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Semiotica guida all'uso delle parole

Parlare non è necessario

Se parlare non è necessario, scrivere lo è ancora meno. Per moltissimi anni, infatti, la specie umana ha vissuto senza parlare. Solo qualche decina di milioni di anni fa, per gli studiosi che abbassano molto la data, i nostri antenati sono passati dal grido alla parola. Dopo la parola, per motivi religiosi ed economici (fissare i riti religiosi e definire proprietà, contratti, ecc...), gli esseri umani sentirono la necessità di registrare la parola per iscritto. Così, circa 4000 anni a.C., nacquero le prime scritture ideografiche, su pietra, tavolette o legno. Gli ideogrammi, come i geroglifici egiziani o la scrittura cinese, sono caratterizzati dal fatto che non indicano il suono di ciascuna parola, ma il suo significato, l’idea della cosa alla quale ci si vuole riferire.

Alcuni secoli dopo, nella penisola del Sinai, si è poi sviluppato il primo alfabeto, dove ciascun segno indicava un determinato suono. È possibile definire l’invenzione dell’alfabeto come una grande e pacifica rivoluzione: grazie all’alfabeto, infatti, non è più necessario imparare decine di migliaia di ideogrammi, tanti quanti sono appunto le parole di una lingua, ma, combinando poche vocali e poche più consonanti, è possibile distinguere ciascuna parola di una lingua. I significanti delle parole (il corpo delle parole) si differenziano per due fatti: la diversa natura dei suoni e il loro diverso ordine all’interno del significante. Ad esempio, le parole “gatto” e “cane” si differenziano perché sono composte da suoni diversi, mentre le parole “rive” e “veri” si differenziano per un diverso ordine degli stessi suoni. La diversità dell’ordine dei suoni basta a garantire la diversità dei significanti delle due parole.

Dal Sinai l’alfabeto è poi arrivato ai Fenici e, diffondendosi per il Mediterraneo, ai Greci. Dai Greci svilupparono il loro alfabeto i Romani e gli Etruschi. Dopo circa mille anni dall’invenzione dell’alfabeto, questo era diffuso in gran parte dell’Europa e dell’Asia. Successivamente ha subito un forte arresto. L’alfabetizzazione rimase qualcosa di elitario e la maggior parte degli esseri umani era analfabeta. Le cose cambiano grazie al movimento socialista e comunista. Karl Marx nel 1848, insieme a Engels, pubblica il Manifesto del partito comunista, che prevede, tra i dieci punti per vincere il predominio dei borghesi sulle classi più povere, istruzione pubblica e gratuita per tutti. Con il diffondersi del movimento socialista e comunista, nell’Ottocento si assiste anche alla diffusione della scrittura e della capacità di leggere anche in quelle classi sociali più povere. Grazie alle campagne socialiste centinaia di milioni di donne e uomini vengono alfabetizzati. Nonostante questo impulso, l’analfabetismo resta alto e domina gran parte del Terzo Mondo. In Italia possiamo considerare analfabeta una persona su 5. Tuttavia, però, in Italia, come nel Terzo Mondo, persone analfabete vivono e lavorano, fanno quindi parte della società senza saper scrivere e leggere. Scrivere non è dunque necessario e se ne può fare a meno ancora oggi. E si può fare a meno anche di parlare: sono molti i detti che elogiano il silenzio, “il silenzio è d’oro, la parola e d’argento”, ma senza le parole lo stesso silenzio non sarebbe mai stato elogiato.

