2/10/2020
Cognizione e linguaggio: ambiti di relazione tra cognizione e linguaggio
costruzioni linguistiche e grammaticali come hanno impatto nella cognizione e
se e come questi pensieri hanno un’influenza sul loro comportamento. Alcuni
linguaggi portano a comportarsi in un modo alcune persone. Presentazione
teorica + ricadute pratiche: brand naming, persuasività.
2 o 3 videolezioni asincrone + 1 in diretta al venerdì.
Esame: prova scritta 10 punti domande chiuse, 15 punti 3 domande aperte,
5 punti esercizi
Slides + materiali sul sito.
Analisi articoli scientifici (loom prezi presentazioni con la propria voce
registrata) se fatto bene/egregiamente 0/5/10 punti
Preparazione esperimento: contributo emoji nei testi
Esercizi sulla pagina e-learning poi non deve farli nell’esame
6/10/2020
Differenza tra digitale e analogico:
digitale digital derivato dal latino come digit, ovvero sistema di
numerazione. In elettronica è in contrapposizione con analogico e si riferisce a
sistemi apparecchi e dispositivi che trattano grandezze sotto forma numerica,
cioè le riducono a dei valori (binari) per poi trattarle in varie maniere.
Analogico si riferisce a dei sistemi dovei fenomeni che vengono
rappresentati sono in analogia con modelli fisici. Vengono riprodotti con
analogia.
Questa contrapposizione può essere vista come contrapposizione tra un
sistema discreto piuttosto che continuo. Discreto è distinto discontinuo come
sinonimo di digitale. Il contrapposto è continuo e, nell’accezione scientifico è di
ogni processo che percorra tutti gli stati intermedi tra lo stato iniziale e quello
finale in maniera continua, con una variazione di una grandezza per a quale
tale grandezza assuma tutti i valori intermedi tra il valore iniziale e quello
finale.
Discreto/digitale e continuo/analogico come sinonimi = primi un sistema per
cui ci sono delle contrapposizioni tra singole unità che si contrappongono ai
secondi in cui c’è una transizione continua tra uno stadio e l’altro, non viene
spezzettato.
La domanda a cui vogliamo rispondere è se il suono del linguaggio è discreto o
continuo?
“nessun matematico capisce la dimostrazione” quali sono le caratteristiche
fisiche della frase e come noi utenti percepiamo queste caratteristiche fisiche.
Caratteristiche della frase: composta di parole, le unità minime non sono parole
ma morfemi unità dotata di significato (ad esempio la parola matematico è
composta dal morfema lessicale matematic-, ovvero quello che dà significato
alla parola, e anche il morfema grammaticale -o che ci dà un’informazione a un
significato che consiste nell’esprimere che l’individuo è un maschio ed è
singolare). Le parole e i morfemi sono unità discrete e digitali, le parole sì
perché le possiamo contare, i morfemi che indicano il genere (per il morfeme
lessicale bambin- ci possono essere solo due possibili valori per il genere: o e a
(maschile singolare o femminile singolare) e il 1 ed e (maschile plurale,
femminile plurale). Non ci sono valori intermedi per cui è un sistema
discreto/digitale: il maschile e il femminile sono unità discrete, digitali, non ci
sono valori intermedi.
Intermezzo: (per elaborato) da un po’ di tempo si sta sviluppando un dibattito
del linguaggio inclusivo, l’idea è di cercare di forzare un linguaggio che sia
inclusivo nei confronti di tutte le persone. Da un lato viene visto come
sbagliato, tipo l’uso del genere maschile al plurale per riferirsi anche alle
donne. “cari studenti” copre sia le femmine che i maschi. Visto che questa
predominanza che serve anche per riferirsi alle donne viene visto per alcuni un
simbolo di predominanza del maschile e quindi il dibattito consiste nel trovare
altre forme più inclusive. Quindi “cari studenti e cari studentesse” in modo tale
da esplicitarlo. Second altri questo tipo di formula non va bene perché rischia di
far sembrare pesante il discorso perché verrebbe richiesta ogni volta, d’altro
canto anche perché questa formula non riesce a includere persone che non si
riconoscono in un genere (all’interno di un sistema binario di genere) e allora
vengono proposte altre forme e quindi viene riferito con troncamenti, come ad
esempio “car* student*”. Una delle proposte è di usare lo schwa “e” rovesciata
che è una non vocale che viene usata nell’ebraico che è caratterizzata di
essere neutra tra la a e la o. (ARTICOLI NEL MINUTO 13 DELLA LEZIONE DEL
6/10).
