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l’ordine e la religione è uno strumento dell’ordine.

Poi la prospettiva cambia, nell’accezione degli Stati laici la religione diventa una questione

dell’individuo, il bene giuridico tutelato diventa il sentimento religioso di qualsiasi

credente. Si ha la tutela di ogni credo, bisogna però controbilanciare la situazione con altri

valori perché non sarebbe giusto impedire ogni forma di critica alla religione anche quelle

forti e satiriche.

Il criterio fondamentale in relazione alla critica è se si dirige verso l'alto o il basso. Se è

una forma di critica al potere della religione o se la critica è al soggetto che prega. La

cosa cambia.

Nel secondo caso potrebbe avere un tasso di diffamatorietà e offesa al sentimento

religioso più alta rispetto alla vignetta raffigurante Dio.

Es --> disegno volgare discendente dalle modalità in cui gli islamici pregano. È illecito

perché è un fatto individuale che non ha nulla a che fare con il potere. Questo è

puramente volgare.

Questa vignetta in sé ha un contenuto volgare molto diffamatorio. Il tema è il matrimonio

omosessuale, chiesa cattolica fortemente contraria in Francia, il vescovo di Parigi dice

“Non voglio che un figlio abbia due padri, ma un padre e una madre”; quindi dibattito

fortemente acceso sul piano politico.

Questa vignetta è una vignetta lecita.

Un’ altra vignetta raffigura Dio con un mitra a tracolla e sporco di sangue.

Il messaggio è che le religioni provocano lutti, morti, messaggio di dire che uccidono per

un motivo religiosa. Critica al potere, all’idea stessa della religione come fattore che

influenza la vita dell’uomo. Vignetta lecita.

La raffigurazione della religione come petere e le conseguenze della religione sulla vita

fatto collettivo

sociali sono tali che tutte le vignette che collegano la religione come sono

lecite.

Un’altra vignetta, in pieno caso Ruby, Vauro pubblica Ratzinger che dice “Ze a lui

piacciono tanto minorenni, può sempre farsi prete” riferendosi a Berlusconi.

Il Papa è la personificazione della Chiesa, la pedofilia è un problema reale della Chiesa e

quindi il collegamento tra il Presidente del Consiglio a cui piacciono le minorenni e il

problema pedofilia della Chiesa è un collegamento a un fatto collettivo, la satira in questo

caso è lecito.

Eretico.com

Prima vignetta di clero che si sodomizza

Vignetta, pagina dei fans

Terza vignetta è un gadget di un papa che si masturba

Il Tribunale di Latina dice che la prima vignetta passa il limite del buon costume, il limite

del 403, in due casi no (prima e seconda vignetta) in quanto clero e sesso ancora una

volta sono critiche: il rapporto tra cattolicesimo e sessualità e quanto in fondo il

cattolicesimo abbia influito sulla sessualità degli italiani.

La terza vignetta è ritenuta fine a se stessa, ma manca il dolo specifico, in realtà c’è

difficoltà a sanzionare un comportamento volgare e stupido ma che non è sentito nella

coscienza sociale come meritevole di una sanzione penale.

La vignetta quindi offende per offendere, senza richiamo a un fatto d’interesse pubblico.

Più alto è il potere più le critiche devono essere sollevate, l’ordinamento richiede una

critica forte e libera, anche in maniera provocatoria; certamente il fatto che tocchino

sentimenti particolarmente profondi dei singoli dev’essere preso in considerazione, ma la

regola è che le religioni in quanto strumento devono sopportare delle critiche anche

dissacratorie. Intervista diffamatoria

Es. Giornalista intervista una persona che lede la reputazione di un terzo e ci siano gli

estremi del reato di diffamazione in capo all’intervistato. reato

La domanda è: il giornalista che pone le domande e scrive l’intervista, risponde del

di diffamazione in concorso con l’intervistato o no?

Si potrebbe dire che il giornalista è complice, avrebbe dovuto controllare che quanto

diceva l’intervistato fosse vero, così non facendo ha concorso in diffamazione.

Si potrebbe dire invece che la notizia non è quella sottostante, ma la notizia è che

l’intervistato ha detto delle cose, il giornalista non ha affermato che condivide l’idea detta

dall’intervistato, si è limitato a porre una domanda e a registrare la posizione

dell’interessato.

Molti anni fa sentenza 37140/2001 la Cassazione a SU, trasmissione Milano Italia con

Gad Lerner che invita Bossi che aveva fatto cadere il Governo Berlusconi, dichiara che i

soldi di Fininvest erano soldi della Mafia, Berlusconi era il mafioso di Arcore, etc… La

trasmissione non è in diretta, sicuramente diffamatoria, sicuramente falso per come detta

Bossi perché comunque non poteva provarlo. Lerner è responsabile?

distinte le posizioni dell’intervistato e dell’intervistatore

La Cassazione tiene ad alcune

condizioni: la verità del fatto dell’uno è diversa da quella dell’altro, così l’interesse

pubblico e la forma civile. Qualora il fatto riportato dall’intervista sia d’interesse pubblico,

posizione di terzo

il giornalista l’abbia riportata in maniera veritiera ponendosi in una

osservatore, il giornalista è scriminato.

pubblico

1) Dev’essere d’interesse che Caio dica che Tizio è un mafioso, non che Tizio è

un mafioso.

verità del fatto

2) La non è quella del fatto sottostante, ma il fatto che Tizio abbia

effettivamente pronunciato quelle parole.

forma civile

3) La non è la modalità in cui l’intervistato si è espresso, ma la modalità in cui

il cronista ha riportato la notizia.

Ci sono quindi due notizie diverse, quella data dall’intervistato, e quella data dal

giornalista, le posizioni si separano consentendo a informare in modo completo senza

censure, senza che l’intervista sia un mezzo del giornalista per far dire a terzi quello che

vorrebbe dire lui.

Se ritwitto un twit diffamatorio, si useranno gli stessi criteri se il twit è d’interesse

pubblico, etc.

Anche i mi piace sono problematici. mercoledì 23 marzo 2016

Tutela dei dati personali - PRIVACY privacy

L’origine riguarda ambiente tecnologico profondamente diverso dal nostro, è

diritto più direttamente connesso con lo sviluppo della tecnologia e riguarda la naturale

tendenza dell’uomo di mantenere un proprio spazio riservato e chiuso dagli occhi di terzi.

Stati Uniti,

L’atto di nascita è negli un articolo di giornale sulla rivista giuridica di Harvard

right of privacy

(Warren e Brandeis), fine ‘800, riguardo la moglie di Warren in quanto i

giornali narravano la vita piccante della moglie. Da lì nasce un lungo cammino che porta

diritto alla riservatezza to be let alone)

molti ordinamenti a riconoscere il (right e

diritto al controllo della propria sfera

progressivamente un diritto più incisivo cioè il

privata of privacy).

(right diritto giurisprudenziale

Il legislatore non disciplina il diritto alla privacy, è un che si

ricava da una pluralità costituzionali:

art 2 Cost “riconosce i diritti dell’uomo” anche quelli della realtà sociale

art 3 Cost dignità persona

artt 13 e 14 Cost libertà personale e domicilio (ha dentro di se tutela della

riservatezza)

art 15 Cost segretezza comunicazioni (non quelle indeterminate che sono tutelate

ex art 21)

Da qui fioriscono diritto alla riservatezza e diritto alla privacy dopo, grazie all’intervento

del legislatore.

diritto alla riservatezza diritto alla reputazione:

Il è diverso dal il primo tutela lo spazio

coperto della persona, la vita privata, il secondo la reputazione. Per es. dire chi vota una

determinata persona, che malattia ha, il suo inclinamento sessuale, non incide sulla

reputazione ma è un’invasione della vita privata.

Si possono ledere entrambi contemporaneamente, ma non sono gli stessi diritti.

limite diritto alla riservatezza

Il al è violato quando si divulgano notizie che devono

essere riservate: consenso

Da una parte notizie non divulgate dal soggetto stesso o col (anche

implicito). interesse pubblico

Dall’altra parte non esiste un alla conoscenza.

Italia Cassazione Civile

In la prima sentenza che conferma il diritto alla riservatezza è

2129/1977 Caso Soraya, moglie ripudiata dallo Scià di Persia, diventata grande

protagonista della vita mondana romana.

Unione Europea direttiva

Interviene anche con che impone agli Stati Membri di dotarsi

di un sistema molto complesso di garanzia del trattamento dei dati personali.

1996, legge sulla privacy 675/1996

Su questa base, nel nasce la (quando scadeva il

termine per adattarsi alla normativa comunitaria), più volte modificata dalla Corte

Costituzionale perché palesemente in contrasto con la direttiva o comunque inapplicabile.

2003 testo unico d.lgs 196/2003 della Privacy”

Nel il legislatore fa “Codice (il primo

Codice Repubblicano è stato il Codice di Procedura Penale 1988, questo è il secondo),

simbolico della complessità della normativa.

Codice della Privacy

Il ha un contenuto relativamente innovativo (riprende legge sulla

privacy): regole generali

nei primi articoli ci sono che si applicano a tutti i trattamenti dei

dati, regole speciali

e poi ci sono che si applicano a determinati trattamenti (sanitari,

giudiziari, dati per finalità giornalistiche).

