Biologia cellulare: branca della biologia che studia la struttura, la funzione e il comportamento della cellula
e dei meccanismi che regolano le attività cellulari a livello microscopico e molecolare.
Modelli sperimentali
Studiare la singola cellula non è sufficiente, è necessario studiare tutti i vari tipi cellulari che compongono
un organismo complesso. I biologi cellulari e molecolari hanno concentrato le loro ricerche su limitati tipi di
cellule di organismi utilizzate come modelli sperimentali perché più semplici da studiare: un modello per
essere definito sperimentale deve presentare delle specifiche caratteristiche, come riproduzione veloce,
corpo trasparente, si prestano facilmente a manipolazioni genetiche e molecolari… Alcuni organismi
modello sono i lieviti, che sono infatti gli eucarioti più semplici (unicellulari) e sono utilizzati per studiare la
struttura interna della cellula e i principali aspetti funzionali delle cellule eucariotiche; il lievito più studiato
in particolare è Saccharomyces cerevisiae, il lievito di birra. Le loro caratteristiche sono genoma piccolo e
maneggevole, struttura tipica delle cellule eucariotiche, facilmente coltivabile in laboratorio, replicazione
veloce, permette di ottenere facilmente colture clonali da una singola cellula. Anche studi di genetica e
biochimica sui lieviti hanno permesso di comprendere alcuni meccanismi molecolari eucariotici come
replicazione del DNA, trascrizione, processamento dell’RNA, smistamento delle proteine e divisione
cellulare.
Altri organismi modello semplici ma strutturalmente più complessi dei lieviti sono gli invertebrati, in
particolare i nematodi, come Caenorhabditis elegans, e gli artropodi come Drosophila melanogaster; sono
modelli semplici per lo studio dei meccanismi cellulari che regolano sviluppo embrionale e differenziamento
cellulare degli organismi pluricellulari. Hanno permesso di scoprire la presenza delle mutazioni responsabili
di anomalie dello sviluppo e di geni omologhi che funzionano con le stesse modalità in organismi più
complessi. Caenorhabditis ad esempio è un ottimo modello perché è un organismo pluricellulare semplice, è
trasparente, ha ciclo vitale breve ed è facilmente allevato e manipolato dal punto di vista genetico in
laboratorio, inoltre è eutelico. Drosophila è il modello fondamentale per la biologia cellulare dello sviluppo
e della genetica molecolare. Per quanto riguarda invece i vertebrati, i maggiori modelli sperimentali sono
Danio rerio (zebrafish), Xenopus laevis (rana unghiata sudafricana) e il topo, che è il migliore per
comprendere i meccanismi che avvengono nell’uomo.
Un altro approccio utile per lo studio delle cellule di mammifero o umane è quello di coltivare delle cellule
isolate in vitro: colture cellulari.
Strumenti e metodologie: microscopia
Strumenti necessari per lo studio delle cellule dal punto di vista strutturale e funzionale:
● microscopia ottica: consente lo studio della cellula all’interno del suo tessuto, studiandone la
struttura ed i costituenti chimici. Sono spesso utilizzate tecniche citochimiche ed istochimiche,
ovvero l’impiego di reattivi chimici per mettere in evidenza particolari caratteristiche. Possono
essere utilizzate anche tecniche immunocitochimiche, ovvero molecole cellulari identificate
mediante anticorpi (formazione di un complesso antigene-anticorpo che viene colorato);
● microscopia a contrasto di fase e microscopia a contrasto di interferenza differenziale: consentono di
avere delle informazioni senza colorazione bensì con contrasto, quindi senza colorare i campioni,
utile per lo studio delle strutture cellulari. Si tratta di sistemi ottici che convertono le variazioni di
densità o di spessore tra le diverse parti della cellula in differenze di contrasto.
● microscopia a fluorescenza: avviene mediante la localizzazione in cellule e tessuti di molecole
fluorescenti (che emettono luce quando eccitate da radiazioni di determinata lunghezza d’onda) o
molecole marcate con fluorocromi. I fluorocromi sono molecole fluorescenti che se colpiti da una
radiazione in parte la assorbono e in parte la restituiscono; la radiazione emessa ha caratteristiche
diverse, ha una lunghezza d’onda maggiore (energia minore) della radiazione eccitatrice (incidente).
