Prima settimana
Prima presentazione
Fondamenti di linguistica generale ha come obiettivo scoprire come funziona il linguaggio in generale. Ci sono quattro livelli di analisi: il livello dei suoni, fonetica e fonologia, il livello della forma interna delle parole, la morfologia, il livello della struttura delle frasi, cioè la sintassi e infine il livello dei significati, cioè la semantica. Legato all’area semantica c’è anche il lato pragmatico legato all’atto linguistico del parlare, cioè con l’uso del linguaggio.
Analizzare la struttura fonetica
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Es. Efficientamento
Questa parola è molto complessa e iniziamo ad analizzarla partendo da come si scrive e cioè con due “i” tra cui la seconda “i” risulta non pronunciata. Abbiamo bisogno quindi di un alfabeto fonetico che ci permetta di scrivere esattamente la pronuncia delle parole.
- Innanzitutto apriamo le parentesi quadre per indicare che parliamo di trascrizione fonetica
- C’è un apice rappresentato dall’apostrofo ‘ che ci indica l’inizio della sillaba accentata, in questo caso la sillaba tonica, e per riconoscerlo basta spostare l’accento senza fermarsi sillaba per sillaba ma leggendo la parola nella sua integrità in modo naturale
- I due punti indicano che la lettera precedente (o più correttamente il suono precedente) abbia una durata lunga (una doppia)
- Il simbolo in blu (ts) indica il nostro suono ch
N.B. L’apertura delle vocali dipende molto dalla regione, infatti cera e cielo sono fra loro diverse in quanto cera è più corta mentre cielo è più lunga.
Il primo albero morfologico
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Es. Amara
Nella sua forma essa, cioè la forma che contiene la flessione singolare femminile, ma la morfologia riconosce solo due componenti soltanto: “amar” e “a”. Io devo far vedere che in questa parola c’è un elemento lessicale dal forte significato “amar” che funge da informazione lessicale (radice) della parola amaro (inteso come contrario di dolce) e poi c’è la flessione “a”. Sia “amar” che “a” sono dei morfemi cioè stringhe dotate di significato.
- A = aggettivo
- [+SG] = singolare (il + serve per non confondere queste parentesi quadre con quelle della trascrizione fonetica)
- [+F] = femminile
Il primo albero sintattico: linearità e gerarchia
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È la rappresentazione con un diagramma ad albero di una frase, che ha come obiettivo principale quello di identificare una gerarchia della frase stessa. Dal punto di vista semantico non possiamo stabilire una gerarchia ben definita, anche se ad esempio l’articolo dal punto di vista semantico sarebbe rimovibile.
Es. Emma rompe il vetro
Etichette per categorie lessicali
- F = frase
- Sn = gruppo del nome (o nodo) -> Sintagma Nominale
- Sv = gruppo del predicato o verbo -> Sintagma Verbale
- N = nome
- V = verbo
- Det = determinante del nome (o art nel caso specifico di articolo)
Sintagma = insieme di parole che formano un costituente cioè vanno insieme. Dal punto di vista sintattico invece possiamo stabilire una gerarchia pensando che Emma è più importante per un motivo grammaticale, cioè perché è la parola che si accorda con il verbo, il quale verbo è il fulcro della frase. La dimostrazione di questo è che Emma è il soggetto della frase. Pertanto il criterio fondamentale per stabilire una gerarchia è che il nome si accordi col verbo (soggetto = è colui che si accorda col verbo, e non colui che compie l’azione perché nel caso della frase passiva “il vetro è stato rotto da Emma” il vetro è soggetto ma non compie l’azione di essere rotto).
Questo albero va bene perché il verbo è transitivo cioè il vetro non va a influenzare l’accordo tra “rompe” e “Emma”. Per dimostrare che questo accordo fra “Emma” e “rompe” regge basta portare al plurale il complemento oggetto (Emma rompe i vetri) e vedere che la parte fondamentale della frase “Emma rompe” rimane tale. Questo è un criterio morfo-sintattico.
Ma perché Emma viene etichettato come SN e non solo direttamente come N? Questo perché nella posizione di SN possiamo avere anche un “l’amica di Sabrina” (cioè Emma) che è un sintagma nominale e non solo un Nome (e allora si ramificherebbe ulteriormente).
