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*Le condizioni affinché una conversazione possa realizzarsi, sono state descritte dal filosofo americano Grice, il

quale ha definito 4 massime che la regolano: non essere reticente (restio a parlare di qualcosa che conosce), non

dire ciò che credi essere falso, sii pertinente ed evita le ambiguità.

L’isoglossa che separa oggi le lingue romanze da quelle germaniche e slave, tagliando da nord a sud il continente

europeo, nel 1600 non doveva essere così tanto diversa da quella odierna, andava infatti dalla Manica fino all’Istria

che però era inclusa insieme ad una parte della Dalmazia, dove si parlava il veneziano portatovi dal dominio della

Serenissima. Intorno al 1100 però la situazione era completamente diversa: nella fascia meridionale della Romania

si erano avute perdite devastanti. Una buona metà della penisola iberica, l’Andalusia, Granada e Valencia erano

sotto il dominio musulmano e coloro che parlavano una lingua romanza erano in pochi: i paesi apparivano

prevalentemente di lingua araba. La conquista avvenne attraverso l’arrivo dell’esercito musulmano in Spagna,

tramite lo stretto che verrà chiamato poi di Gibilterra, in onore del capo della spedizione, e con la vittoria contro il

re visigoto spagnolo. L’islam conservò il dominio spagnolo fino al 1492. Anche in Sicilia prevaleva l’arabo, mentre nel

Levante, dopo le crociate, si stabilirono parlate romanze insieme a quelle arabe indigene. Chi restava in un paese

arabo continuando a professare la fede cristiana, era detto “mozarabo”, il quale continuava a parlare la sua varietà

romanza. Mozarabi e arabi convivevano quindi nella gran parte della penisola iberica conquistata dai musulmani.

Delle varietà mozarabe, conosciamo solo alcuni testi popolari, in cui poeti arabi o ebrei hanno inserito delle

strofette di questa varietà di lingua. I regni cristiani hanno poi duramente combattuto il dominio arabo e a poco a

poco sono riusciti a riconquistare le terre perdute. Intorno al 1250 solo Granada restava musulmana, riconquistata

poi nel 1492 dai re cattolici (Isabella e Ferdinando). Dopo la fine del dominio musulmano, fu la Castiglia ad avere

l’espansione maggiore in Spagna, estendendosi infatti dalla Galizia fino al Portogallo del sud, e da ciò derivò il

dominio della lingua castigliana. Questo tipo linguistico era tra tutti anche il più innovativo, quello che si distaccava

da tutti gli altri nell’eliminare ad esempio la F latina e a sostituirla con la H (ferro divenne hierro). Si vennero a

creare così delle affinità tra i vari dialetti iberici, tutti con caratteristiche proprie del castigliano. Nel 1492

ricordiamo venne scoperto anche il nuovo continente proprio dagli spagnoli, i quali avev ano la possibilità di partire

soltanto dal porto della Siviglia andalusa: il dialetto romanzo che si diffuse in America fu infatti proprio uno

spagnolo di timbro andaluso. Per quanto riguarda invece la Sicilia, la conquista araba ebbe inizio nell’827. L’isola

prima dell’arrivo musulmano era bizantina, di lingua greca e latina ma con l’arrivo dei conquistatori si ebbero molte

conversioni e un grande utilizzo dell’arabo. La riconquista avvenne inizialmente con i bizantini e in seguito con i

normanni e terminò definitivamente nel 1091. Insieme ai nuovi proprietari, immigrarono in Sicilia anche molte

persone italiane, soprattutto del sud: tutto ciò ha contribuito a far si che nell’isola si venisse a formare una varietà

romanza basata sulla parlata araba ma con modifiche apportate dagli immigrati e dalla generale mescolanza. Con la

riconquista della Sicilia e della Spagna il romanzo diventò l’unica varietà di queste aree, sparì dal Levante, mentre

Malta, anch’essa conquistata dai musulmani è ancora oggi di dialetto arabo (maltese).

*stretto di Gibilterra: situato sulla parte meridionale della Spagna, mette in contatto l’oceano Atlantico con il Mar

Mediterraneo; l’Africa con l’Europa.

Tutto quello che sappiamo delle lingue romanze lo abbiamo appreso dai testi scritti. Il primo problema è capire a

cosa corrispondono le grafie: il latino aveva 23 lettere nel suo alfabeto, e non abbiamo testimonianza di alcuna

lingua che abbia utilizzato grafemi diversi per distinguere la o e la e chiusa da quella aperta. Ancora più tarda è

stata poi la normalizzazione dell’accento, che il latino utilizzava per lo più per indicare le lettere lunghe e quelle

brevi. Nelle grafie delle lingue romanze di oggi invece, ad esclusione del francese, l’accento viene apposto sulla

sillaba tonica laddove si trovi in posizione finale. La soluzione più semplice per risolvere il problema tra la grafia

latina, quella tradizionale, e quella che ormai si stava affermando ossia quella romanza, fu quella di conservare la

scrittura modificandone il valore: ad esempio il latino aveva soltanto la “s” sorda, mentre le lingue romanze avevano

anche la “z” sonora. In mancanza di segni appositi per distinguere le due consonanti, probabilmente si utilizzavano

le due “ss” per indicare la sorda, mentre quella sonora rimase la stessa. Anche se l’italiano non intervenne, altrove

si ricorse all’alternanza “s” per indicare la sorda e “z” per la sonora, comune soprattutto in spagnolo. Anche nel caso

delle consonanti palatali C e G seguite da vocali dolci, la grafia rimase in latino ma si leggeva in romanzo: Cicerone

ad esempio, non veniva letto kikerone come l’avrebbero letta i latini. Gli sviluppi romanzi sono stati poi diversi da

paese in paese, così’ come le relative scritture romanze. “C” si legge “ci” in italiano ma “s” in francese. Ancora, nel

sistema latino la X veniva utilizzata poco, mentre il francese antico la utilizzò come abbreviativo di “us”: “deus”,

due, si scriveva e si scrive ancora oggi “deux“. Vennero poi aggiunti alcuni segni diacritici, che modificavano cioè il

valore delle lettere, che per il latino erano inutili: la H ad esempio, che in latino non aveva alcun suono, venne usato

in romanzo per indicare suoni estranei alla lingua romana. In francese abbiamo “ch” per indicare “sc“, mentre il

toscano e poi l’italiano hanno scelto di utilizzare “ch” e “gh” per esprimere le velari sorde e non le palatali “c” e “g”.

