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b) servitus oneris ferendi, il proprietario del fondo servente doveva sopportare che il

proprietario del fondo dominante appoggiasse la sua costruzione al muro o alle colonne di

proprietà del primo;

c) servitus tigni inmittendi e servitus cloacae inmittendae;

d) servitus stillicidii e fluminis, dirette entrambe a far riversare nel cortile vicino l’acqua

piovana;

e) servitus proiciendi e protegendi, che danno facoltà di fare sporgere balconi o grondaie al di

sopra del fondo altrui;

f) servitus ne prospectui officiatur e servitus ne luminibus officiatur, entrambe dirette a

garantire che luci e vedute non fossero pregiudicate da una costruzione situata nel fondo

servente.

Tra le servitù rustiche (servitus praediorum rusticorum) vanno ricordate:

a) servitus aquae haustus, che dava il diritto di attingere acqua nel fondo servente;

b) servitus pecoris ad aquam appellendi, che dava diritto di condurre il bestiame ad

abbeverarsi nel fondo altrui;

c) servitus calcis coquendae, che dava diritto di cuocere la calce sul fondo servente;

d) servitus harenae fodiendae, che dava diritto di scavare sabbia sul fondo servente.

Le 4 servitù più antiche, e con esse successivamente tutto il gruppo delle servitù rustiche, furono

incluse nella categoria delle res mancipi: sono invece nec mancipi le urbane.

L’usufrutto e i diritti analoghi

L’usufrutto è il diritto di usare della cosa altrui e di percepirne i frutti, lasciandone intatta la

struttura e la destinazione economica. Di fronte all’usufructuarius, più spesso fructuarius, il

padrone della cosa prende nome di dominus proprietatis, o proprietarius. Egli conserva la facoltà di

disporre della cosa, alienandola in qualsiasi modo, ma deve evitare ogni atto che possa menomare il

godimento dell’usufruttuario: non può, ad es., costituire sopra il fondo servitù che ne diminuiscano

l’utilità attuale (es. passaggio, acquedotto), mentre può costituirne di quelle che impegnino a

lasciare il fondo nello stato attuale, come la servitù altius non tollendi. Dalla funzione alimentare,

con cui nacque l’usufrutto, derivano i 3 caratteri fondamentali:

a) connessione inscindibile con l’attuale struttura e destinazione economica della cosa:

l’usufruttuario non poteva mutare la struttura e la destinazione attuale della cosa, quand’anche ne

risultasse un miglioramento: non può dunque trasformare un vigneto in oliveto ne un campo

coltivato a grano in pascolo, ne scavare miniere o costruire edifici. Tanto meno potrebbe compiere

atti di disposizione, come la costituzione di servitù sopra o a favore del fondo: gli mancherebbe, per

far ciò, la rappresentanza del fondo, che rimane al proprietario. Un problema complesso è quello

degli acquisti del servus fructuarius (cioè del servo titolare di un diritto di usufrutto): pur vigendo il

principio che ogni acquisto del servo spettasse al padrone che lo ha in potestà, nel caso in esame si

considerano spettanti all’usufruttuario gli acquisti che il servo fa ex re fructuarii (cioè con denaro o

con altre cose di lui) oppure ex operis suis (cioè locando ad altri il proprio lavoro); se invece, ad es.,

lo schiavo è istituito erede od onorato di legati, l’acquisto è del proprietarius. Per la conservazione

della cosa e la sua restituzione alla scadenza del termine, l’usufruttuario può essere costretto a

prestare al proprietario una cauzione, detta cautio ususfructuaria. La stessa cauzione serve a

garantire l’obbligo che all’usufruttuario incombe di sostenere le spese ordinarie, cioè quelle che

vanno fatte periodicamente per il godimento e la conservazione della cosa. L’obbligo della

conservazione della sostanza importa che possano essere oggetto di usufrutto soltanto le cose

suscettibili di uso ripetuto e quindi restituibili al proprietario (inconsumabili). Fin dall’età

repubblicana accadeva che per tes. si lasciasse a una determinata persona l’usufrutto di tutto il

patrimonio o di una sua frazione, senza distinguere fra cose consumabili e inconsumabili. Un sc.

dell’imperatore Tiberio, ammise che circa le cose consumabili si potesse attuare, mediante

versamento al legatario seguito da un’apposita cautio, un regime economicamente analogo

all’usufrutto: non essendo possibile un godimento continuativo con susseguente restituzione, le cose

consumabili divenivano proprietà di colui a cui venivano lasciate in usufrutto, e questo restituiva

alla scadenza altrettanto dello stesso genere e qualità (tantundem eiusdem generis). Tale è l’istituto

che i giustinianei chiamarono quasi usufrutto.

