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Letteratura russa seconda annualità – Maurizio 2018-2019

Contesto storico

La cultura russa di oggi è prevalentemente frutto dello sviluppo del XX secolo, che vi ha lasciato un'impronta importante anche sulla storia mondiale. Noi affronteremo il tema dell'utopia. Parleremo di utopia in senso sociale (quella illuminista si proponeva di creare un uomo nuovo in uno stato nuovo). Quest'utopia svanisce in fretta e viene soppiantata da delle distopie (rielaborazione della realtà) e, nella fattispecie, dall'utopia staliniana (che di fatto diventa un'autocrazia poco dissimile da quelle contemporanee).

Pur vivendo in uno stato in cui le libertà erano ridotte all'osso, la controcultura sovietica ha sempre proposto delle vie personali, dei diversi modi di porsi rispetto al potere. C'è sempre stato un modo di rielaborazione del passato in chiave molto personale. Parleremo di due culture: quella ufficiale e quella non ufficiale. Quest’ultima si può considerare come una delle strategie di sopravvivenza dell'intellighenzia del periodo staliniano.

In questo contesto il concetto di ideologia è un qualcosa di superato, di legato al passato. Non ci sono più proposte ideologiche forti: quelle del XX secolo, che hanno tenuto su il mondo dal primo conflitto mondiale alla caduta del muro di Berlino hanno fallito. Tutto ciò che avveniva negli anni Sessanta e Settanta in Italia era frutto di un calcolo ideologico. L'ideologia è qualcosa di superiore, di utopico, un punto d'arrivo al quale si tende.

Queste ideologie devono essere coniugate con delle basi etiche innegabili, che ognuno di noi come essere umano ha dentro, che decida di metterle in pratica o no. Legarsi a un'ideologia è un modo per sentirsi più sicuri e meno in balia degli eventi, anche se con tutte le conseguenze del caso. L'incapacità attuale di fare gruppo, di creare società in grado di decidere i propri bisogni, causa quel sentirsi in balia degli eventi. Nelle ideologie leniniste era tutto uguale in termini di valore assoluto, in quanto tutti contribuivano allo sviluppo in senso positivista della società.

L'idea insita in questo assunto è che tutti fanno parte d'un ingranaggio. Il modo in cui si guardava tale ingranaggio ha permesso di tradurre l'utopia socialista dei primi tempi nelle deviazioni che hanno avuto luogo negli anni dell'URSS. Tutti si sentono parte di un mondo che funziona. Il punto d'arrivo dell'utopia socialista è l'autogoverno del popolo. Il socialismo si trasformerà poi in Comunismo: lo stato sparisce perché non ha più senso: l'uomo ha capito come ci si governa, tutti sanno perfettamente che cosa bisogna fare e lo stato, insieme alle istituzioni dei tribunali e della polizia, perde di utilità.

Noi viviamo in quel contesto culturale globalizzato che gli studiosi definiscono post-verità: una visione culturale in cui la verità non esiste più in quanto ognuno ha una propria verità personale, importante come tutte le altre. Il che significa che la Verità (cioè quegli assunti morali ed etici che per secoli sono stati alla base di qualunque proposta statale) non c'è più. Per Stalin, per esempio, l'etica era uccidere chiunque fosse suo nemico. Ci si adeguava e ci si muoveva in funzione di un determinato valore.

Venivano eletti anche partiti che avevano proposte diverse e, a seconda delle preferenze, i punti di arrivo e le verità erano diversi. Oggi, nel contesto in cui viviamo e ci formiamo, l'idea che ci siano delle ideologie, l'idea di radunarsi intorno a un nucleo centrale e muoversi tutti in una direzione può apparire illogica, ingenua, come frutto di una visione del mondo poco riflessa. È necessario capire le coordinate storico-culturali che quelle proposte hanno generato.

Le utopie politiche ci son sempre state, quella sovietica è la prima che viene presentata come praticabile. Si fanno delle cose affinché tale percorso cominci: si danno dei paletti che dovrebbero dimostrare l'efficacia del metodo adottato. Le rivoluzioni russe del XX secolo, come tutte le rivoluzioni, sono vissute e sentite dal popolo e presuppongono dunque uno slancio positivo, la voglia di cambiare.

Nel momento in cui la rivoluzione si realizza, le cose cambiano. Lo slancio che causa la rivoluzione e le dichiarazioni utopiche, senza le quali l'URSS non sarebbe potuta esistere, generano in coloro che son rimasti delusi dalla rivoluzione (che non vedono nella rivoluzione il proprio cammino) una reazione in senso creativo. Si vuole creare, appunto, una nuova visione utopica, una visione di tipo libertario che ha a che fare col modo in cui stiamo al mondo, in cui ci poniamo rispetto al mondo circostante.