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Si tratta di una microscopia in campo scuro, in modo da vedere bene la luce emessa dal preparato; il
campo scuro si crea andando al di fuori dello spettro della luce visibile, quindi la sorgente di
illuminazione sarà ricca di radiazioni non visibili, con basse lunghezze d’onda, il fluorocromo
assorbirà parte di questa energia e ne emetterà una lunghezza d’onda maggiore, che cadrà nel
visibile. Si utilizzano delle lampade speciali anche speciali filtri, come il filtro di eccitazione posto
davanti alla sorgente luminosa che filtra la luce prima che essa attraversi il campione, trasmettendo le
radiazioni che eccitano il colorante fluorescente (assorbe le altre); c’è anche il filtro di sbarramento,
posto tra il filtro e l’oculare, che ha invece funzione di trattenere tutte le radiazioni che non vengono
assorbite, trasmettendo solo la luce fluorescente emessa dal preparato (visibile).
● microscopia ad epifluorescenza: l’illuminazione è ottenuta con la luce incidente (l’illuminazione
avviene dall’alto, e non dal basso come nei microscopi ottici); si utilizza uno specchio dicroico posto
sopra all’obiettivo ed inclinato di 45° che divide il raggio, riflette le lunghezze d’onda di eccitazione
e lascia passare lunghezze d’onda di emissione (filtri e specchi scelti in base alle caratteristiche del
fluorocromo utilizzato).
● microscopia elettronica: microscopio elettronico a trasmissione, consente di studiare l’ultrastruttura
delle cellule (maggiore risoluzione) mettendo quindi in evidenza gli organuli cellulari, e microscopio
elettronico a scansione (immagine tridimensionale del campione, per analizzare le superfici esterne).
● microscopia confocale: evoluzione del microscopio a fluorescenza, riesce a bypassare i limiti dei
microscopi a fluorescenza tradizionali, ovvero permette di usare anche campioni spessi (per la
microscopia a fluorescenza tradizionale invece occorrono campioni sottili e occorre fare delle
sezioni) permettendo di vedere gli oggetti nella loro tridimensionalità. Il microscopio a scansione
confocale consente quindi la messa a fuoco di un solo piano selezionato in un campione spesso
(sezioni ottiche), rigettando la luce proveniente da regioni fuori fuoco (sopra e sotto a quel piano).
Nel microscopio a scansione confocale a fluorescenza non viene illuminato tutto il campione, bensì
un fascio di luce è focalizzato su un solo punto ad una profondità specifica del campione (sorgente
d’illuminazione estremamente sottile, fornita da un laser che passa attraverso un foro); la luce
fluorescente emessa dal punto a fuoco del preparato passa attraverso un forellino confocale col primo
e raggiunge il rivelatore, tutto ciò che è fuori fuoco non lo raggiunge. Il rivelatore dopo fa una
ricostruzione 3D di tutte le immagini, ricostruendo il campione nella sua tridimensionalità. I vantaggi
sono di poter ottenere immagini mediante sezioni ottiche a diversa profondità del campione che
vengono registrate in un computer e che considerano la tridimensionalità del campione; si ha un
aumento del contrasto dell’immagine e anche della sua nitidezza, inoltre permette di fare
osservazioni su cellule vive e fissate e analizzare in simultanea fluorocromi multipli (tecniche di
immunofluorescenza).
8/03 Colture cellulari
La maggior parte delle cellule, sia animali che vegetali, se poste in un mezzo nutriente appropriato possono
sopravvivere, moltiplicarsi, esprimere proprietà differenziate in una piastra di coltura; i metodi in vitro sono
i sistemi modello per studiare il funzionamento delle cellule in colture cellulari. L’informazione ottenuta in
vitro deve poi essere trasferita in vivo.
Verso la fine dell’800 Ringer mette a punto la composizione di una soluzione salina efficace nel mantenere il
battito di un cuore isolato dal corpo; nel 1907 Harrison mantiene in coltura del tessuto neurale (espianto di
tubo neurale) di anfibio in un coagulo di linfa di rana (in un vetrino ed in ambiente sterile): in questo modo
osserva in vitro che da questo espianto si sviluppavano delle fibre nervose. All’inizio del ‘900 vengono
effettuate delle colture per la crescita di frammenti tissutali utilizzando coaguli di plasma, e successivamente
si sviluppano delle tecniche di colture cellulari in supporto alla ricerca in ambito virologico-sviluppo vaccini
(coltivazione in vitro del virus polio e scoperta del metodo per la produzione del vaccino anti-polio). Nel
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1951 viene messa in coltura la prima linea cellulare stabilizzata umana di origine tumorale, la linea di cellule
HeLa (da cellule tumorali della cervice uterina di Henrietta Lacks); nel 1954 Rita Levi Montalcini coltiva
gangli sensoriali di pollo scoprendo il fattore di crescita NGF (nerve growth factor), che ha un ruolo
essenziale nella crescita e nel differenziamento delle cellule nervose, è il primo fattore di crescita scoperto.