b) Connessione altrettanto inscindibile con la persona e con l’attuale situazione giuridica (status)

dell’usufruttuario: questo principio importa l’intrasmissibilità dell’usufrutto, cioè che

l’usufruttuario non possa investire altra persona del diritto reale spettategli. Vero è che le fonti

ammettono, oltre le locatio, la venditio usufructus; ma questa vendita, che non è seguita da nessun

atto di trasmissione o costituzione del diritto reale, ha per sola conseguenza che il cessionario

acquistava il solo esercizio del diritto di usufrutto. L’unico che possa rivendicare l’usufrutto è

l’usufruttuario designato nell’atto costitutivo, ed è la sua morte che determina l’estinzione del

diritto. L’usufrutto si estingue anche con la capitis deminutio, cioè col mutamento dello status; la

regola trova in epoca classica frequente applicazione nei mutamenti dello status familiae (capitis

deminutio minima). Il diritto giustinianeo riduce la regola ai soli casi di capitis deminutiones

maxima (perdita della libertà) e media (perdita della cittadinanza). Quindi l’usufrutto non si

estingueva in presenza di capitis deminutio minima dell’usufruttuario.

c) Temporaneità: questo principio importa che, quando non sia fissato altro termine, l’usufrutto

cessi con la vita dell’usufruttuario. Se però un usufrutto è lasciato per testamento a più persone

senza distribuzione di parti, non solo la frazione che ciascuno ne ottiene al primo momento è

determinata dal numero degli accettanti, ma, anche se successivamente uno dei cousufruttuari

muore o altrimenti perde il diritto, la porzione di lui si accresce agli altri anziché consolidarsi con la

proprietà. Una ipotesi è quella dell’usufrutto costituito, senza fissare un termine, a favore di una

persona giuridica (ad es. di un municipium). In testi di giuristi tardi, si riconobbe che il diritto

potesse estinguersi soltanto per non uso. In due passi della compilazione giustinianea, attribuiti

entrambi a Gaio, fu fissato il termine simbolico di 100 anni, finis vitae longaevi hominis; ma i testi

sono comunemente ritenuti interpolati.

Derivati dal diritto di usufrutto sono l’usus, il fructus sine usu, e nel diritto giustinianeo l’habitatio e

le operae servorum.

1. L’usus è il diritto di usare di una cosa senza percepirne i frutti: dovette normalmente essere

proprio delle cose infruttifere, e dovette inoltre essere concepito come esclusivo di qualsiasi

frutto civile. Tuttavia eccezionalmente, soprattutto in caso di usus costituito su fondi rustici, era

ammessa la possibilità di appropriarsi dei frutti della cosa, qualora essi fossero necessari per una

razionale utilizzazione della res. In altri termini, l’usuario, a differenza dell’ususfructuarius, non

aveva diritto a tutti i frutti normali della cosa. Giustiniano stabilì che il titolare dell’usus potesse

cogliere quod ad victum sibi suisque sufficiat (tutto ciò che era sufficiente al vitto di se stesso e

della sua famiglia).

2. Il fructus sine usu si avrebbe quando l’uso fosse lasciato ad una persona, il godimento dei frutti

ad un’altra.

3. Quanto all’habitatio (diritto reale che attribuiva al suo titolare la facoltà di abitare una casa

altrui) e le operae servorum ( le prestazioni lavorative degli schiavi), oggetti frequenti di legato,

i classici discutevano se simili lasciati fossero da considerare come costitutivi di usufrutto o di

uso o come produttivi di semplici diritti di credito. Giustiniano li costruisce come diritti speciali

su cose altrui; residuo dell’antica costruzione come diritti di credito è la regola per cui, a

differenza dell’usufrutto e dell’uso, non si estinguono per capitis deminutio.

Modi di acquisto e di estinzione, difesa giudiziaria dell’usufrutto e delle servitù

Le servitù rustiche, che sono res mancipi, possono costituirsi mediante mancipatio. Le rustiche e le

urbane, l’usufrutto e i diritti analoghi si costituiscono mediante in iure cessio, cioè mediante una

finta vindicatio servitutis o ususfructus. Inoltre tutti i diritti veduti possono costituirsi mediante

deductio dalla mancipatio o in iure cessio della cosa su cui si vuole che gravino: così il proprietario

può emancipare o cedere in iure una cosa trattenendosene l’usufrutto, e il proprietario di due fondi

può, nel trasmetterne uno, costituire una servitù sopra di esso in confronto dell’altro fondo che gli

rimane. Sulle cose nec mancipi, compresi i fondi provinciali, l’usufrutto si può costituire anche

mediante il costituto possessorio, che si può considerare quasi una deductio dalla traditio. Fra i


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Exxodus

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di Diritto Romano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Polara Giovanni.

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