Lunedì 21 febbraio – Lezione 1
ECOLOGIA INDUSTRIALE E SOSTENIBILITÀ
Sviluppo Sostenibile e dintorni…
Perché Ecologia Industriale?
Industrial Ecology significa fare un sistema produttivo (industriale in questo caso sta per “sistema di
produzione”) che raggiunga un equilibrio simile a quello degli ecosistemi naturali, da cui quindi “ecologia”.
L’ecologia è la scienza che studia l’interazione tra gli organismi e l’ambiente; qui l’idea è studiare
l’interazione tra le attività produttive con l’idea di tutelare l’ambiente.
Industriale: da intendersi in senso lato e generale come «legato ad attività antropiche»;
Ecologia: rimanda agli eco-sistemi naturali e all’interazione tra «organismi» diversi (interazioni di tipo fisico,
chimico e biologico).
L’ecologia industriale è un approccio alla tutela dell’ambiente basato su analogie tra i sistemi naturali e i
sistemi sociali e sistemi tecnologici. Più in generale, questo corso si occupa della interazione tra aspetti
ambientali, economici, tecnologici orientata, nell’ottica dello sviluppo sostenibile, a modificare la struttura
dei sistemi antropici in maniera da ridurre impatti, minimizzare l’uso di risorse primarie e la produzione di
rifiuti. Interazione tra attività umane e ambiente
Le attività antropiche (agricoltura, industria, servizi, …) portano ad un’interazione con l’ambiente
circostante. Il rapporto tra attività umane e ambiente si realizza attraverso uno scambio continuo di
materia ed energia.
Le nostre attività hanno bisogno di materie prime ed energia e rilasciano verso l’ambiente emissioni, rifiuti
ed energia. Volendo dare dei nomi ai due flussi (ingresso ed uscita) li abbiamo chiamati risorse e rifiuti.
Con il termine rifiuti si intende rifiuti in senso lato: anche un’emissione gassosa è considerata un rifiuto; allo
stesso modo per risorse si intendono le risorse sia materiali sia energetiche (es. anche la luce solare è una
risorsa che prendiamo dall’ambiente). Il rapporto tra attività umane e ambiente si realizza
attraverso uno scambio continuo di materia ed energia:
• Alcuni «beni» vengono trasferiti dall’ambiente al sistema
produttivo («risorse»), dove sono usati per l’accrescimento e
il mantenimento del medesimo;
• Altri «beni» non trovano un utilizzo nelle attività
antropiche («rifiuti») e vengono restituiti dal il sistema
produttivo all’ambiente.
Questi sono flussi che possiamo quantificare e quindi anche
gestire dal punto di vista ingegneristico.
Tutto il gioco che l’attività antropica fa sull’ambiente deriva
da questo scambio di beni tra ambiente e attività umane. L’intero sistema è in evoluzione dinamica ed è
vincolato dalle leggi di bilancio di materia ed energia.
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Per “evoluzione dinamica” si intende il fatto che sia i flussi che le attività antropiche cambiano nel tempo.
Lo scambio può avvenire in maniera sostenibile ma solo entro certe misure e certe quantità.
Evoluzione dell’approccio alla tutela dell’ambiente
Fase 1 (Fine anni ’70) - Prima del 1970: «Ambiente come recettore unico»
Le attività produttive ci sono sempre state però diciamo che nel contesto europeo fino agli anni ’70 non
c’era una vera e propria politica di tutela dell’ambiente. L’idea era che l’ambiente poteva fornire risorse in
maniera limitata e poteva recepire i nostri rifiuti. Si sapeva che certe sostanze potessero danneggiare
l’ambiente ma si pensava che bastasse adottare delle buone tecniche e delle buone procedure nel gestire
l’attività.
Quindi → Prima del 1970: «Ambiente come recettore unico»
• La legislazione era basata sulla idea di una capacità illimitata dell’ambiente nel suo complesso di
assorbire i rifiuti / le emissioni;
• Esistevano alcuni standard ambientali generali;
• Non c’erano procedure di autorizzazione ambientale; la buona partica si basava su soluzioni
tecniche (e.g. favorire la dispersione attraverso alti camini; usare impianti di trattamento effluenti).
Fase 2 (anni ’80)
Le coscienze sono maturate da questo punto di vista e sono quindi comparse delle leggi che ponevano limiti
alle emissioni.
