Paesaggi archeologici della Mesopotamia
Appunti Angela Valeria Pavone
Prof. Daniele Morandi
Lezione 1: Iran - Geografia, ambiente naturale, risorse, storia delle ricerche
Il bronzo tardo e l'età del ferro in Iran è un periodo di estremo interesse perché si affermano gruppi guidati da élite guerriere militari iraniche che cambiano il quadro dell’insediamento, linguistico e culturale materiale iranico. È un periodo con processi culturali di estremo interesse con formazioni statali. Innanzitutto il regno elamita, dalla cui disgregazione emerge un quadro frammentato e non noto ancora in maniera organica e sistematica ma di estremo interesse perché costellato di popolazioni guidate da élite guerriere che parlano una lingua iranica antica. Formazioni politiche di tipo tribale e di dimensioni regionali (regno dei Medi, dei Mannei) lasciano poi il posto alla grande formazione di tipo imperiale che fu l'impero achemenide.
Il termine Iran deriva dal medio persiano, l'antico persiano è parlato dagli achemenidi, il medio persiano è parlato dal regno partico e sasanide e l’iranico moderno è quello che conosciamo con il nome parsi. Il termine Iran deriva dal medio persiano "eran" che a sua volta deriva dal genitivo plurale dell’antico persiano "aryanam" (degli ariani), ovvero abitanti dell’Iran. Documentato già nelle fonti achemenidi e il cui uso diventa molto diffuso in età partica e sasanide.
L'Iran, però, è conosciuta anche con il nome Persia, nome che deriva da una regione molto piccola dell’Iran sud-occidentale (Fars), Fars che è il nome moderno, quello antico era Parsua, nome ben noto nelle iscrizioni assire di IX, VIII e VII secolo a.C. È un nome che viene utilizzato per tanto tempo fino all’anno 1935, anno in cui la dinastia Pahlavi decise di adottare la denominazione “Iran”.
Geografia dell'Iran
L’Iran è una regione estremamente vasta del Vicino Oriente e complessa per le sue caratteristiche fisiografiche, e in particolare orografiche (con le catene montuose che frastagliano il territorio), di fatto assume le caratteristiche di quello che si potrebbe definire un arcipelago terrestre, un insieme di isole separate tra loro non dal mare ma dalle catene montuose.
Con questa frammentazione fisiografica dovuta all’orografia della regione e in particolare dei due deserti, il quadro del popolamento e anche linguistico dell’Iran è estremamente frastagliato e articolato. È diviso sostanzialmente in due grandi gruppi linguistici, che contengono al loro interno tutta una serie infinita di varianti dialettali, e sono quello del gruppo delle lingue di ceppo iranico occidentale che occupano gran parte dell’Iran, parte dell’Iraq del nord, della Siria nord-orientale, della Turchia orientale (quel territorio che corrisponde al territorio del Grande Kurdistan, quello iraniano, iracheno, turco e siriano. Il curdo è anch’esso come il persiano una lingua indoeuropea di ceppo iranico). Si estende a est fino al Belucistan (parte occidentale del Pakistan), una buona parte dell’Afghanistan e del Tajikistan. Il gruppo delle lingue iraniche orientali che è diffuso in Afghanistan orientale e sudorientale e nel Pakistan settentrionale (un gruppo che fa parte il Pashtun, parlata in Afghanistan, e i dialetti che si parlano nel Pakistan del nord).
Un panorama linguistico molto frammentato a cui si aggiunge un’isola nell’Iran settentrionale che è un’isola linguisticamente mista, dove si parla il persiano del gruppo occidentale e l’azero (turco, lingua parlata nell’Azerbaijan).
Caratteristiche fisiche e risorse dell'Iran
La situazione fisiografica dell’Iran è caratterizzata da tre grandi catene montuose: la catena montuosa dello Zagros (con un andamento, sviluppo nordovest sudest, sviluppo lineare grande, 1500 km di catena montuosa, costituita da una serie di creste montuose che si levano come delle lame di coltello), la catena montuosa degli Elbourz e poi le catene montuose al confine con l’Afghanistan e il Pakistan. Il territorio centrale dell’altopiano iranico è occupato da due grandi deserti, Dasht i-Kavir e il Dasht i-Lut. È dunque un territorio con una fisionomia molto diversificata caratterizzata dalla presenza di grandi catene montuose con vette di 4000-5000 metri.
Il monte Damavand, che domina l’odierna città di Teheran nella catena di Elbourz, è una di queste vette altissime. Nel grande altopiano che sorge a est della catena dello Zagros, a sud della catena di Elbourz e a ovest della catena al confine con l’Afghanistan e il Pakistan, i due grandi deserti.