Bisognava inoltre distinguere i suoni “ts” e “tz”: l’italiano ricorse alla “z” senza distinzione tra sorda e sonore,

mentre altrove vennero utilizzati i due suoni. In francese inoltre, c’era anche il problema di rappresentare il suono

“oe” arrotondato, per il quale venne poi utilizzato il dittongo “eu”. Dopo tutto però, non sono stati inventati segni

ortografici nuovi, la grafia tende sempre ad essere conservatrice, anche se la pronuncia è profondamente diversa

dalla scrittura, soprattutto in francese dove il distacco è molto forte. Nel medioevo la lingua parlata era il latino,

ma molte sono le testimonianze scritte che ci dimostrano che in realtà, questa lingua lasci trasparire

caratteristiche romanze, o meglio che chi leggeva il latino, lo pronunciasse con particolarità regionali, come può

accadere oggi ad esempio se leggono un testo latino un italiano e un francese. Il primo caso in cui chi scrive ha la

piena consapevolezza di alternare due sistemi linguistici diversi è quello dei Giuramenti di Strasburgo, scritti

nell’842 e che narrano la storia di Ludovico il Pio, i cui due figli giurarono un’alleanza contro il terzo fratello proprio

nella lingua in cui era stata pronunciata. In Italia invece, il primo caso in cui chi scrive oppone il volgare al latino, è

quello di una testimonianza del 960 in cui il giudice trascrive nel suo testo latino la testimonianza del suo imputato,

consapevole che quest’ultimo parla una lingua diversa da quella che il giudice scrive normalmente. Negli anni 1000

invece, sono le Glosse emilianensi (monastero di S.Millan, Emiliano), che contengono intere frasi in romanzo. È

possibile risalire al luogo e al tempo di un testo attraverso lo studio della paleografia, che analizza le

caratteristiche e le norme proprie di una scrittura, che per quanto individuale che sia, avrà sempre dei tratti

comuni alla sua tradizione. Analizzare un testo del medioevo è tanto più facile in quanto le persone che sapevano

scrivere erano in poche e anche i luoghi dove c’era tale consuetudine non erano moltissimi. Una volta individuate poi

le norme di una tradizione, basta analizzare un testo scritto in quel modo, di cui siamo sicuri del tempo e dello

spazio per collocare nel tempo e nello spazio poi l’intera tradizione. Anche se non è sempre facile individuare la

precisa localizzazione di un testo, anche se possediamo tutte le informazioni necessarie: i giuramenti di Strasburgo

ad esempio, conosciamo la loro data, il luogo di enunciazione e i suoi enunciatori, ma rimangono non localizzabili

poiché al loro interno possiedono tratti contraddittori. Si è dovuto riconoscere quindi, che chi scrive si inserisce in

una tradizione più ampia, in quanto non solo cerca di eliminare i tratti individuali ma anche quelli troppo locali.

SISTEMA DELLE VOCALI TONICHE: I primi testi romanzi mostrano un sistema linguistico profondamente

diverso da quello latino, da cui hanno avuto origine. In latino infatti esistevano tra toniche e atone, 10 vocali

distinte tra di loro per durata e apertura: le 5 vocali infatti possedevano sia il fonema breve che quello lungo.

Nessuna delle lingue romanze, pur essendo diverse tra loro, ha mantenuto tale sistema: lo schema più diffuso è

quello detto romanzo comune, il quale è alla base della varietà della penisola iberica, della Francia e della maggior

parte delle varietà italiane. Nel passaggio del latino classico al latino volgare si ha un cambiamento riguardo alle

vocali; da un sistema fondato sulla durata si passa a un sistema fondato sulla qualità vocalica, di apertura (vocali

aperte e chiuse). Le brevi tendono ad aprirsi, invece le lunghe tendono a chiudersi. Prima nel latino non vi era alcuna

regola: nelle lingue romanze in seguito si è allungata o abbreviata la parola in base alla consonante lunga o breve: nel

primo caso seguiva una vocale breve, nel secondo l’inverso: si tende quindi ad intervenire sulle vocali anziché sulle

consonanti. Dalla lunghezza delle vocali infatti, come utilizzavano i latini, era difficile distinguere la differenza tra

due parole, a differenza invece delle parole “cane” e “canne”, la cui consonante attribuisce un valore diverso a

ciascuna parola. Quindi mentre prima in latino il tratto distintivo è la quantità, la lunghezza delle vocali, nelle lingue

romanze la qualità dominante diventa il grado di apertura o di chiusura delle vocali. Alcune coppie di vocali che

avevano acquistato un timbro quasi uguale si fondono determinando la nascita di un nuovo sistema vocalico che è

alla base del sistema vocalico italiano. È questo il caso della “i” breve e della “e” lunga, che determinano la “e”

chiusa, o della “o” lunga e la “u” breve che invece danno origine alla “o” chiusa. Le due “a” originano una sola “a”, la