Le utopie vengono portate avanti in un contesto in cui il discorso non era appoggiato, anzi, era fortemente osteggiato. Tutte queste deviazioni dalla linea del partito erano perseguite in maniera violenta. Ciononostante, l'elaborazione di una visione molto personale è costante nel XX secolo.

La cultura russa è sostanzialmente anarchica, sfiduciata nei confronti di qualunque apparato statale, di qualunque possibile intervento a modificare l'assetto statale. La soluzione è costruirsi un piccolo stato personale: ognuno ha un proprio stato, ognuno ragiona per sé. Ne scaturiscono una serie di eccessi e, nelle manifestazioni migliori, delle proposte culturali fenomenali.

Prima del XX secolo, le cose importanti della cultura russa nascono in modo indipendente o in netta contrapposizione allo stato. L'unica sfera che lo stato non può toccare e su cui ha minore influenza è quella intellettuale, che attiene al pensiero, alla capacità di creare mondi (utopia). La capacità intellettuale diventa, per tutta la storia della Russia, la forza che definisce il cammino storico della Russia.

Anche nel caso dell'utopia socialista la visione russa è molto anarchica, aderisce a delle proposte politiche, a un tipo di visione dichiarata, che però non funziona così. Lo stalinismo fu duro contro coloro che considerava oppositori per paura di una deviazione personalistica dalla linea di partito, che avrebbe potuto implicare una reazione a catena, uno scollamento di una parte molto consistente della popolazione.

Questo succede con qualunque stato totalitario o che abbia interesse a mantenere basso il livello di opposizione. Una fetta ampia della popolazione russa non può accedere all'istruzione proprio per questo. L'unione delle sfumature, cioè dei modi diversi di vedere le cose, dovrebbe rendere il mondo più ricco ma, secondo la prospettiva di chi ha paura di ritorsioni, lo rende instabile.

La Russia vive in una condizione di fame culturale. Non conoscere le cose, accettare uno stato di cose secondo cui si è schiavi e si deve sottostare ai padroni è uno stato permanente fino al 1861 (anno dell’abolizione della servitù della gleba). L'URSS fino alla metà degli anni Novanta è il paese che legge di più. C'è una diffusione enorme di una cultura ideologicamente diretta, che procede su binari molto stretti. Il fatto di essere persone di cultura è un punto a proprio favore. Come in tutti i regimi socialisti, l'istruzione (anche quella universitaria) era gratuita.

C'è la volontà di leggere, la propensione a imparare, proprio perché l'istruzione permette di creare mondi e quindi di sentirsi liberi in un mondo che non fa sentire liberi. A febbraio del 1861 viene abolita la servitù della gleba. Già da quattro anni lo zar e i suoi consiglieri si muovevano in questa direzione, molto costretta da ciò che succedeva intorno. La Russia, poco dopo le campagne napoleoniche, si apre all'Occidente: ai giovani nobili è imposto il soggiorno all'estero e tra fine anni Quaranta e per tutti gli anni Cinquanta, i giovani che andranno a formare le file dell'aristocrazia (potere decisionale) si formano alla luce degli ideali libertari che si diffondono.

Nel 1848 ci sono le famose insurrezioni popolari e viene pubblicato il Manifesto del Partito Comunista, che propone una nuova visione sociale. L'ideale socialista, in qualche modo, penetra nel tessuto della Russia e nelle coscienze di alcuni giovani aristocratici, quelli che avranno più voce in capitolo. Queste influenze si vedono già in Puškin e nella rivoluzione decabrista. C'è una tensione alla liberalizzazione del tessuto russo, all'europeizzazione della Russia. Ci saranno iniziative simili all'abolizione della servitù della gleba in senso personale: molti proprietari terrieri regalano terre e libertà ai servi della gleba in segno di protesta alla condizione russa e di adesione a un'ideologia più liberale.

L'abolizione della servitù della gleba porta a uno sconvolgimento del sistema feudale russo e a un cambiamento molto poco sensibile: la liberalizzazione dei servi non viene accompagnata da riforme agrarie importanti. Dall'oggi al domani i servi si trovano liberi e sanno soltanto fare i contadini. La terra resta in mano ai proprietari terrieri che, a quel punto, devono assumere forza lavoro e riassumono i servi. Inizia quel sistema, in vigore fino alla seconda guerra mondiale, di affitto dei mezzi di produzione a prezzo elevato a fronte di un pagamento basso del prodotto. Il contadino si trova in una situazione simile a quella antecedente il ’61.

