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Attraverso la terra attraverso il mare. Trauma da migrazione

Appunti di diritto dell'immigrazione basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni della prof. Consito dell’università degli Studi di Torino - Unito, facoltà di Giurisprudenza, Corso di laurea in giurisprudenza . Scarica il file in formato PDF!

Esame di Diritto dell'immigrazione docente Prof. M. Consito

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concentramento nazisti, ma non capiscono nulla. Il trauma è qualcosa che prende ad ora incerta: tu puoi

vivere un’intera vita pensando di aver fatto i conti con quel passato, ti rialzi, costruisci la tua vita, non sai

quando arriva il trauma, ma quando arriva la sofferenza ti prende in pieno.

C’è un caso da cui si è imparato molto: alla fine degli anni ’90 un ragazzo argentino, arrivato in Italia alla

fine degli anni ’70, torturato, il quale si era rialzato in piedi in Italia, aveva ricostruito tutta la sua vita, e

ce l’aveva fatta. Un banale intervento chirurgico al menisco, ha fatto riemergere tutto. Perché per lui la

questione era: il suo corpo, sotto anestesia totale, era di nuovo nelle mani di qualcuno e lui non aveva più

il potere di controllare quello che gli venisse fatto. Quindi un banale intervento chirurgico era

insostenibile: non riusciva ad affrontare l’idea di potersi rimettere in una posizione di totale passività dove

il suo corpo era sotto il totale controllo di qualcun altro. Quindi, a 15 anni dall’evento violento, ha bisogno

di un sostegno psicologico perché la sua vita va in frantumi perché non riesce ad affrontare un intervento

chirurgico.

Noi oggi abbiamo la possibilità di avvicinarci e toccare quelle esperienze di violenza. Stiamo attenti a

pensare autenticamente che quello che sia un trauma: noi del trauma delle persone non sappiamo nulla,

dobbiamo ascoltare e vedere le parole di un sopravvissuto.

Se voglio avere diritto all’asilo politico, quindi il permesso di soggiorno, devo raccontare qualcosa di

traumatico accaduto durante il viaggio, in quanto solo così gli psicologi scriveranno nelle loro relazioni che

sono affetto da disturbo post traumatico da stress. Questa è la violenza del sistema asilo in Europa:

costringere i rifugiati ad un unico racconto, ad omologare le loro esperienze ad un unico canovaccio.

Mosaico, negli incontri con le donne, prova a far condividere le varie esperienze. Quando i migranti

lasciano i loro Paesi hanno tante esperienze, perché hanno un’idea che qui è un paradiso. Ma in realtà

trovano un contesto molto diverso. La prima cosa che è donne si chiedono è “dove siamo?”. Se durante

l’accoglienza possiamo mangiare solo minestrone per 1 mese, rimangono stupiti, perché non possono

immaginare di mangiare minestrone per 1 mese in un Paese civile. Quindi fanno un paragone tra quello

che hanno lasciato nel loro Paese e quello che vivono in Italia.

Dobbiamo partire anche dal fatto che una donna si senta accolta in un gruppo al punto di dire che per lei

mangiare minestrone per 1 mese non è da Paese civile, per lei fa parte di una civiltà civile poter mangiare

quello che si vuole. Da un punto di vista psicologico è importante, perché noi occidentali quando

mangiamo non lo facciamo per davvero.

Bisogna tenere conto che per una donna africana dover vivere una comunità senza i suoi ritmi di vita è un

problema, ma deve trovare un luogo dove potersi esprimere. Ella ha difficoltà di adattamento, di

integrazione. Quindi se raccontasse ciò davanti ad uno psicologo sarebbe una donna disadattata, perché

non riuscirebbe ad integrarsi in un sistema che, dal nostro punto di vista, le sta offrendo tutto. Quelle

donne davanti ringraziano, ma dietro vorrebbero dirci che non stanno bene e che non le stiamo aiutando

come loro si aspettano.

Ci sono tante ragazze che arrivano qui, come quelle della Somalia, che non vanno a scuola. Il loro

percorso sarà difficile. È vero che sono in Italia, e lasciarla sarà difficile. Ognuno ha il suo percorso,

difficile, non pensando che sia qualcun altro a fare il percorso al loro posto.

Tante delle persone che lasciano la loro terra è perché c’è la guerra, altre per le dittature che opprimono

quelli che considerano una minaccia per il regime. I complici di queste situazioni sono anche gli

occidentali, che ora non vogliono vedere o capire la situazione che i rifugiati vivono nei loro Paesi. Le

conseguenze vanno condivise fra l’Africa, l’Europa e gli Stati Uniti: se vogliamo vincere il problema

dell’immigrazione clandestina, dobbiamo risolverlo insieme. Le guerre in Africa sono spesso causate dal

fatto che sono terre ricche di risorse naturali.

Quando si intraprende questo viaggio, si pensa non a sé stessi, ma a quello che si lascia indietro, alla

famiglia che si lascia nel Paese d’origine.

Grazie alla globalizzazione, in teoria ci si può muovere liberamente. Ma noi europei possiamo andare

liberamente in Africa, ma non è vero il contrario. Finché noi non risolviamo questo problema,

continueranno ad esserci dei morti.

Ormai viviamo in un mondo molto frantumato, soprattutto se guardiamo al Mediterraneo. Dobbiamo

pensare che se nel 2011 muoviamo guerra alla Libia, ci saranno delle conseguenze. Ora ci troviamo a

confrontarci con la frantumazione di un territorio, in cui i più deboli vengono mossi come delle pedine per

ottenere qualcosa. Questo scenario di massima dobbiamo sempre tenerlo a mente perché le vite delle

persone che incontriamo si muovono in questa scacchiera.