Si vuole garantire al cittadino un controllo dei dati che lo riguardano, in un contesto

sociale e tecnologico che tende alla diffusione massima dei dati personali: Rodotà dice

che si passa dall’habeas corpus all’habeas dati, nella consapevolezza che i dati personali

sono una parte essenziale della persona, insieme al corpo di questa.

indipendente, Garante della Privacy,

Istituzione di un’autorità con compiti molto vasti

di regolamentazione, amministrazione e controllo paragiurisdizionale.

normativa

Gli vengono affidate una pluralità di funzioni quali secondaria,

regolamentazione giurisdizionale:

generale, per es. se un soggetto ha visto lesi i propri

dati personali, può ricorrere certamente all’autorità giudiziaria, ma può anche chiedere un

provvedimento del Garante che può ordinare al soggetto l’interruzione del trattamento e

sanzionare il soggetto per l’illecito trattamento dei dati.

Nel sistema dei diritti in Italia ha un ruolo molto importante.

Questa legge pone diversi principi e regole.

stretta necessarietà

- C’è un principio di del trattamento dei dati: art 3 privacy dice che i

sistemi informativi devono essere configurati da ridurre al minimo l’utilizzazione dei dati

personali. Il dato appartiene a un soggetto, e se un terzo vuole utilizzare una cosa del

dato personale

soggetto si può fare ma deve utilizzarla il meno possibile. Il è un bene di

proprietà del soggetto.

definizioni

- Dà una serie di come trattamento, dati, soggetti:

trattamento

Il è qualsiasi operazione che si compie con un dato personale, come

la comunicazione di un dato e la raccolta di un dato e la sistematizzazione di un

dato.

dato

Il è ogni informazione che riguarda una persona fisica o giuridica che in

qualche modo la identifica. Alcuni dati sono più identificativi di altri: il

nome+cognome ha particolare forza identificativa.

dato generico dato sensibile:

Il e il la diffusione di alcuni dati ha particolare

pericolosità e il legislatore prevede elenco tassativo di dati, che per la loro

opinioni politiche o

delicatezza hanno un trattamento peculiare, e comprende le

religiose, inclinazioni sessuali, stato di salute. Questi dati devono essere trattati con

particolari cautele.

soggetti

I sono:

titolare

Il è chi decide come trattare un dato, modalità e finalità del

trattamento, decisioni relative alla sicurezza dei dati.

responsabile

Il è la persona fisica preposta dal titolare al trattamento.

L'interessato è colui a cui i dati appartengono,

L’interessato ha dei diritti sui propri dati, relativi al controllo: interessato può chiedere a

qualsiasi soggetto se esistono dati che lo riguardano, diritto a sapere le finalità del

trattamento, diritto all’aggiornamento dei dati, diritto alla cancellazione dei dati (blocco

del trattamento), anonimizzazione dei dati personali.

raccolta dei dati, enti pubblici soggetti privati:

Riguardo alla si distingue tra e

titolare è un ente pubblico,

Se il egli può trattare il dato personale senza il

consenso dell’interessato se i dati sono usati per le proprie finalità indicate dalla

legge.

titolare è un soggetto privato,

Se il egli può trattare il dato personale solo col

consenso espresso dati sensibili

(di regola) dell’interessato. Se sono è necessario

consenso scritto

il dell’interessato, nonché l’autorizzazione del garante;

ovviamente le autorizzazioni sono generali, non singole per singolo trattamento, e

se il soggetto si adegua all’autorizzazione generale non deve richiedere

l’autorizzazione specifica, se non riesce ad adeguarsi deve chiedere autorizzazione.

Questo apparato è compatibile con l’art 21 Cost, cioè trattamento dati personali per

finalità giornalistiche? Non molto, non si può chiedere il consenso per ogni dato trattato,

verrebbe meno la libertà di manifestazione del pensiero, per non parlare

dell’autorizzazione al Garante che sarebbe visto come censura.

regime speciale per il trattamento dei dati a scopi giornalistici,

C’è un artt 136—>139

privacy e codice di autoregolamentazione della privacy.

136 privacy giornalistiche e altre manifestazioni del pensiero”

L’art “finalità dice a chi

si applica questo trattamento speciale (insieme al 137 è il peggio scritto in materia

d’informazione).

il trattamento esercitato dal giornalista nell’esercizio della sua professione”

"È all’inizio era

ai giornalisti anche i

scritto, errore perché la libertà è di tutti, e si aggiunge “oltre

professionisti iscritti all’elenco dei pubblicisti e i praticanti” e si applicano

temporaneamente anche nell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero da

chiunque esercitata. RIVEDERE LA LEGGE.

parte destruens

L’art 137 ha una dice che ai trattamenti indicati nell’art 136 non si

consenso

applicano le disposizioni contenute nel codice relative all’autorizzazione, al e

trasferimento dei dati all’estero.

al parte costruens, limiti

Ha poi una dove dice che restano fermi i al diritto di cronaca (il

interesse pubblico, continenza, verità,

legislatore pensa che siano ma i limiti invece sono

quelli costituzionali perché i primi sono di origine giurisprudenziale), soprattutto riguardo

dell’informazione

all’essenzialità (mai comparsa prima).

I limiti al diritto di cronaca sono interesse pubblico, verità e continenza, limiti che nascono

per la diffamazione, ma prima di tutto bisogna vedere se viene lesa la reputazione di un

soggetto.

limite della continenza

Il non c’entra nulla sul dato, conduce alla lesione della

reputazione, ma un dato non può essere incontinente. Quindi l’applicazione della

continenza è senza senso, non fa diventare illecito un trattamento illecito, poi la

continenza può avere effetti per la lesione di altri beni giuridici come la reputazione. Primo

errore del legislatore.

limite della verità

Il non c’entra molto perché ci si chiede se si può usare un dato o no,

perché la riservatezza dei dati riguarda i dati veri, non quelli falsi. È un secondo errore del

legislatore, anche se qualcuno lo ha interpretato come correttezza dei dati, ma il limite

della verità del dato non ha alcun senso se applicato a un dato.

limite dell’interesse pubblico

Il è l’unico che ha un senso, ma non l’interesse pubblico

essenziale

solo del dato, ma della vicenda quindi se il dato è alla comprensione della

vicenda allora lo posso utilizzare, trattare diffondere. Il dato in sé non ha interesse

pubblico, è la vicenda che lo ha, se per comprendere l’evento è necessario inserire dei

dati.

Il trattamento è altresì possibile nel caso di dati resi noti direttamente dall’interessato

oppure attraverso comportamenti pubblici (topless in spiaggia).

Caso di malata di mucca pazza, vivente in Sicilia, giornali titolano primo caso di mucca

pazza in Italia, poi aumentano i dettagli, università, paese, sesso, dati sempre più

identificativi della persona. Esiste un interesse pubblico alla notizia, è vero, è esposto in

maniera continente. Il Garante è intervenuto vietando l’ulteriore trattamento dei dati che

consentissero l’identificazione della persona.

Caso prostituta che si scopre malata di AIDS, polizia chiede ai mezzi d’informazione locali

di mostrare la foto della prostituta di modo che i clienti che avessero avuto rapporti

sessuali con la persona potessero controllarsi e prendere subito le precauzioni. Da una

parte un enorme interesse pubblico, dall’altra parte la morte sociale della persona

dichiarando che quel trattamento fosse illecito, non poteva essere pubblicata la foto.

mercoledì 30 marzo 2016

codice deontologico

Il legislatore aveva previsto un che specificasse alcune delle

sui generis

previsione previste nella legge stessa: adottato in tempi brevi, perché è

definito codice deontologico ma solitamente questi non hanno efficacia normativa

(disciplinare al massimo) e fatti dalle persone interessate, mentre questo viene redatto

insieme dall’ordine dei giornalisti e dal garante e inoltre le sue violazioni sono considerate

violazioni della legge, e possono essere sanzionate dal garante e dall’autorità giudiziaria.

regolamento d’attuazione

È più un che un codice deontologico.

2 codice deontologico giornalista che raccoglie notizie rende nota la

L’art dice che "il

propria identità, propria professione finalità della raccolta,

la e le salvo che comporti

rischi per la sua incolumità o che renda impossibile l’esercizio dell’attività informativa”.

Caso: trasmissione Le Iene fa servizio con lo scopo di dimostrare se i parlamentari

utilizzassero sostanze stupefacenti, riprendono alcuni parlamentari e con la scusa

di pulire la fronte con un tampone prendevano il sudore del parlamentare, per poi

sottoporlo a test che rivelava se facessero di sostanze stupefacenti. Non veniva

dichiarato se il Tizio specifico facesse uso di droghe, solo una raccolta generale sul

totale dei campioni presi. Poco prima della messa in onda i parlamentari chiedono

al Garante il blocco dei dati, impedendo l’ulteriore diffusione di dati relativi alla

propria persona in quanto in violazione dell’art 2 Codice deontologico poiché

ingannati sulla finalità del trattamento.

- Si potrebbe controbattere che se palesata la finalità del trattamento, nessuno si

sarebbe sottoposto al test senza l’inganno.

- Inoltre il dato era anonimizzato, complessivo, non c’era identificazione del

soggetto. Però il gruppo è abbastanza ristretto, incide molto sull’identificazione.

pubblico

La notizia è sicuramente d'interesse (estremo) perché disvela i due lati

del potere: non tanto se Tizio fa uso di droghe, ma la differenza tra i comportamenti

privati e la morale pubblica.