Le parole e i morfemi sono necessariamente unità discrete/digitali. Le frasi
dell’italiano sono di tipo discreto digitale. Anche le parole lo sono -> le
sfumature dei colori sono parole di continuo analogico perché sono in continuo
passaggio a varie dimensioni, ma le parole per riferirsi ai colori sono unità a
discrete, non ho una singola parola per riferirmi a un colore che varia in
maniera continua. Se io aumento il numero di parole per riferirci a diversi
colori, è comunque un numero finito e molte di queste parole sono composte.
Le parole e i morfemi sono necessariamente unità discrete digitali. Le parole
morfemi da che cosa sono composti?
Non lettere, la grafia è solo una convenzione che viene dopo il linguaggio. Le
parole e i morfemi sono composti da suoni linguistici. I suoni possono essere
analizzati secondo due prospettive diverse: una è la prospettiva della fonetica,
ovvero un ramo della disciplina che si occupa dei suoni come entità concrete,
come cose in particolare ne studia le caratteristiche fisiche e come vengono
prodotte dall’apparato fonoarticolatorio. Che tipo di caratteristiche fisiche noi
dobbiamo fare per produrre questi suoni. I suoni vengono prodotti facendo
passare l’aria attraverso l’apparato fonoarticolatorio. Nel caso delle vocali è un
passaggio di aria, ma per le consonanti vengono prodotti facendo passare l’aria
e ostruendola in vari modi (modi di articolazione) e in vari punti (luoghi di
articolazione). Per esempio, per pronunciare la parola nessun, si inizia
producendo il fono [n], che è una consonante alveolare nasale perché ha come
luogo di articolazione l’alveo della bocca e altre consonanti che hanno come
luogo di articolazione questo sono la [t] e la [s], il luogo di articolazione è lo
stesso. La n viene prodotta facendo passare l’aria attraverso il naso e per
questo è un alveolare nasale. Un’altra consonante che fa passare l’aria nel
naso è la [m]. i suoni linguistici possono essere studiati come entità concrete
dalla fonetica, ma poi possono essere studiati dalla fonologia un’altra
disciplina che si occupa dei suoni della lingua come entità astratte, ossia come
i parlanti di una specifica lingua percepiscono i suoni, in relazione al significato
delle parole. La fonetica articolatoria vale per tutte le lingue. L’alfabeto fonetico
internazionale IPA che è uguale per tutti perché per tutti la [n] è un’alveolare
nasale perché il modo come vengono prodotti i suoni è lo stesso per tutte le
lingue. I fonemi cambiano da lingua a lingua perché sono come i parlanti di una
specifica lingua percepiscono i suoni, in relazione al significato delle parole. Il
suono che noi italiani percepiamo come “n” il modo di come pronunciamo la
‘n’ è molto diverso (nano – inverno- dente- tango) corrispondono a quattro
foni distinti, come entità concrete. La n di nano è un’entità nasale, la n di tango
è una nasale velare, la lingua va indietro => il modo di articolazione è uguale
ma il luogo è diverso. Inverno -> la n è diversa, va davanti è nasale
labiodentale. Dente diventa dentale. Dal punto di vista fonetico le 4 n sono
diverse perché vengono prodotte posizionando la lingua in punti diversi. Noi
italiani sentiamo tutte le n come lo stesso fonema/suono. Perché? Perché i
parlanti di una lingua riconoscono i fonemi, ovvero i suoni linguistici che
servono per distinguere due parole che hanno significati diversi. Questi sono i
suoni che sono rilevanti, ci permettono di distinguere due parole che cambiano
con il suono e hanno due significati diversi. Anche la ‘t’ ha come luogo di
articolazione l’alveo, ma noi sentiamo come diversi perché esistono due parole
che differiscono per quel suono iniziale ma differiscono per significati diversi
(tana e nana) per noi è importante percepire la differenza tra [t] e [n] perché
dobbiamo capire se si sta parlando di una nana o di una tana. La una lingua
perché permettono di distinguere due parole che hanno significati diversi.
Nessun matematico capisce la dimostrazione le parole e i morfemi sono
elementi discreti e digitali. A loro volta i morfemi sono composti da suoni
linguistici, ossia da foni che noi utenti della lingua percepiamo come fonemi.
