Psicologia generale
Introduzione
La psicologia può essere definita come lo studio scientifico del comportamento e dei processi mentali. In questa definizione è intrinseco il fondamentale concetto che distingue la psicologia da qualsiasi altra scienza esistente: il metodo psicologico rappresenta l’epistemologia oggettiva di una scienza che si occupa dello studio di un organo ontologicamente irriducibilmente soggettivo.
Le radici della psicologia possono essere rintracciate nei grandi filosofi dell’Antica Grecia: Ippocrate, padre della medicina, pose le basi per la prospettiva biologica della psicologia, mentre Aristotele e Platone furono probabilmente i primi a interrogarsi riguardo alle reali funzioni ed ai reali sviluppi della mente umana.
Uno dei primi dibattiti sulla psicologia umana fu quello riguardo alla relazione fra natura, ambiente ed esperienza. Secondo la prospettiva naturalistica, portata definitivamente alla luce da Cartesio nel diciassettesimo secolo, gli uomini vengono al mondo con un patrimonio innato di conoscenza e comprensione della realtà; invece, secondo la prospettiva esperienziale di John Locke, fonte dell’associazionismo seicentesco, è l’esperienza a determinare lo sviluppo progressivo di conoscenza e comprensione durante lo scorrere della vita umana.
Oggi sappiamo che in realtà lo sviluppo cognitivo umano è determinato sia dal patrimonio biologico sia dall’esperienza vitale di ogni individuo, ma prima di arrivare a queste conclusioni la psicologia è stata studiata secondo vari e spesso contrapposti punti di vista. Si ritiene che l’uso del rigore scientifico nello studio psicologico abbia inizio nel diciannovesimo secolo, quando Wilhelm Wundt fondò il primo laboratorio di psicologia presso l’Università di Lipsia.
Wundt tentò di avviare un’analisi scientifica delle strutture della mente e del comportamento umano, attraverso l’utilizzo dell’osservazione introspettiva. I metodi usati da Wundt erano inadatti e poco concludenti, ma gettarono le basi per un nuovo approccio allo studio della mente.
Nel 1800’, insieme alle importanti scoperte scientifiche relative ad atomi e molecole e conseguentemente alle straordinarie scoperte di Charles Darwin sull’evoluzione delle specie, nacquero strutturalismo e funzionalismo: due metodi di studio delle strutture mentali e della loro fluidità, che influenzarono le grandi scuole psicologiche del ventesimo secolo.
Il comportamentismo fu il primo rifiuto alla conscia introspezione come metodo di analisi scientifica. Il suo maggiore esponente, J.B. Watson, riteneva che l’unico modo per considerare la psicologia una scienza era oggettivare totalmente tutti gli studi e le analisi relative alla mente umana, dando vita alla cosiddetta psicologia stimolo – risposta.
La psicologia della Gestalt fu un’altra corrente psicologica fondamentale ed in voga ancora oggi. Gli studi della psicologia della “configurazione” si basano sull’analisi dei fenomeni percettivi della mente.
La psicoanalisi di Sigmund Freud, invece, è una teoria della personalità che funse da metodo di terapia. Le influenze del concetto di inconscio e dell’innovazione del metodo delle associazioni libere sono ancora molto importanti per l’esercitazione della psicoterapia moderna.
Il successivo avvento del computer e della tecnologia digitale, insieme alle nuove scoperte nell’ambito della biologia del sistema nervoso, diede la possibilità di arricchire significativamente i concetti teorici della psicologia del ventesimo secolo, confrontando la mente umana con quella computerizzata, analizzando i processi di elaborazione e aprendo la strada a nuove specializzazioni in ambiti mai trattati precedentemente.
Nacquero la teoria dell’elaborazione delle informazioni, la psicolinguistica e la neuropsicologia. Nell’era contemporanea, lo studio della psicologia è effettuato su una vasta scala di metodi di analisi e prospettive.
La psicologia biologica si fonda su principi neuro scientifici ed effettua un’analisi dei processi mentali basata sul legame funzionale che li lega alle strutture celebrali, a volte concentrandosi in un chiuso riduzionismo.
La prospettiva comportamentale è fondata sui principi del comportamentismo, e, nonostante siano rari i casi di estremismo oggettivista, la prospettiva cognitiva rappresenta in parte un’opposizione ai metodi condizionamento – rinforzo comportamentisti, sottolineando l’importanza dei soggettivi processi mentali di ogni organismo nello studio scientifico del comportamento.
