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Che cos'è una lingua?

In principio erat verbum? (dal Vangelo di Giovanni) Questa domanda non vuole rinviare ad alcuna controversia lessicale, esegetica o teologica. Si basa sul legame che vi è tra il sostantivo λόγος ed il verbo “parlo” λέγω, che attesta che i primi significati di tale sostantivo siano stati “parola” e “discorso” e che solo dopo è andato a significare “ragionamento”, “ragione” e “calcolo razionale”. Ma è davvero così? In principio c’era davvero la parola? No, né dal punto di vista dell’ontogenesi né da quello della filogenesi.

Ontogenesi - acquisizione individuale delle capacità linguistiche

Negli ultimi anni del 1900 sono stati fatti nuovi studi che hanno portato a nuove informazioni ai dati che avevamo in precedenza, di natura osservativa. Infatti, lo psicologo argentino Jacques Mehler, studiando i primi passi che compiono i bimbi sulla strada dell’apprendimento della lingua, ha integrato gli studi osservativi con analisi elettroencefalografiche sulle prime 36-48 ore di vita dei bimbi. Queste analisi hanno dimostrato che già così presto, quando la vista non è ancora sviluppata, l’udito è neurologicamente già maturo.

Proprio in queste prime ore i bimbi iniziano a riconoscere le diverse voci e le diverse lingue, in particolar modo la L1, in base al ritmo, all’intonazione e alle scansioni. Il bimbo compie quindi una precisa graduatoria:

  • Mamma che parla la L1 (la lingua che per prima il piccolo ha udito)
  • Estraneo che parla la L1
  • Mamma che parla una lingua diversa dalla L1
  • Estraneo che parla una lingua diversa dalla L1

Il bimbo quindi già nelle prime ore di vita compie un vero e proprio lavoro di riconoscimento, arrivando per via imitativa alla realizzazione di parole ed espressioni con le quali potrà poi interagire e comprendere le cose che lo circondano. L’inizio di questo enorme lavoro è appunto la ricezione e la discriminazione uditiva, con la quale riesce a differenziare le realizzazioni della lingua L1 dalle altre lingue. Questa discriminazione uditiva è preceduta da una discriminazione tattile (René Spitz).

Dopo queste prime ore di discriminazione e ricezione seguono i mesi delle lallazioni, durante i quali il bimbo emette esercizi vocali apparentemente privi di senso, producendo non solo fonie della L1, ma delle lingue più svariate. Grazie alle lallazioni i piccoli ottengono due conquiste:

  • Imparano a sentirsi, capiscono cosa le loro articolazioni fonetiche producano.
  • Imparano a capire che questi suoni attirano l’attenzione di chi gli sta attorno.

Dopo 6 mesi si ha una fase silente. Non bisogna pensare che in questa fase il bimbo sia inattivo, semplicemente sta osservando e analizzando, imparando a distinguere tra le lallazioni sillabe e blocchi che si ripetono. Il bimbo capisce che queste sillabe e questi blocchi sono importanti per la sopravvivenza ed impara a isolare le parole, a riconoscerne l’unità di suono e senso. Capisce che sono necessarie per i bisogni vitali e successivamente si ha la prima parola. La parola quindi è il fine ultimo di un lungo percorso selettivo, in quanto vengono eliminati dalla mente del bimbo tutte quelle realizzazioni di fonemi non appartenenti alla L1. A guidare il bimbo in questo percorso sono le necessità vitali, gli affetti, le interazioni con l’ambiente, l’ascolto, la discriminazione uditiva, l’ascolto attento e l’analisi. Se questi fattori mancano, afferma Eric Lenneberg, la conquista della parola tarda e rischia di non arrivare affatto se questi fattori mancano per i primi 7-8 anni di vita del bambino, che rappresentano la soglia critica oltre la quale i bimbi non imparano più a parlare. Se vi sono, come così è (capacità di linguaggio di Saussure), precondizioni genetiche all’apprendimento della lingua, abbiamo però appena visto come queste non sono sufficienti se manca una componente sociale e culturale. Fattori biologici devono quindi cooperare con fattori sociali, culturali e affettivi, affinché il processo di acquisizione della L1 giunga a maturazione.

