APPUNTI LEZIONI CULTURA ALBASE PROF. MANDALA’
Per quanto riguarda la cultura albanese, parleremo del Kanun nel quale è contenuta anche la
Gjakmarrja (sangue – vendetta), cioè la vendetta di sangue. Il Kanun risale al XV secolo come la
Gjakmarrja. L’Albania si trova nei Balcani, terre che hanno subìto influenze latine e turco-ottomane.
In Albania si trovano, dunque, diversi Kanun: nella parte Settentrionale c’è un tipo di Kanun più
arcaico perché è la parte più incontaminata dell’Albania; le aree centrali e meridionali sono, invece,
quelle più moderne dove il Kanun ha subito numerose variazioni.
L’insieme delle regole che compongono il Kanun può essere distinto in due parti:
1- Una parte fondamentale o immutabile: contiene i principi morali e teorici e lo statuto della
tribù e della famiglia, dei diritti e dei doveri dei componenti, dell’autorità e dei dirigenti.
2- Una parte accidentale o mutabile: contiene elementi mutabili secondo il luogo, il tempo,
specialmente in materia di giustizia.
I concetti del Kanun sono: l’onore, la parola data, l’unicità e la libertà.
BESA: questo termine è di origine indoeuropea e significa “fede”, “parola data”. E’ un termine
tipico albanese. Essa può essere di due tipi:
1. Piccola, cioè che ha una durata che va dalle 24 alle 72 ore. L’omicida, dopo aver ucciso la
sua vittima, deve partecipare alla veglia funebre e al suo successivo pranzo. Questo tipo di
Besa vine chiesto da persone chiamate “mediatori”, che si recano dalla famiglia della
vittima per chiedere la concessione della “piccola Besa” all’omicida. Nella stragrande
maggioranza dei casi la famiglia accetta per non porsi al di fuori della legge e concedendo
questa Besa si impegna a non vendicarsi dall’assassino. La famiglia, così, ammette la
logica della Gjakmarrja.
2. Grande, ha una durata di 40 giorni. Anche in questo caso dopo gli obblighi verso il morto,
la famiglia dell’omicida invia i suoi intermediari per chiedere la Besa alla famiglia della
vittima e questa viene concessa, impegnandosi a non vendicarsi per 40 giorni. Questo è il
tempo che servirà all’omicida per recarsi al castello di Orosh dove andrà a pagare il tributo
per aver ucciso.
Verrà considerato per metà vivo e per metà morto, perché viene esiliato in questo castello senza
contatti con la comunità. Pagato il tributo, l’omicida diventa un “morto che cammina” perché
potrebbe essere ucciso in qualsiasi momento. Quando un uomo viene ferito nel suo onore deve
vendicarsi obbligatoriamente e non può neanche mancare la propria vittima nel tentativo di
ucciderla a morte perché altrimenti dovrà pagare pesanti tasse in denaro che porteranno in rovina
la sua famiglia. L’omicida è costretto a partecipare alle esequie della vittima per due motivi: uno
perché lo prevede il Kanun e secondo perché in questo modo si assicura che i parenti lo faranno
con lui dopo averlo ucciso.
La donna, secondo la cultura albanese, è considerata “un’otre da riempiere” cioè con il solo scopo
di riproduzione; non ha alcun diritto ma ha la possibilità di abdicare dal ruolo di donna e diventare
uomo rispetto ai compiti che svolge e così facendo diventare “Virgjneshe”. I motivi che spingono
una donna a diventare Virgjneshe possono essere vari: assenza di uomini in famiglia,
emancipazione, ecc. queste donne, però, dovranno rinunciare alla propria sessualità per sempre,
resteranno vergini a vita, potranno circolare armate (il fucile è un’arma prediletta per gli albanesi),
potranno frequentare bar e bere (le donne di solito non possono bere nemmeno il caffè) e
potranno fumare (vietato alle donne).
BURRNIJA: cioè l’ominicità, non deve essere scambiata con la virilità ma riguarda non solo il fisico
ma la morale dell’individuo. E’ un termine che deriva da “burre”=uomo.
Il kanun è uno strumento dell’architettura e significa “bacchetta”, “bastone dritto”, “regolo”, “riga”.