Il Garante prima, e poi nel processo penale l’autorità giudiziaria, ha ritenuto che per

il numero ristretto di persona interessate, per il fatto che queste siano identificabili

da parte dei soggetti che hanno raccolto i dati (Le Iene non avevano cancellato

ogni traccia che impedisse di riferirsi ai soggetti), ritiene che il trattamento dei dati è

illecito principio di correttezza

violando il ex art 2 Codice deontologico. Ordina il

blocco dei dati. Intervento preventivo sulla diffusione delle informazioni.

RESPONSABILITÀ DEL DIRETTORE DI GIORNALE

3 legge stampa direttore

stampa periodica deve avere un

L’art afferma che "la

responsabile, dei giornalisti

iscritto all’albo (professionisti o pubblicisti)”.

57 codice penale i periodici cartacei il direttore è responsabile per

L’art afferma che “per

omesso controllo sul contenuto di quanto pubblicato per tutti i reati commessi

colpa”.

attraverso lo stampato a titolo di È un reato colposo proprio, che prevede una

pena per il reato principale diminuito di 1/3.

Questa struttura si giustifica con la particolarità delle imprese editoriali: sono imprese sui

generis nel senso che sono caratterizzate da una sorta di bicefalismo dove c’è un

editore, il proprietario della testata o l’imprenditore che possiede il giornale, che non

direttore del giornale

gestisce direttamente il prodotto ma nomina un che ha la funzione

di decidere la linea editoriale del giornale e cosa dev’essere pubblicato. Semplificando, il

direttore risponde all’editore, che lo può sempre rimuovere, ma è padrone assoluto in

redazione.

Questa impostazione gerarchica, per la quale tutte le decisioni vengono prese dall’alto, si

riflette sulla posizione giuridica del direttore e sulla presenza dell’art 57 cp, che prima

responsabilità di tipo oggettivo:

prevedeva una non c’era colpa, c’era responsabilità

oggettiva di tutto ciò che si pubblica (per facilitare il controllo dell’informazione). Con la

responsabilità penale personale,

Costituzione Repubblicana si afferma il principio della

quindi la Corte Costituzionale interviene dal ’56 a cui segue un intervento del legislatore

colpa.

nel ’57 che modifica l’art 57 cp inserendo l’elemento della

In realtà la colpa è non aver preso tutte le misure necessarie per evitare che l’articolo

lesivo fosse pubblicato, quindi il direttore dovrebbe fare un controllo capillare su tutti gli

articoli quotidianamente pubblicati e verificarne la verità dei fatti; in molti casi questo

sarebbe impossibile, pertanto nelle realtà giornalistiche molto grandi la responsabilità per

colpa del direttore è molto simile alla responsabilità oggettiva prevista una volta.

delegazione della responsabilità

Non è prevista la penale, punita con la reclusione. La

giurisprudenza è stata piuttosto rigida nell’affermare che non vi può essere delega, la

responsabilità rimane in capo al direttore e solo a lui. La stessa Corte Costituzionale

nell’82 si pronunciò sull’irragionevolezza della normativa dicendo che in taluni casi, caso

fortuito o forza maggiore (ferie e malattia del direttore), in cui il direttore non risponde,

sancendo la costituzionalità della norma (non è responsabilità oggettiva). Pertanto

eccezione ferie ammala vice

quando il direttore quando va in o si deve nominare un

direttore vicario che si assumerà la responsabilità di quelle edizioni.

articoli anonimi.

Gli

L’ordinamento vuole che s’individui un responsabile di qualsiasi scritto, non vietando però

che gli articoli non siano firmati anzi i più grandi giornali non firmavano i propri articoli, poi

per vanità ora si firmano. Infatti il fatto che non ci sia la firma non vuol dire che non ci sia

un responsabile.

Per un articolo anonimo pubblicato su un giornale cartaceo il direttore risponde ex art 57

cp: il fatto che sia anonimo rende ancora più necessario il suo controllo.

Un secondo filone giurisprudenziale dice che il direttore risponde del reato (diffamazione)

e non omesso controllo, poiché il fatto di pubblicare anonimamente costituisce

un’assunzione di paternità dello scritto.

Oggi la posizione è sfumata, dopo anche il Caso Sallusti, se si pubblica una “breve” allora

è omesso controllo, ma se si pubblica un editoriale importante che impegna il giornale

allora il direttore risponde del reato principale (diffamazione, lenocinio [incitamento alla

prostituzione], insider trading).

lettere al giornale.

Le

Non v’è dubbio che il direttore pubblicando una lettera possa essere ritenuto responsabile

per omesso controllo nell’ipotesi che questa lettera sia diffamatoria.

Ma se la lettera è d’interesse pubblico, quindi la stessa lettera è la notizia (come nel caso

dell’intervista), il direttore non risponde in quanto verità, continenza, interesse pubblico si

scindono: fatto sottostante e lettera, la notizia diventa la lettera (per es. Bersani scrive una

lettera a Renzi dove gliene dice di tutti i colori).

Titoli degli articoli. titoli,

Il direttore risponde per reato proprio dei perché spesso i giornalisti non decidono

loro i titoli, ma è il giornale.

Responsabilità penale del direttore televisivo e del giornale/sito web online

L’art 30 legge Mammì è norma sconclusionata che non attribuisce la responsabilità al

direttore dell’emittente televisiva né al direttore del giornale, ma a un soggetto nominato

dall’impresa secondo un sistema che non ha funzionato.

L’art 57 cp non si applica alla televisione, quindi se in qualsiasi trasmissione ci sono dei

reati non vi è un soggetto che risponde per omesso controllo.

giornali online

Ci si è posti il problema se l’art 57 cp si potesse applicare ai che avessero

una struttura simile a quella dei giornali cartacei. giurisprudenziale

Il legislatore non ha chiarito il dubbio, la risposta è penale, prima di

merito e poi di legittimità:

Un primo orientamento vuole che qualora si ripetesse una sorta di organizzazione

di tipo giornalistico anche il direttore di un periodico online risponde del reato ex art

57 cp, interpretando una legge del 2001 che sembrava imporre l’obbligo di

registrazione e la presenza di un direttore anche alle testate online. Merate

Arriva punto di svolta con sentenza 35511/2010 Cassazione Penale con

online c. Brambilla, con la quale si è sancita l’inapplicabilità dell’art 57 cp anche al

direttore di una testata online registrata. Il direttore fu condannato in 1° e 2° grado,

ma la Cassazione fece un ragionamento di puro diritto: l’art 57 cp si riferisce alla

stampa, conseguentemente un’interpretazione della norma che venisse a

ricomprendere anche una testata giornalistica online sarebbe in violazione del

principio di tassatività ex art 25 Cost, il quale vieta la possibilità d’interpretazione

analogica in malam partem;

Caso Hamaui

Cassazione 4427/2011 afferma che il comportamento penale illecito

è ritenuto tale se il comportamento lecito fosse esigibile, ma se è impossibile o

terribilmente difficile per il direttore di un giornale online controllare qualsiasi

messaggio, post, articolo, commento, che viene dall’esterno, allora in questo caso

si rientra in ipotesi di responsabilità oggettiva.

L’art 57 non si applica né ai blog, siti vari, né soprattutto ai siti internet registrati come

testate giornalistiche, perché l’art 27 Cost lo vieta e costringerebbe il direttore a

comportamenti che non gli possono essere richiesti; la telematica è diversa dalla carta.

Questa posizione è rimasta immutata fino alla sentenza sul sequestro, che non parla di

responsabilità del direttore, ma nella distinzione tra giornali online registrati e blog/siti vari

("le garanzie del sequestro previste da Costituzione si applicano oltre ai giornali cartacei

anche a quei giornali online che abbiano un direttore responsabile, redazione, registrati”),

direttore responsabile.

uno dei parametri è la presenza di un Il fatto è che il mero

indicarsi come direttore responsabile non è sufficiente, quindi come si interpreta la

sentenza delle Sezioni Unite?

Le S.U. vogliono ribaltare la sentenza Brambilla, cioè il direttore della testata online

risponde ex art 57? Allo stato degli atti non si applica in rete mai, qualsiasi scritto in rete

(facebook, sito giornalistico registrato, blog) il direttore non risponde ex art 57. Questo

orientamento è diventato più fragile dopo la sentenza delle Sezioni Unite, soprattutto

qualche giorno fa la Cassazione ha dichiarato che non si applicano le garanzie previste

per il sequestro ai blog in quanto manca il direttore responsabile (il blog può essere

sequestrato perché non ha direttore responsabile). concorso,

Il direttore può comunque rispondere del reato commesso dal giornalista in

per es. diffamazione ex art 595, ma ci vuole la prova che il direttore fosse a conoscenza

del pezzo e avesse contribuito a farlo. Non è quindi totalmente immune da responsabilità.

articoli anonimi,

Nel caso di cioè articoli pubblicati sul sito senza nome, la

giurisprudenza tende a essere più severa nei confronti del direttore o titolare del sito, a

titolo di concorso.

responsabilità civile

La di coloro che operano in rete, direttore del giornale o soggetti

che contribuiscono a diffondere un pezzo lesivo reputazione.

Per il diritto civile non valgono le garanzie costituzionali proprie del diritto penale, come il

principio della responsabilità penale personale infatti ci sono alcuni casi di responsabilità

oggettiva ammessi dall’ordinamento civile.