L’Iran non è attraversato da grandi fiumi come lo possono essere il Tigri, l’Eufrate, il Nilo o l’Indo. Ci sono numerosi torrenti di montagna e fiumi che scendono verso ovest, drenano e convogliano un drenaggio di superficie dalla catena dello Zagros giù nell’alluvio mesopotamico ma non si tratta di fiumi di enormi dimensioni. Diciamo che i due grandi fiumi dell’Iran sono in realtà il Karkè e il Karun nella zona centrale dello Zagros che drenano dallo Zagros fino nella pianura del Khuzestan nella susiana, ovvero nell’alluvio mesopotamico.
Il grande fiume Karkè, che scende dallo Zagros, confluisce nel Tigri nell’odierna città di Amara mentre il fiume Karun, anch’esso proveniente dallo Zagros, passando per l’odierna città di Ahwaz, confluisce invece nello Shatt el-Arab (fiume che si va a formare dove il Tigri e l’Eufrate confluiscono). Poche pianure coltivabili, limitate essenzialmente alla fascia meridionale della costa del Mar Caspio, al Khuzestan, e alla regione di Kerman, oltre che ad una stretta fascia costiera lungo il Golfo Persico. L’assenza di grandi aree agricole ha fatto sì che tendenzialmente in termini di risorse agricole alimentari l’Iran non sia stato particolarmente ricco.
Erodo, uno dei grandi cantori delle guerre persiane, nel suo primo libro de Le Storie ci dice:
“O re, tu ci accingi a muovere contro uomini
Che portano brache di cuoio e di cuoio tutti gli altri indumenti,
e mangiano non quanto vogliono ma quanto hanno,
poiché possiedono una terra pietrosa.
Inoltre non fanno uso di vino, ma bevono acqua;
non hanno fichi da mangiare e nient’altro di buono”
Erodoto, Le Storie, I, 135
Naturalmente, a questa affermazione di Erodoto bisogna fare la tara dato che siamo nel periodo delle guerre persiane, in tentativi quindi dell’impero achemenide di espandersi alla terraferma greca, dopo aver conquistato l’Asia Minore e tutta la Ionia e quindi il mondo greco era attraversato da una vena antipersiana, antiiraniana, antiachemenide fortissima. Questa descrizione molto succinta di Erodoto nel primo libro de Le Storie rende comunque molto bene l’idea della percezione che il mondo greco aveva del potenziale agricolo che aveva l’Iran nel V secolo a.C.
(Village perché della Provenza confronto etnologico con villaggio curdo, abbarbicato sulle pendici di un monte, con tetti piatti e senza strade. Infatti, la circolazione delle persone avveniva sopra i tetti. Questo ci ricorda un altro villaggio questa volta del periodo neolitico in Turchia ovvero Catal Hüyük, con stessa modalità di circolazione).
Alcune zone coltivabili si trovano anche in valli intramontane, appunto circondate da montagne che di certo non sono invalicabili ma che durante i lunghi inverni caratterizzati da lunghe presenze di precipitazioni piovose diventano di difficile passaggio. Inoltre, i passi iraniani dello Zagros d’inverno diventano invalicabili perché nevica. La metafora dell’Iran come arcipelago terrestre è abbastanza calzante, perché in questo caso, anziché il mare, abbiamo le montagne che dividono. Le piccole pianure possono servire sia alla coltivazione che al pascolo dei caprovini. I due grandi risorse produttive economiche dell’Iran, agricoltura (nelle poche pianure alluvionali e nelle pianure intramontane), e la transumanza verticale (pascolo di caprovini, comunità pastorale).
Partiamo dal pastoralismo per inquadrare meglio la strategia di sussistenza su cui si basa l’Iran antico e anche moderno con transumanze verticali in cui i gruppi tribali, i gruppi pastorali dello Zagros meridionale ad esempio si spostano costantemente dai pascoli invernali nelle pianure alluvionali del Khuzestan ai pascoli estivi nelle vallate intermontane dello Zagros. Delle costanti transumanze verticali che caratterizzano gli spostamenti di questi gruppi tribali di pastori di caprovini. Altra base della strategia di sussistenza di fianco al pastoralismo mobile, è l’agricoltura. L’agricoltura è praticabile in una porzione molto limitata dell’Iran:
- Pianure lungo la costa meridionale del Mar Caspio
- Pianura del Khuzestan
- Pianura lungo la fascia costiera del Golfo Persico fino al Mare Arabico al confine con il Pakistan
- Grande zona delle oasi vicino all’odierna città di Kerman a sud del deserto del Dasht e-Lut
Sono le uniche parti grandi coltivabili dell’Iran. Circa il 70-80% del territorio dell’Iran non è sfruttabile dal punto di vista agricolo.