Metaforicamente è ciò che serve per applicare, in modo giusto e onesto, le leggi tramandate a
memoria di generazione in generazione e non codificate. Il padre gesuita Giuseppe Valentini (Nord
dell’Albania) ebbe l’opportunità di conoscere il lavoro che in quel periodo stava svolgendo padre
Stefen Gjecov, un francescano missionario con una cultura assodata dal punto di vista della legge
consuetudinaria. Nei primi del ‘900 è stato l’artefice della raccolta e della codificazione scritta del
Kanun (parte Nord). Viveva a Scutari, città di una prestigiosissima sede francescana. Decise di
raccogliere tutta la tradizione consuetudinaria (che chiamiamo kanun) e di codificarlo, cioè di
trasferirlo da codice: da un codice trasmesso oralmente a un codice codificato per iscritto,
redendolo così valutabile. Con il trasferimento dall’oralità alla scrittura, questo complesso di norme
ha trovato la sua stabilità. Ciò che viene scritto da Gjecov viene ritenuta la base di partenza di ogni
discorso critico sul kanun. Padre Valentini sostiene che il kanun abbia una struttura che può essere
disarticolata in due parti. Queste due parti, secondo Valentini, segnano una differenza sostanziale
tra ciò che in qualche modo è stato soggetto, nel tempo e nello spazio, a cambiamenti e ciò che
non lo è stato. Quindi distingue una parte mutabile e una fissa. Vi è una parte che è uguale in tutti i
4 angoli dell’Albania e una parte che ha subito delle trasformazioni sulla base della influenze locali.
La seconda parte riunisce le cosiddette “parti occidentali”, cioè quelle che hanno subito modifiche
a seconda delle usanze locali. Gjecov ha raccolto la parte kanuniana che si riferisce all’area Nord
dell’Albania. Quando raccolse quel testo, nei primi anni del ‘900, si rese conto che vi erano delle
differenze sostanziali tra ciò che aveva raccolto al Nord e ciò che aveva ritrovato nelle altre parti
dell’Albania. Da allora, dalle ricerche successive, capì che la grande differenza nel grande
complesso di norme riguardava la parte comune a tutti quanti e la parte occidentale che aveva
subìto delle variazioni sulla base dei costumi e delle tradizioni locali. Tra questi principi
fondamentali 4 vengono considerati i “pilastri del Kanun”:
1. Il primo è quello che va sotto il nome di Burrnjia (in italiano significa “grande uomo”). Il
concetto di Burrnija deve essere completamente districato dal concetto di “vir” latino,
ovvero vitalità, cioè manifestazione fisica. L’uomo virile è colui che impone la sua forza, il
suo essere, attraverso l’esercizio fisico della forza. Qui abbiamo un concetto di virilità
completamente distaccato dall’aspetto fisico e dalla forza o brutalità. Nella concezione del
“bur” (uomo) in Albania subentrano e intervengono concetti più di natura morale che fisica e
materiale. La saggezza è un valore imprescindibile per colui che si ritiene “bur”. La
saggezza è quella che dà la possibilità ad ogni individuo di poter esercitare un giudizio di
valore sulle cose, di poter distinguere ciò che va fatto da ciò che non va fatto. Questo è uno
dei valori fondamentali dell’essere uomo. Accanto a questo valore troviamo la giustizia. La
saggezza deve essere orientata dalla capacità di possedere la giustizia. Accanto alla
saggezza e alla giustizia troviamo la prudenza. Non bisogna mai valutare senza avere
assunto un atteggiamento si sospensione e quindi di prudenza. Questi tre elementi danno
la misura dell’essere uomo . Se il soggetto non possiede questi tre valori rischia di essere
estromesso dalla comunità degli uomini della quale fa parte. L’uomo albanese può
esercitare la sua forza quando un suo diritto viene calpestato. In alcuni casi questa
esibizione di forza e di coraggio viene espressamente richiesta dall’intera comunità perché
l’uomo viene chiamato a difendere il suo onore.
Kanun: complesso di norme che mira a stabilire le funzioni che ogni componente di una società
deve possedere.
Quando parliamo di principi fondamentali non ci riferiamo solo all’ambito giuridico ma anche ad un
dato comportamento perché tutto ciò che il Kanun dice su un uomo, sul suo modo di essere e del
suo modo di rapportarsi all’altro, è una sorte di decalogo di comportamento dell’uomo all’interno
della società.