Filogenesi - sviluppo della specie umana

Già dai tempi di Aristotele ed Epicuro siamo convinti che l’acquisizione della capacità d’uso di parole e frasi sia iscritta nel nostro codice genetico, ma anche questa acquisizione è il risultato di un processo che riguarda svariate materie. Quando è apparsa la capacità d’uso della parola e delle lingue analoghe a quelle che oggi conosciamo?

Gli studiosi sono divisi. Alcuni, come Philip Leiberman, sostengono una datazione bassa, datando l’apparizione del linguaggio verbale tra i 50.000 e i 30.000 anni fa, quando scomparve l’homo sapiens neandertalensis. Questi ominidi avevano ancora la laringe alzata e, secondo i reperti archeologici, non avevano tracce dell’area di Wernicke, che presiede all’autoascolto e alla modulazione della voce. Secondo questi reperti quindi i Neanderthal non parlavano, latravano. Con i Sapiens sapiens si è avuto invece l’abbassamento della laringe e la formazione dell’area di Wernicke, erano quindi in grado di articolare i suoni. L’acquisizione di questa capacità, secondo questa teoria, sarebbe il risultato di un salto genetico improvviso.

Leiberman condivide quindi con Chomsky (dopo cambia idea) una pregiudiziale antievoluzionistica, negando ogni rapporto tra il linguaggio verbale umano e quello di altre specie. Tra i fautori di una datazione alta troviamo André Leroi-Gourhan, maestro di paleontologia. Al centro del suo “Le geste et la parole” troviamo un'analisi delle complesse tecniche produttive e le differenze del lavoro tra i vari gruppi umani. Tutto ciò porta ad una datazione più alta dell’acquisizione della lingua (almeno 1 milione di anni prima). Infatti, già 1 milione e mezzo di anni fa, ai tempi dell’homo erectus, vi erano tecniche produttive e progettuali così complesse da poter essere tramandate non solo per via imitativa, ma anche per via di segni tali da poter contenere istruzioni su eventi, atti ed oggetti. Quindi per questi studiosi alla complessità delle tecniche dovette anche corrispondere necessariamente una complessità delle semiotiche usate. A favore di una datazione alta è anche Chomsky, che capovolgendo la sua precedente pregiudiziale antievoluzionistica afferma che la capacità linguistica umana non è altro che lo sviluppo delle capacità comunicative di altre specie volutamente anteriori.

Prove a favore di una datazione alta

È stato ritrovato un flauto risalente all’homo trilliensis (80.000 anni fa). Questo ritrovamento ci fa capire che possedeva già un fine apparato uditivo e che era sensibile alla melodia. Scavi in una grotta elementi estratti (vedi appunti).

In principio era il segno

Più di 100 anni fa Pierce e Saussure, in modo indipendente, utilizzarono due termini della diagnostica medica per indicare una scienza generale del comunicare e dei codici che lo regolano, entro cui collocare i fonemi propri del linguaggio verbale: “semiotics” e “semiologie”. Questa scienza si è poi sviluppata in due direzioni:

  • La prima direzione, più vicina agli interessi di Saussure, studia le forme della comunicazione umana anche non verbali, come i linguaggi gestuali, iconici e simbolici. Studiosi: Hjelmslev, Byssens, Prieto e Eco.
  • La seconda studia le capacità di comunicazione di specie viventi non umane, la zoosemiotica. Questa disciplina ha inizialmente dovuto combattere contro pregiudizi religiosi, ideologici e filosofici che ritenevano che i comportamenti dei viventi non umani fossero dettati da meccanismi causali, di stimolo e risposta, e non da scelte finalistiche che portano all’utilizzo dei simboli per comunicare. Questo non è vero, altre specie oltre gli esseri umani possono possedere il linguaggio. Nel 1950 circa sono stati condotti numerosi studi, da Karl von Frisch, sulla grammatica delle api. Successivamente altri studiosi hanno studiato il comportamento di altri animali, dagli insetti ai mammiferi agli organismi unicellulari. Lo studioso Ernesto Di Mauro si è spinto fino allo studio in termini semiologici del funzionamento del codice genetico.

Oggi è sempre più forte la tendenza ad affermare che la capacità di interazione simbolica sia corradicata al nascere e perpetuarsi nella vita, tant’è che se non il verbo, forse si può dire che in principio era il segno, das zeichen.

Quando ha prevalso una realizzazione fonico-uditiva?