Una parte dei contadini liberati va in città, dove nella seconda metà dell'Ottocento inizia l'industrializzazione (poche industrie di stampo ultracapitalista in mano a pochi imprenditori). Gli ex servi ripopolano il tessuto del proletariato urbano: si formano sacche enormi di periferie proletarie e i contadini vanno a lavorare nelle fabbriche fino al 1917, dal momento che in campagna c'è meno lavoro da fare (in campagna in Russia non si lavora per sei mesi).

Dalla metà degli anni Trenta si forma in Russia una classe diversa dai tre ceti che fino ad allora avevano contraddistinto la scena russa (clero, nobiltà e servitù della gleba): il ceto “di grado diverso”. Presto i rappresentanti di questo ceto iniziano ad avere un ruolo: vogliono muoversi nella scala gerarchica. È il caso di tanti scrittori di questi anni, come Dostoevskij. Inizia questo movimento sociale fomentato da persone che vogliono un cambiamento radicale: la società russa è statica.

Il nuovo ceto inizia a smuovere la scala gerarchica russa, appoggiandosi alle idee socialiste che iniziavano a venir fuori in quel periodo. L'istruzione diventa un punto di forza in questo discorso: alcune università nel 1861 aprono alle donne. C'è quindi un'apertura in senso numerico dell'accesso all'università, a cui accedono i figli dei Rasnocintsy, che diffondono gli ideali socialisti all'università. Inizia tutta una serie di scioperi, rivendicazioni sociali in senso socialista, progressista.

All'interno di questa situazione si formano alcune delle personalità più interessanti dell'epoca: Herzen e Bakunin. All'interno delle università russe e del mondo intellettuale si formano idee socialiste molto radicali, proprio per la forte contrapposizione col potere. I movimenti di cui sopra tendono al sovvertimento forzoso del potere. Herzen propugna una rivoluzione proletaria in Russia e viene pertanto invitato a emigrare in Inghilterra. Bakunin auspica invece la rivoluzione anarchica, che porterà a uno stato senza stato.

Una delle varianti di questo periodo, utopica, è quella propugnata da Krapotkin, la proposta dell'Andata al popolo. Il programma prevedeva che studenti e insegnanti andassero a vivere col popolo per inculcare loro, in particolare ai contadini liberati, l'idea che ogni cittadino libero avrebbe potuto avere un ruolo all'interno dello stato: la loro voce contava. I contadini liberati erano più del 90% della popolazione: ci sarebbe stato un cambio radicale in Russia. Krapotkin non voleva instaurare un governo diverso, ma far capire ai contadini che potevano avere rivendicazioni sociali (ridistribuzione della terra, garanzia del lavoro, rifiuto dello sfruttamento ecc.).

Prima del 1613, anno in cui salì al potere Michele I, il potere zarista era peculiare. Il potere russo era molto liberale. La chiesa ortodossa, in opposizione al potere temporale, dava la possibilità al popolo di ribellarsi allo zar qualora le sue leggi fossero state sgradite. Lo zarismo aveva un'attenzione particolare per il popolo come massa. Dalla morte di Ivan il Terribile a Michele I c'è stato il periodo dei Torbidi. Nel 1613 lo straniero viene cacciato e viene messo sul trono Michele Romanov. Per garantire il potere di Michele viene fatto un patto col potere religioso: il patriarca di tutte le Russie definisce il potere zarista come dato da Dio.

Lo zar è luogotenente di Dio in terra, il che significa che è infallibile, che il suo potere non può essere messo in discussione e che egli fa tutto per il bene del popolo, in nome di una visione superiore. Nei tre secoli e mezzo trascorsi da questo periodo agli anni Sessanta dell'Ottocento, l'idea dell'origine divina del potere dello zar è insindacabile. Che gli insegnanti andassero dai contadini a dirgli di rivoltarsi contro lo zar era scandaloso per i contadini stessi: avrebbe significato rivoltarsi contro Dio. Gli insegnanti e studenti vengono denunciati alla polizia, arrestati e mandati in esilio o condannati a morte.