“u” lunga diventa “u” chiusa, mentre la “e” e la “o” brevi diventano rispettivamente “e” ed “o” aperte. Ad esempio:

“nive” con la “i” latina breve diventa neve, con la “e” chiusa, mentre “bene” letta con la “e” breve latina, diventa in

italiano “bene”, letta con la “e” aperta. Nel sistema sardo invece, che vige in Sardegna e in Basilicata, ogni coppia di

fonemi si fonde in un solo fonema: quindi le due “e” latine diventano “e” aperta, così come accade anche con la “o”,

mentre tutte le altre vocali restano chiuse (ad esempio si dice sOle e non sole). Nei Balcani invece, il vocalismo

tonico segue uno schema misto, uguale a quello romanzo nella parte iniziale, simile a quello sardo in quella finale. C’è

poi un quarto sistema vocalico, quello siciliano (Sicilia e Salento), che fonde in un solo fonema le prime tre vocali e

cioè “i lunga, i breve ed e lunga” in un’unica “i” e le ultime tre vocali e cioè “u lunga, u breve ed o lunga” in un’unica

“u”: si dirà infatti “misi” e non “mese” e “suli” e non “sole”.

IL DITTONGAMENTO: le vocali toniche delle lingue romanze sono state esposte al dittongamento, anche se il

fenomeno avviene in modo diverso nelle diverse parlate. Da una vocale si ottiene un dittongo costituito da una

vocale e da un altro elemento, la semivocale. Il latino possedeva tre dittonghi: AU-AE-OE che nelle lingue romanze

si sono unite in un solo fonema (Aurum=oro fenomeno inverso detto monottongo). Mentre l’italiano standard

dittonga le vocali “E ed O” aperte, ossia quelle brevi latine, ma solo quando queste si trovano in una sillaba libera,

cioè quando questa termina con una vocale: è il caso ad esempio di “mele” che dittonga in “miele” dato la sillaba “me”

e di “focu” che dittonga in “fuoco”. Ma “terra” e “corvu” seppur contengono le due vocali aperte non dittongano,

diventano rispettivamente “terra” e “corvo” poiché le due vocali sono posizionate in una sillaba chiusa. Quindi la “e”

breve latina, origina la “e” aperta italiana, la quale a sua volta dittonga in “ie” in sillaba aperta. La “i” è una

semivocale, poiché è pronunciata in modo diverso da “imbuto”. La regola delle sillabe libere deve tenere conto però

delle eccezioni: avremo “bene” da “bene” latino e non “biene”, ciò accade perché questa è una parola colta, religiosa,

e richiama il fenomeno del CULTISMO. O ancora “suonare” non dovrebbe dittongare poiché l’accento è sulla “a” e

non sulla “o” che in questo caso è atona e dovrebbe di conseguenza dirsi “sonare”: questo è invece definito

fenomeno di ANALOGIA, per la forma di “suono” che invece è accentata, “suonare” si comporta allo stesso modo.

La stessa regola vale anche per la “o” aperta, originata dalla “o” breve, la quale dittonga in “uo” in sillaba libera.

Anche il francese dittonga soltanto le vocali in sillaba libera, ma comprendono non soltanto la “O e la E” aperte e

quindi quelle brevi latine, ma anche le due corrispondenti chiuse, quindi le lunghe latine e la “a”, è un altro caso di

monottongo, poiché nel francese antico le vocali dittongavano tutte. Abbiamo dunque “habe-re” (e lunga) che in

francese diventa “avoir” , “flore” (e breve latina) diventa invece “fleur“ e “laeta” che diventa “liee”; anche in

francese “bella” resta “belle”e non “bielle” per la regola della sillaba chiusa. In castigliano invece, il dittongamento

ha regole ancora diverse: le vocali che seguono tale processo sono le stesse dell’italiano, ma non c’è alcuna

differenza tra la sillaba libera o chiusa. “Ferru” dà “hierro” come “porta” dà “puerta”.

METAFONESI: Oltre a questo tipo di dittongamento, nelle parlate romanze troviamo anche quello che deriva da

armonizzazione o metafonesi. In Italia meridionale ad esempio, la E aperta dittonga in “ie”, mentre la “o” aperta in

“uo” solo se la vocale finale latina è una “i lunga o una u breve latina”. Quindi a Napoli si avrà “vientu” “viecchiu”

“muortu” ma “morta” e “vecchia”. Un altro importante caso di armonizzazione è la nasalizzazione, e cioè

l’adeguamento delle vocali alla successiva pronuncia delle consonanti nasali, cioè quelle la cui aria viene emessa

parte dalla bocca e parte dal naso. In francese antico, tutte le vocali che precedono una nasale sono nasalizzate,

più tardi la vocale è stata del tutto assorbita dalla consonante “temps”. Anche il portoghese nasalizza le vocali

seguite da nasale nella stessa sillaba, ma mantenendo distinti i due suoni: “cantar”.

ACCENTO: per quanto riguarda l’accento, le lingue romanze pronunciano la vocale accentata e la sillaba in essa

contenuta con maggiore forza rispetto alle altre. Questo ha come conseguenza l’indebolimento delle vocali atone.