2. Il secondo pilastro fondamentale del kanun è la Besa che viene tradotta in italiano con “la
parola data”. E’ un concetto molto antico, appartenente alle culture primitive. Nelle culture
primitive, quando gli uomini non avevano nulla da offrire, come merce di scambio nei
rapporti interpersonali, l’impegno che si assumevano rispetto a qualcosa era un impegno
fiduciario: si dava la propria parola e bisognava mantenere la promessa, perché dalla
parola data dipendeva anche la vita e la morte degli altri. Dalla parola data, inoltre, nascono
tre specificazioni:
a) Immediata. Quella di assicurazione, cioè di promessa, di mantenimento, di garanzia;
b) Momentanea. Tregua e sospensione del conflitto. Ne è un esempio nel contesto della
Gjakmarrja dove la Besa ha valore di tregua;
c) Alleanza. Superamento del conflitto, quindi riappacificazione
In tutt’e tre i casi la Besa ha al suo interno un nucleo che non si modifica mai: l’impegno di
un individuo, di un gruppo o di un’intera comunità, che si impegna al mantenimento della
promessa. Vi era tutta una liturgia prevista al momento della Besa. Deve essere gestita dai
maggiorenni della famiglia e del clan di appartenenza, deve essere un patto pubblico in cui
la dichiarazione della parola data avviene in modo solenne, come un atto pubblico.
3. Il terzo pilastro fondamentale si compone di due concetti: libertà e uguaglianza. Le leggi del
kanun nascono per limitare i conflitti e i danni che ne possono nascere. Il kanun, che
regolamenta tutta la vita degli albanesi, mira a limitare i conflitti e a stabilire diritti e pene
per tutti coloro i quali commettevano degli atti violenti. La libertà diventa una sorta di libertà
limitata da quelle altrui. La libertà, nel momento in cui viene affermata, deve essere tutelata
in tutti i modi. Il kanun ha questo scopo, quello di difendere la libertà di tutti. L’offesa
maggiore è la sottrazione della vita, perché è la vita che dà consistenza all’individuo.
Quando viene tolta la vita il Kanun prevede una procedura molto rigida. La vita va ripagata
con la stessa vita, un po’ come la legge del taglione (principio di diritto in uso presso le
popolazioni antiche consistente nella possibilità riconosciuta a una persona che abbia
ricevuto un’offesa di infliggere all’offensore una pena uguale all’offesa ricevuta. La funzione
di questa legge era di porre un limite alle vendette private, che spesso degeneravano in
faide).
Il kanun è un complesso di norme che mira a mantenere coesa una comunità. La coesione della
comunità si basa su un interesse che va oltre l’individuo e che guarda all’intera società. Quando
viene ucciso qualcuno è l’intera comunità ad essere colpita perché quell’individuo contribuisce
all’arricchimento della società. Se qualcuno viene colpito è l’intera società che deve risolvere il
conflitto e lo fa consentendo a chi è stato colpito di poter riconquistare l’onore perduto e di poter
rispondere alla stessa maniera. La seconda azione è quella di cercare di far cessare il conflitto.
Uguaglianza: tutti sottostanno alla legge comune.
Il quarto pilastro fondamentale è l’onore Nderja. L’onore è patrimonio personale e il disonorato è
libero di vendicare il proprio onore. Questo complesso unico e omogeneo di norme rende
strutturale e fortemente coesa tutta l’architettura del kanun. In ogni suo articolo, anche quelli che
trattano di cose molto particolari, si possono trovare tracce di queste nozioni (A jè vu? Sei uomo?
Ya bur! Si sono uomo). Nel dire “sono uomo” il soggetto rivela tutto il suo impegno, la sua dignità di
uomo, il suo impegno della parola data, la dichiarazione della sua indipendenza e uguaglianza
rispetto a tutti gli altri. Un uomo senza onore è un uomo che non mantiene la sua parola d’onore;
un uomo che è senza onore non è nemmeno un uomo. L’onore è il vero motore del concetto
albanese, il vero motivo che spinge l’uomo albanese a comportarsi in un certo modo. Senza onore
non ci sarebbe il Bur e la Besa e non ci si potrebbe definire un uomo libero e uguale agli altri
perché l’onore individuale è l’unica moneta che può essere messa sul mercato sociale dei rapporti
interpersonali. La consegna del proiettile da parte del padre della sposa al futuro genero non è
solo un trasferimento di proprietà sulla donna, ma è qualcosa di più, è una dichiarazione pubblica
che viene fatta nei riguardi sia della donna che dell’uomo. Il futuro marito potrà usare il proiettile
nel momento in cui scopre l’adulterio della moglie. Consegnato il proiettile si consegna la donna
all’uomo perché la donna del kanun è definita un “otre da riempire”: l’unica sua funzione sarà
quella di procreare. Funzione tutelata dal kanun. Per tutto il resto, poteva esserle concesso solo
dall’uomo.
