Legittima difesa
Art. 51 Nazioni Unite
Si può difendersi da un attacco armato con proporzionalità. Gli stati che cercano giustificazioni che non ci sono ledono lo stesso concetto di legittima difesa che però viene addotta come scusa.
26 giugno 1993
Viene lanciato un missile contro la sede dei servizi segreti di Baghdad. L'attacco di "legittima difesa" viene motivato come un attacco postumo per un piano per uccidere Bush in visita più di due mesi prima in Q8.
L'attacco armato non è attuale, sarebbe stato fatto due mesi prima, ma non è nemmeno avvenuto anche se potrebbe essere stato pianificato. Era una difesa per qualcosa che, in sostanza, non era attuale e non c'era mai stato. L'attacco non era contro il territorio o una base militare. (Se la base militare è su altro territorio le nazioni attaccate sono due) Riguardava solo un singolo cittadino nemmeno più presidente. Spesso gli stati, se non sanno come qualificare un attacco, lo fanno rientrare nella legittima difesa.
Muro di Israele vs Palestina
La tesi sarebbe quella del mantenimento degli attentatori al di fuori del territorio. La corte non entra nel merito del fatto che il muro servisse a questo, ma sostiene che l'attacco armato che dia legittimità alla difesa deve essere teso a scongiurare un attacco derivante da un altro stato e non da un territorio occupato. La difesa presuppone un attacco da cui devo difendermi.
Questo sistema piuttosto ovvio è stato messo in discussione dalla difesa preventiva da armi di distruzione di massa. Come mi difendo se sono morto?
È prassi potersi difendere dall'attacco militare non avvenuto purché imminente. Non si può allargare la legittima difesa ad un attacco probabile e ipotizzabile ma non imminente. In caso di legittima difesa preventiva (attacco ipotizzabile) si parla di pre-emptive. È simile al diritto di prelazione del diritto privato, legittima difesa preclusiva.
Esempio: 7 giugno 1981
Israele bombarda Osirac, in Iraq, in cui era presente una base militare. Israele si giustifica dicendo che ha distrutto un reattore atomico e ha svolto un atto di legittima difesa invocabile dall’art.51. I nostri sforzi di disarmo sono stati infruttuosi e abbiamo pulito il luogo in modo preciso. Il consiglio condanna per violazione della pace perché l’impianto che era in costruzione era destinato all’uso pacifico di energia nucleare e non militare. Il consiglio di sicurezza, però, non entra nel merito della legittima difesa preventiva.
E se l’impianto fosse stato davvero usato per la costruzione di armi? L'attacco sarebbe stato legittimo? Probabilmente no! È come dire di avere visto una persona con una pistola in tasca ed ucciderla per "eliminare il pericolo".
La stessa questione è stata utilizzata per giustificare l’attacco del 2003 in Iraq. Si usa la stessa teoria di legittima difesa preclusiva. Si sosteneva che lo stato iracheno possedeva delle armi nucleari sebbene, dopo una sentenza del consiglio di sicurezza, non potesse utilizzarlo. In un futuro più o meno vicino, però, avrebbe potuto usarlo contro gli USA e quindi un attacco era legittimo per prevenire l’attacco.
Dopo l’attacco del 2003 degli USA non si trova traccia degli ordigni nucleari e quindi mancava anche la situazione di fatto tanto discussa. Un rapporto successivo delle Nazioni Unite ripete la necessità di un attacco imminente per giustificare la legittima difesa. L’Iran sostenne poi che se erano giustificati gli attacchi USA valeva anche la difesa da parte dell’Iran contro Israele. È chiaro, quindi, che serva l’imminenza!
La guerra in Jugoslavia
Nella guerra in Jugoslavia si autorizza art.41 – libertà e sanzioni economiche – ma non autorizzano il 42 – attacco militare. Nonostante questo la NATO attacca l’intera Jugoslavia. Tenta di estendere come attacco il massiccio arrivo di rifugiati che tentano di attraversare l’Adriatico. La seconda tesi era quella del tentativo di salvaguardare l’umanità che viene violata. (Crisi umanitaria)
Anche in caso di genocidio questa azione si potrebbe giustificare come “sentirsi in dovere di salvaguardare i civili”.