L’accento nelle parole resta pressoché quello latino, nella cui lingua vigeva una semplice regola: l’accento cadeva

sulla penultima sillaba a meno che la vocale di questa non fosse breve; in tal caso, se la parola aveva almeno tre

sillabe, l’accento veniva spostato sulla terzultima. Quindi le parole erano tutte piane, o potevano diventare

sdrucciole (accento sulla penultima e sulla terzultima sillaba). Non contava però soltanto la lunghezza della

penultima sillaba per stabilire la posizione dell’accento, ma anche la sua stessa posizione: se una vocale breve,

precedeva due consonanti valeva come lunga e quindi era accentata (arista era una parola piana ad esempio). Nel

latino imperiale poi, si sono succeduti alcuni fenomeni che hanno modificato tali regole: al tempo di Augusto la

vocale breve seguita da una occlusiva e da una “r” non diventava lunga: si diceva quindi “càtedra” e non “catè dra”.

Queste parole nelle lingue romanze sono state poi trasformate nell’accento, il quale è stato spostato sulla

penultima sillaba “cattedra”. Ancora in latino i verbi formati da un prefisso preposizionale come “recìpit” formato

da “re+càpit” ha trasformato la vocale atona del verbo in accentata: la “i” di “càpit” diventa “recìpit”. In italiano

l’accento è stato mantenuto nella stessa posizione di quella latina “riceve”: in entrambi i casi sono parole piane. Ma

il caso più importante è quello degli iati, formati da parole latine in cui c’era una “e o una o lunga” preceduta da una

“i”. In “filìolu”è la terzultima sillaba a portare l’accento, ma verso la fine del periodo imperiale, le “e ed i” sono

diventate semivocali, le parole hanno perso una sillaba e l’accento è stato spostato sulla penultima sillaba.

Da “fi lì o lu” si avrà quindi “fi lio lu”, l’accento sarà posizionato sulla “o” proprio come in italiano “figliolo”.

LA PALATIZZAZIONE: in latino esisteva una sola consonante palatale “i”, la quale si presentava o a inizio parola o

tra vocali “maiore”. Con il tempo però, il sistema latino ha dovuto fare i conti con tantissime “i” inserite dopo una

consonante, diventando in questo modo semivocali. Queste hanno originato nelle lingue romanze delle nuove

consonanti palatali, ad esempio: “ti” in “palatiu” ha dato l’italiano “palazzo”; “la r + ti” in “fortia”, ha dato “forza”;

“si” in basiare” ha dato “baciare”. La semivocale “u” latina che seguiva di norma una velare come in “anticua” o

“aqua”, ha originato l’italiano antica, il francese antique, e lo spagnolo antigua; mentre aqua la ritroviamo in italiano

come acqua, in francese come eau e in spagnolo come agua. Quindi la labiovelare latina (c) è diventata a volte velare

come “antica o antique”, mentre altre volte l’esito è del tutto diverso, nel caso di “eau”. La semivocale “u” quando si

trovava in uno iato latino (ui), ha permesso il raddoppiamento della consonante che li precede in italiano: cadui è

diventato caddi; sapui invece seppi. Anche la “i” in “somnium”diventa semivocalica, creando in italiano il suono

palatale “gn” di “sogno” oppure da “filium”, suono palatale oggi abbiamo “figlio”, consonante palatale. In italiano una

dei risultati della paletizzazione può essere la doppia consonante “sepia” “seppia”. In “vinea” la “e” dello iato si

chiude in una semivocale. Di conseguenza abbiamo il dittongo “ia” in “vinia”, che oggi ha originato “vigna”.

LA LENIZIONE: altro importante fenomeno romanzo del consonantismo è stata la lenizione, e cioè l’indebolimento

di alcune consonanti intervocaliche. Tale fenomeno viene riscontrato in Italia (fino alla linea la Spezia-Rimini), in

Francia e nella penisola iberica. Il fenomeno può essere riassunto dicendo che le sorde doppie, diventano sorde

semplici, le semplici diventano sonore, le sonore diventano o fricative o si dileguano del tutto. L’italiano tende

rispetto alle altre lingue a conservare maggiormente la forma latina, il francese è il caso più estremo, mentre lo

spagnolo riflette la situazione intermedia. Il fenomeno riguarda le consonanti occlusive ( t, p, k), quando si trovano

in posizione intervocalica, definita anche posizione debole per la forte vocalità. Ad esempio il latino “cuppa”, ha

dato in italiano “coppa”, in francese “coupe” e in spagnolo “copa”. “ripa” in latino è diventata “riva” in italiano, “rive”

in francese, “riba” in spagnolo. Ancora, “vita” ha dato origine a “vita” in italiano, “vie” in francese e “vida” in

spagnolo, subendo quindi un processo di sonorizzazione. Le lingue tendono ad assimilare nel corso del tempo, le

lettere che compongono una parola, economizzando. Nella parola latina “ata”, che indica un participio passato,

abbiamo dal punto di vista della sonorizzazione una vocale sonora, un’occlusiva sorda e di nuovo una vocale sonora;

dal punto di vista del modo di articolazione, la consonante centrale essendo un’occlusiva, viene pronunciata con il

canale chiuso rispetto alle due vocali. Con il processo di assimilazione della consonante alle caratteristiche delle

vocali avremo invece “ada”, in cui le componenti sono sonore, pur mantenendo un’occlusiva. Parliamo in questo caso si

assimilazione parziale. Si dice completa invece nel caso di “ripa” che diventa “riva”, sostituendo una fricativa

all’occlusiva. In questo modo l’aria passa liberamente nella pronuncia di tutte le lettere, e viene mantenuto anche la

sonorizzazione. Questo risparmio di energia si è verificato in diverse parti della Romania, laddove in precedenza

vivevano popolazioni celtiche, che probabilmente avevano la tendenza ad affievolire le consonanti. In rumeno invece

tutto è rimasto uguale alla forma latina, mentre in francese le sorde sonorizzate e poi fricativizzate si sono

dileguate. Nella Romania occidentale, tende a resistere soltanto la doppia consonante “rr”. La “mm” si è invece

ridotta in alcune parlate (in francese maman e spagnolo mama e non mamma), così come la “ss” (essere è in francese

etre, in spagnolo ser). La lenizione colpisce anche la “s”, la quale nelle lingue romanze occidentali diventa sonora “z”,

anche se la grafia resta la stessa. In italiano abbiamo però alcuni casi in cui viene pronunciata la sorda “s” come in

“cosa” e altri in cui viene sonorizzata come in “sposa”. Altre due coppie di consonanti interessate alla lenizione sono

“nn” e “ll”, la quale ha prodotto parole in “n” e “l”, tranne che nello spagnolo che invece ha optato per la

paletizzazione in “gn” e “gl”. “Anno” in italiano, diventa “an” in francese ma “agno” in spagnolo.