IPA: simboli univoci
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IPA = International Phonetic Alphabet, è il sistema di trascrizione scientifico per la trascrizione delle lingue. Ogni simbolo ha un valore univoco, cioè un solo e unico significato per essere sempre sicuro di come si possa leggere la trascrizione in esame.
Es: tutte parole con C e S in particolare la “C” di “cera” e “cara” ha due significati fonetici differenti, dove in italiano con una “a” la C verrà pronunciata con suono duro mentre con la “e” verrà pronunciata con suono dolce, mentre per l’IPA dobbiamo usare due terminologie diverse.
N.B. La “Z” di zaino sarà scritta, in alfabeto fonetico, in maniera diversa dalla “s” di “casa” (scritta con la Z); nella maggior parte dei casi “casa” si pronuncia con la “Z” (sz) ma ci sono alcune regioni geografiche (tipicamente al sud) dove la “s” di casa è rafforzata (per capire la differenza di s basta applicare una leggera pressione sull’epiglottide e sentire se c’è vibrazione (z= sz) o se non c’è (s normale).
Nel caso in cui ci sia suono viene detto sonoro (nel caso in cui vibrino le corde vocali) mentre quando non c’è sonoro si dice sorda (nel caso in cui non vibrino le corde vocali). La “s” sonora di “casa” per i settentrionali è diversa dalla “s” sorda di “sana” e il che deriva dal fatto che “casa” arriva da un contesto ben preciso, cioè fra due vocali (cAsA), mentre “sana” non è in un contesto intervocalico (sAna) e quindi risulta sorda (è pre vocalica). Tutte le vocali in sillaba tonica vanno allungate in italiano ed inoltre c’entra anche la posizione dell’accento.
La regola di allungamento vocalico in italiano
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Il fenomeno delle vocali in italiano ha un’importanza fonetica maggiore rispetto all’allineamento vocalico in latino. Il fenomeno che fa scattare l’allungamento delle vocali è la tonicità (cioè la posizione dell'accento) delle vocali (solo le vocali toniche possono essere allungate e sono indicate con i due punti). Ma nel caso di mento, pur essendo tonica la “e” (perché c’è l’accento) non viene allungata al contrario della “e” di cielo.
Quindi in italiano ci sono vocali toniche (cioè con l’accento) ma brevi. Inoltre cento, mento e canto hanno in comune il fatto di avere dopo la vocale una consonante che chiude la sillaba, che fa sì che la vocale stessa non si allunghi, mentre “cera” e “cielo” hanno una sillaba aperta (il contrario è una sillaba chiusa, cioè che termina con una consonante). Tutto questo ragionamento non funziona però in “cantò”.
Infatti la regola dell’allungamento vocalico in vocali toniche in sillaba aperta qui riscontra un’eccezione. Infatti “cantò” ha una sillaba aperta con vocale tonicanale (can-tò), ma non è un errore allungare la “o” finale anzi è un corollario della regola, poiché la sillaba aperta è alla fine della parola e l’allungamento non viene.
Pertanto la regola completa ci dice: allungamento delle vocali in sillaba tonica aperta purché non sia in fine di parola. Tra questi tre elementi va ricordato questo esatto ordine (cioè 1, vocali toniche 2, sillaba aperta 3, fine di parola).
N.B. Le vocali lunghe “e” ed “o” si trovano sempre sotto accento.
L'analisi in costituenti sintattici
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Il soggetto controlla l’accordo col verbo come già detto in precedenza. In questa situazione la complicazione è data dall’ausiliare, che deve essere separato dal verbo. Per integrare del materiale nello stesso sintagma (insieme di parole) basta metterlo sullo stesso piano le parole che vanno insieme (es. l’ausiliare è parte del verbo quindi fa parte del sintagma verbale).
N.B. È possibile fare ramificazioni ternarie ma si preferiscono quelle binarie che sono più restrittive.
La differenza della posizione dell’ausiliare cambia la struttura dei due alberi, ma anche se la differenza è superficiale la gerarchia è rispettata. Ricordiamo che il complemento oggetto dipende sempre da SV così come l’ausiliare.