Pianure costiere del Mar Caspio, ai piedi dei monti della catena dell’Elbourz: la catena montuosa è costituita con cime ascendenti che degradano poi andando verso la fascia costiera del Mar Caspio. Poi vi sono una serie di vallate intramontane che possono essere coltivate anche in modo molto produttivo ma sono comunque delle porzioni di territorio molto ridotte rispetto all’immensa area dell’Iran. Poi lungo le coste meridionali del Mar Caspio ci sono le pianure costituite da una fascia comunque abbastanza stretta che poi si vanno ad allargare. Una zona questa che è caratterizzata da una particolare foresta che i botanici chiamano “Foresta mista iranica”, appunto del Caspio, che è un’ecoregione particolare che ricopre la pianura di Lenkoran e i monti Talysh del sud-est dell’Azerbaijan e i territori confinanti del nord-ovest dell’Iran lungo la costa del Caspio. La regione di Lenkoran occupa un’area pianeggiante lungo la costa sud-occidentale del mar Caspio.
Tipico di questa regione è un peculiare clima semi-subtropicale caratterizzato da prolungate siccità estive e forti precipitazioni in altre stagioni dell’anno. La temperatura media annua è di 14°C (questo naturalmente nelle pianure), mentre le precipitazioni variano tra i 900 e i 1600 mm (quindi molto abbondanti), e aumentano procedendo da sud a nord. Quindi abbondanza di precipitazioni piovose, abbondanza di suoli coltivabili concentrati in una fascia abbastanza ristretta a cui si aggiungono le vallate intermontane e che fanno di questa zona anche oggi il giardino/frutteto/orto dell’intero Iran e in particolare della capitale Teheran, che si trova sul versante sud dei monti Elbourz. Quindi è la regione agricola principale del nord dell’Iran.
In questa catena montuosa vicino a Teheran si trova il monte Damavand, che altro non è che un vulcano estinto e che domina l’odierna città di Teheran. È una regione molto fertile si aggiungono le tre altre aree agricole, quelle del Khuzestan in cui sorge Susa che si estende lungo l’intera pianura costiera fino al Mar Arabico e poi la zona delle oasi della regione di Kerman. Vi sono grandi palmeti da dattero che si estendono dove l’occhio arriva in queste zone delle oasi. Invece nella zona del Khuzestan, dove passano i due principali fiumi, il Karkè e il Karun, sono aree molto fertili perché risultano dall’accumulo di sedimenti fluviali (del Karkè e del Karun) delle piene ricchi di componenti organici, e dunque molto fertili e facilmente coltivabili con irrigazione, canali derivati dai fiumi.
Gode inoltre di molte altre risorse economiche sotterranee, in particolare minerali e metalli, nelle catene montuose troviamo ferro, rame e piombo. Manca lo stagno, ma esso arriva in Mesopotamia dall’Asia centrale (Turkmenistan, Afghanistan del nord) attraversando l’Iran mediante la cosiddetta Rotta del Khorasan (freccia rossa sopra), quindi vi fu grande disponibilità proprio perché l’Iran occupava questo raccordo fra i paesi dell’Asia centrale, ricchi di materie prime, pregiate come lo stagno (in lega con il rame produce il bronzo, un buon bronzo ha un tenore di stagno circa del 9-10% e 90% rame) con la Mesopotamia e il Levante perfino fino al Bacino Mediterraneo.
Oltre alle risorse metallifere e minerali vi sono anche i pozzi di bitume, importante risorsa naturale perché viene impiegato come collante e impermeabilizzante per il calafataggio delle navi antiche (e anche moderne). Una grande quantità di risorse disponibili localmente e poi la sua posizione di raccordo tra Asia centrale e Mesopotamia fa sì che tutte le materie pregiate come ad esempio la corniola, l’agata, il turchese e il lapislazzuli arrivino appunto in Mesopotamia attraverso l’Iran.