La prospettiva psicoanalitica si basa sulla psicoanalisi freudiana e la prospettiva fenomenologica è la più aperta riguardo la considerazione della soggettività del comportamento umano come strettamente dipendente dall’ambiente esterno, dalle circostanze culturali ed emozionali, pur ammettendo un prudente approccio oggettivo derivante dalla tendenza tipicamente umana al cosiddetto realismo ingenuo.
Tuttavia, le effettive applicazioni scientifiche della psicologia contemporanea si basano su di uno studio interdisciplinare che offre la possibilità di riunire il frazionismo prospettivista in metodi di studio solidi e prolifici. Le neuroscienze cognitive utilizzano il neuroimaging per attribuire delle localizzazioni precise alle varie funzioni della mente umana; la psicologia culturale studia le influenze di tradizioni e organizzazioni sociali di gruppi di popolazioni sullo sviluppo dei processi mentali degli individui; l’epigenetica comportamentale basa i suoi studi sull’influenza del cambiamento genetico e comportamentale degli individui sulla struttura cerebrale e sui processi mentali, osservando come la neuro plasticità e la plasticità fenotipica incidano sull’adattamento del genere Homo al suo ambiente.
La psicologia moderna, dunque, è il frutto di uno sviluppo storico che ha avuto la sua fondamentale svolta concettuale alla fine del diciannovesimo secolo, a seguito della pubblicazione delle “Origini delle specie” di Charles Darwin. Il punto di vista evoluzionistico ha gettato luce su moltissimi ambiti della scienza moderna, chiarendo una volta per tutte la natura dei processi storico-biologici che hanno accompagnato la vita di tutti gli esseri viventi sulla terra fin dalla sua origine primordiale.
Secondo la teoria evoluzionistica, ogni organismo esistente sul pianeta terra è soggetto per tutto il corso della sua vita a pressioni selettive per la sopravvivenza. Al contrario di quanto si pensasse precedentemente, non sono le trasformazioni somatiche a far sì che un tipo di specie vivente si adatti e sopravviva rispetto ad un'altra, bensì, il patrimonio genetico di una specie determina l’adattabilità di quella specie all’ambiente che la circonda.
Nel corso della storia vi sono modificazioni casuali del genotipo di alcuni esseri viventi, le quali possono portare a modificazioni del fenotipo di quegli organismi. Di conseguenza, le variazioni fenotipiche influiscono storicamente sulle capacità di adattamento degli organismi, i quali, se si verificano adatti alla sopravvivenza in un certo ambiente, trasferiscono il loro patrimonio genetico alle generazioni successive secondo un processo a radiazione adattativa.
Un sistema, dunque, affinché possa essere considerato soggetto a selezione naturale, è necessario e sufficiente che risponda alle caratteristiche di moltiplicazione per la riproduzione degli organismi; variazione per il processo adattativo; adattamento differenziale per la differenziale funzionalità adattativa delle capacità degli organismi; ereditarietà per la diffusione del patrimonio genetico mediante riproduzione.
Questo tipo di prospettiva allarga i tempi considerabili nello studio dei processi mentali umano, estendibili per forza logica a milioni di anni fa, dal momento della nascita del genere Homo fino ad oggi. In definitiva, la psicologia evoluzionistica considera la mente come un insieme organizzato di sistemi neuro-cognitivi, ciascuno evolutosi come risposta adattativa a specifiche pressioni selettive.
Assumendo l’ipotesi di un’universalizzazione neuro tipica della mente umana nel presente storico, la psicologia si pone l’obiettivo di una spiegazione esaustiva degli elementi funzionali dell’architettura cognitiva, e, per effettuare una tale ricerca, si serve di vari strumenti di osservazione ed analisi.
Il metodo scientifico, infatti, necessita di un’osservazione sperimentale attuabile in modo rigoroso e corretto sotto un punto di vista scientifico, matematico ed etico (minimo rischio; consenso informato, debriefing; diritto alla riservatezza; giustificazioni obbligatorie per danni inferti ad animali).