*le consonanti sono distinte in base a 3 tratti distintivi dal punto di vista fonetico: modo di articolazione (come il

suo è prodotto); luogo di articolazione (dove) e la sonorità (vibrazione o meno delle corde vocali). Il fenomeno della

lenizione riguarda le occlusive, quelle cioè che per pronunciarle prevedono la chiusura del cavo orale (p se bilabiali o

t se dentali).

LE CONSONANTI FINALI LATINE: in latino molte parole terminavano con le consonanti “m” ed “s”, le quali però

sono state modificate o sono scomparse del tutto nelle lingue romanze. Le parole che terminavano in “m”, composte

da 3 o più sillabe hanno visto perdere la loro finale: “amicorum” ad esempio è diventato in italiano “amico”. Se

invece parliamo di parole monosillabe, la “m” soprattutto in francese, si è trasformata in una “n”: “rem” in francese

abbiamo “rien”. La “s” finale latina era un morfema molto presente e veicolava una serie di informazioni all’interno

della frase: veniva infatti utilizzato nel plurale degli aggettivi, nei nominativi e negli accusativi plurali, alla seconda

persona singolare e plurale nella maggior parte dei verbi. Oggi nella romania orientale e cioè italiano centro

meridionale, romeno e dalmatico la “s” è andata perda mentre è stata mantenuta da alcune lingue romanze

occidentali per formare il plurale: ancora una volta è il caso del francese, ma anche del portoghese, catalano e

spagnolo. “nos” è “nous” in francese; “nos” in spagnolo e portoghese, “ma “noi” in italiano, dove la “s” è diventata

nella maggior parte dei casi una “i” o una “e”: se analizziamo ad esempio “feminas”, in italiano avremo “femmine”, ma

in francese ancora una volta il plurale con la “s” finale di “femmes”. Le finali latine oggi scomparse o riutilizzate

dalle lingue romanze, avevano all’interno della parola una funzione morfosintattica, tendevano quindi a esprimere le

informazioni sintattiche della stessa parola. Queste informazioni potevano essere racchiuse in un solo morfema,

come nel latino che diremo una lingua sintetica, o divise in più morfemi, nel cosiddetto sistema analitico adottato

invece dalle lingue romanze. Sempre con l’esempio di “amicorum”, possiamo distinguere due morfemi: uno lessicale

rappresentato da “amic” e l’altro che chiameremo nominale nel caso di “orum”, il quale contiene all’interno

informazioni sulla funzione logica e grammaticale assunta. In particolare questo morfema ci svela che si tratta di

un genitivo, di un plurale e non di un singolare (amici), di un maschile e non di un femminile. A differenza invece di

quanto avviene in italiano con l’espressione “degli amici”: la preposizione che in latino non abbiamo ci fa capire che è

un genitivo, informazione che quindi non è espressa con la desinenza come in latino, mentre in “amici”, possiamo

distinguere nella “i” una parte sintetica, in quando essa ci svela sia che si tratta di un maschile e sia di un plurale,

informazioni che però possiamo ottenere anche dalla sola preposizione (si dice che sono in ridondanza quando la

preposizione che precede il sostantivo ci anticipa delle informazioni). La trasformazione delle due forme, ha a che

fare con la perdita delle consonanti finali: venendo a indebolirsi e poi ad estinguersi la “m” non posso più capire che

funzione svolge, ho bisogno quindi in quel momento delle preposizioni.

LA DECLINAZIONE: Il latino indicava le funzioni sintattiche delle parole mediante parte delle desinenze dei

sostantivi e degli aggettivi. Comprendeva una declinazione sia al singolare che al plurale in base alla quale si

distinguevano sei casi, con terminazioni e funzioni diverse. In gran parte delle lingue romanze non troviamo segni di

declinazione: tutte hanno per i sostantivi una forma per il plurale ed una per il singolare, forma che di norma deriva

dall’accusativo latino e non dal nominativo “carbone” ad esempio deriva dall’accusativo “carbonem” e non dal

nominativo “carbo”. Mentre la declinazione è scomparsa dalle lingue romanze in epoca lontanissima, questa è stata

mantenuta per un periodo dal gallo romanzo, che aveva una declinazione bicasuale: il caso retto indicava il

nominativo e il vocativo, e il caso obliquo tutte le altre funzioni sintattiche. Nella seconda metà del medioevo

anche il francese ha poi raggiunto il livello delle altre lingue romanze, eliminando la declinazione che altrove non era

mai esistita. In italiano però possiamo citare un esempio di declinazione derivante dal latino : io soggetto si

contraddistingue da me oggetto diretto, ed entrambi da mi, oggetto indiretto, così come il latino aveva Ego

(nominativo) me (accusativo) mihi (dativo).