Collocare il linguaggio verbale umano in una prospettiva semiotica, come volevano Pierce e Saussure, dà anche la possibilità di rivedere la questione delle origini con nuova luce. Se infatti, stando all’alta datazione, già l’homo erectus possedeva la capacità di usare un codice semiologico non troppo lontano dal nostro, pur non basato sulla vocalità, ci si deve chiedere quando abbia prevalso una realizzazione fonico-uditiva rispetto a quella gesto-visiva e perché.

Il prevalere di questa realizzazione si ha con l’homo sapiens sapiens in seguito alle novità genetico-strutturali già dette: l’abbassamento della laringe e la formazione dell’area di Wernicke, che come l’area di Broca ha funzioni motorie coordinate con la funzione di autoascolto della voce. Ma perché ha prevalso?

  • Condizioni più favorevoli di recezione e produzione
  • Basso costo energetico
  • Possibilità di produzione durante altre attività dominanti
  • Possibilità di graduare, variando volume e tono, il raggio di destinazione
  • Comunicazione oltre ostacoli
  • Possibile comunicazione al buio
  • Possibilità di ascolto senza l’impegno a una posizione determinata

Questi vantaggi hanno fatto sì che il linguaggio umano durante un percorso di migliaia di anni si sia legato all’audio-oralità. Bisogna ricordarsi che solo in fasi recenti si sono diffuse scrittura e lettura.

Il linguaggio verbale umano: primo inter pares – la ricerca del carattere specifico

Abbiamo visto come il linguaggio sia una semiotica qualunque e come la caratteristica dell’audio-oralità sia importante ma non costitutiva, poiché raggiunta in seguito. Allora cos’è che lo rende così importante? Qualcosa di “uniquely human”? Esiste un carattere specifico della parola rispetto agli altri segni che garantisca questa superiorità? La ricerca di un carattere specifico del linguaggio verbale umano ha attraversato e animato la storia della linguistica, dove si sono succedute diverse proposte.

  • Vocalità e uditività: la prima proposta è stata quella della vocalità e dell’uditività, ma questa è una caratteristica non costitutiva del linguaggio umano né esclusiva degli umani poiché è diffusa anche nelle realizzazioni dei codici di altri animali.
  • Indicatività e semanticità: Già Aristotele aveva notato che questo non era un carattere determinante e che apparteneva anche alla comunicazione tra animali.
  • Articolatezza: (divisione in segmenti) per anni si è pensato che l’articolatezza fosse il carattere specifico del linguaggio verbale umano. Questo non è vero perché non tutto il linguaggio verbale umano può essere articolato (vedi le interiezioni, che sfuggono alle norme dell’articolazione). Inoltre, è presente anche in linguaggi non umani, come in quelle delle api o dei cetacei, e in linguaggi postlinguistici, costituiti a partire dalle lingue storico-naturali, come i computi numerici, i calcoli aritmetici, le cifrazioni, le algebre e i linguaggi simbolici di altre scienze.
  • Variabilità geografico-culturale e variabile diacronica: già notata da Epicuro, Orazio e Dante. Però esistono lingue diverse anche per le specie animali. Infatti le api cinesi non capiscono quelle indiane, né quelle austriache le franco-italiane. Inoltre, anche altre semiotiche umane conoscono variazioni nello spazio e nel tempo, quindi la variabilità spazio-temporale non è un tratto specifico del linguaggio verbale.
  • Numero potenzialmente infinito di frasi: è una caratteristica propria anche di linguaggi non verbali. Infiniti possono essere le variazioni della danza delle api, i nomi dei numeri che indicano le cifre, le operazioni aritmetiche ecc.
  • Doppia articolazione: come per l’articolazione, anche in questo caso le interazioni e i profili prosodici non sono segmentabili. Quindi non copre tutto ciò che troviamo nelle frasi. Inoltre, non è esclusiva delle lingue poiché è propria anche dei segni del Braille e del Morse.
  • Scrivibilità di Isabella Chiari.
  • Possibile sinonimicità parziale dei segni: di Luis Prieto. I significati non sono solo in rapporto di inclusione e esclusione, ma anche di intersezione. Però questa caratteristica si trova anche in altri pegni, come nelle icone religiose.
  • Proprietà ricorsiva delle regole sintattiche di Chomsky. Si ritrova anche nell’algebra e non dà conto dell’insieme delle frasi possibili.
  • Genericità: Antonio Pagliaro ha in ultimo ipotizzato che la caratteristica specie-specifica del linguaggio umano verbale possa essere la genericità dei significati delle parole e delle frasi. Infatti una stessa frase, una stessa parola, possono assumere significati determinati o più generici ed universali. Questa cosa l’aveva già notata Leibniz, dicendo che le parole e le frasi si caratterizzano per le loro oscillazioni di significato e la ragione sufficiente del continuo ampliarsi e costringersi dei significati poiché le lingue non sono affatto monolitiche. Alcuni studi a favore di questa ipotesi sono stati fatti dalla senese Sabrina Machetti, che ha appunto scoperto che la vaghezza semantica è stato più volte ripreso nella storia del pensiero linguistico del Novecento. Però bisogna dire che la vaghezza semantica non è propria di tutte le parole e si trova anche al di fuori del linguaggio (vedi i linguaggi gestuali)

