Dinamiche di popolazione e mercato
Sistema demografico
Il sistema demografico è un insieme dinamico con propri meccanismi di autoregolazione, che si evolve interagendo con il contesto ambientale, economico e sociale. Una popolazione si trasforma nel tempo per l'azione di flussi di entrata (nascite ed immigrazioni) e flussi di uscita (decessi ed emigrazioni). L'intensità, l'entità e la velocità di tali flussi determinano la crescita della popolazione e il grado delle sue modificazioni strutturali. Le grandezze della popolazione sono legate da interdipendenza funzionale che costituiscono un “sistema”.
Il ritmo di crescita della popolazione viene ottenuto con due “sistemi” (o “strategie”) diversi:
- Densa (alta pressione demografica) soffrendo di una sopravvivenza molto bassa per crescere deve pigiare a fondo sul binomio nuzialità/fecondità;
- Lieve (bassa pressione demografica) invece, grazie a una sopravvivenza maggiore, per non crescere troppo riduce M ed F.
Ciascuna delle grandezze del modello può essere messa in relazione con fattori ambientali, sociali ed economici:
- S (sopravvivenza dalla nascita all’età riproduttiva) può essere fatta dipendere dai diversi fattori di rischio alle età infantili, adulte ed anziane. In particolare, la mortalità infantile (spesso usata come indicatore di sviluppo) risente sia di fattori ambientali (es. clima) sia di fattori socioculturali (es. igiene, usanze riguardo all’allattamento e allo svezzamento).
- M (nuzialità, donne che formano un’unione di coppia) riflette la quota di nubilato definitivo e l’età al matrimonio, che dipendono da norme sociali e vincoli economici (possibilità di scelta del partner, lavoro, regole di successione, legami familiari).
- F (fecondità delle unioni) dipende da determinanti intermedie (es. fecondabilità, frequenza coitale, contraccezione, aborto spontaneo ed IVG) che a loro volta dipendono da fattori psico-sociali (norme, desideri, preferenze su quando e quanti figli) e socioeconomici (“costo” dei figli, compatibilità con il lavoro materno).
Il sistema demografico è immerso in un più ampio sistema. Mutamenti delle componenti biologico/ambientali (clima, cicli epidemici, ecc.) o sociali (struttura economica, rapporti di lavoro e sistema produttivo, norme culturali) agiscono sulle componenti del sistema demografico e le alterano temporaneamente o permanentemente. Alla base della comprensione delle dinamiche storiche delle popolazioni sta l’approfondimento delle “strategie” di risposta del sistema come sollecitazione alle modifiche delle circostanze esterne.
Ciò ci porta in prima istanza ad entrare nei meccanismi di interdipendenza tra popolazione e risorse. Una popolazione per crescere ha bisogno in primo luogo di essere alimentata. Le risorse disponibili costituiscono quindi un vincolo che l’evoluzione demografica deve necessariamente rispettare. Se quindi popolazione e risorse crescono con lo stesso ritmo, la popolazione potrebbe crescere indefinitamente senza freni.
Adam Smith: Ogni specie animale si moltiplica in proporzione ai mezzi di sussistenza, e non v’è specie che possa moltiplicarsi più rapidamente di questi.
Il rapporto tra popolazione e risorse in epoca pre-industriale
Problema: Quando la popolazione cresce più velocemente di quanto aumentino le risorse disponibili, cosa succede?
Nella teoria di Malthus, da queste due premesse consegue il “prodursi ciclicamente di una eccedenza demografica”. Il ragionamento di Malthus si riferisce all’antico regime demografico (caratterizzato da un sistema di produzione delle risorse basato quasi esclusivamente sulla disponibilità di terra e da un quadro epidemiologico molto aggressivo). Secondo Malthus (principio di popolazione), mentre la popolazione cresce secondo una progressione geometrica (2,4,8,16), le risorse (mezzi di sussistenza) aumentano secondo una progressione aritmetica (2,4,6,8,10).
Secondo Malthus, entrerebbero in campo quelli che lui chiama “freni repressivi”, ovvero il rallentamento della crescita della popolazione avverrebbe attraverso un inasprimento endogeno della mortalità (eliminazione della popolazione in eccesso). Schematicamente il meccanismo sarebbe il seguente:
- Con l’allargarsi del divario tra popolazione e risorse;
- Diminuiscono i mezzi di sussistenza pro-capite;
- Aumenta il prezzo degli alimenti;
- Diminuiscono i salari reali;
- Le possibilità di sfamarsi si riducono progressivamente;
- L’acuta denutrizione porta ad un diretto aumento dei decessi.