Nel 1955 Eagle riuscì ad identificare gli elementi nutritivi essenziali necessari affinché una coltura cellulare
possa essere mantenuta; fece esperimenti di crescita di due linee cellulari, cellule HeLa e fibroblasti di topo,
in un mezzo costituito in concentrazioni note di sali, carboidrati, amminoacidi, vitamine ed una piccola
proporzione di proteine del siero animale. Nel 1961 viene dimostrato che i fibroblasti umani muoiono dopo
un certo numero di divisioni in coltura. Altre conquiste nell’ambito delle colture cellulari sono l’uso di
antibiotici che inibiscono la crescita dei batteri, l’uso della tripsina per staccare le cellule dalla piastra di
coltura senza danneggiarle e l’uso di terreni di coltura sintetici.
Tipi di colture:
● coltura d’organo o tessuto: sviluppo temporaneo di frammenti di organo o tessuto in terreno di
coltura, sono colture a breve termine e perdono quindi in breve tempo l’organizzazione che le rende
interessanti dal punto di vista sperimentale;
● colture di cellule disperse: sistemi più omogenei rispetto alle colture d’organo o tessuto, le singole
cellule non sono condizionate dalle posizioni che occupano nel tessuto.
Coltivare le cellule dà dei vantaggi, perché esse sono infatti sistemi semplificati altamente riproducibili: si
ha quindi una riduzione della complessità tissutale per studiare la biologia cellulare (metabolismo,
differenziamento…) rispetto allo studio di queste caratteristiche all’interno di un tessuto. Inoltre l’ambiente
di crescita delle cellule può essere controllato (pH, pressione…) e manipolato (aggiunta di sostanze per
studiare l’effetto di composti chimici in tipi cellulari differenti). Inoltre, i campioni sono molto omogenei e i
risultati ottenuti sono altamenti riproducibili, grazie al fatto che l’ambiente può essere controllato; si ha poi
anche la possibilità di modificare geneticamente le cellule poste in coltura e di produrre tessuti artificiali in
vitro (medicina rigenerativa). Un altro vantaggio è che le colture cellulari permettono di avere tecniche più
veloci rispetto alla sperimentazione in vivo, e spesso permette anche di contenere i costi e si ottengono
risposte più rapide ed uniformi rispetto alla sperimentazione in vivo; inoltre si riduce l’utilizzo degli animali
da esperimento. Si possono poi osservare in modo diretto fenomeni biologici nel loro svolgersi, inoltre sono
disponibili in commercio delle linee cellulari di tipi cellulari diversi, caratterizzati dal punto di vista delle
loro caratteristiche di crescita ecc, e anche terreni diversi.
Campi di applicazione delle colture cellulari:
● studio del funzionamento delle cellule (biologia cellulare), dei processi intracellulari come sintesi
proteica, meccanismi di traduzione dei segnali, interazioni cellula-cellula…;
● studi di citotossicità;
● studi di anomalie genetiche;
● studi sul meccanismo di azione dei farmaci;
● studio dei processi infettivi virali;
● caratterizzazione dei tumori;
Le colture cellulari hanno però, nonostante i numerosi vantaggi, anche dei limiti: sono sistemi talvolta
troppo semplici rispetto a quello che succede nell’organismo, quindi spesso ci sono differenze con la
situazione in vivo, viene infatti persa la struttura tridimensionale, le interazioni specifiche cellula-cellula e le
caratteristiche istologiche del tessuto d’origine. Vengono quindi a mancare tutte le componenti regolative
che consentono la regolazione omeostatica dei tessuti in vivo: le cellule in vitro sono esposte a sostanze e
stimoli diversi rispetto al vivo. Spesso in vitro inoltre le cellule perdono le proprietà differenziate che
avevano nei tessuti di origine, per forte selezione a favore delle cellule più attivamente proliferanti. Le
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sostanze da testare in coltura possono interagire con i componenti del terreno di coltura; si ha inoltre una
difficoltà nel correlare e concentrazioni attive in vitro con quelle in vivo.
Tipi di colture cellulari:
● colture a breve termine: il numero di cicli cellulari è ridotto, sono colture a vita finita (dopo un certo
numero di cicli di divisione le cellule muoiono e la coltura si interrompe.
● colture a lungo termine: cellule he si dividono molte volte o addirittura illimitatamente, e formano
linee cellulari stabilizzate.