Un'altra risorsa presente, poco importante adesso ma molto importante nel III millennio a.C. è costituita dalla clorite che è disponibile a sud di Kerman, nella regione del sito di Tepeh Yahya (scavo degli anni 60 e 70 e di estrema importanza condotto da Lamberg-Karlovsky e Phil Cole per conto dell’Università di Harvard). Il sito è ubicato vicino alle miniere di clorite (pietra tenera facilmente lavorabile, verdino, superficie leggermente untuosa al tatto e che è chiamata con una definizione molto impropria steatite). Viene utilizzata nella seconda metà del III millennio a.C. per una classe di vasi che vengono prodotti nel centro di Tepe Yahya con tutta la catena di lavorazione con le varie botteghe (dalla cava, fasi di lavorazione). La produzione di questi vasi serviva all’élite urbana e statale emergente della seconda metà del III millennio a.C. e la utilizzavano nelle sepolture e nei rituali funerari. Li troviamo in tutto il Vicino Oriente.
A queste risorse economiche si aggiunge oggi il petrolio e gli idrocarburi. La regione del Khuzestan, la pianura meridionale alluvionale ai piedi dei monti Zagros che si collega alla pianura alluvionale irachena e che è divisa soltanto da un confine politico ma non certo geografico o fisico poiché è una zona con continuità. In questa zona si concentra la zona più ricca di giacimenti petroliferi e giacimenti di gas naturale iraniano. Insieme all’Arabia Saudita, al Venezuela e alla Russia, l’Iran rappresenta uno dei grandi esportatori di questa materia prima.
I due grandi deserti iraniani sono il Dasht e-Lut e il Dasht e-Kevir, dove dasht significa deserto in persiano. Le dune erosive rocciose sono quelle del Dasht e-Lut mentre le dune sabbiose quelle del Dasht e-Kevir. Le grandi dune sabbiose si chiamano barcane perché hanno la forma della chiglia della nave, formate per accumulo eolico. In questa zona ci troviamo ovviamente di fronte a un ambiente molto arido con precipitazioni piovose molto basse (inferiore ai 200 mm e in alcuni casi inferiore anche ai 100 mm/anno). L’isoieta dei 200 mm/anno rappresenta il confine dell’agricoltura seccagna, ovvero l’agricoltura nella quale si può coltivare attraverso le precipitazioni piovose, e l’agricoltura irrigua, quindi al di sotto dell’isoieta dei 200 mm dove per coltivare bisogna fondare l’agricoltura sull’irrigazione.
Una delle invenzioni idrauliche più straordinarie dell’Iran antico è documentata certamente sin dall’età del ferro. C’è un dibattito molto acceso in atto, in cui alcuni archeologi cercano di retrodatare quest’opera idraulica all’età del bronzo. Al momento le evidenze sono molto chiare per l’età del ferro dunque I millennio a.C. e un po’ più dubbie per il II millennio a.C. Ma a prescindere da questa diatriba sulla cronologia, in un clima semiarido/arido è estremamente importante gestire l’acqua in maniera intelligente. Acqua sia di superficie ma anche sotterranee (acque di falda). Gestire in modo intelligente significa limitare al massimo nell’irrigazione un pericolo molto forte in un clima desertico o peridesertico, ovvero quello dell’evapotraspirazione dell’acqua.
Se il canale scorre sulla superficie, prima che l’acqua arrivi al campo, con le temperature elevatissime degli ambienti aridi e semiaridi (dove in estate le temperature raggiungono anche ai 50/52°C all’ombra), essa sarà evaporata prima che raggiunga il campo. Ecco che allora che gli ingegneri idraulici del I millennio a.C. mettono a punto una tecnica di irrigazione fondata sui qanat (persiano: canali sotterranei). I qanat sono dunque dei canali sotterranei costruiti mediante dei pozzi verticali che dalla superficie consentono di intercettare la falda acquifera e di deviare dalla falda acquifera l’acqua in un canale sotterraneo che verrà scavato mediante tutta una serie di pozzi verticali a intervalli regolari che servono non soltanto a scavare il canale sotterraneo ma anche a garantirne la manutenzione. L’acqua viene dunque captata dalla falda acquifera a distanze anche molto elevate e portate attraverso i qanat fino a destinazione dell’area irrigata dove gradualmente i qanat vengono in superficie. Limitano così al massimo l’evapotraspirazione dell’acqua.
Dal punto di vista archeologico, i qanat sono facilmente riconoscibili attraverso telerilevamento (foto aeree e satellite). Questi qanat si trovano anche nel Kurdistan iracheno, vicino al sito islamico di Minara, in cui i qanat (karez in curdo e falaj in arabo, pl. aflaj) dalle falde acquifere sotterranee giungono fino ai campi intorno al villaggio per giungere poi in superficie e irrigare i campi agricoli.
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