Le parole non sono tutto

Senza troppa fatica possiamo immaginare di vivere senza scrittura e senza l’uso della parola. Ci sono inoltre alcuni ordini religiosi monastici che impongono l’uso minimo della parola o, addirittura, vietano di parlare. Nell’antica Grecia la regola del silenzio era applicata a coloro che intendevano essere ammessi tra gli scolari di Pitagora, mentre in Cina era applicata a coloro che volevano diventare seguaci del taoismo. Inoltre, non bisogna dimenticarci che tutti, durante la nostra infanzia (dal latino in-fari, non-parlare, età del non parlare), ragioniamo e agiamo senza emettere alcuna parola. La prima parola viene proferita intorno ai 10 mesi, intorno ai due anni vengono pronunciate le cosiddette “parole-frasi”, parole isolate che equivalgono a frasi del linguaggio adulto, e solo intorno ai tre anni i bambini riescono a pronunciare frasi che rispettino la grammatica della lingua almeno in parte. Dai tre anni appaiono le prime differenze tra bambini di lingue diverse, mentre fino a quel momento le tappe verso la conquista della parola erano uguali per tutti. Abbiamo quindi visto che per alcuni mesi i bimbi vivono senza emettere alcuna parola, però nonostante questo compiono gesti che caratterizzano la specie umana, come l’usare le mani per avvicinare, spostare e manipolare oggetti, stare eretti, camminare sui piedi… ma se non la parola, cosa separa gli esseri umani dagli animali in questi primi mesi di vita? Alcuni studiosi hanno risposto affermando che il carattere distintivo degli esseri umani sia il sorriso. È appunto la facoltà di sorridere che caratterizza la prima reazione attiva del piccolo, alla vista di una faccia umana. Con l’atto del sorridere i piccoli entrano definitivamente nella comunità, ancora prima di possedere l’uso della parola: con il sorriso il bambino passa da un comportamento passivo ad un comportamento attivo. Ma dal momento che il bimbo acquisisce l’uso della parola, che ruolo riveste? In realtà anche in età adulta noi compiamo molti gesti senza usare la parola, come risolvere mentalmente un’operazione aritmetica o cucinare. Secondo alcuni però noi non potremmo fare molte delle cose che facciamo senza parlare, se prima non avremmo acquisito tale capacità. Ad esempio noi non potremmo risolvere una operazione se prima qualcuno non ci avesse detto come fare. Questo è vero, ma non del tutto. È vero che buona parte delle cose che compiamo le facciamo perché le abbiamo apprese grazie all’uso della parola, ma possiamo notare che anche chi è sordo-muto ha comportamenti e reazioni da essere umano: se ne deduce che la parola non è fondamentale né necessaria per vivere da essere umano. Noi possiamo infatti fare a meno delle parole, ma non possiamo fare a meno della comunicazione. Le parole e le lingue sono solo una parte dell’insieme della comunicazione.

Le parole e gli altri segni

Già nella culla i bambini ragionano e comunicano, sebbene senza l’utilizzo delle parole. Attraverso i gesti e il sorriso riescono ad entrare in contatto con gli adulti e questa capacità di comunicare anche senza l’uso delle parole è propria anche degli adulti stessi. I sistemi di comunicazione, o meglio i “codici semiologici” sono moltissimi. La lingua storico-naturale, ovvero verbale (dal latino verbum, parola), è solo uno dei tanti codici semiologici ed è detta storico-naturale in quanto è l’evoluzione storica della facoltà naturale, biologica ed ereditaria, del linguaggio. Ci sono diversi metodi per raggruppare questi codici semiologici. Gli studiosi di zoosemiotica (disciplina che studia i sistemi di comunicazione tra gli animali) raggruppano le lingue in base al materiale di cui sono fatti i significanti. Esistono infatti segnali acustici, segnali del corpo e segnali chimici, come i ferormoni (ormoni portatori di messaggi). Questa classificazione, però, risulta limitata. Infatti se applichiamo questa classificazione alla lingua verbale una stessa frase potrebbe essere classificata secondo codici diversi (codice acustico, chimico, visivo o gestuale) in base a come viene espressa: se è espressa attraverso un codice scritto, o attraverso dei gesti piuttosto che attraverso le parole acustiche. Però noi sappiamo che il significato non cambia. Questa classificazione quindi non va bene per la lingua verbale. Il filosofo americano Pierce ha quindi proposto una tripartizione dei segni in base al rapporto tra significante e significato (in base al rapporto tra l’aspetto del segno e ciò che tale segno significa): indici, icone e simboli.

