo di conferimento, non vanno quindi imputate a capitale,

ma l’atto costitutivo ne deve determinare il contenuto, la durata, le modalità, il compenso,

con eventuali sanzioni nel caso di inadempimenti. Le prestazione accessorie sono uno

strumento utile per vincolare in modo stabile i soci ed effettuare a favore della società

prestazioni che non possono essere oggetto di conferimento. Con esse viene introdotto un

elemento personalistico nella partecipazione sociale, per il rilievo che viene dato alle qualità

personali del socio che si impegna ad eseguirle.

Quesito n. 3

Che regole applicare se il conservatore si rifiuta di iscrivere nel registro delle imprese

una s.p.a. che ha già avviato l’esercizio dell’impresa?

Quesito n.4

Gli azionisti di risparmio sono davvero soci della s.p.a.?

L’azionista di risparmio è colui che detiene azioni di risparmio, le quali sono state

introdotte con la legge 216/1974. Si realizza così una sostanziale distinzione fra

azionisti imprenditori e azionisti risparmiatori. Con le azioni di risparmio, più che

privare l’azionista della qualità di socio, lo si priva dell’esercizio di alcuni diritti che

sono invece riconosciuti ai detentori delle azioni ordinarie. Le azioni di risparmio

sono prive del diritto di voto nelle assemblee ordinarie e straordinarie, conservano

però tutti gli altri diritti amministrativi propri delle azioni ordinarie, quali il diritto di

intervento, il diritto di chiedere la convocazione dell’ assemblea (prima esclusi con la

legge 216/1974) e hanno il diritto di impugnare le delibere assembleari invalide. Ciò

in quanto non è contestabile che anche gli azionisti di risparmio sono azionisti, sicché

per quanto non espressamente previsto la loro posizione deve essere equiparata a

quella degli azionisti ordinari, Le azioni di risparmio sono azioni privilegiate sotto il

profilo patrimoniale e la legge 216/1974 fissava i contenuti e la misura minima dei

privilegi che dovevano essere inderogabilmente riconosciuti alle azioni di risparmio,

ma la riforma del 1998 ha cancellato la rigida disciplina legislativa dei privilegi

patrimoniali.

Quesito a

Con la complicità degli amministratori, A ottiene che sul libro dei soci della S.p.A.

venga ingiustamente annotato a suo favore il trasferimento di 100 azioni (non

emesse) spettanti a B. Poi A vende le azioni a C. Esamina la posizione di C.

In questa circostanza il libro dei soci attesta un trasferimento che in realtà non c’è mai

stato. L’iscrizione nel libro dei soci della S.p.A. non è di per sé causa di trasferimento delle

azioni; non esiste infatti alcuna norma nel codice civile che ci autorizza a pensare il

contrario; tale iscrizione ha valore solo documentale e di conseguenza essa non ha nessun

potere di rendere validi atti che in realtà non lo sono.

Si desume, di conseguenza, che A non è mai divenuto socio effettivo della S.p.A. pur

comparendo come tale nel libro dei soci.

Successivamente il socio A vende le azioni non emesse a C; questi può ben essere in

buona fede in quanto ha consultato il libro dei soci.

Per esaminare la posizione del potenziale nuovo socio bisogna fare una premessa.

Il trasferimento dei beni mobili può avvenire secondo due distinte modalità: o trasferimento

a titolo originario, quando la proprietà del bene non viene trasmessa dall’alienante

all’acquirente, oppure acquisto (trasferimento) a titolo derivativo quando l’alienante vende

un bene di cui possiede il titolo.

Il nostro caso non rientra in nessuna di queste due circostanze. Non si può applicare l’art.

1994 c.c. “possesso vale titolo” in quanto il titolo di credito neanche esiste: le azioni, infatti,

non sono state mai emesse; ciò significa che non esiste niente, nello specifico, che potrà

essere posseduto da C. Egli potrà solo agire per inadempimento del contratto.

Da ciò si capisce come i titoli di credito siano stati inventati proprio per risolvere queste

situazioni d’incertezza nella circolazione delle partecipazioni societarie.

Quesito B

Con la complicità degli amministratori, A ottiene che sui titoli che egli stesso ha fatto

rubare a B e sul registro della società venga annotato il trasferimento a suo favore.

Poi vende le sue azioni a C. Esamina la posizione di C.

A differenza del caso precedente, questa volta le azioni esistono, ed A riesce con

l’inganno a farsi fare una girata sui titoli di credito (firma falsa) e a fare annotare il suo

nome dagli amministratori sul libro dei soci.

A, in realtà, non ha mai stipulato questo contratto con B perciò egli non è socio, a

prescindere da ciò che risulta dal libro dei soci o dai titoli di credito.

In questo caso, però, la situazione del socio C è diversa rispetto al quesito a, in quanto

possiamo applicare l’art. 1994 c.c. poiché i titoli di credito sono stati emessi e perciò

esistono.

Concludiamo dicendo che C diviene socio a tutti gli effetti della S.p.A. in base all’art.

1994 c.c. per il quale: “Chi ha acquistato in buona fede il possesso di un titolo di credito in

conformità delle norme che ne disciplinano la circolazione non è soggetto a rivendicazione”.

Questi due esempi ci mostrano l’utilità dei titoli di credito che ci permettono, tra l’altro, di

applicare l’art.1994 c.c.

Quesito C

F, azionista moroso e decaduto, a norma dell’ art. 2344 c.c., vende a G i titoli di cui è

rimasto in possesso.