Quando la popolazione, come conseguenza dei freni repressivi, ritorna ad una situazione di equilibrio con le risorse disponibili, le condizioni di vita migliorano e la mortalità diminuisce. I freni repressivi non sarebbero però gli unici possibili. Esisterebbero anche freni preventivi. Malthus riteneva che la storia umana (fino alla sua epoca, ovvero fine ‘700) fosse stata condizionata solo da freni repressivi ma egli auspicava che si potessero attivare anche meno cruenti e più consapevoli e virtuosi freni alla crescita demografica, quali il contenimento delle pulsioni sessuali (astensione coitale) e soprattutto la posticipazione e la rinuncia al matrimonio.
Critiche alla lettura di Malthus della crescita delle popolazioni:
- Freni repressivi: non vi sarebbe una relazione diretta tra disponibilità alimentari e mortalità;
- Freni preventivi: il contenimento della crescita attraverso l’azione sulla nuzialità sarebbe stato attivo anche in epoche ante Malthus;
- Si assume che le risorse rimangano fisse (la rivoluzione industriale smentirà subito tale ipotesi).
Relativamente alla prima critica, “l’andamento della mortalità risulta in larga misura scisso dal livello delle risorse alimentari disponibili” (salvo casi eccezionali, vedi ghetto di Varsavia). Esisterebbe infatti una grande capacità di adattamento dell’organismo a carenze nutritive (Livi Bacci 1989). Il freno repressivo sarebbe soprattutto di tipo “esogeno”. Secondo Cipolla, la crescita della popolazione europea in epoca preindustriale sarebbe stata infatti frenata prevalentemente dall’azione delle grandi ricorrenti epidemie. Le crisi di mortalità causate da tali epidemie non sarebbero (endogenamente) legate al peggioramento delle condizioni alimentari ma avrebbero cause esogene (esterne). In particolare, l’evoluzione della popolazione fu soprattutto condizionata dalle endemiche epidemie di peste.
Oltre al freno (esogeno) repressivo costituito dalla peste, un meccanismo alternativo di autoregolazione della popolazione avrebbe agito nel passato (ma in parte anche oggi) sulla nuzialità. Il freno della nuzialità avrebbe carattere preventivo ed endogeno. Se l’andamento della mortalità non sembra dipendere direttamente dalla disponibilità alimentari, più sensibile alle risorse disponibili sembra essere stato l’andamento della nuzialità. Il rinvio della formazione di nuovi nuclei familiari in occasione di gravi carestie è un fatto oramai ben accertato: negli anni di forte crisi di sussistenza (in generale conseguenza di cattivi raccolti) si osserva infatti una forte riduzione del numero di matrimoni celebrati. Si tratta di variazioni congiunturali, tanto che subito dopo la carestia si osserva un rilevante recupero.
La variazione può anche non essere semplicemente congiunturale. Nel caso il sistema sociale ed economico, in risposta ad un rilevante peggioramento del rapporto tra popolazione e risorse (avvertito tramite l’infittirsi delle carestie ed un aggravarsi della loro intensità), si ristrutturi irrigidendo rapporti di lavoro, regole di successione e di accesso al matrimonio, la conseguenza sarebbe un aumento, non più occasionale ma strutturale, dell’età a cui ci si sposa e delle persone che rinunciano a sposarsi. Ciò è possibile quanto più è flessibile il sistema socio-economico. Ciò avvenne ad esempio in Inghilterra ed in Toscana, dove sembra ormai provato che le variazioni della nuzialità ebbero un ruolo rilevante sulla crescita demografica. In varie altre popolazioni invece, caratterizzate da sistemi con regole matrimoniali difficilmente modificabili (aree della Francia del XVII e XVIII secolo), ciò non avvenne, o avvenne in misura molto minore.
Nonostante la grande capacità di moltiplicare le risorse
Rimane comunque ben vero che alcune materie prime importanti sono limitate. Basti pensare all’attuale dipendenza delle società avanzate dal petrolio, al suo progressivo esaurimento e alla sua importanza negli equilibri internazionali. Già verso la fine dell’Ottocento, l’economista Jevons metteva in guardia dal rischio di esaurimento delle riserve di carbone. L’accumularsi delle conoscenze scientifiche e tecnologiche ha permesso la sostituibilità tra materie prime, il loro recupero e riciclaggio, una maggiore efficienza nell’uso di energia.