Tony Morrison revoca il periodo della schiavitù negli Stati Uniti d’America, facendo dire ad uno dei

protagonisti della sua storia, un’anziana donna che ha vissuto 60 anni di schiavitù e 10 anni da donna

libera, che lei ha imparato una verità nella vita: il bianco non smette di giocare a dalla neanche quando le

pedine sono i suoi figli.

Il problema oggi della globalizzazione è che non solo più i bianchi a giocare a dama anche quando le

pedine sono i propri figli, ma ci sono anche i vari dittatori, trafficanti, politicanti corrotti e così via.

Quello che fa problema è che oggi ci sono delle persone disposte a farsi caricare nella stiva di una nave

chiusa a chiave, sapendo che possono andare incontro alla morte. È questo il punto che per uno psicologo

fa nodo. Le condizioni di vita di una persona che le consentono di accettare la violenza squarciano

psicologicamente è la questione della responsabilità individuale. La ferocia del sistema è che quelle

persone hanno desiderato salire su quelle navi, anzi hanno fatto di tutto per salirci.

Quelle che stiamo guardando sono delle esistenze tragiche: la tragedia è già stata scritta, è ovvio che non

c’è nulla di normale, dove sappiamo che ogni azione avrà delle conseguenze nefaste su qualcun altro. Ed

è già scritto.

Quello che spinge questo desiderio di altrove è molto spesso la possibilità di vivere una vita normale, cioè

si affronta la tragedia con un unico desiderio: vivere una vita normale. Qual è la vita normale? Una casa,

anche piccola, un piccolo lavoro. Per raggiungere il desiderio di normalità abbiamo delle vite che sono

disposte a tutto. Ma dopo che ci si è lasciati dietro la devastazione, si può avere una vita normale?

Normalità è anche sentirsi sicuro senza paura di essere aggredito.

Forse in questo desiderio di normalità c’è anche il desiderio di mobilità, di potersi muovere senza

problemi, proprio come succede per noi europei. Forse questo desiderio nasce nell’epoca moderna, nato

dallo sviluppo di una certa tecnologia e dalla riduzione delle distanze. Nelle persone c’è proprio questo

desiderio di libertà di movimento. È nella questione di avere diritti ed un apparato burocratico che

permetta questo, e non solo una questione economica.

Noi non riusciamo ad invitare studiosi africani perché c’è bisogno della lettera in cui si dichiara che il

ritorno in patria finita la conferenza, altrimenti non si ottiene il vito. Negli Stati Uniti, molti non sono

riusciti a partecipare a conferenze perché l’ambasciata statunitense non aveva sufficienti garanzie per un

futuro ritorno in Africa del relatore.

Il problema è che se si arriva alla normalità dopo che si è lasciata indietro devastazione, è difficile

ottenere una vita “normale” e tranquilla.

Oggi milioni di persone vivono in accampamenti, la forma più diffusa nei vari continenti di abitazione è

l’accampamento, il campo. Bisogna chiedersi cosa vuol dire passare anni della propria vita in un campo,

che è diventato una vera e propria cittadina, con i servizi, organizzazione interna e così via; fino ad

arrivare ai campi palestinesi, che sono diventate vere e proprie città, in cui si è arrivati già alla terza

generazione di persone nate nei campi; così come ci sono in Europa degli accampamenti spontanei o

campi amministrati da istituzioni pubbliche (CARA, centri amministrativi richiedenti asilo, e CIE, centri di

identificazione ed espulsione, o di detenzione amministrativa, come si chiamano in Francia).

Questi sono spazi dove lavorano medici e psicologi, perché da parte nostra si intuisce che sono centri di

sofferenza urbana e sociale. Noi non ci stiamo chiedendo come superare l’accoglienza nel campo, ma

stiamo fornendo al campo tutta una serie di operatori ed esperti che possano gestire la sofferenza lì

dentro. Quindi quel sistema non viene mai messo in discussione, lo teniamo così, eventualmente abbiamo

bisogno di esperti che ci dicano come gestire le sofferenze in quelle nuove forme dell’abitare.

L’Europa sta costruendo dei canali privilegiati per i vulnerabili: è un pericolo enorme. Perché intanto chi

definisce la vulnerabilità siamo sempre noi, è l’Europa, quindi siamo noi a stabilire i criteri della

vulnerabilità. E questi criteri, non essendo leggi naturali ed eterne, sono modificabili, sindacabili, nulla

dice che oggi una donna stuprata è vulnerabile e tra 10 anni non lo sarà più, che una donna incinta oggi è

vulnerabile e fra 10 anni non lo sarà più. Il primo rischio è che se continuiamo a pensare che noi facciamo

accoglienza e vogliamo solo le persone vulnerabili, da un lato noi stabiliamo i criteri e quindi esercitiamo

una forza violenta ed arbitraria nei confronti dell’altro, dall’altra parte chi cerca di entrare in Europa

diventerà vulnerabile. Se lo so che per entrare in Europa ho un canale privilegiato di vulnerabilità, io

cercherò in tutti i modi di essere vulnerabile. Noi produciamo una macchina di vulnerabili.

Ad esempio, dato che per la donna musulmana nella fase di mestruazione può scoraggiare l’uomo

musulmano dall’avere rapporti sessuali con lei, le donne, quando si avvicinano alle frontiere, si procurano


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8 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher francesca ghione di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'immigrazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Consito Manuela.

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