– Autorizzazioni alle emissioni distinta per ogni comparto ambientale;
– Attenzione centrata sulla limitazione delle emissioni («end of pipe»);
– Approccio basato sui trattamenti «end of pipe» per soddisfare i limiti di emissione.
Fase 3 (anni ’90)
Si passa ad una tutela integrata dell’ambiente → Unica autorizzazione per le emissioni mirata alla riduzione
della generazione di emissioni e al miglioramento nell’uso di risorse.
Parliamo quindi di IPPC (Integrated Pollution Prevention and Control). Si parla adesso anche di prevenzione,
quindi di prevenire le sostanze inquinanti. Fino alla fase precedente il focus era sul limitare le emissioni
(evitare di emettere all’ambiente); adesso si parla di prevenire, ovvero far si che non si formino e quindi
emetterne di meno (= modificare i processi produttivi).
Questa politica di prevenzione si contrappone quindi alla precedente politica (“end of pipe”).
Fase 4 (trend corrente/futuro)
Questa è la fase che si sta sviluppando negli ultimi anni e mira ad un’attenzione di impatto ambientale che
non riguarda solo chi produce il bene, ma l’intera filiera produttiva.
Si introducono quindi concetti come “ciclo di vita” ed “economia circolare”, che diventano sempre più
centrali nella legislazione ambientale.
Attenzione crescente quindi all’intero sistema produttivo sulle prestazioni ambientali.
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Lo Sviluppo Sostenibile
Lo Sviluppo Sostenibile è quello dello sviluppo che “soddisfa le esigenze del presente senza compromettere
la possibilità per le future generazioni di soddisfare le proprie esigenze”.
La sostenibilità è l’intersezione tra la tutela degli aspetti ambientali, economici e sociali.
Arriviamo quindi ad individuare due visioni di sostenibilità: sostenibilità forte e sostenibilità debole.
Queste sono due visioni “estreme”.
Il problema è: i tre aspetti (ambientali, economici e sociali) si possono in qualche modo compensare a
vicenda?
Ad esempio, posso accettare un minimo danno ambientale a fronte di un grande progresso economico-
sociale? Posso accettare un danno sociale a fronte di una grossa tutela ambientale?
La sostenibilità debole dice di sì, che c’è una possibilità di compensazione. L’importante è che l’insieme di
tutti e tre gli aspetti vada verso uno sviluppo.
La sostenibilità forte invece non prevede una possibilità di compensazione. Tutti e tre gli aspetti devono
migliorare.
Sostenibilità debole → Approccio Tecnocentrico → Fiducia nella tecnologia. Ci si aspetta che in futuro ci
saranno nuove possibilità date dallo sviluppo, che in questo momento non abbiamo.
Sostenibilità forte → Approccio Ecocentrico → Devo tutelare quello che c’è perché l’ecosistema non si
potrà mai rigenerare. 3
Sostenibilità dell’interazione tra attività antropiche e ambiente (Visione dell’Ambiente
come “bene economico”)
Vediamo cosa succede analizzando tre casi di caratterizzazione dei flussi. In particolare, pensando che
l’ambiente ci fornisce dei beni e che sono dei beni caratterizzati da un’utilità e una scarsità (utilità +
disponibilità limitata), possiamo classificarli in quattro tipologie:
A. risorse naturali esauribili;
B. risorse naturali rinnovabili;
C. disponibilità dell’ambiente ad essere recettore di rifiuti;
D. beni ambientali (paesaggio, attività ricreative, …).
Guardando al punto A) → Le risorse naturali esauribili sono quelle risorse che non si rigenerano, ad es. i
combustibili fossili. Di queste risorse in natura abbiamo uno stock finito e l’uso porta immediatamente al
consumo.
Possiamo definire un criterio di sostenibilità per questo?
La sostenibilità forte dice di NO, perché comunque l’aspetto ambientale viene danneggiato, perché alcuni
di questi sono ad uso singolo (es. i combustibili fossili che vengono bruciati e poi quindi non possono più
essere riutilizzati).
La sostenibilità debole invece dice di SI, a patto comunque che queste risorse non vengano consumate
troppo rapidamente.
Poiché l’approccio forte porta, molto spesso, ad un immobilismo, la pratica corrente è un tentativo di
approccio debole. Quindi il problema di sostenibilità per le materie prime esauribili è limitare la quantità
estratta per unità di tempo.