Esamina la posizione di G immaginando, ora che le azioni siano state estinte, ora che

siano state rimesse in circolazione.

Esaminiamo il contenuto dell’ art. 2344 c.c. inerente al mancato pagamento delle quote:

“Se il socio non esegue il pagamento delle quote dovute, gli amministratori, decorsi quindici

giorni dalla pubblicazione di una diffida nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, possono

fare vendere le sue azioni a suo rischio e per suo conto a mezzo di un agente di cambio o di

un istituto di credito.

Qualora la vendita non possa aver luogo per mancanza di compratori, gli amministratori

possono dichiarare decaduto il socio, trattenendo le somme riscosse, salvo risarcimento dei

maggiori danni.

Le azioni non vendute, se non possono essere rimesse in circolazione entro l’esercizio in

cui fu pronunciata la decadenza del socio moroso, devono essere estinte con la

corrispondente riduzione del capitale.

Il socio in mora nei versamenti non può esercitare il diritto di voto.”

E’ perciò possibile vendere azioni per incarico della società se il suo socio non è

d’accordo?

Può qualcuno vendere i beni di un altro?

L’art. 2344 c.c. è chiaro in merito: esso infatti conferisce il potere alla società di

espropriare le azioni ai soci.

La società però non ha il potere o i mezzi idonei per riprendere materialmente le azioni del

socio moroso. Si prevede perciò che la società emetta nuove azioni, ma quelle vecchie

rimarranno in mano al vecchio socio che, se disonesto, potrà rivendere.

Nel caso in cui la società riuscirà a trovare un altro acquirente si avrà una doppia vendita.

Si possono avere tre soluzioni: la prima sfavorisce l’acquirente che ha acquistato dal socio

moroso decaduto. Ciò si può giustificare adducendo che egli poteva informarsi tramite la

pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica.

Di conseguenza, i titoli venduti dall’azionista moroso all’acquirente, anche se questi è in

buona fede, non sono più validi, ma sono semplici pezzi di carta. Saranno valide, invece, le

azioni vendute dalla società.

L’altra soluzione potrebbe essere quella di mantenere valide ugualmente le azioni facendo

diventare titolare il nuovo acquirente del socio moroso. Così facendo la società avrà un

azionista in più e ciò si ripercuoterà, tra l’altro, al momento della ripartizione degli utili.

Questa duplicazione della azioni perciò coinvolgerà anche tutti gli altri soci.

Una terza possibilità potrebbe essere quella che vede nascere un conflitto d’interessi tra

l’acquirente della società e acquirente del socio moroso. Tra i due ne dovrà prevalere uno

solo.

Ma chi dei due? Forse chi ha acquistato per primo?

Tale problema non ha ancora trovato una valida risoluzione e ciò costituisce un pregiudizio

per la circolazione delle azioni non ancora liberate.

Quesito D

Con la complicità dell’intermediario finanziario, l’ex marito di Zeta vende le azioni

dematerializzate della moglie e ne incassa il presso. Esamina la posizione dell’

acquirente P.

Il trasferimento delle azioni dematerializzate immesse nel sistema può essere effettuato dai

titolari solo tramite intermediari autorizzati i quali, una volta concluso il trasferimento,

dovranno registrare lo stesso nel conto del proprio cliente (art. 30 decreto legislativo

213/98).

La registrazione produce effetti equivalenti a quelli determinati dal trasferimento secondo

la disciplina dei titoli di credito. Colui che ha ottenuto la registrazione in suo favore, in base

a titolo idoneo e in buona fede, nel nostro caso l’acquirente P, non è soggetto a pretese o

azioni da parte dei precedenti titolari secondo il disposto dell’ art. 32 II comma c.c. ed ha la

legittimazione piena ed esclusiva ad esercitare i relativi diritti (art. 32 I comma del sopra

citato decreto).

L’emittente può opporre a P solo le eccezioni a lui personali e quelle comuni a tutti gli altri

titolari degli stessi diritti ( art.33).

QUESITI DEL 24/11/01

Quesito 1

Individua ed esamina alcune norme volte a risolvere i conflitti tra soci

di s.p.a.

Il legislatore ha ritenuto opportuno disciplinare taluni conflitti tra soci nella

S.p.A. L'obiettivo principale è la tutela dei soci che non dispongono di una

partecipazione dominante nella società e che, quindi, possono subire la

prepotenza dei soci di maggioranza.

Un intervento normativo più intenso in tale direzione risale agli anni '70,

quando il legislatore ha compreso la necessità di sostenere più decisamente

l'investimento diretto del pubblico nel capitale delle imprese.

L'assenza di regolamentazione potrebbe provocare una perdita di interesse

dei risparmiatori nei confronti di partecipazioni azionarie minori e, di

conseguenza, limitare il mercato di quelle azioni e il valore di mercato di

tutte. Bisogna inoltre aggiungere che nel caso di deliberazione di aumento

del capitale sociale, la società potrebbe trovare delle difficoltà nel

convincere i soci a sottoscrivere l'aumento, se il loro trattamento non è stato

apprezzabile.


ACQUISTATO

2 volte

PAGINE

22

PESO

253.16 KB

AUTORE

luca d.

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia aziendale (CATANIA - MODICA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2002-2003

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher luca d. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto commerciale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Salamone Luigi.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Diritto commerciale

Frontespizi per la tesi di laurea - Esempi
Dispensa
Diritto commerciale - la società semplice e la società in nome collettivo
Appunto
Diritto commerciale - Domande d'esame
Appunto
Diritto commerciale - le azioni
Appunto