Ogni esperimento necessita una strutturazione programmata che verifichi un’ipotesi ponderata: gli sperimentatori controllano delle variabili indipendenti rappresentanti la cause ipotizzate, al fine di analizzare gli effetti di tali variabile sulle variabili dipendenti. Il gruppo sperimentale deve essere accompagnato da un gruppo di controllo in cui non deve essere presente la variabile indipendente e le assegnazioni degli oggetti di sperimentazione ai gruppi dell’esperimento deve essere effettuata in maniera casuale, in modo da rendere i risultati quanto più vicini possibile alla realtà studiata.
L’analisi delle variabili ottenute dall’esperienza deve essere svolta mediante sistemi approvati di misurazione, che devono precedere un ordinamento statistico dei risultati. Nel caso alcuni problemi non possano essere sottoposti al metodo sperimentale, l’analisi dei fenomeni studiati può essere eseguita mediante metodo correlazionale, metodo osservativo o rassegne della letteratura.
Nel primo caso, un coefficiente di correlazione (da -1 a +1) definisce la correlazione esistente fra due fenomeni o eventi testati sperimentalmente. Purtroppo, questo metodo non consente una definibile analisi causale dei fenomeni correlati. Il metodo osservativo consiste nell’osservazione diretta del fenomeno oggetto di studio, tramite inchiesta o rassegna idiografica, ma, in entrambi i casi, andando incontro al problema degli effetti di desiderabilità sociale.
Le rassegne della letteratura posso avere una natura narrativo – descrittiva, oppure possono fungere da ulteriore verifica di alcuni risultati sperimentali tramite meta – analisi.
Attenzione
L’essere umano è costantemente bombardato da impulsi e segnali provenienti dal mondo circostante e dall’interno dell’organismo. Nell’eseguire compiti e risolvere problemi, l’uomo è costretto ad operare una selezione accurata degli impulsi ai quali prestare attenzione, in modo da incanalare le proprie risorse ed energie verso ciò di cui ha bisogno.
L’attenzione è la fase primaria necessaria allo sviluppo dei meccanismi percettivi di ogni individuo. Il processo di attenzione fondamentale è chiamato attenzione selettiva (secondo la definizione di William James: “Presa possesso da parte della mente (…) di uno solo tra quanti sembrano contemporaneamente molti oggetti possibili di un solo pensiero o di un corso di pensieri”) ed implica principalmente tre microprocessi separati:
- Il mantenimento dell’allerta indispensabile alla captazione dei segnali;
- L’orientamento delle risorse elaborative verso le informazioni rilevanti fra quelle captate dal registro sensoriale;
- Il mantenimento della concentrazione necessaria per continuare a vigilare sulle informazioni rilevate, al fine di riconoscere gli stimoli critici e seguire le azioni del sistema nervoso con un certo grado di consapevolezza.
Le prime osservazioni di considerevole importanza sullo studio dei processi attentivi sono state conseguite relativamente all’argomento riguardante l’attenzione uditiva. Colin Cherry, con la sua osservazione riguardo all’ ”effetto cocktail party” (capacità umana di distinguere un suono da altri di simile intensità prestando attenzione alla direzione dalla quale proviene; alle caratteristiche della voce e del labiale dell’eventuale interlocutore) gettò luce sulla reale capacità umana di ignorare quasi completamente a livello di attenzione e di consapevolezza gli stimoli considerati inutili o disturbanti relativamente alle necessità individuali.
Gli esperimenti sullo “shadowing” confermarono ulteriormente la capacità cerebrale umana di selezionare pochissime informazioni da percepire e memorizzare, escludendo tutte le altre. Tuttavia, evidenze empiriche successive hanno dimostrato la parziale elaborazione attentiva di ogni stimolo esistente, seguita da un’attenuazione della concentrazione per messaggi inutili, a favore di quelli di necessaria considerazione.
Il primordiale (1958) modello sulla teoria del filtro di Broadment (filtro selettivo blocca le informazioni captate dal registro sensoriale e permette ai processi di percezione l’analisi dei messaggi utili), nel 1964 venne sostituito dal modello sulla teoria dell’attenuazione di Treisman, che ad oggi è ritenuto il più valido. Basandosi sull’inevitabile considerazione degli impulsi esogeni da parte dei processi di attenzione, Treisman elaborò un modello cerebrale che si basava sull’attenuazione dell’attenzione sugli impulsi inutili, verificabile solo dopo il passaggio di questi stessi impulsi dal filtro selettivo.