Antico regime e ruolo delle epidemie
Con la conclusione dell’ultima glaciazione inizia il periodo neolitico. L’uomo, attorno al 10 mila a.C., da cacciatore e raccoglitore nomade, passa all’agricoltura stanziale e all’allevamento di animali. La produzione agricola e la stanzialità consentono di sostenere una popolazione più ampia e la creazione di comunità più ampie rispetto ai gruppi dei cacciatori. Inoltre:
- + natalità (rispetto ai cacciatori nomadi, che dovendosi spostare non potevano portarsi in braccio più di un bambino piccolo a testa; allattamento lungo, lungo intervallo tra i parti; pubertà più tardiva; fecondità in generale più bassa dei cacciatori nomadi rispetto agli agricoltori stanziali confermata anche da studi su popolazioni contemporanee mobili).
- – sopravvivenza (densità e vicinanza con animali avrebbero favorito la trasmissione e diffusione di patologie. Inoltre, la dieta diventò meno varia e più povera, basata su cereali, rispetto a quella dei cacciatori e raccoglitori).
In ogni caso la natalità molto verosimilmente aumentò più di quanto peggiorò la mortalità, portando a un incremento della popolazione. Il ritmo di crescita della popolazione e di sviluppo economico fu molto differenziato nei vari continenti. Fino al Settecento, mortalità e natalità rimasero molto elevate ovunque. In Europa, la durata media di vita non era superiore ai 35 anni, e il numero medio di figli per donna era attorno ai 6 figli. Vi erano periodicamente catastrofiche crisi epidemiche (la peggiore di tutte, la peste, arrivava a falcidiare oltre 1/3 della popolazione). Cibo, fonti di energia, materie prime erano quasi tutte dipendenti dalla disponibilità di terra.
Fino al Cinquecento e rilevazioni demografiche
Fino al Cinquecento, rilevazioni di decessi e nascite erano effettuate soprattutto in alcune città (per valutare l'arrivo di epidemie, per certificare condizioni di successione e di legame di parentela). Tali rilevazioni erano carenti e di qualità bassa. A partire dal 1563, le registrazioni parrocchiali furono regolamentate dal Concilio di Trento (battesimo, sepolture, matrimoni, «stati delle anime»). Dal XIX secolo, le burocrazie degli Stati centralizzati mettono in campo rilevazioni più moderne, a fini amministrativi e per conoscere le condizioni della popolazione. È anche l’epoca dei primi censimenti moderni e delle prime indagini «sociali».
A partire da tali fonti è possibile studiare la demografia dell’Antico regime. La mortalità era «normalmente» elevata (40-50‰). Con l’aggiunta di forti fluttuazioni determinate da «crisi di mortalità» prodotte da epidemie e favorite da guerre e carestie. Fattori che agiscono sulla gravità della crisi:
- Entità di perdite subite dalla popolazione;
- Incidenza per età (più colpisce i giovani e più grave è);
- Grado di recupero post-crisi.
Classificazione delle gravità delle crisi:
- Piccole crisi: sovra-mortalità del 50‰;
- Crisi medie: tra 50‰ e 300‰;
- Grandi crisi: oltre 300‰.
Una piccola crisi non ha conseguenze rilevanti per la crescita successiva. Una grande crisi ha come conseguenza che le generazioni non ancora in età feconda (età 0-15) non riescano a riprodursi interamente se stesse in futuro.
Attorno all’anno mille, cioè al termine dell’Alto Medioevo, l’Europa era un’area sottosviluppata, decisamente arretrata rispetto al mondo arabo e bizantino (per fermarsi all’Europa). La produttività della terra era scarsa e le difficoltà di trasformazione e commercializzazione dei prodotti rendevano l’agricoltura strutturalmente debole. Tra l’XI e il XIII secolo, la situazione muta radicalmente, celebrando il passaggio da Alto e Basso Medioevo. Si assiste a quella che Cipolla chiama rivoluzione comunal-cittadina. L’Europa esce dall’atteggiamento di sfiducia (verso il mondo esterno ed il mercato) che caratterizzò l’economia curtense alto medioevale. L’Italia centrosettentrionale si pone al centro di tale processo. La città diviene il centro propulsore del processo di sviluppo.
Ciclo positivo
La nuova organizzazione socio-economica porta ad un aumento delle capacità produttive. Aumenta inoltre notevolmente anche la popolazione urbana.
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Dinamiche industriali
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Statistica e dinamiche di popolazione
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Immunologia - dinamiche dell’immunità acquisita
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Dinamiche della socializzazione avanzata