Qual è responsabilità editore, direttore cartaceo o online, motore di ricerca, provider,

facebook? giovedì 31 marzo 2016

Responsabilità civile del direttore cartaceo e online

In ragione della diversità ontologica tra cartaceo e rete, non si ritiene applicabile la

disciplina prevista dalla stampa sicuramente per il penale.

civile

Per l’illecito commesso attraverso un mezzo di comunicazione, si pone il problema

dei soggetti responsabili civilmente, tema di dubbia soluzione. Manca infatti la risposta

del legislatore, le indicazioni fornite non son sufficienti per trovare una soluzione chiare

nella diversità della rete.

responsabilità civile per diffamazione.

La legge stampa codice penale.

Le regole le dà la e Davanti a un’ipotesi di diffamazione, il

diffamato ha due strade, può:

1) presentare querela per diffamazione davanti al giudice penale

2) può perseguire via civilistica e chiedere direttamente il risarcimento dei danni

derivante dalla lesione del diritto alla reputazione.

Nel civile sono più veloci in questo caso, infatti con la sentenza di 1° grado si può

ottenere già il risarcimento, ha il controllo del processo.

Nel penale invece la minaccia è più forte per il diffamatore, il controllo del processo è del

PM, in più se si perde la causa civile si pagano le spese processuali mentre se si perde la

causa penale la parte civile non paga le spese processuali.

C’è poi la facilità di trovare la parte che risponde: di fronte a un articolo anonimo su un

sito internet conviene fare querela al giornalista o conviene chiedere soldi davanti al

giudice civile al direttore o editore del sito, oltre che all’autore stesso? Oppure su un sito

si trova un video diffamatorio e non si sa chi citare in giudizio. Una denuncia penale

contro ignoti si può fare, una denuncia civile contro ignoti no.

Per il cartaceo la legge stampa art. 11 attribuisce all’editore la responsabilità civile per i

dell’articolo

reati commessi a mezzo stampa; è civilmente responsabile anche l’autore e

direttore

anche il per omesso controllo che ha determinato il danno.

Per la rete le cose si complicano in quanto l’art 11 legge stampa parla di stampa, quindi il

direttore non è responsabile penalmente e bisogna vedere se si può estendere la

definizione di stampa anche alla rete.

periodico online

Nel risponde l’autore se lo conosciamo (problema d’identificazione);

online

l’editore risponde dei reati a mezzo stampa , quindi teoricamente non dovrebbe

rispondere però il divieto di interpretazione analogica vige solo nel diritto penale, qui si

parla di ordinamento civile, sul punto la giurisprudenza non si è ancora pronunciata anche

se alcune corti di merito non hanno applicato l’art 11 all’editore online. L’editore potrebbe

responsabilità del padrone/committente,

rispondere per infatti qualche giurisprudenza

ha affermato che l’editore risponde del fatto altrui ex art 2049 cc.

commenti

Diverso discorso per i in quanto non c’è rapporto di preposizione tra il

commentatore e l’editore.

Riassumendo l’editore potrebbe essere ritenuto responsabile ai sensi del 2049 cc almeno

per gli scritti per i propri dipendenti (in senso ampio, anche i collaboratori della testata

giornalistica); più dubbio invece rispetto ai commenti che non sono scritti da suoi

preposti. provider,

Responsabilità civile dei soggetti che operano come intermediari della rete,

come il soggetto che fornisce il collegamento (consente alle informazioni di passare), e

dei soggetti che forniscono contenuti.

Caso Google c. Vividown, degli studenti a scuola avevano filmato un disabile che veniva

sfottuto, i ragazzi che avevano messo su internet il video erano stato condannati per

diffamazione, ci fu però anche un lungo contenzioso penale dove in 1° grado furono

condannati i dirigenti di Google Italia per violazione della legge sulla privacy in quanto non

aveva detto agli utenti che non si poteva diffamare online, in 2° grado e Cassazione i

soggetti vennero invece assolti perché non poteva esserci responsabilità penale del

provider per i contenuti in rete.

La stessa legge italiana prevede un’esenzione di responsabilità molto ampia per i soggetti

che operano in rete. Responsabilità dei provider

legge 70/2003

La dà attuazione a una direttiva comunitaria 31/2000 (direttiva e-

commerce) relativa ai servizi della società dell’informazione.

La direttiva parte dalla base che internet nel 2000 è uno strumento non chiaro,

incasellabile, che doveva essere il più possibile sviluppato, pertanto bisognava eliminare

degli ostacoli giuridici che avrebbero ritardato lo sviluppo della rete, sia come strumento

di diffusione della conoscenza, sia come strumento di commercio. Per es. se Facebook

fosse responsabile di tutto quello che si scrive sopra, Facebook non potrebbe esistere.

responsabilità preventiva

Non ci dev’essere degli operatori della rete, scelta politica

forse lungimirante, ma politica.

regole

Le sono agli artt 14 e 17 della legge, che distinguono diverse figure:

mere conduit:

Il colui che fornisce il servizio di trasmissione, trasporto

Colui che fornisce servizio di memorizzazione temporanea

Colui che fornisce servizio di hosting, cioè la memorizzazione vera e proprio.

non vi è responsabilità preventiva, non c’è obbligo di

Il principio generale è che

sorveglianza né obbligo di ricercare attività di natura illecita: il provider, qualunque esso

sia, non ha funzioni di ispezione della rete, quindi di fronte a un illecito commesso, non

avendo obblighi di controllo, non risponde

obblighi

Ci sono però:

1. infatti l’host è tenuto ad informare l’autorità giudiziaria o amministrativa qualora sia

a conoscenza di presunte attività o informazioni illecite riguardanti il destinatario del

suo servizio, interpretato come nel caso solo che l’host è tenuto ad informare solo

quando ne venga a conoscenza e per reati evidenti (pedofilia).

2. C’è poi l’obbligo di fornire all’autorità competente le informazioni che consentano

l’identificazione del destinatario (IP).

3. Infine dice che il provider è responsabile civilmente nel caso in cui, richiesto

dall’autorità, non ha agito per impedire l’accesso a un contenuto illecito; nasce solo

dopo la richiesta dell’autorità (autorità dice di oscurare il sito e il provider non

agisce). È inoltre responsabile se, avendo avuto conoscenza del carattere illecito

del contenuto per almeno 1/3, non ha provveduto ad informare l’autorità

competente; vale solo per quei comportamenti così palesemente illeciti da non

dover essere nemmeno discutibili da parte del provider.

aterritoriale

La rete è quindi si pone un problema su dove il contenuto può essere illecito,

se un contenuto riguarda un soggetto italiano se ne può sicuramente richiedere la

rimozione. caso

La normativa di un Paese può scontrarsi con la normativa contro un altro Paese:

Yahoo c France, Francia vieta vendita di cimeli del nazismo, Yahoo proponeva con asta

prodotti di questo genere, associazione francese (LICRA) chiede a Tribunale di Parigi di

ordinare a Yahoo di non vendere i cimeli in territorio francese. Yahoo decide di non

adempiere spontaneamente alla sentenza e LICRA decide di dare esecuzione alla

sentenza, rivolgendosi al giudice della California che è lo Stato dove Yahoo ha la sede

legale. Il giudice americano dice di capire la Francia che vuole combattere il nazismo

inserendo queste limitazioni alla libertà di espressione, ma in America c’è il principio per

cui il Freedom of Speech non può essere limitato se non in casi eccezionali nei quali

certamente non c’è un ipotesi di tal genere, quindi un eventuale ingiunzione a Yahoo di

oscurare quei contenuti contrasterebbe coi principi fondamentali della Costituzione

Americana, rifiutando di ordinare l’oscuramente quindi, anche fosse solo per gli utenti

francesi. responsabilità del provider:

Torniamo al tema della

Caso Delfi 2013, c’è sito informativo estone online che pubblica un articolo critico

su una categoria di persone che si opponeva alla costruzione di un’opera pubblica,

vengono poi inseriti dei commenti diffamatori nei confronti della società, fatta causa

civile in Estonia e il sito online viene condannato per aver mantenuto questi

commenti anonimi, prima di una sentenza definitiva, palesemente diffamatori e

ingiuriosi. CEDU

Esauriti i mezzi di ricorsi interni, l’organo informativo decide di ricorrere alla

per violazione art 10, cioè libertà di espressione, in quanto tale sentenza avrebbe

introdotto una forma di responsabilità in capo al provider che avrebbe a sua volta

costituito un ostacolo alla libera circolazione delle informazioni.

La CEDU dice che in questo caso, per una serie di questioni relative al caso di

specie, l’ipotesi di responsabilità del provider anche per fatti di terzi (commenti, non

collaboratori del sito) non è contro la Convenzione, non viola l’art 10, dà ragione

allo Stato, al giudice interno. Il legislatore può prevedere una responsabilità del

provider anche per comportamenti di terzi.

Caso Ungheria Marghiar, caso relativo a sito di vendita di immobili, associazione di

settore critica il sito sulle modalità di vendita di immobili, critiche poi riprese su siti

vari, con commenti fortemente volgari verso il sito immobiliare. C’è condanna del

sito informativo per contenuti immessi da terzi.

Caso simile, le diversità sono che questa è un’associazione no profit, l’intervento di

cancellazione è stato abbastanza rapido.