Questo è l’albero di un verbo transitivo, che parte dallo schema più semplice principale. La parte “ha letto un libro” non cambia rispetto alla rappresentazione precedente.
Facciamo un test di costituenza rigoroso, chiedendoci chi ha letto un libro cioè l’amica di Sabrina o ancora girando la frase in “è l’amica di Sabrina che ha letto un libro” oppure “è leggere un libro quello che vuole fare l’amica di Sabrina”.
N.B. In questa situazione la gerarchia non viene affrontata in quanto “L” non è più importante di “amica di Sabrina” ma è a procedura ricorsiva per analizzare meglio ogni segmento. Se voglio analizzare la gerarchia utilizzo la struttura di base.
Il trapezio vocalico
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Questa sezione del programma tratta della fonetica articolatoria. Questa figura è trapezoidale e infatti le vocali più alte sono la “i” e la “u” mentre la più bassa è la “a”. Le vocali basse corrispondono al cavo orale più aperto mentre le più alte corrispondono al cavo orale più chiuso e da qui deriva il nome vocale chiusa o aperta (o alta e bassa). Questo è il trapezio vocalico visto dall’IPA.
Per guardare questo trapezio iniziamo dalle due dimensioni: Anteriore/Posteriore e Alto/Basso. In italiano abbiamo due “e” quella aperta e quella chiusa ma entrambe sono pronunciate nella parte anteriore, ma anche la “o” ha una versione aperta e chiusa ma sono pronunciate dalla parte posteriore del palato. Ricordiamoci che chiuso vuol dire alto e aperto vuol dire basso, quindi passando da una vocale chiusa ad una aperta abbiamo un abbassamento di vocalità che viene definito apertura (o abbassamento). Il contrario di questo termine sarà innalzamento.
C’è chi suggerisce per l’italiano una struttura più semplice e triangolare per quanto riguarda le vocali, infatti l’italiano utilizza solo una parte del trapezio vocalico; solitamente si tende ad utilizzare vertici opposti del triangolo vocalico per utilizzare maggior spazio possibile di modo da creare suoni diversi fra loro e avere un maggior numero di parole.
L’italiano ha anche una vocale centrale però che è la “a”, che però nel trapezio dell’IPA occupa una posizione anteriore bassa. L’Italiano semplifica però lo schema, l’italiano approfitta del vuoto centrale basso lasciato dal trapezio dell’IPA per riempirlo con la “a”. Questo ci insegna che il trapezio va dinamizzato e non solo studiato meccanicamente.
Es. Se una “a” diventa una “e” (come nel dialetto pugliese) abbiamo una anteriorizzazione e un innalzamento, mentre se una “e” diventa una “a” abbiamo una centralizzazione e un abbassamento. Ci sono però alcune variazioni terminologiche che ci permettono di dire:
- Vocali alte = vocali chiuse (i, u)
- Vocali medio alte (e, o)
- Vocali medio basse (epsilon e c rovesciata)
- Vocali basse = aperte (a)
Ci sono vocali arrotondate e vocali protruse, e questo dipende da come sono utilizzate le labbra, ad esempio la “u” e le posteriori in generale sono arrotondate, mentre le anteriori sono protruse.
Sincronia e diacronia
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Le due impostazioni tradizionali si chiamano sincronia e diacronia. Questo primo modulo tratta della sincronia, cioè la descrizione del sistema linguistico in un dato punto del tempo, sfruttando strumenti che fissano un dato momento del tempo (tendenzialmente il periodo contemporaneo) mentre la diacronia tratta il sistema linguistico in diversi punti del tempo vedendone l’evoluzione.
La diacronia nelle vocali dal latino all’italiano: sistematicità dei processi
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L’unico esempio diacronico del corso è il seguente relativo al vocalismo romanzo. Concentriamoci quindi solo sulle vocali toniche. Nel caso di “neve” la “i” breve è diventata una “e” allungata, quindi la vocale rimane anteriore e non è arrotondata, quindi si è solamente abbassata.
Pensando in generale al trapezio, c’è una regolazione generale per definire l’evoluzione diacronica dalle lingue romanze al nostro italiano, e cioè che le vocali brevi (sia anteriori che posteriori) si abbassano sistematicamente nel passare dalle lingue romanze alla nostra lingua attuale.