Tornando alla domanda iniziale il suono linguistico è discreto/digitale oppure
continuo/analogico? i fonemi sono necessariamente un numero finito. Tabella
dei fonemi consonantici dell’italiano sono finiti perché ci permettono di
distinguere le coppie di parole che hanno significati diversi ma simili e queste
parole sono finite. Il suono linguistico è discreto o continuo? Noi individui come
ascoltatori dobbiamo avere una discreta percezione della lingua perché
dobbiamo identificare i fonemi (numero finito) che compongono i morfemi
(numero finito). Quello che noi dobbiamo percepire è sta dicendo rana o lana?
Nana o tana? La nostra percezione del suono per forza dev’essere discreta o
digitale. Sebbene la nostra percezione sia discreta, i suoni linguistici sono
invece di tipo continuo analogico in almeno due sensi distinti. Quando noi
parliamo non facciamo una pausa tra una parola e l’alta grafico della frase
“nessun matematico capisce la dimostrazione” noi non facciamo nessuna
pausa. Sebbene il suono linguistico non preveda una pausa noi percepiamo
singole parole, le riconosciamo per poterle interpretare, ovviamente quando noi
conosciamo la lingua. Il suono linguistico quindi è continuo. Il secondo senso il
modo con cui i suoni vengono prodotti, quindi modo di articolazione della
consonanti, questo modo è anch’esso continuo. I suoni vengono prodotti
facendo passare l’aria attraverso il canale fonoarticolatorio, e nel caso di
consonanti, ostruendola in vari modi e in vari punti. È possibile introdurre
minime variazioni nel luogo o nel modo di articolazione tali per cui si crei un
continuo tra un fono a l’altro. Consideriamo i foni [p] e [b] hanno lo stesso
luogo di articolazione (labiale) e modo di articolazione, come blocco l’aria
(occlusivo) il flusso d’aria viene bloccato mediante una breve occlusione, cui
segue un rapido rilascio. La [p] e la [b] differiscono per il tempo di attacco della
sonorità – VOT (Voice Onset Time), ovvero l’intervallo tra l’occlusione e il
rilascio dell’aria. Nella [b], consonante sonora perché vibrano le corde vocali,
l’aria viene rilasciata subito, tra gli 0 e 20 millisecondi dall’occlusione. Nell [p]
l’intervallo è più lungo e il VOT è più lungo, avviene dopo i 60 millisecondi.
Quindi VOT: tempo di attacco della sonorità. In cosa differiscono? Quando
faccio uscire l’aria. Questa misura è una misura continua. Io posso variare in
maniera infinitesimale questo VOT. Coppia in inglese si pronunciano nella
stessa maniera (‘Bought’ e ‘pot’) con ‘bought’ esce subito l’aria, mentre ‘pot’
c’è una pausa di 100 millisecondi tra l’occlusione e il rilascio dell’aria. Quindi
prima abbiamo un VOIT di 0 mentre nel secondo di 100. Quindi la distanza che
corre tra il VOT della [b] (0-20 millisecondi) e il VOT della [p] (+60 millisecondi)
è una misura continua/analogica, esistono teoricamente infiniti intervalli tra i
20 e i 60. È possibile manipolare elettronicamente il VOT e posizionarlo a 30,
40, 50 millisecondi. Il modo con cui io possono produrre i suoni è
continuo/analogico. Ma cosa succede se manipolo il VOT posizionandolo in
intervalli compresi tra i 20 e i 60 millisecondi? Gli individui percepiscono il
suono in maniera continua analogica (così come di fatto è prodotto) oppure lo
percepiscono in maniera discreta digitale, attuando una percezione categoriale,
che è quello che ci richiede la nostra lingua. Se io manipolo cosa succede?