La Corte EDU dice che è un forum, che consente all’utente di diffondere opinioni, le

opinioni non contengono incitamento all’odio o violenza ma solo critiche volgari e

grossolane, di conseguenza non hanno prodotto danni gravi e poi il ricorrente è un

ente no profit. Si può fare quindi un distinguish, dice la Corte, che modifica

l’orientamento giurisprudenziale per la diversità del caso, e quindi ritiene che la

sanzione è eccessiva e conseguente violazione dell’art 10.

La Corte sembra ritornare indietro rispetto alla tendenza di Delfi di aprire alla

responsabilità del provider.

C’è tendenza quindi ultimamente a riconoscere una qualche responsabilità, non

preventiva, dei provider rispetto ai contenuti che vengono pubblicati.

martedì 5 aprile 2016

DISCIPLINA RADIOTELEVISIVA

La disciplina della televisione è uno dei momenti essenziali della democrazia perché

televisione generalista

secondo i dati la è il principale (se non l’unico) strumento

d’informazione.

Non è tanto importante come strumento d’informazione, che è una parte marginale tutto

sommato, ma come strumento d’influenza di mode, costumi, idee della società.

diritto della televisione

Per studiare il si deve partire da lontano, il primo fattore è

tecnologico che ha permesso lo sviluppo della televisione, la tecnica consentiva 1-2

canali televisivi e la disciplina ivi adottata non è adatta alla possibilità odierna di avere

accesso a strumenti e programmi su piattaforme diverse, non lineari (ma on demand); la

vecchia disciplina non ha più alcun senso.

principi

Rimangono dei di fondo:

principio del pluralismo informativo: pluralismo interno, impone soprattutto alla

concessionaria del servizio pubblico (RAI) l’obbligo di garantire la pluralità di voci

pluralismo esterno,

presenti nel Paese, e impone in primo luogo al legislatore di

garantire la presenza di più operatori in una posizione di concorrenza (nessuno in

una posizione dominante nei molti mercati che insieme rappresentano il settore

della radio televisione).

Questi principi sono stati ricavati dalla Corte Costituzionale dall’art 21 Cost, principi che

definiscono la cornice nella quale si situano i mezzi di comunicazione. L’art 21 non parla

di mezzi di comunicazione a parte la stampa, non accenna alla prospettiva informativa

della libertà di espressione, se non accennando agli obblighi di trasparenza dell’editoria,

non prevede un diritto/interesse ad essere informati (come prospettiva passiva), è

miope incapace di guardare avanti e vedere cosa sarebbero stati nei decenni successivi i

temi più importanti del diritto dei media. L’interpretazione della Corte ha permesso di

supplire alla mancanza di mezzi d’informazione in Costituzione, ma ha sostanzialmente

fallito per permettere al legislatore di dare attuazione concreta a questi principi.

radio

La nascita della si ha negli anni ’30, in Italia sotto il regime fascista; la TV comincia a

trasmettere nel ’54. radio e

In entrambi i casi, e in tutti i Paesi Europei, la radio e televisione nascono come

TV di Stato cioè affidate dallo Stato (con una legge) a una società a capitale pubblico.

Questo a differenza degli altri mezzi di comunicazione, come i giornali, i quali nascono e

rimangono sempre privati (pochi casi di giornali controllati da enti pubblici - fine anni ’50

ENI Mattei fonda “Il Giorno”). ragioni di ordine

La TV nasce come televisione di Stato, televisione pubblica, per

tecnologico, in quanto la possibilità di trasmettere segnali era molto limitata dalla

ragioni di ordine politico.

scarsità di risorse e frequenze, e per

La legislazione vietò con norme penali a soggetti non autorizzati (chiunque non stabilito

dalla legge) la possibilità di trasmettere segnali radiotelevisivo.

La questione venne subito posta nel dibattito pubblico in quanto un gruppo di soggetti a

Telebiella,

fine anni ’50 provarono a trasmettere su scala locale dei segnali radiotelevisi:

antenne poste sui case alte che arrivavano nel raggio di un quartiere.

Tali soggetti vennero processati per la norma penale prima indicata che vietava a tutti di

trasmettere via etere, e si pone alla Corte Costituzionale la legittimità di quella norma,

chiedendosi se il monopolio pubblico (e l’autorizzazione concessa dallo Stato) fosse

compatibile con l’art 21 Cost in quanto se riguardasse la stampa sarebbe

incostituzionalissima, perché comportava divieto generale alla libertà di manifestazione; la

Corte Costituzionale 59/1960 comincia a porre una serie di temi che rimarranno in tutta

la giurisprudenza della Corte.

1) Ci si trova in un sistema caratterizzato da scarsità di frequenze, non c’è spazio per

numero alti di soggetti, né a livello nazionale, né a livello locale, per questo motivo la TV

non può essere un mezzo ad accesso libero come la stampa.

pervasivo, penetrazione

2) Il mezzo è assai alta capacità di nelle case assolutamente

superiore a qualsiasi altro mezzo di comunicazione, “entra in casa senza bussare”. È il

mezzo più capace di influenzare i costumi e di incidere nel processo democratico (ai

tempi esisteva solo un canale che trasmetteva poche ore al giorno 18-22).

Allo stato della tecnica, l’unico soggetto che può garantire in qualche modo che la TV non

sia controllata da un potere eccessivo in mano a qualcuno è lo Stato (la Corte dichiara

infondata la questione e mantiene il monopolio pubblico).

Nel 1974-1976 la medesima questione torna alla Corte, rimesso in discussione il

monopolio della RAI, cambiando un po’ opinione con Corte Costituzionale 225/1974 e

226/1974 che riguardano le modalità di organizzazione del servizio pubblico, e 202/1976

che riguarda prima parziale apertura del sistema ai soggetti privati. Queste due sentenze

sono i due grandi pilastri che scrivono la storia della radiotelevisione per i decenni

successivi.

Prima sentenza Corte Costituzionae 225-226/1974.

L’affidamento esclusivo allo Stato è legittimo? La RAI, così come è organizzata, rispetta i

principi costituzionali?

La Corte conferma il monopolio pubblico, non ci sono le condizioni tali per cancellare il

monopolio e comunque dovrebbe farlo il legislatore (in quanto la Corte ha funzione di far

venire meno nell’ordinamento una disposizione, non di riscrivere la disciplina della

materia).

La Corte dice però che il modo in cui il servizio pubblico organizzato non rispetta la

Costituzione perché la RAI era sotto controllo del Governo, come tutti gli Enti Pubblici;

servizio pubblico essenziale

infatti la RAI è un che ha come funzione quella di garantire

che la pluralità delle voci presenti nella società possano essere conosciute dai cittadini,

diritto dei cittadini ad essere informati in modo completo, imparziale e plurale. La

pluralismo

RAI adempie ad una funzione, non opera in regime di libertà, garantire il

interno.

Per questo motivo l’organizzazione della RAI non può rimanere totalmente in capo al

Governo, non può essere né la nomina della grande parte degli organi di governo della

RAI (governance della RAI), né influenza indiretta negli indirizzi della RAI, nelle scelte

industriali o culturali che la RAI propone. L’obiettivo del pluralismo interno deve realizzarsi

separazione tra RAI e suo azionista.

attraverso una pluralismo interno, no controllo governativo.

Decalogo della Corte: 103/1975)

1 anno dopo il Parlamento approva la prima legge di riforma della RAI (L che

principio di indipendenza del

dà attuazione ai principi posti dalla Corte: specifica il

servizio pubblico principio del

(sia dal potere politico sia dai poteri economici),

pluralismo, principio dell’obiettività del servizio pubblico.

Tale legge attribuisce le funzioni di nomina, indirizzo e controllo del servizio pubblico al

commissione vigilanza RAI.

Parlamento, cioè a una commissione istituita detta

Si sottrae al Governo il controllo sul servizio pubblico, ma le forze politiche non

rappresentano l’intera società e poi la RAI subì il fenomeno della lottizzazione (spartizione

dei canali della RAI). La DC mantenne presa su RAI 1, e gli altri altri canali.

In pratica il principio del pluralismo venne interpretato come pluralità di programmi

partigiani, venne meno il principio d’indipendenza, più programmi che rappresentavano

ognuno una fazione politica; venute meno esigenze d’imparzialità e servizio pubblico

enunciate dalla Corte Costituzionale.

La RAI sicuramente è più plurale, ma sicuramente sotto il controllo della sfera politica

(oltre che della sfera pubblica).

Il Consiglio d’amministrazione della RAI divenne un organo molto ampio (15-20 membri)

eletti dalla Commissione di Vigilanza secondo un sistema proporzionale: il Consiglio

d’Amministrazione della RAI divenne un parlamentino che rispecchiava la composizione

proporzionale del Parlamento, al fine di lottizzare.

Sentenza Corte Costituzionale del 1976.

Sempre nel biennio 74-76 Corte conferma il monopolio pubblico, viene chiamata a

Corte nel ’76

pronunciarsi nuovamente la ma ci fu un grande innovamento tecnologico.

A livello nazionale solo il legislatore può introdurre una normativa che disciplini il sistema

radiotelevisivo secondo il principio del pluralismo esterno, della garanzia della presenza di

più soggetti del mercato.

A livello locale invece questo problema non è più presente nel nostro ordinamento: i costi

d’accesso sono minori, la tecnica consente la presenza di più soggetti e dunque il

monopolio accezione al principio dell’art 21 non ha più ragion d’essere. Pertanto la Corte

dichiara incostituzionale la norma che vietava la trasmissione di segnali radiotelevisi per

radio locale

quanto riguarda la (anche per quanto riguarda le televisioni straniere di

trasmettere in Italia). Si televisione nazionale, no televisione locale, per il pluralismo.