Possiamo quindi dire che la ricerca di un carattere specifico che differenzi il linguaggio verbale dagli altri linguaggi umani e dalle altre semiotiche non ha dato risultati certi, però ha messo in luce alcune delle caratteristiche più importanti, se non portanti, del linguaggio verbale umano. Prendiamo, ad esempio, la prima caratteristica: la vocalità e uditività. Abbiamo già visto come questo carattere non sia esclusivo del linguaggio umano, ma non per questo è da ritenere meno importante e fondamentale. Lev Vygotskij ha infatti notato che questa caratteristica ha consentito ai piccoli di udirsi e di poter quindi interiorizzare, mese dopo mese, le espressioni. È grazie a questa caratteristica che i piccoli conquistano la dimensione interiore del linguaggio, che ha la sua base neurologica nell’area celebrale scoperta da Wernicke nella seconda metà dell’Ottocento. (quest’area si trova vicina all’area di Broca, un’area senso-motoria che ci consente di udire il suono della nostra voce in corso d’opera e di modularne l’andamento. Alla vocalità e uditività, che rendono il linguaggio verbale umano a basso costo energetico, si ricollega anche un’altra caratteristica della lingua: il suo essere ridondante. I fonemi li usiamo, infatti, in modo antieconomico, ridondante. Ad esempio, nelle frasi marchiamo più volte uno stesso valore morfologico, come il plurale. La ridondanza riguarda poi anche il sistema linguistico (in italiano ci sono ben sei forme diverse per l’articolo determinato) e la semantica lessicale, poiché ogni oggetto non è identificabile da un solo lessema.

Possiamo quindi affermare che la ridondanza sia alla base delle lingue, ma certamente non sarebbe così se l’utilizzo del nostro linguaggio verbale necessitasse di un maggior costo energetico. Ecco quindi che la vocalità e uditività del linguaggio verbale umano possono essere considerate una condizione necessaria alla ridondanza, ma bisogna anche dire che la vocalità e uditività portano alla ridondanza. Il rapporto non è unidirezionale ma reciproco (la vocalità e uditività portano al carattere ridondante, che non potrebbe esistere senza la vocalità e l’uditività poiché comportano un basso dispendio di energie) poiché la ridondanza, in un linguaggio vocale, facilita la ricezione e la comunicazione. In un linguaggio non ridondante la mancanza di un’unica parola compromette l’intera comunicazione, mentre questo non avviene nel linguaggio verbale, poiché è ridondante.

Un'altra caratteristica del linguaggio verbale individuata durante la ricerca del carattere specifico di quest’ultimo è stata la genericità, la vaghezza. La ritroviamo anche in altre semiotiche, come nei linguaggi gestuali o iconici, ma solo nel linguaggio verbale umano questa è combinata con altri caratteri come l’articolatezza, la sintatticità delle frasi, l’incrementabilità e decrementabilità della massa lessicale e l’infinità potenziale delle frasi. La combinazione della genericità, dell’espansibilità - restringibilità, ha portato a significanti caratteristiche della lingua storico-naturale che sono state studiate nel Novecento da logici e matematici. L’espansibilità della lingua non è un salto, ma opera attraverso contiguità materiali o formali. Si riconoscono similarità tra nuovi e vecchi sensi di una parola o una frase o vengono assunti nuovi sensi, a partire da quelli vecchi attraverso procedimenti metonimici o metaforici. Perché questa espansibilità del significato di frasi o parole sia possibile è necessaria una caratteristica che solo la lingua, tra tutti i linguaggi semiotici, possiede:

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

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