  • Indici: sono segni in cui l’espressione ed il contenuto sono legati da un rapporto di origine naturale e di tipo causale. Sono indici il cielo grigio, segno di un temporale imminente, e il fumo nell’aria, segno di un fuoco nelle vicinanze. Gli indici non sono segni prodotti in modo volontario e richiedono sempre l’interpretazione del ricevente.
  • Icone: sono segni che rinviano a un oggetto o a un evento per analogia. Sono prodotti volontariamente, con l’intenzione di comunicare qualcosa. Molti segnali stradali sono icone ma esistono anche icone nelle lingue (parole onomatopeiche come bee o altri versi di animali).
  • Simboli: il legame tra espressione e contenuto è di tipo convenzionale, garantito da una tradizione culturale comune all’emittente e all’emissario del segno. Sono un esempio di simboli il segno della pace o il simbolo dell’islam, che senza una tradizione comune non verrebbero compresi. Le lingue sono, per la maggior parte delle volte, costituite da simboli. Ad esempio, nella lingua italiana il collegamento tra espressione e contenuto è possibile solo conoscendo la lingua, il suono che scaturisce dalle parole italiane non rimanda ad alcun contenuto.

Nonostante questa classificazione abbia molti vantaggi rispetto alla precedente, ci troviamo comunque davanti ad un limite: raggruppa nella stessa famiglia segni molto diversi tra loro. Ad esempio nei simboli troviamo cifre, frasi e gesti. Per poter distinguere al meglio i codici semiologici dobbiamo quindi studiare come questi segni siano fatti: la semiotica è appunto lo studio dei segni!

Che cosa è un segno e come è fatto

Gli esseri interagiscono attraverso i segni. Questi sono composti da significante e significato. Il significante è quella parte del segno che serve all’emittente per comunicare qualcosa al ricevente. A sua volta il significante è divisibile in espressioni del significante. Il significante, infatti, negli enunciati (la realizzazione del segno viene definita enunciato) si realizza attraverso espressioni. Se il significante è costante, le espressioni sono variabili. Ad esempio, se noi prendiamo la parola casa, questa avrà diverse espressioni a seconda della provenienza geografica dell’emittente (es.: se è del nord la s sarà sonora - affricata alveolare sonora -, mentre se è toscano avremo una s sorda e una c - occlusiva velare sorda - aspirata). Accanto al significante troviamo poi il significato, cioè l’insieme di ciò che si può fare e comunicare con un determinato segno. Come il significante si realizza attraverso variabili espressioni, il significato si realizza in “sensi” differenti. Come nella vita reale non veniamo mai a contatto con significanti, ma solo con espressioni, allo stesso modo noi non veniamo mai in contatto con significati, ma con sensi. Sebbene i codici semiologici siano molti, tutti questi sono riconducibili a questo schema (significante - significato). Se vogliamo capire e classificare un segno, dobbiamo analizzare come questo segno si colloca in rapporto a 4 dimensioni:

  • Dimensione semantica, la dimensione del rapporto tra significato e sensi del significato;
  • Dimensione espressiva, la dimensione del rapporto tra significante e espressioni del significante;
  • Dimensione sintattica, la dimensione del rapporto tra segni dello stesso codice;
  • Dimensione pragmatica, la dimensione dell’utilizzo che gli utenti fanno di un determinato segno.

I linguaggi della certezza

Alcuni linguaggi sono economici e sicuri, si tratta di quei linguaggi composti solo da due segni, uno a significato evidente (come la luce accesa del segnale della benzina o la bandiera che sventola al Quirinale quando il Presidente della Repubblica si trova a Roma) ed uno a “significato zero” (la spia della macchina spenta o l’assenza della bandiera) che indica situazioni più frequenti e normali. Con questi codici noi non ci troviamo mai in situazioni equivoche, non ci sono mai dubbi in quanto questi codici non conoscono sinonimi, un senso può essere trasmesso solo da un significato, non ci sono più segni che trasmettono lo stesso senso. In questi linguaggi della certezza i segni sono tra di loro in rapporto di opposizione, non sono articolati: o vi è un segno o vi è l’altro. O abbiamo la spia accesa, o la spia è spenta, non ci sono mezze misure. Questi codici semiologici sono codici semiologici a segni non articolati, di numero limitato, senza sinonimia. Sono codici elementari netti e sicuri, con i quali possiamo comunicare senza equivoci. Se prendiamo in considerazione questi codici della certezza, vediamo che hanno poco in comune con la lingua verbale da noi parlata. Nonostante questo, è però evidente che la lingua, durante gli anni, abbia cercato di...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher andt di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Semiotica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università per stranieri di Siena o del prof Machetti Sabrina.
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