Questo comportò la nascita di una miriade di radio e televisioni a livello locale.

network,

Alcune televisioni locali cominciarono a consorziarsi, cioè erano tante televisioni

locali ma nei fatti erano un’unica televisione che trasmettevano lo stesso programma, la

stessa pubblicità. Grazie all’intervento della Corte e nell’inerzia del legislatore, mancava

qualsiasi regolamentazione delle frequenza: l’etere è un bene pubblico pertanto dovrebbe

essere disciplinato il suo uso, dopo la sentenza della Corte (non disciplinando l’uso delle

frequenze) le varie televisioni locali hanno costruito grandi antenne dove il segnale più

forte cancellava le frequenze del segnale più debole; l’assegnazione delle frequenze

avviene sulla base della capacità economica della trasmissione.

Si raggruppano 3 grandi network che nel giro di diversi anni diventano tutti di un unico

soggetto: si realizza fuori da una legislazione quel monopolio privato sulla televisione

nazionale che la Corte aveva detto a suo tempo non avrebbe dovuto esserci.

1981 Corte Costituzionale

Nel c’è quindi nuova pronuncia: Fininvest in un processo

chiede di sollevare questione di legittimità costituzionale del monopolio su scala

nazionale, la Corte invece per garantire il pluralismo esterno, per evitare concentrazioni

televisive forti, il monopolio in assenza di un intervento del legislatore andava confermato.

Serve normativa antitrust seria dal legislatore per evitare che si formassero accanto al

servizio pubblico delle posizioni dominanti di un soggetto privato.

Nel 1984, visto che le televisioni nazionali erano un dato di fatto, alcuni giudici decisero di

oscurare zone di trasmissione per ritrasformare le televisioni nazionali in locali (Rete 4,

Rete 5, Italia 1); televisioni che avevano un grandissimo successo. Ci fu una ribellione dal

decreto legge

basso che fu utilizzata dal Governo Craxi (amico di Berlusconi) per fare un

1984 (necessità e urgenza?) finalizzato a mettere nel nulla gli effetti della sentenza della

Corte Costituzionale e delle pronunce dei giudici: si autorizzò la trasmissione via etere a

livello nazionale delle TV che si erano formate in attesa della legge di riforma del sistema.

Si disse “rendiamo legale ciò che si è formato fuori dalla legge e poi faremo la riforma”.

Ciò ha comportato la cristallizzazione di posizioni che non si sono più modificate. Corte

Su questo decreto legge, poi convertito, viene chiamata a pronunciarsi la

Costituzionale 826/1988 che è la sentenza più bella e incredibile in materia di

radiotelevisione: limiti antitrust, pluralismo informativo, limiti interni ed esterni.

Dice che la soluzione individuata nel 1984 è del tutto contraria a tali principi, tuttavia la

Corte non se la sente di portare fino in fondo le sue premesse teoriche nettissime perché

l’eventuale esito sarebbe stata la chiusura dei canali Fininvest, e quindi da una parte c’è

effetto politico che non vuole affrontare, dall’altra effetti occupazionali, economici, sociali.

La Corte in conclusione dice che il decreto è chiaramente incostituzionale ma siccome il

legislatore sta discutendo una proposta di legge in materia di riforma del sistema

radiotelevisivo decide di attendere la riforma e promette di dichiarare l’incostituzionalità

monito).

dell’attuale normativa se la legislazione non interverrà in materia (sentenza

Il legislatore, pressato dalla Corte, intervenne con la prima legge di disciplina complessiva

L 223/1990 Mammì).

della radiotelevisione in Italia, (legge

primo principio

Il è che per poter trasmettere, a livello locale o nazionale, serve

concessione.

provvedimento amministrativo da parte dello Stato, la cd Questo perché la

coeva tecnologia non consentiva l’accesso a tanti soggetti, per la TV non può valere lo

stesso principio dei giornali, si devono prima determinare un numero ragionevole di canali

possibili (e quindi concessioni attribuibili) e poi individuare le regole che garantiscano

posizione dominanti.

l’assenza di

Le posizioni quindi vengono fissate fino a 12, numero molto alto perché quelle esistenti

erano 6-7, per le quali si fissa una soglia massima di stesso proprietario 25%: la

maggioranza parlamentare decise di fare legge fotografia (o fotocopia) che consentisse al

sistema che si era formato di proseguire (25% di 12 fa 3, sia per la RAI sia per Fininvest).

Inoltre 3 vennero consegnate alla tv a pagamento, quindi fruibile da pochissimi, 1

concessione a TeleCapri, 1 concessione a La7.

Ciò costituì un’anomalia assoluta in Europa, in Francia per esempio nessun soggetto

poteva avere più della metà di un canale, l’attenzione al pluralismo era molto alta negli

altri Paesi.

La Corte 4 anni dopo dichiarerà incostituzionale la Legge Mammì nella parte dei limiti

antitrust ma con effetti poi resi nulli dal legislatore. mercoledì 6 aprile 2016

legge Mammì 1990

La del affronta il tema delle misure antitrust in maniera timida,

introducendo una normativa insufficiente. Ciò venne giustificato con la considerazione

tecnologia

che la sarebbe evoluta così velocemente che la tv generalista sarebbe

divenuta vecchia (satellite, pay per view, via cavo). Si demanda alla tecnologia il compito

che avrebbe dovuto svolgere la Corte Costituzionale.

Infatti questa legge venne impugnata davanti alla Corte, in riferimento all’art 15 che

sentenza 420/1994

consentiva 3 canali per ogni soggetto (limite antitrust), e la dichiarò

l’incostituzionalità della norma nella parte in cui prevedeva una normativa che legittimava

le concentrazioni. Quindi dopo due sentenza monito, la Corte dichiara l’incostituzionalità.

Crea quindi una nuova norma, abbassando la soglia al 20%, pertanto l’effetto sarebbe

dovuto essere che una persona potesse possedere solo 2 canali (perché 20% di 12).

La Corte però inventa che nel medio tempore (’90-’94) prima di assegnare effettivamente

le concessioni, si dia possibilità agli attuali possessori di continuare a trasmettere per 6

mesi, e proprio perché è transitorio si evita la pronuncia di incostituzionalità, permettendo

al legislatore di regolare il passaggio dal regime incostituzionale a quello costituzionale.

Pertanto non c’è dubbio che la disciplina fosse incostituzionale, e la sentenza della Corte

prevedeva un antidoto per evitare che si applicasse.

Successivamente i 6 mesi furono prorogati di 6 mesi in 6 mesi, fino al 1997 con il Governo

legge di riforma Maccanico 249/1997

Prodi si arrivò alla nuova che modificò

interamente la disciplina radiotelevisiva.

Si prevede poi l’istituzione dell’autorità per la garanzie delle comunicazioni (AGCOM),

autorità che grazie all’intuizione del legislatore italiano viene definita autorità della

convergenza in quanto si occupa delle telecomunicazione e dei mezzi d’informazione. Ci

doveva essere un solo soggetto a controllare il settore, non più soggetti, e questo

soggetto venne creato nell’autorità AGCOM (nuova). Essa si occupa di tutti gli aspetti del

settore delle telecomunicazioni, sottraendo al Governo grande parte delle competenze

ministeriali.

Come tutti le autorità indipendenti ha poteri molto vasti che superano la tradizionale

divisione dei poteri: poteri di regolazione secondaria (riscrivono le norme), poteri di

amministrazione, poteri paragiurisdizionali (non è giudice però interviene spesso nella fase

contenziosa, per es. può ordinare ai provider di interrompere trasmissione di un segnale

da siti pirata).

Le legge del ’97 istituisce questo organo che acquisisce subito autorevolezza, soprattutto

in materia di telefonia, permettendo il passaggio del monopolio della Telecom ad una

pluralità di operatori, incentivando la concorrenza e abbattendo quindi notevolmente i

costi. Sulla radiotelevisione l’AGCOM ha incontrato le medesime difficoltà della Corte

Costituzionale, in quanto viene attribuito ad un organo tecnico una responsabilità non

propria e cioè di risolvere un conflitto politico enorme.

normativa antitrust più moderna:

Questa legge introduceva una non solo limiti sulla %

limiti di ricavi

di possesso per singolo soggetto, ma anche (ogni soggetto poteva avere 2

concessioni via etere in chiaro - ripetendo il limite fissato dalla sentenza della Corte -

tuttavia consentiva al soggetto che in via transitoria avesse 3 canali di continuare a

congruo sviluppo delle tecnologie alternative

trasmettere anche in chiaro sino al cioè il

cavo e il satellite, questo per salvaguardare quel capitale e forza lavoro si fissa una data

incerta. Si attribuisce all’AGCOM il congruo sviluppo del satellite). La sentenza della Corte

di fatto veniva rinviata a data da destinarsi è l’eterno transitorio continuava.

L’altra parte importante prevedeva che nessun soggetto potesse avere il 30% delle

risorse televisive (canone+pubblicità+pay). Di fatto i limiti vennero aggirati, perché le multe

vennero emesse (peraltro in relazione al fatturato) ma tutte annullate dal Consiglio di

Stato.

L’AGCOM non riuscì a funzionare per la TV. Solo per la TV.

Le 12 concessioni dovettero essere attribuite: 3 rai, 2 mediaset +1 transitoria, 1

centroeuropa7 e altre.