Nderja per i linguisti e gli etimologi indica “faccia”, “viso”. La faccia per gli antichi indoeuropei era il
luogo dell’onore se “si perde la faccia”, si perde l’onore.
Tra le parti immutabili del kanun troviamo l’ospitalità ovvero la Mikpritja. L’ospitalità è un valore
antico delle culture antiche e nobili. I romani erano attenti all’ospitalità a tal punto che a volte era
difficile distinguere lo straniero dal padrone di casa. L’ospite veniva chiamato così perché
rappresentava colui che da fuori entrava in casa, in casa nostra … sarebbe “l’ospite ospitato”…
anche chi ospitava veniva chiamato “ospite” perché il padrone di casa ospitando uno straniero
diventava ospite dello straniero stesso e il padrone di casa veniva chiamato “ospite ospitante”. La
Mikpritja romana era il massimo delle civiltà perché si aprivano le porte a coloro i quali non erano
abitanti della medesima casa. Nella cultura albanese, la Mikpritja, che letteralmente significa
(Mik=amico Pitrja= attesa) “ospitalità dell’amico”, già nel nome contiene questo duplice valore
definendo l’ospite come amico. Questo significa riconoscergli uno statuto che non è quello dello
straniero. Colui, invece, che si propone come ospite presso una casa che non conosce, può
prendere il nome di “ospite ospitato” perché si consegna al padrone di casa. Il padrone di casa non
solo sarà il nostro protettore ma anche colui che dovrà rispondere a tutta la collettività della nostra
incolumità. Questi sono valori eterni che accompagnano la storia dell’uomo. La Mikpritja è una
delle forme attraverso cui si realizza quel sentimento di solidarietà umana che si riscontra tra
soggetti che appartengono alla stessa comunità, clan o diversi clan confinanti. Proprio la
mancanza o l’assenza nel tradimento dell’ospitalità può costituire uno dei motivi scatenanti di
conflitti sanguinosi.
I pilastri del kanun sono fissati dalle norme ricavate dall’esperienza concreta, storica, di individui
che decidono di vivere insieme, e vengono ricordate per la concretezza dei fatti. Spesso le norme
vengono accompagnate da piccoli racconti che mettono in evidenza il carattere generale della
norma stessa.
L’onore, Nderja, è il valore che tiene insieme tutti gli altri perché è quello che deve essere difeso
sopra ogni cosa e che determina l’azione di tutti gli altri principi. Rappresenta l’unica merce che
l’uomo può mettere sul mercato fin dalla nascita, come se fosse una sorte di dote che l’uomo porta
con sé fin dalla nascita e per questo è considerata l’unica proprietà a cui si deve riservare di
partecipare alla vita comunitaria alla quale tutti gli esseri umani sono destinati. Nel kanun la parte
dedicata all’onore la ritroviamo nel Libro Ottavo: il primo capitolo riguarda l’onore individuale e
personale (l’onore ha valenza sia individuale che collettiva)
Proverbi
- “il codice delle montagne albenesi non fa distinzione tra uomo e uomo. Un’anima vale
quanto un’altra, davanti a Dio non c’è distinzione”. Questo p il principio dell’uguaglianza, un
principio di qualità e quantità. Secondo il principio naturalistico, un’anima è un dono divino
che viene fatto ad una famiglia, se quest’ultima ne venisse sottratta, non solo alla famiglia
ma all’intera comunità, questo equilibrio precario dovrà essere immediatamente ripristinato.
L’unico modo in natura, concesso, è quello di togliere l’anima a coloro i quali hanno
sottratto la prima anima, e ciò innesca le faida.
- “l’uomo prestante e il deforme hanno lo stesso valore”. Il bello può nascere dal brutto e il
brutto può nascere dal bello. Stabilire l’uguaglianza tra uomo e uomo significa riconoscere
la qualità umana sia alla persona deforme che alla persona normale.
- “ciascuno non pesa meno degli altri” . L’idea è
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