Questo è vero e valido per le risorse ad uso singolo. Le risorse minerali, ad esempio, non sono ad uso
singolo, non si consumano nell’uso (es. i metalli). Quindi il “riutilizzo” diventa importante per questi
materiali. Questa possibilità di riutilizzo minimizza la quantità richiesta verso l’ambiente però non la elimina
completamente.
Guardando al punto B) → Per risorse rinnovabili, cioè che si rigenerano in tempi brevi, sostenibilità
significa sfruttarle con una velocità che è più bassa di quella con cui possono rigenerarsi (es. il legname).
Questo mi permette di andare avanti illimitatamente nell’estrarre quel bene dall’ambiente e di sfruttare
una determinata risorsa ambientale senza danneggiare l’ambiente.
DOMANDA: L’uso di una risorsa rinnovabile è automaticamente sostenibile?
No. È sostenibile solo se viene fatto rispettando il vincolo di velocità.
La difficoltà nel garantire la sostenibilità di queste risorse è capire come si rigenerano.
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Guardando al punto C) → L’ambiente è anche in grado di metabolizzare i nostri rifiuti. Non è automatico
che rilasciare un rifiuto/una sostanza all’ambiente lo danneggi; entro certi limiti, entro una certa capacità,
di velocità (quantità x unità di tempo) di metabolizzazione, l’ambiente riesce a gestire certe sostanze in
maniera tale da non danneggiare. Quindi, se noi riusciamo a identificare questa condizione limite,
potremmo idealmente rilasciare sostanze all’ambiente in una maniera più sostenibile. La velocità di scarico
verso l’ambiente (v ) deve essere minore della velocità di metabolizzazione (v ) da parte dell’ambiente.
sc m
Tutto ciò è chiaro che risulta difficile da valutare e per alcune sostanze non è nemmeno possibile; ci sono
alcune sostanze, infatti, che l’ambiente non è in grado di metabolizzare (es. le sostanze non biodegradabili).
Quando superiamo questa condizione di velocità si crea un danno all’ambiente.
Guardando al punto D) → L’ambiente è anche un bene in sé, dal punto di vista ricreativo, dal punto di vista
della bellezza (paesaggio), e ovviamente anche questo va tutelato.
Sostenibilità per vari tipi di «beni» dell’ambiente
Un esempio di metrica di sostenibilità: Impronta ecologica (Ecological Footprint)
Per vedere l’esemplificazione completa di quello che abbiamo appena detto introduciamo un indicatore:
Ecological Footprint. Questo indicatore è pensato per guardare la pressione sull’ambiente delle attività
umane, l’impronta di queste attività. È un indicatore che è pensato per analizzare, per esempio, le attività
produttive di un paese nel suo complesso.
Impronta ecologica: misura della superficie di terre produttive (superfici che sostengono la domanda
umana per cibo, fibre, legname, energia e spazio per infrastrutture, esclusi i deserti, i ghiacciai, oceani
aperti) e acqua che è necessaria a una popolazione per produrre le risorse che consuma e metabolizzare i
rifiuti che produce, utilizzando le tecnologie correnti. L’impronta ecologica può essere confrontata con la
superficie disponibile (biocapacità).
È generalmente calcolata a livello globale o di singole nazioni.
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Per definire l’impronta si va a vedere quanta area serve per la realizzazione di edifici e di opere (case,
industrie, ecc..), per produrre legname (per la produzione di risorse in generale), per produrre cibo e infine
l’aera legata al cibo che deriva dal mare.
Queste sono delle aree che riguardano risorse. Abbiamo poi l’area legata all’energia (carbon footprint),
ovvero l’area necessaria per metabolizzare la CO emessa.
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Queste aree calcolate le confronto poi con l’area effettivamente disponibile; vado a vedere quindi se
l’impronta ecologica di un paese è più grande o più piccola di ciò che quel territorio può mettere a
disposizione (biocapacità). L’idea è che se ciò che viene richiesto è più alto di quello disponibile stiamo
danneggiando l’ambiente; viceversa, siamo in condizioni di sostenibilità.
L’idea della tutela ambientale è quella di ridurre la footprint e migliorare la biocapacità. Nemmeno la
biocapacità è costante perché anche l’ambiente ha una sua evoluzione.
Equilibrio tra impronta ecologica e biocapacità → Sostenibilità.