I GENERI: Il latino aveva tre generi: maschile, femminile e neutro, quest’ultimo utilizzato per oggetti. Nelle lingue

romanze, ad esclusione del romeno, il neutro è stato eliminato, anche se in una fascia dell’Italia centrale, i dialetti

distinguono sostantivi in “u”, quelli che in latino erano maschili (lu vientu= ventus) e sostantivi in “o” che invece in

latino erano neutri (lo ferro = ferrum). Il neutro latino, al singolare era spesso marcato dalla desinenza in “um”,

infatti con la perdita della consonante finale, la parola veniva ad identificarsi con la forma maschile; mentre al

plurali i latinismi neutri avevano sempre la forma in “a”, che portò a far considerare queste forme come singolari

femminili: oggi abbiamo “folium” che ha dato “foglio” assimilando il termine ai normali singolari maschili; mentre da

“folia” forma plurale, viene la forma singolare femminile “foglia”.

ARTICOLI E DIMOSTRATIVI: nel periodo che va dal 476 all’800 dopo Cristo, non abbiamo veri e propri testi

romanzi, che ci testimoniano cioè la separazione di una lingua da quella latina, ma accade spesso che ritroviamo in

testi scritti in latino dei singoli fenomeni romanzi. Facciamo l’esempio della lenizione romanza: in Lombardia in

alcuni testi “documentum” latino veniva scritto come “dogumentum”, mentre un portoghese scriveva “paredes” e non

“paretes”: la lenizione in queste aree era dunque già avvenuta. Oltre ai testi non propriamente romanzi, abbiamo la

possibilità di trovare tracce di romanzo anche quando questo non esisteva ancora del tutto, o meglio non esisteva la

piena consapevolezza della sua esistenza, attraverso la comparazione e la ricostruzione di fenomeni non

documentati direttamente. Se un fenomeno appare in più lingue e si può escludere che sia stato trasmesso da una

di queste a tutte le altre, è chiaro ipotizzare che tutte lo abbiamo automaticamente ereditato da una varietà più

antica che già lo possedeva. L’articolo determinativo ad esempio, tutte le lingue romanze lo posseggono e quasi

tutte lo ereditano dall’aggettivo dimostrativo “Ille”. Nessun testo latino possedeva infatti gli articoli determinativi

ma solo dimostrativi utilizzati con lo scopo di articoli: possiamo parlare quindi di articoloidi. Nel “pelegrinatio di

eteria” del V secolo, scritto da una nobildonna che si ritira poi in una vita religiosa, e nel testo si racconta proprio

di questo suo pellegrinaggio. Qui c’è una frase in cui si parla di una valle già conosciuta al lettore, indicata con il

pronome dimostrativo “ILLA” e cioè quella valle. Gregorio di Tours troverà poi tra le storie di Israele delle opere

storiche in cui veniva utilizzato “ILLE” come determinante, ed egli stessi utilizza allo stesso scopo “ILLAS”. La

documentazione latina, non ci permette di capire come abbiano, le lingue romanze adottato qualcosa che il latino

non aveva: la soluzione ipotizzata è quella che gli articoli derivino proprio da quei dimostrativi latini: illu e ille hanno

potuto originare il/lo (illu caballu – il cavallo); illa ha dato vita a la (illa amica – l’amica); da illi derivano i/gli (illi

amici) e infine da ILLAE/ILLAS le (illas amicas). L’origine è la stessa per tutte le lingue romanze, tranne che in

sardo e in alcune lingue catalane che invece ereditano l’articolo da un altro dimostrativo “ipse”, “ipsos homines” ha

dato “sos omines”. La posizione dell’articolo determinativo non è sempre la stessa, in rumeno non precede ma segue

il sostantivo, sicché avremo “lupul” per indicare il lupo. L’articolo indeterminativo invece deriva sempre da “unu” e d

è sempre anteposto. Altra regola latina che non ritroviamo in tutte le lingue romanze, riguarda gli aggettivi

dimostrativi, che in latino erano divisi in tre gradi di vicinanza: “hic” questo, vicino a chi parla; “iste” codesto, vicino

all’interlocutore e “ille” quello, lontano da entrambi. Tale sistema viene conservato in spagnolo, portoghese,

catalano, mentre italiano, francese e rumeno hanno ridotto le forme a due, questo e quello.

AGGETTIVO: in latino esisteva sia una forma sintetica degli aggettivi come ad esempio “fortis”, ed una analitica in

alcuni casi, formata da “plus” o “magis” più l’aggettivo che solitamente terminava in “eus” “ius” e “imus”. Le lingue

romanze si differenziano anche in questo: in Italia, Francia e Sardegna viene utilizzata la forma latina “plus”, da cui

avremo ad esempio il francese “plus fort”, mentre in Spagna e Portogallo “magis” dà ad esempio “mas fuerte”.

Matteo Bartoli ha notato che la forma latina “magis fortis” era estesa nelle zone più lontane dal centro di Roma, ed

era la forma più antica del comparativo. Ad un certo punto però si estende una forma innovativa, quella di “plus

fortis” nelle zone più vicine a Roma: tale forma non riesce a penetrare nelle zone dell’impero più periferiche perché

considerata una forma rozza e quindi non accettata. Ecco perché probabilmente in Italia viene detto “piu forte” a

differenza del Portogallo in cui si dice “mais forte”.