Non ci sono state molte rivolte in Russia e fino al XX secolo mai contro lo zar proprio per questa ragione. Due sono le rivolte più significative: una negli anni Sessanta del Seicento, sotto la guida di Pugaciov, e una negli anni Sessanta del Settecento, con a capo Sten'ka Razin. Si tratta di due rivolte di cosacchi che da sud si muovono verso Mosca. Erano considerati ribelli senza Dio e senza zar. Le rivolte cosacche in realtà erano indirizzate contro la nobiltà e i proprietari terrieri. I cosacchi bruciavano le proprietà che incontravano sul proprio cammino per prendere i possedimenti e ridistribuirli ai contadini.

Ecco perché numerosi aderivano alle rivolte e gli zar fecero fatica a reprimerle. Ma le rivolte non furono contro lo zar come istituzione, perché il popolo non li avrebbe appoggiati. Il movimento dei Narodniki di cui sopra spinge a una maggiore consapevolezza della popolazione. L'iniziativa fallisce (processo ai Cinquanta e processo ai 193, che culminarono con la fucilazione di tutti i coinvolti e dei sospettati) e c'è un inasprimento del rapporto verso lo zarismo.

L'ala più radicale dei movimenti oppositori crea un altro partito, Terra e realtà, nel '77, che tuttavia non può trovare un punto di contatto coi partiti esistenti né farsi sentire. Nel '79 si forma una cellula terroristica, La volontà del popolo (Narodnaja Vol'ja), che ordisce una serie di attentati allo zar. Nel 1881 uno di questi attentati va a segno e Alessandro II perisce. Ad Alessandro II segue Alessandro III, che attua una politica di chiusura rispetto alle poche libertà concesse dal suo predecessore. In particolare, negli anni Ottanta iniziano a formarsi gli ideali che porteranno alle alleanze della prima guerra mondiale.

Dalla fine degli anni Settanta si formano gli ideali panslavisti. Si tratta di un'unione di popoli slavi prevalentemente contro i turchi che occupavano parte dell'attuale Jugoslavia. La Russia stessa aveva mire espansionistiche sul Dardanelli. La coalizione degli slavi attorno a un ideale di razza porta a una serie di atteggiamenti e di idee di stampo nazionalista e, quindi, antisemita e razzista. Alessandro III appoggia tali umori (tendenza alla chiusura). Per la prima volta, appoggiata dallo Stato, nasce una serie di pogrom antiebraici che avranno ripercussioni molto forti per il periodo. Vengono promulgate le leggi antiebraiche.

Dopo la morte di Alessandro III i terroristi capiscono che non sono quelli i metodi da usare e iniziano a sciogliersi. Nel 1887, durante un processo ai terroristi, viene condannato a morte Vladimir Uljanov, fratello maggiore di Lenin. Nel 1894 muore Alessandro III e gli succede Nicola II, in cui venivano riposte molte speranze. Era molto giovane, educato secondo ideali europei. In realtà, di fatto, Nicola II prosegue la linea del padre. Non fa alcuna concessione, per ora, in senso democratico e, anzi, continuano le tensioni interne, i pogrom, la politica antisemita appoggiata dallo Stato.

Molti dei pogrom portati avanti dalle squadre antisemite son appoggiate dal potere: la polizia interviene contro le sollevazioni ebraiche. Nel 1904 scoppia la guerra russo-giapponese, promossa per distogliere l'attenzione: in Russia c'erano state carestie, anni di pessimo raccolto, c'erano sacche di povertà molto grosse in città: quel proletariato urbano che negli anni Sessanta esce dalle campagne diventa più stanziale. Vive in condizioni miserabili e lo scontento è molto diffuso. Nicola II pensa bene di muovere guerra contro il Giappone. Proprio perché fare la guerra col nemico esterno distoglie dai problemi interni. La guerra si protrae per due anni con conseguenze pessime per le armate russe. Quel poco della produzione va verso il fronte, da cui arrivano notizie sconfortanti.

Il 9 gennaio 1905 (domenica di sangue), a Pietroburgo, una dimostrazione pacifica di 130mila persone si reca al Palazzo d'Inverno, sede dello zar, per presentare una serie di rimostranze. In prima fila c'erano donne e bambini. Le donne portavano le icone. L'idea era che, essendo lo zar luogotenente di Dio, dunque buono, la colpa fosse della cattiva amministrazione dei consiglieri dello zar. Il popolo voleva parlare con lo zar, che però pare non fosse al Palazzo d'Inverno. Il capo della polizia, spaventato dalla calca, spara sulla folla. Al di là della vicenda tragica, è il momento in cui.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/21 Slavistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher valentein_ di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura russa e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Maurizio Massimo.
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