Come faccio a dire se la percezione avviene in modo continua o discreta? Es
tazza e ciotola. Da tazza a ciotola. Vado da una persona e chiedo ‘questa è una
tazza, si o no? Questa è una tazza? Conto le percentuali si osserva che chi
categorizza un oggetto come tazza diminuiscono man mano che ci si sposta da
sx verso dx in maniera continua (x), c’è una variazione continua, man mano. Se
io prendo il VOT ino a 20 millisecondi sappiamo che è una b, più di 60
sappiamo che è una p. cosa succede se vario? Se le persone percepiscono un
input continuano, allora ci aspettiamo che facendo ascoltare da b a p, i giudizi
delle persone dovrebbero posizionarsi un continuo, come nel caso della tazza e
ciotola. È stato fatto questo esperimento e quello che è venuto fuori è che non
è così, la nostra percezione dei suoni non è continua ma è di tipo categorico: se
io manipolo in modo minimale da ba e pa e chiedo di riconoscere il suono, gli
individui lo categorizzano o come p o come b e concordano su questa
categorizzazione. La nostra percezione è di tipo categorico e la soglia dopo la
quale passo dalla b alla p sono 20 millisecondi sotto per tutti il suono è b,
sopra i 20 millisecondi il suono è p. il tipo di grafico che ottengo è quello dove
20 millisecondi costituisce la soglia. Quindi la nostra percezione di queste frasi
com’è? Dal punto di vista fisico il suono è continuo, analogico, non ci sono
pause tra le parole e quando noi parliamo i suoni possono essere prodotti in
maniera intermedia, un suono che è una via di mezzo tra una p e b. il modo in
cui gli utenti di una lingua percepiscono il suono invece non è continuo, è
discreto e le persone concordano. Il segnale fisico è continuo, ma la sua
suddivisione in categorie discrete è opera del nostro sistema percettivo. Questo
fenomeno di discretizzazione del continuo è chiamato percezione categoriale.
Questo fenomeno è rilevante per il linguaggio, perché senza di esso il
linguaggio non potrebbe avere un insieme finito di fonemi che formano
l’inventario da cui ogni lingua attinge per costruire il suo vocabolario. Il nostro
sistema percettivo fraziona e digitalizza il suono categorizzandolo in categorie
distinte. Il fenomeno della percezione categoriale non è un unicum legato al
suono, per esempio, è caratteristico anche della visione. Quando noi guardiamo
un arcobaleno, tendiamo a vedere sette distinte bande di colore, ma sappiamo
che il colore che colpisce il nostro occhio cambia gradualmente in maniera
continua i salti da un colore all’altro sono i risultati dell’azione del nostro
occhio. Anche in questo caso, come per i suoni, uno stimolo fisico continuo
viene discretizzato dal nostro apparato percettivo.
I suoni linguistici vengono percepiti in maniera categoriale. Per diverso tempo
si è pensato che questo fosse una caratteristica unicamente umana. Cioè visto
che per noi è fondamentale distinguere i fonemi in entità distinte si pensava
che la percezione categoriale dei suoni linguistici fosse un unicum con l’umano
e si pensava che l’avessero solo gli individui che padroneggiassero la lingua. I
fonemi sono rappresentazioni astratte dei foni (suoni linguistici): sebbene i foni
possano differire lungo una linea continua, la manipolazione del VOT passaggio
dalla b e la p, la lingua di basa su fonemi che compongono i morfemi. Si
pensava quindi che il fatto di percepire variazioni continue di suoni in maniera
categoriale fosse imposto dalla necessità di percepire fonemi- entità
linguistiche -e che quindi fosse legato al fatto di possedere una lingua. Per
testare questa ipotesi la percezione categoriale dei suoni è connessa al sistema
linguistico sono stati condotti degli studi su partecipanti che non avevano
ancora accesso linguistico. Esperimenti con neonati 1 e 4 masi e animali
evidenza di percezione categoriali in suoni che variano lungo un continuum.
Quindi non ce l’hanno solo gli uomini che padroneggiano la lingua, ma anche
animali e i bambini. È quindi falsificata l’ipotesi che la percezione categoriale
dei suoni sia collegata alla strutturazione linguistica ì. Noi non è che
percepiamo in maniera categoriale perché ci servono per il sistema linguistico.
Noi discriminiamo tra alcune variazioni acustiche (per esempio tra alcune VOT
noi percepiamo queste macrocaterorie) quindi il linguaggio ha sfruttato questa
nostra percezione categoriale per stabilire delle categorie fonemiche diverse
non ci sarà una lingua in cui si sono tre fonemi la p, la b e un’altra dove
quest’altra è a 20 millisecondi, perché il nostro sistema percettivo non
percepisce differenze a questo livello.
Abbiam parlato della proprietà del linguaggio umano: la discretezza. Il
linguaggio umano si compone di unità (fonemi, morfemi) che sono un
repertorio finito. Il segnale è codificato digitalmente con unità discrete, ma alla
sua realizzazione si implementa con un sistema di tipo continuo analogico. Nel
linguaggio dei segni, le parole dei segni sono configurazioni della mano che
hanno un determinato orien
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