Già la legge Mammì prevedeva che il titolare della concessione dovesse avere in uso delle

frequenze, non tutte le concessioni coprivano il 100% delle trasmissione nazionali. Solo

che il soggetto senza concessione (Rete 4) doveva continuare a trasmettere in via

transitoria e pertanto rendeva indisponibile le frequenze per l’ultima arrivata

(centroeuropa7) perché occupate da Rete 4.

Quindi Centrouropa7 si rivolge al TAR, il quale dice che la legge prevede la possibilità di

Rete 4 di continuare a trasmettere e solleva questione di costituzionalità della parte della

Legge Maccanico che non prevede un termine per la conclusione del periodo transitorio.

Nel 2002 la Corte Costituzionale si pronuncia (nello stesso anno altre due pronunce

par condicio servizio pubblico televisivo):

importanti, e

1. la prima sui limiti antitrust della Legge Maccanico sull’assenza del termine di

periodo transitorio,

2. la seconda sul servizio pubblico radiotelevisivo e sull’obbligo del canone, col

conseguente obbligo che la RAI resti pubblica (284/2002)

3. la terza sulla legge sulla par condicio

Sempre nel 2002 il Presidente della Repubblica invia alle Camere l’unico messaggio

formale che invia in tutto il suo mandato (Ciampi) per denunciare l’assenza di pluralismo

nel sistema radiotelevisivo, invitando le Camere a intervenire tempestivamente in tal

senso tenendo conto della giurisprudenza costituzionale.

La Corte dice che l’assenza della previsione di un termine è incostituzionale e fissa lei

stessa un termine nel 31 Dicembre del 2003, termine entro il quale l’AGCOM avrebbe

dovuto completare la fase di studio (per verificare il congruo sviluppo del Satellite). La

sentenza aveva però l’antidoto perché lasciava 1 anno al legislatore per agire, ed essendo

Legge Gasparri

il legislatore Berlusconi egli propose la che modifica radicalmente la

Legge Mammì, cercando di adattare le regole della radiotelevisione allo sviluppo delle

tecnologie.

Legge Gasparri 112/2004

La prevede nuovi limiti antitrust completamente diversi da

quelli pensati dalla Corte Costituzionale: si parte dall’assunto che sempre più

progressivamente, con la nascita della TV digitale (analogica—>digitale) il settore

radiotelevisivo sarebbe diventato “naturalmente” capace di garantire un’offerta molto

ampia, allora la logica della Gasparri è invece di inserire i limiti antitrust incentiviamo il

passaggio al digitale per creare un pluralismo sostanziale, nel frattempo si autorizzano i

soggetti che già trasmettono a continuare a trasmettere (Rete 4) col solo obbligo di

simul cast

trasmettere in (cioè in analogico e digitale su una pluralità di piattaforme).

divieto di posizioni dominanti,

La Gasparri poi afferma genericamente il ma non indica

però quando vi è una posizione dominante attribuendo all’AGCOM il potere di controllo di

tale posizione. limite del sistema integrato

Poi, nella logica di convergenza dei vari mezzi, introduce il

della comunicazione: il legislatore vuole ragionare il termini complessivi (giornali, cinema,

inserzionisti, TV, telefonia) e nessuno operatore può arrivare a più del 20% dell’intero

mercato della telecomunicazione. Si riprende quel 20% che la Corte aveva indicato, non

limitandolo più al mercato televisivo, ma lo si estende al sistema integrato delle

telecomunicazioni (sic) con l’effetto di una normativa antitrust inesistente in quanto il

mercato della telecomunicazione è così ampio e così difficile da calcolare da rendere la

norma inapplicabile.

Il Presidente della Repubblica rinvia la legge alle Camere, esercitando il proprio potere di

rinvio, poiché la legge non rispettava le indicazioni della Corte Costituzionale, e viene poi

approvata nel Maggio 2004 leggermente modificata (intervallata da un decreto legge che

vanificava effetti della Corte Costituzionale, in quanto al 31 Dicembre 2003 Rete 4

avrebbe dovuto smettere di trasmettere).

La Legge Gasparri confluirà nel testo unico 177/2005 così come modificato dal d.lgs.

44/2010 cd Decreto Romani che ha dato attuazione alla direttiva comunitaria che

modificava la precedente direttiva tv senza frontiere.

Centroeuropa7 va davanti a CEDU e Corte UE denunciando le violazioni della normativa

comunitaria e CEDU, la Commissione Europea apre una procedura d’infrazione nei

confronti dell’Italia, molte manifestazioni di disagio (ONU e altre associazioni) nei confronti

dei media in Italia. Col passaggio al digitale (switch-off) sorgono nuovi problemi, in

relazione alla nuova assegnazione delle frequenze: all’inizio spartite tra i già possessori,

poi aste a partecipazione qualificata, infine problema di concorrenza effettiva nel mercato.

giovedì 7 aprile 2016

La Corte Costituzionale è rimasta ferma a quei principi fino ad oggi, criticando la troppa

ingerenza del Governo, la posizione della RAI nella sfera pubblico, necessità di un

soggetto pubblico accanto a un soggetto privato nella radiotelevisione.

Una sentenza importante è del 2002, da una parte afferma che il canone è un tributo

quindi non deve rispondere necessariamente a quell’idea di progressività, ed è una natura

giustificata dal servizio pubblico. Si diceva che il canone aveva un senso quando non

c’era un’offerta così vasta di produzione radiotelevisiva, la RAI tende a replicare modelli

tipici della televisione commerciale, per questo si chiede di legittimare il canone.

La Corte dice che rientra nella discrezione del legislatore di prevedere forme di

finanziamento pubblico della televisione pubblica, ed afferma inoltre che il nostro

ordinamento è necessario che sussista un servizio pubblico radiotelevisivo (informare,

intrattenere e educare) e che esso sia direttamente o indirettamente all’interno della sfera

pubblica (infatti le funzioni non possono essere attribuite a soggetti privati ma solo a quelli

che in qualche modo rientrino nella sfera pubblica).

Sentenza importante non scontata, precede di poco l’approvazione della Legge Gasparri

che prevedeva un meccanismo di privatizzazione della RAI.

Ma che senso ha ora mantenere un servizio pubblico, soprattutto con l’esistenza di una

vastità tale di offerte e mezzi? La BBC ha in corso tutt’ora un processo di ridefinizione

della propria missione e natura.

Quindi da una parte il servizio pubblico radiotelevisivo tende ad allargarsi (per la creazione

di nuovi servizi) creando una situazione di concorrenza sleale.

Una prima ipotesi è quella di dare in convenzione ad altri canali compiti specifici di

servizio pubblico, un’altra ipotesi è quella di distinguere tra programmi di servizio

pubblico e non, e destinare il canone solo ai primi. Una direzione comunitaria ha

indirizzato a distinguere la programma finanziata dal canone da quella finanziata da altre

fonti.

Nel ’75 si crea una RAI che rappresenta le forze politiche del Paese, garantisce il

pluralismo politico, tendenza che non viene meno nel decennio successivo, fino ad

arrivare nel 1993 quando s’interviene con una legge sulla nomina del consiglio

d’amministrazione RAI, introducendo una modalità di superamento della tradizione

lottizzazione: CDA molto più ristretto (5 membri) nominato dai Presidenti delle Due

Camere (ai tempi Napolitano e Spazzolini), proprio perché i partiti si stavano disgregando

in quel periodo. I presidenti successivi, con la ripresa dei partiti, nominarono invece

personalità politiche.

Legge Gasparri

La introduce un nuovo sistema di nomina del CDA RAI, sistema

transitorio (sino all’alienazione del 10% del capitale) perché essa prevedeva che in tempi

public company

rapidi la RAI fossero messe sul mercato e alienate formano una (società

a azionariato diffuso) con quota massima 1% per soggetto del totale delle azioni.

Ciò nella prospettiva che fosse possibile distinguere il servizio pubblico da ciò che non

era servizio pubblico, e quindi finanziare gli specifici programmi che svolgessero un

concezione soggettiva del servizio pubblico

servizio pubblico: si passava da (i.e. è

concezione oggettiva del servizio

servizio pubblico tutto ciò che fa la RAI) a una

pubblico (i.e. è servizio pubblico adempiere a specifiche azioni chiunque le adempia).

Questa normativa transitoria avrebbe dovuto finire una volta privatizzata completamente

CDA

la RAI, mai avvenuta, quindi restata in vigore; essa diceva che il era composto da 9

membri, 7 eletti dalla Commissione di Vigilanza (4 dalla maggioranza, 3 opposizione), 1

nominato dal Ministro dell’Economia (azionista della RAI), 1 sempre da Ministero

Presidente

dell’Economia approvato dai 2/3 della Commissione di Vigilanza per diventare

della Rai (affinché il Presidente godesse di un’approvazione politica ampia, questo

sistema prevede nomine di Presidenti di Garanzia perché per raggiungere i 2/3 serviva il

consenso anche delle opposizioni).

direttore generale della Rai

C’è poi il è colui che prende le decisioni quotidiane, la

Gasparri prevedeva che esso venisse scelto dall’azionista (Ministro dell’Economica)

insieme alla maggioranza del CDA: ciò comportava che il direttore generale restasse

nell’orbita della maggioranza.