● colture in monostrato: le cellule aderiscono al substrato (superficie del recipiente di coltura), per
potersi dividere devono aderire al substrato, e questo avviene per la maggior parte delle cellule
normali. Queste colture devono aderire ad un substrato, crescono e confluiscono a formare
monostrati, ovvero le cellule aderiscono, si dividono e riempiono tutta la superficie disponibile del
recipiente di coltura: nel monostrato le cellule saranno poi a contatto tra di loro (confluenti),
dopodichè la crescita si arresta. Queste cellule andranno quindi staccate, diluite e ripiantate in un
nuovo substrato, altrimenti la coltura si esaurisce. L’inibizione della crescita in un monostrato già
confluente avviene per via dell’esaurimento dei fattori di crescita e il terreno si arricchisce di prodotti
metabolici di scarto, e per l’inibizione da contatto: quando le cellule arrivano a contatto la crescita si
arresta.
● colture in sospensione: alcune cellule normali, come cellule ematopoietiche o cellule trasformate non
devono crescere in monostrato ma in sospensione.
● colture primarie: prima coltura che si fa, cellule che derivano direttamente
dall’organo/tessuto/campione da cui le si preleva.
● linee cellulari a breve termine: a vita finita.
● linee cellulari continue: possono essere tumorali (trattamento con cancerogeni) oppure non tumorali,
per mutazioni spontanee o indotte con agenti chimici o biologici.
● linee ingegnerizzate: trasfettate con un gene particolare di interesse.
● linee cellulari clonali: una sola cellula in coltura viene fatta proliferare, si formano cloni, cellule tutte
uguali.
Colture primarie → Si effettua un prelievo, nel caso si parta da un organo o da un tessuto le cellule devono
essere disgregate con metodi meccanici o enzimatici (sospensioni cellulari miste possono essere separate per
centrifugazione, proprietà peculiari delle cellule, separatori cellulari, uso di terreni selettivi…), dopodiché le
cellule vengono raccolte e seminate in un terreno di coltura (in piastra o in sospensione). I tessuti embrionali
sono più facili da disgregare e proliferano maggiormente. Le cellule delle colture primarie conservano le
caratteristiche del tessuto da cui originano; il successo della coltura primaria dipende dall’età, dalle specie e
dal tessuto di provenienza. Dopo la prima confluenza della coltura primaria per continuare a mantenere le
cellule si effettua una sub-coltura, con cui si originano colture secondarie, terziarie… Le cellule vengono
staccate dal substrato con enzimi proteolitici e poi riseminate in minore densità in un nuovo terreno. Man
mano che le colture si susseguono diventano più omogenee, quella primaria è la più eterogenea (cellule
meno forti di altre, che non si dividono). La frequenza delle sub-colture dipende da quanto in fretta replicano
le cellule e da quanto rapidamente esauriscono i nutrienti del terreno: dipende dal tipo di linea cellulare.
13/03 Curva di crescita delle cellule in vitro
La curva di crescita di una popolazione cellulare in vitro (dal momento dell’inoculo in un nuovo recipiente
di coltura) divisa in 4 fasi di diversa durata in cellule diverse:
1. fase di latenza (lag) → fase di crescita lenta che intercorre tra la semina e la ripresa della crescita;
2. fase di crescita esponenziale; 4
3. fase stazionaria → la coltura diventa confluente e rallenta la proliferazione, il numero di cellule
rimane pressoché invariato;
4. fase di senescenza, decadimento e morte → la coltura tende più o meno velocemente ad esaurirsi,
quindi occorre fare sub-colture.
Linee cellulari
Si ottengono per sub-coltura da colture primarie oppure da cellule immortalizzate attraverso mutazioni
spontanee o indotte; si possono inoltre distinguere tre tipi di linee cellulare:
● a breve termine (a vita finita) → tutte le cellule normali che dopo un tot di sub-colture si esauriscono;
resistono in coltura un numero limitato di cicli cellulari, crescono in monostrato, risentono
dell’inibizione da contatto e hanno una forte dipendenza da siero e fattori di crescita. La loro vita
finita è in relazione al numero di passaggi e non al tempo di coltura, varia a seconda del tipo cellulare
e dell’età dell’organismo da cui derivano (da 20 passaggi per l’adulto a 50 per l’embrione).
● continue → ottenute da cellule immortalizzate, a vita infinita. Originano da mutazioni spontanee o
indotte a partire da colture primarie o linee cellulari a vita finita, possono anche essere ottenute a
partire da tessuti tumorali (es. HeLa). In questi tipi di cellule trasformate a cr
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