Indice di Sviluppo Umano/ Human Development Index (HDI)
Gli indicatori di sviluppo si sforzano di misurare il miglioramento della qualità della vita (sviluppo) e
l’espansione delle libertà reali. Sono stati proposti vari approcci, con l’idea di superare il PIL come
indicatore di riferimento.
Vari esperti riconoscono che il PIL, non da solo, non è un buon rappresentante dello sviluppo perché
fotografa soltanto la ricchezza generata ma non chi ha questa ricchezza. Si potrebbe avere un PIL molto
grande ma avere nello stesso tempo forti disuguaglianze sociali non accettabili dal punto di vista dello
sviluppo. 6
È stato proposto quindi, a partire dagli anni ’80, un indicatore chiamato Indice di Sviluppo Umano/ Human
Development Index (HDI) che tenta di dare una rappresentazione quantitativa dello sviluppo che sia
migliore di quella data dal PIL.
Si basa sulla media geometrica di tre indici:
▪ Salute: misura della aspettativa di vita alla nascita;
▪ Istruzione: anni di scolarizzazione prevedibili per un fanciullo che inizia ora il suo percorso e la
durata media della scolarizzazione (conclusa) di adulti di età superiore a 25 anni;
▪ Standard di vita: reddito medio lordo pro-capite (GDI). Questo indicatore guarda mediamente come
vengono distribuite le ricchezze. GDI≠GDP in quanto è la parte del GDP che resta disponibile nel
paese in esame.
La differenza con l’impronta ecologica vista prima è che questa fotografa la situazione in un certo momento
sul rispetto della biocapacità senza dirci se abbiamo uno sviluppo sostenibile. Dice solo se adesso quello che
stiamo facendo è sostenibile o no.
L’equazione IPAT
Esempi di applicazione di «IPAT» 7
L’equazione IPAT – Un esempio
Il ruolo della risposta tecnologica
Noi ingegneri possiamo aiutare a migliorare il termine tecnologico della IPAT. Ci sono due diverse vie
attraverso cui il nostro lavora ci aiuta: innovazione e ottimizzazione.
Ottimizzare significa prendere il sistema com’è e migliorarlo;
Innovare significa cambiare qualcosa.
Il grafico ci dice che dall’ottimizzazione ci aspettiamo risposte a breve termine. Spesso l’ottimizzazione
dell’impatto ambientale non è in contrasto con l’ottimizzazione economica.
Da un’ottimizzazione solitamente possiamo ottenere un miglioramento modesto perché ci sono dei limiti
intrinseci legati ad una tecnologica legati ad un impatto.
Quindi l’ottimizzazione ci limita.
L’innovazione ci piò consentire maggiori risultati in termini di impatto, ma ha tempi lunghi.
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Sostenibilità: il ruolo dell’ingegnere
È importante avere una visione olistica del problema, che guarda il problema da tanti punti di vista
differenti; solo in questo modo possiamo renderci conto dell’impatto vero sull’ambiente e sulla sostenibilità
in generale.
Ruolo dell’ingegnere:
– Conoscere la problematica di sostenibilità e riconoscente l’influenza che le attività tecniche hanno
sullo sviluppo sostenibile;
– Sviluppare e fornire soluzioni pratiche e fattibili ai problemi ambientali;
– Agire proattivamente, promuovendo strategie intrinseche e un’ottica «di sistema» fin dalle attività
di progettazione (e.g. evitare «problem shift»).
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10 Venerdì 25 febbraio - Lezione 2
Ecologia industriale, Economica Circolare, Simbiosi Industriale…
Interazione tra attività umane e ambiente
Le interazioni tra ambiente e sistema produttivo derivano dall’azione combinata dei numerosi «attori»
presenti nel sistema produttivo stesso. L’implementazione della sostenibilità e la tutela ambientale
richiedono sia azioni sui singoli elementi, sia una visione «di sistema».
Ci sono due termini che sono abbastanza efficaci nel descrivere l’interazione tra attività umane e ambiente
che sono tecnosfera ed ecosfera. La tecnosfera è tutto ciò che è legato alla tecnologia, alle attività umane,
mentre l’ecosfera è il sistema ambientale.
Gli scambi tra risorse e rifiuti avvengono quindi tra ecosfera e tecnosfera. È chiaro che c’è una rete di
scambi molto intensa anche all’interno dell’ambiente (ecosfera) e anche all’interno tecnosfera.
Nello schema in alto è illustrato un esempio di scamb
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Ecologia agraria - Appunti
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