SISTEMA VERBALE: il sistema verbale delle lingue romanze è ancora più diverso dal latino di quello nominale. Il

latino possedeva 4 coniugazioni, tre tempi principali, tre modi e due aspetti, perfettivo e imperfettivo. Inoltre

possedeva tre persone al singolare e tre al plurale, tre infiniti, participi, un supino, gerundio e gerundivo. Il

sistema delle lingue romanze ha totalmente ricostruito lo schema verbale latina attraverso la perifrasi. In latino ad

esempio era possibile esprimere un’azione con il verbo “habere” e il participio passato (hanno occupato) che in

latino aveva valore di perfettivo, diverso dal verbo temporale. Oggi la forma perfettiva rappresenta il passato

prossimo e quella temporale il passato remoto. Il futuro del latino classico ha invece forme diverse nelle diverse

coniugazioni e infatti il futuro latino non si è continuato: una delle soluzioni per creare questo tempo era quella di

inserire il presente accompagnato da un avverbio di tempo (domani vengo), oppure attraverso una perifrasi creare

il futuro con “velle” utilizzato molto in rumeno; “debere” che ritroviamo in sardo o in tutte le altre lingue con

“infinito + habere”. Ritroviamo ad esempio “cantare habeo che inizialmente assumeva un senso di obbligo, devo

cantare ma a poco a poco prevale il valore di azione futura (canterò). Il futuro prossimo in alcune lingue invece si

forma con la perifrasi vado, più l’infinito oppure vado ad con l’infinito: portoghese “vou cantar”, francese “je vais

chanter” e spagnolo “voy a cantar”. Un’altra perifrasi poteva essere formata con l’imperfetto di “habere”: “amare

habui” diventa in italiano “amerei”. Quindi in questo caso la perifrasi ha assunto il valore di condizionale che il latino

non possedeva, un nuovo tempo verbale che esiste in tutte le lingue romanze.

ORDINE DELLE PAROLE: l’ordine delle parole in latino non ha mai avuto una grande importanza: la funzione

sintattica inserita nelle desinenze delle parole permetteva perfino di allontanare un aggettivo dal sostantivo a cui

si riferiva. Altrettanto libera era la posizione del verbo, anche se il latino classico lo preferisce in terza posizione,

e dei complementi. Tutto ciò non avviene però nelle lingue romanze: la posizione dell’articolo ad esempio, è fissa e

precede sempre il nome ad esclusione del romeno. L’aggettivo non è più separato dal nome, ma lo segue

generalmente. I quantificatori precedono sempre il nome (si dirà sempre 44 gatti e non viceversa); l’oggetto segue

il verbo nei composti verbali (ho mangiato la torta) e lo stesso accade anche con gli altri complementi. Quanto alla

posizione del verbo, generalmente questo segue il soggetto e precede l’oggetto, sequenza che in francese è

diventata obbligatoria.

LA SUBORDINAZIONE: in latino la subordinazione veniva fatta con il soggetto in accusativo invece del

nominativo, e il verbo all’infinito: si diceva quindi “credo te una regina essere”. Questo tipo di frase viene chiamata

oggettiva, perché “una regina essere” costituisce l’oggetto di “credo”. Nelle lingue romanze questo tipo di

costruzione è stata sostituita da “quod” (che), seguito dal congiuntivo o indicativo (credo che tu sia una regina).

IL CAMBIAMENTO DEL FRANCESE E DELLO SPAGNOLO: nel corso della loro storia, le lingue romanze non

sono rimaste immutate: il francese e lo spagnolo soprattutto, sono molto diversi da quella che era la loro lingua

medioevale a differenza dell’italiano. Infatti se un italiano può leggere Dante, in Francia solo chi ha studiato il

francese arcaico non avrà problemi di comprensione nel leggere opere letterarie medioevali. In particolare il

francese ha visto il dileguamento delle uscite consonantiche in “t”, in “s” e in “nt” le quali avevano importanti

funzioni morfologiche. Perdendo la “s” inoltre, è difficile distinguere i singolari, soprattutto nel parlato. La

distinzione di numero è stata poi recuperata inserendo un prefisso al sostantivo, l’articolo che lo precede infatti

viene pronunciato in modo diverso: diremo “le champ” e “les champs”. La perdita della “s” ha gravi conseguenze

anche nella coniugazione dei verbi al presente, poiché in molti casi 4 delle persone del tempo, verranno pronunciate

in modo uguale: il verbo chantare viene coniugato “je chante tu chantes il chants, ils chantant”, il suono quindi è lo

stesso, e anche questa volta il problema è stato risolto inserendo un elemento a sinistra, il pronome personale

obbligatorio. Altra differenza che riscontriamo se leggiamo un testo francese del XII secolo, è la posizione del

verbo: il francese aveva infatti lo schema O V S, il cosiddetto verb second, che viene a perdersi man mano che il

soggetto diventa obbligatorio e deve quindi sempre precedere il verbo, ma anche il soggetto può essere preceduto

da un avverbio o da un complemento. Lo spagnolo invece cambiò di meno rispetto al francese: questo possedeva la

sorda e la sonora non soltanto nelle occlusive ma anche nelle fricative e nelle affricate (ts e dz affricate e s z

fricative). Il sistema entra in crisi quando nella pronuncia non vi è più tanta differenza tra queste consonanti,

l’elemento sonoro viene immerso in quello sordo: passar e oso venivano pronunciati entrambi con la s, creando così

un gran numero di omofoni. In epoca moderna, la conseguenza di tale fenomeno emerge nel fatto che lo spagnolo ha

un sistema consonantico molto semplice, che finisce per utilizzare l’opposizione tra sordo e sonoro solo per le

occlusive e ha una sola affricata scritta (ch), per un totale di appena 17 fonemi consonantici.