“Filo”, “luna”, “cera” e “sole” mantengono la loro vocale lunga a passare dal latino all’italiano e la stessa cosa accade per la “a” di “pane” che rimane lunga e non cambia di posizione nel trapezio.
Quindi io ridistribuisco sul trapezio le vocali in posizioni diverse, in posizioni che tendono all’abbassamento quando c’è una vocale breve in partenza, mentre mantengono la stessa posizione sul trapezio quando in partenza c’è una vocale lunga.
Noi stiamo guardando le differenze tra il timbro del suono e sulla lunghezza del suono delle vocali. In italiano per stabilire le vocali lunghe vediamo se sono toniche, in sillaba aperta e non in finale di parola. In simboli quelle coi due punti sono vocali lunghe in sillaba aperta. In alcuni casi anche le consonanti possono essere lunghe (ad esempio le doppie).
N.B. In Latino la regola dell’allungamento vocalico non c’è come nell’italiano, quindi la lunga e la breve non dipendeva dalla struttura della sillaba.
Ma cosa succede alla consonante? Guardiamo “croce”, “neve” e “notte”, in particolare la “c” -> fenomeno della palatalizzazione, cioè pronunciata contro il palato duro (come la “c” di cera, al contrario della “c” di casa). Questo fenomeno può succedere davanti ad una vocale, ma questo processo è allo stesso tempo un’anteriorizzazione.
Seconda settimana
Slides seconda settimana (seconda presentazione)
Morfemi lessicali, flessivi, derivazionali
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Morfema = sono stringhe, segmenti che abbiano un significato autonomo. Se non è un morfema è solo un suono, una sillaba, una parte di parola ecc... infatti in questa parola possiamo riconoscere due stringhe: il morfema LESSICALE “amar” e il morfema FLESSIVO o flessionale “a” che porta indicazioni di genere e numero della parola (singolare, femminile). La “A” maiuscola indica in questo caso l’aggettivo e ci indica il morfema lessicale (V=verbo, AVV= avverbio, N=nome...), mentre le sigle ci indicano il morfema flessivo.
In questo caso perché la “a” di amarA non va scomposto dalla sul morfema? Perché in questo caso di avverbio il morfema lessicale è “amara” perché è la forma strutturale che a me serve per costruire l’avverbio, seguito da un suffisso (mente) che non è un morfema flessivo ma bensì un morfema DERIVAZIONALE, cioè una parola derivata che mi permette di costruire una nuova parola.
N.B. La freccia da “A” ad “Avv” mi indica che è un morfema derivazionale in grado di permettermi di passare dalla classe degli aggettivi alla classe degli avverbi.
In questo caso abbiamo 4 morfemi che sono:
- Lessicale -> mangia
- Flessivo -> v, a, no
In questo caso ci sono tre morfemi flessivi in fondo alla parola.
Arredamento: una parola flessa e derivata
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Arredamento è una persona sia derivata che flessa vediamo perché. Il morfema lessicale è “arred”, il morfema derivazionale è “ament” e il morfema flessivo è “o”.
Inoltre non scrivo maschile o femminile perché non è una categoria flessiva dell’italiano, ma solo singolare o plurale perché il morfema maschile o femminile è già incluso nella parola stessa (es. cucchiaio, forchetta...).
Arredamento: da “arredo” o da “arredare”
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Ci chiediamo se “arredamento” deriva dal nome “arredo” o dal verbo “arredare”. In questi casi bisogna sempre partire dal verbo guardando la sistematicità dei processi morfologici, confrontando il suffisso che mi interessa con altre parole che hanno suffissi simili (es. censimento, respingimento, risorgimento, concentramento, ricoprimento...).
La stringa che mi interessa è “ment” che si attacca a che cosa? Per quanto riguarda “arred” e “censi” ancora potrebbe attaccare “ment” al nome, ma per “risorgi”, “concentri” e “ricopri” si devono attaccare al verbo. Pertanto la regola sistematica ci dice che “ment” va attaccato al verbo per...
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Storia del cinema, modulo 1 - Appunti lezione rielaborati
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Appunti di Linguistica Applicata - Modulo 1 - F. Tamburini
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Appunti rielaborati Storia contemporanea
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Appunti Biochimica - modulo 1