La guerra d'Iraq (o seconda guerra del Golfo)
La guerra d'Iraq è un conflitto bellico iniziato il 20 marzo 2003 con l'invasione dell'Iraq da parte di una coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti d'America, e terminato il 15 dicembre 2011 col passaggio definitivo di tutti i poteri alle autorità irachene da parte dell'esercito americano. L'obiettivo principale dell'invasione era la deposizione di Saddam Hussein, già da tempo visto con ostilità dagli Stati Uniti per vari motivi: timori (poi rivelatisi infondati) su un suo ipotetico tentativo di dotarsi di armi di distruzione di massa, il suo presunto appoggio al terrorismo islamista e l'oppressione dei cittadini iracheni con una dittatura sanguinaria. Questo obiettivo fu raggiunto rapidamente: il 15 aprile 2003 tutte le principali città erano nelle mani della coalizione, e il 1º maggio il presidente statunitense George W. Bush proclamò concluse le operazioni militari su larga scala. Tuttavia il conflitto si trasformò poi in una guerra di liberazione dalle truppe straniere, considerate invasori da alcuni gruppi armati, sia in una guerra civile fra varie fazioni, quest'ultima, sotto alcuni profili, tuttora in corso.
I costi umani della guerra non sono chiari, e sono spesso oggetto di dibattito; più in generale, il bilancio dell'intera guerra risulta difficile: a fronte della deposizione di Saddam e dell'instaurazione di una democrazia, si è avuto un netto aumento delle violenze settarie in Iraq, una penetrazione di al-Qāʿida nel Paese e, in generale, un calo della sicurezza dei cittadini.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 22 maggio 2003 approvò la Risoluzione n. 1483 con la quale sollecitava la Comunità Internazionale a contribuire alla stabilità ed alla sicurezza del Paese iracheno. Il 15 luglio 2003 iniziò la missione italiana denominata «Antica Babilonia» alle dipendenze delle forze britanniche nel sud del Paese nella regione di Dhi Car. Il 16 ottobre 2003, il Consiglio di Sicurezza approvò all'unanimità, al sensi del capitolo VII dello Statuto delle Nazioni Unite, la risoluzione n° 1511 del 16 ottobre 2003 sull'Iraq che gettava le basi per una partecipazione internazionale e delle Nazioni Unite alla ricostruzione politica ed economica dell'Iraq e al mantenimento della sicurezza. L’Italia, dislocò i suoi reparti nel sud del Paese, con base principale a Nasiriya, sotto la guida inglese. Questa partecipazione suscitò forti polemiche.
Fin da prima dell'inizio della guerra, l'ipotesi di un'invasione dell'Iraq scatenò malumori in tutto il mondo, contrapponendo chi la riteneva necessaria e chi la considerava un crimine ingiustificabile. Oltre all'opinione pubblica, le polemiche si svilupparono anche sul piano internazionale: in Europa, la Francia e la Germania si opposero fin dall'inizio all'intervento, mentre Italia e Gran Bretagna offrirono il loro supporto.
La tesi della crisi umanitaria
La tesi della crisi umanitaria è credibile e si basa sul rispetto elementare dei diritti umani. Altri stati, se lo stato minaccia i suoi stessi cittadini, possono intervenire a salvaguardia. Si chiama estremo pericolo infatti attacco per difendere delle vite umane. Si parla, però, nella carta delle Nazioni Unite, della salvaguardia della vita di persone a me affidate spinto da una situazione di estremo pericolo.
Es. Ingresso forzoso in una ambasciata in caso di incendio. Ma davvero si salvano vite umane con un "bombardamento umanitario"? Solitamente, ma solo solitamente, il bombardamento uccide. Nel bombardamento in territorio jugoslavo muoiono circa 500 civili (senza contare i militari).
Es. Bombardamento di un convoglio che si scopre non essere militare ma di profughi. L'idea dell'intervento umanitario è plausibile ma certamente non con queste modalità. Gli scarsi "motivi umanitari" sono documentati nell'intervento in Ruanda. Gli stessi stati non hanno fatto nulla per salvare le popolazioni oppresse ma hanno svolto un solo intervento militare per evacuare i propri cittadini con degli aerei. Questo mette in dubbio i motivi umanitari.
Questa decisione di difesa, per altro, è competenza del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. In mancanza di una decisione comune lo stato può intervenire autonomamente? Sì, purché sia davvero umanitario. C’è anche la questione del consenso dello stato sull’intervento militare sul proprio territorio. Uno stato può autorizzare un altro stato ad intervenire e ciò non comporta alcuna violazione. In questi casi si discute la correttezza del consenso validamente prestato.
Il disarmo nucleare
Art. 11 della carta delle Nazioni Unite. Il consiglio di sicurezza può fare raccomandazioni per il disarmo e può lavorare ad un piano per la riduzione degli armamenti. In sostanza: se non ci sono armi la gente non viene uccisa da queste.
Ma le armi di distruzioni di massa vengono sempre più accresciute e non certo abbandonate dagli stati "forti", in particolare i 5 stati con seggi permanenti nel consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ci sono stati in passato accordi bilaterali tra USA ed ex URSS per rinunciare ad armi non nucleari tra cui missili a lunga gittata ma viene fatto pochissimo per le armi nucleari.
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