RAPPORTI CON ALTRE LINGUE: le lingue romanze sono state, durante la loro storia, a stretto contatto con

altre lingue, innanzitutto con la lingua madre, il latino, che non solo le ha “generate” ma continuava ad influenzarle,

in quanto era la lingua della chiesa, della cultura e della scuola. Solo il rumeno resta al margine di tale rapporto, in

quanto la lingua della chiesa ortodosse è stata il greco. L’effetto più evidente di questo rapporto con il latino, è la

presenza di prestiti lessicali nelle lingue romanze: le parole originate dal latino, che nel corso del tempo hanno

subito evoluzioni e modifiche vengono dette patrimoniali, quelle invece che sono state reintrodotte dal latino, da

chi il latino lo conosceva bene, vengono detti prestiti. “Orecchio” ad esempio, deriva dal latino “auricola”, quindi è

una parola che è derivata dal latino, è patrimoniale; ma “auricolare” non presenta variazioni, ciò vuol dire che esso è

un prestito dal latino. In francese tale rapporto si riflette nel fatto che la lingua tende ad eliminare le vecchie “s”

latine quando precedono una consonante: “schola” ad esempio è diventata “ecole”. Ma sempre in francese ritroviamo

altre parole di uso colto in cui la “s” non si è dileguata “da spiritum” abbiamo “esprit”. Solo una piccola parte dei

prestiti latini però,vengono mantenuti così come sono, senza alcun adattamento alla lingua corrente, e solitamente

si tratta di termini religiosi e scientifici: pancreas, credo. La possibilità di prendere a prestito delle parole dal

latino ha dato origine a una vasta quantità di coppie di parole, le quali derivano dalla stessa origine, ma oltre ad

indicare due significati diversi, sono di formazione diversa: una è patrimoniale l’altra un prestito. Ad esempio:

angoscia è di origine patrimoniale ma angustia è un prestito. Lo stesso meccanismo accade anche nella flessione: è

un latinismo il superlativo “issimu” in “bravissimo” o gli avverbi che terminano in “mente” come “nobilmente”. Anche

la sintassi è stata fortemente influenzata dal latino, basti pensare ad un fenomeno in particolare: il verbo alla fine

della frase “come Dio vuole” ad esempio. Tutto ciò ovviamente ha permesso alle diverse lingue, influenzate chi più e

chi meno dal latino, di accrescere la somiglianza tra loro. Il latino aveva avuto per secoli, rapporti stretti con il

greco, da cui ha ereditato una vasta gamma di parole, che sono state importate anche nelle lingue romanze. Le

cause di questo tipo di rapporto vanno ricercate nell’enorme prestigio che aveva Bisanzio (odierna Instambul

Turchia), infatti parliamo di un greco bizantino, della presenza politica dei greci a Venezia, senza parlare poi del

rumeno che ha subito l’influenza bizantina sia prima che dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei turchi

ottomani. I termini greci bizantini, hanno ritrovato riscontro in tutte le lingue romanze: “protocollum” ad esempio

lo ritroviamo in italiano come “protocollo”; in francese come “protocol” e in spagnolo e portoghese come “protocolo”.

Anche nell’ambito ecclesiastico e politico ritroviamo parole bizantine quali: monaco, paradisus, catasto, schiavo. La

marineria bizantina fu a lungo la più potente del Mediterraneo: per questo abbiamo gondola, pilota, sandalo. Il

greco però è stato anche un importante sostrato per l’Italia meridionale e la Sicilia, non abbiamo quindi solo termini

che sono stati assimilati e penetrati dal latino. In queste zone ad esempio ritroviamo l’infinito debole o del tutto

assente, sostituito da “mu o mi” al presente indicativo: voglio mangiare in Calabria si dirà “vogghiu mu”. Molti testi

latini inoltre, sono stati scritti in alfabeto greco: abbiamo un esempio di traslitterazione. “Ager” ad esempio, in

latino non viene distinta la pronuncia della “g” da quella della “gh”,che magari poteva essere trovata in greco. I

progressi della scienza hanno favorito la nascita di nuovi termini, molti dei quali sono nati ricorrendo al greco

antico: i suffissi come grafia, logia, mania ad esempio. Per molti anni, l’impero romano latino, venne occupato in

alcune aree, e in particolare in Spagna e in Sicilia, dalle popolazioni arabe. Quest’occupazione favorì moltissime

conversioni e tante furono le province che man mano si arabizzarono, basti pensare al fatto che Siviglia restò sotto

il controllo musulmano per ben 536 anni. Al momento della riconquista erano in pochi ad aver mantenuto la varietà

romanza. L’influsso arabo sul latino, avvenne anche per un’altra ragione: l’importanza dei traffici commerciali tra i

paesi arabi e quelli romanzi. L’arano pre-coranico, e cioè quello diffuso prima di Maometto, aveva ricevuto qualche

latinismo, ritornato poi alle lingue romanze con la forma e con il significato arabo: “castrum” è diventato “qasr” in

arabo, “castello” in italiano” ma “alca zar” in spagnolo. L’occupazione e la successiva riconquista hanno determinato

un cambio di lingua a larga scala, tanto che ancora oggi soprattutto in Spagna, sono numerosi i termini derivanti

dall’arabo, si calcola addirittura che il castigliano abbia più di 4000 arabismi. Di quelli italiani, la maggior parte fa

riferimento al mondo mediterraneo come “marroqui” “marrocchino” o “tuneci” “tunisino”. Molti sono anche i nomi dei

centri urbani moderni di origine araba, come Benidorm in Spagna e Marsala in Sicilia. Per secoli le lingue romanze

sono state a contatto tra loro, ad esclusione del rumeno che è stato sempre un po’ escluso da questi rapporti. Il

francese nel medioevo, era riconosciuta come lingua della cultura e della letteratura, della società feudale e

cortese, e tale dominio viene ritrovato nel numero di prestiti che questa lingua ha dato alle altre varietà romanze e


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue, lettere e culture comparate
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roberta.esposito.165 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filologia e linguistica romanza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Luongo Salvatore.

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