Nello stesso periodo, venne elaborata una teoria che spostava temporalmente il filtro selettivo di attenzione consecutivamente all’inizializzazione dei processi percettivi, ma, grazie ad analisi con elettroencefalogramma, sappiamo che nei potenziali destinati alla percezione delle informazioni, i potenziali d’azione correlati a specifici impulsi sono più intensi rispetto ad altri, correlati probabilmente ad impulsi di minore importanza.
Sul campo dell’attenzione visiva, nel 1936 lo psicologo sperimentale Michael Posner dimostrò l’esistenza di due sistemi per l’attenzione focalizzata visiva localizzati nelle regioni fronto-parietali prevalentemente dell’emisfero di destra: il sistema fronto-parietale dorsale è influenzato dalle attese, dalle conoscenze e dagli obiettivi correnti secondo un meccanismo endogeno top-down; il sistema fronto-parietale ventrale si attiva a seguito della presenza di stimoli inattesi ma potenzialmente importanti, secondo un meccanismo esogeno bottom-up.
Questa specializzazione dell’emisfero cerebrale destro dimostra la prevalenza di disturbi dell’attenzione relativi alla considerazione di elementi esterni localizzati nella parte sinistra del soggetto patologico. La sindrome della negligenza spaziale unilaterale (neglet) consiste nella perdita della consapevolezza degli stimoli presentati nella parte personale, peripersonale ed extrapersonale controlaterale alla lesione (genericamente è il sistema fronto-parietale dell’emisfero destro ad essere danneggiato).
Tuttavia, come dimostra l’esperimento relativo al disegno della casa bruciata, negli individui affetti da neglet sembra presente un’ipoattenzione alla parte controlesionale, che rappresenta un’evidenza a favore del modello ad elaborazione parziale di Treisman.
Da un punto di vista evoluzionistico, il processo di attenzione selettiva è da collegare con un necessario risparmio di risorse al fronte dei complessi compiti da svolgere per risolvere i problemi adattativi. Un’evidenza logica di questo concetto è rappresentata dal fenomeno di attenzione distributiva, ovvero il modo in cui i sistemi celebrali si organizzano per prestare attenzione ad informazioni diverse contemporaneamente.
La teoria della capacità centrale e le teorie modulari o delle risorse multiple sono state sintetizzate ed organizzate da Alan Baddeley al fine di spiegare che le difficoltà del sistema nervoso risiedono nella somiglianza e nella saturazione dei compiti da eseguire. La capacità esecutiva cerebrale è limitata e, data la divisione dei processi in meccanismi specifici di elaborazione, prestare attenzione a più stimoli provenienti dallo stesso campo semantico esaurisce maggiormente le risorse di cui dispongono i sistemi che ospitano tali meccanismi (effetto stroop).
Per far fronte a queste difficoltà, lo sviluppo di selezione naturale ha favorito gli individui capaci di elaborazione automatica. Uno dei fenomeni che principalmente permettono ai sistemi celebrali di elaborare più stimoli contemporaneamente, infatti, è quello relativo all’automatizzazione di alcuni processi mediante la pratica. Secondo la teoria di Logan, “automaticità significa recupero delle informazioni in memoria”.
La pratica, dunque, agisce aumentando il numero di informazioni relative a stimoli elaborati più volte e, di conseguenza, accelerando il processo di recupero delle informazioni pertinenti. I processi eseguiti in maniera automatica poggiano prevalentemente sulla capacità mnemonica, permettendo una forte riduzione della quantità di attenzione necessaria e di processi cognitivi finalizzati a consapevolizzare le informazioni.
I processi automatizzati possono essere eseguiti in parallelo ed in contemporanea con altri processi di attenzione, ma, dal momento che non richiedono particolare consapevolezza, non si prestano a nessun tipo di flessibilità nei loro automatismi.
Al giorno d’oggi, abbiamo diverse possibilità per studiare e verificare l’importanza dei processi dell’attenzione nell’elaborazione delle informazioni. Il sistema più studiato in questo campo è quello visivo, a causa della sua fondamentale importanza nell’elaborazione umana delle informazioni.
Attraverso strumenti precisi, possiamo osservare l’alternanza fra fissazioni (300 ms circa) e saccadi (20 ms circa) durante l’osservazione visiva, studiando come l’uomo concentri le sue attenzione verso gli oggetti di osservazione che appaiono più insoliti, di difficile codifica o di necessaria considerazione immediata.
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