La Legge Gasparri prevedeva quindi un sistema nel quale il Governo riacquisiva un ruolo

fondamentale che prima non aveva, ledendo il principio enunciato dalla Corte nel ’74

(CDA deve avere legame con Parlamento e non con Governo), e perpetrando la

lottizzazione del CDA alle fazioni politiche.

2015, Governo Renzi

Nel con la messa in discussione della RAI al servizio dei politici, il

fa riforma del servizio pubblico: la proposta di legge all’inizio è molto ampia (missione,

riforma

logica, principi), poi per ragioni d’urgenza e politiche si riduce in una legge di

della Governance della Rai.

Sul piano generale la novità maggiore della legge è l’attribuzione di poteri più incisivi

all’amministratore delegato: introdotta figura dell’amministratore delegato (prende posto

direttore generale)

del e sullo schema tipico delle SPA aumenta poteri e responsabilità di

quest’ultimo sottraendo al CDA la gestione della RAI. Si vuole fare del CDA un organo di

controllo non continuo ma periodico delle società (fino ad allora si erano sempre ingeriti

nelle nomine, spese). La prima idea forte è di fare della RAI un’azienda normale,

sottraendo al CDA (i.e. politica) le scelte quotidiane di gestione, rafforzando poteri CEO.

Il modello della BBC è la creazione di un trust con funzione di cuscinetto dalla politica, il

quale infatti non ha poteri d’amministrazione della BBC ma ha poteri di controllo del

rispetto del contratto servizio pubblico e dei compiti dell’amministratore. 7 membri

Alla fine però non si è riusciti ad adottare questo modello, si sono però ridotti a

nel CDA: 2 nomina governativa, 2 eletti dalla camera, 2 dal Senato, 1 rappresentante dei

dipendenti RAI. I 2 dal Senato dovrebbero essere i rappresentanti delle Regioni

spezzando le maggioranza (qualora si superasse il bicameralismo perfetto), 1 risponde ai

dipendenti della RAI, ma 2 rimangono a nomina del Governo che aumenta il proprio

potere (perché da 2/9 a 2/7) dei quali uno diventa Presidente sempre con i 2/3 di

approvazione della Commissione di Vigilanza.

Le perplessità di ordine costituzionale che la Gasparri sollevava non vengono del tutto

meno con la legge Renzi. (lezione Tanzarella) martedì 12 aprile 2016

REATI D'OPINIONE

reati d’opinione

I si fa riferimento a una particolare categoria di opinioni, cioè tutti quelli

rivolti a entità astratte (non nei confronti di un soggetto specifico, come la diffamazione

o l’ingiuria):

personalità dello Stato vilipendio al

Alla (i rappresentanti dello Stato), come il

Presidente della Repubblica: non si offende la persona Sergio Mattarella, ma in

quanto ruolo di Presidente della Repubblica, quindi dev’essere collegato alla sua

vilipendio al Governo, rappresentanti delle Camere.

carica; come

simboli della Repubblica, bandiera italiana

Ai come la (reato contemplato nella

Costituzione).

di nuova generazione (Hate Speech)

I reati (dal 1948 in poi) - perché quelli

precedenti sono reati contemplati da fine ‘800 fino ad inasprirsi con il Fascismo (era

inconcepibile il dissenso politico); la Corte Costituzionale infatti comincia a

intervenire dal 1956 smantellando una a una le disposizioni del periodo precedente,

cominciando dal diritto dell’informazione - non espunti dalla Corte Costituzionale

ma poco applicati, la maggior parte delle volte quando l’ordinamento soffre una

crisi (legati al sentimento e alla paura che lasciare spazio a opinioni espresse in

azioni

modo violento possa istigare a compiere violente (germe dell’istigazione a

compiere atti quasi rivoluzionari). C’è l’idea che il pensiero diventi, o sia già, azione,

pericolo in astratto.

è un

Riassumendo:

1. È una manifestazione di pensiero (giusto che sia reato?) con quali diritti si

bilancia (non c’è dall’altra parte il diritto del singolo)?

2. C’è poi un limite logico, scartare tutto quello che è azione, ma difficile

distinguere tra cosa sia solo azione e cosa sia solo pensiero?

3. Genericamente gli ordinamenti penali scacciano il diritto penale simbolico, si

tende a punire un comportamento che causa una lesione a qualcun altro,

invece in questi casi il giudice valuta in astratto: c’è un problema, sono

consentite punizioni di comportamenti pericolosi in astratto?

speech

L’hate è uno dei temi più affrontati negli Stati Uniti e sono tutti quei reati che

puniscono i discorsi d’odio, soprattutto razziale, religiosi (contro i musulmani soprattutto).

Questi nuovi reati sono introdotti in Europa, e in particolare in Italia, più recentemente

(dopo l’entrata in vigore della Costituzione), quando a livello di organizzazioni

internazionali si promette di rimediare a quello che era successo nel passato: l’olocausto.

Gli Stati di common law sono Stati in cui c’è una visione libertaria dei diritti: per primo

vengono le libertà individuali con un intervento negativo dello Stato (lo Stato sta fuori dalle

dinamiche esterne, le persone devono arrangiarsi per ottenere quanto vogliono, lo Stato

non s’impegna minimamente a rimuovere gli ostacoli, si limita a garantire i diritti). La

Repubblica Italiana ha il compito di rimuovere gli ostacoli, ha il compito di dare a tutti lo

stesso punto di partenza, c’è una Costituzione dignitaria. hate speech?

Quanto ha inciso questa diversa concezione dello Stato sui reati di Da un

lato quella anglosassone libertaria, dall’altra quella dignitaria degli Stati post-unitari, da un

lato un minimo intervento dello Stato che dirima i conflitti senza intervento del potere

pubblico, dall’altro la concezione di uno Stato paternalista.

problemi sociali problema giuridico?

Il problema di questi reati sono solo o è anche un

Lo Stato interviene perché ha un potere, non secondo regole senza nessuna influenza

giuridica, consegue problemi di natura sociale.

Quando si è posto il problema giuridico?

- In Europa: Shoah e leggi razziali

- In Usa: Schiavitù e Segregazionismo

soluzione giuridica al problema.

La Convenzione di New York

In Europa c’è l’intervento della comunità internazionale, la per

la lotta alle discriminazioni razziali del 1956 la quale prevede di punire opinioni fondate

sulla discriminazione, ma il diritto internazionale non è direttamente applicabile (tranne il

diritto consuetudinario) negli Stati (fino a ratifica). Questa Convenzione, ratificata in diversi

Stati membri, ordinava agli Stati appunto di punire le opinioni fondate sulle

discriminazioni, ma gli Stati Uniti hanno fatto riserva sull’articolo di punire le opinioni non

applicandolo (al contrario degli Stati Europei).

Il legislatore ha approvato la prima versione (Legge Mancino poi) senza apportare

modifiche, senza adattarlo all’ordinamento interno.

Costituzioni europee pongono dei limiti, Costituzioni di democrazia protetta,

Inoltre le

come quella Tedesca nella quale si dice che alcune manifestazioni del pensiero

(organizzazione politica) di coloro che hanno come idea di concepire il potere in senso

antidemocratico non sono legittime e vanno sciolte (vietate).

market places of ideas

Negli Stati Uniti c’è il per far venire fuori una verità critica, la

libertà d’informazione serve per formarsi un’opinione critica per decidere, serve che tutto

venga espresso (pericolo attuale e concreto allora negli USA viene punito.

654 del 1975 modificata dalla Mancino

L’Italia punisce i discorsi con la e a livello

civilistico punisce le opinioni prevedendo un risarcimento dei danni nel 2003, dove le

opinioni vengono sanzionate civilmente.

Legge mancino art 3.

Il problema costituzionale è l’art 21 Cost che si deve bilanciare con l’art 117 Cost, il quale

dice che la legge dello Stato e Regioni si devono uniformare agli obblighi internazionali;

bilanciato anche con art 2 Cost, il quale garantisce diritti inviolabili, principi dell’uomo che

rispetto della dignità sociale

ledono la dignità umana; anche con art 3 Cost che pone il

e umana.

“L'art. 1 ("Discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi")

dispone quanto segue: "Salvo che il fatto costituisca più grave reato, [...] è punito:

a) con la reclusione fino a un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi

propaganda superiorità sull'odio istiga

idee fondate sulla o razziale o etnico, ovvero a

motivi razziali, etnici, nazionali o

commettere o commette atti di discriminazione per

religiosi; incita a

b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo,

commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi

razziali, etnici, nazionali o religiosi."

(dibattito studenti sul negazionismo) mercoledì 13 aprile 2016

Si deve punire il negazionismo?

1) Cosa implica parlare di negazionismo?

Il dibattito non è tra negazionisti o chi sostiene la verità storica.

revisionismo,

Il negazionismo non è perché il revisionista interpreta diversamente i

fatti, il negazionista li nega in toto anche di fronte a fatti storici comprovati.

2) Quali sono le posizioni di fronte al negazionismo?

Israele e Germania si sono dotate di legislazioni sanzionatorie, ma non esiste

necessaria automatica corrispondenza tra storia del Paese e soluzione adottata a

livello legislativo; sono i fattori culturali ad influenzare le scelte, la scuola, la cultura,

in ogni Paese il tema è dibattuto e controverso.

3) Domande critiche

Un ordinamento democratico può essere intollerante nei confronti degli intolleranti?

Il diritto penale è strumento efficace per contrastare un fenomeno prettamente

culturale?

Tale legislazione sarebbe costituzionalmente legittima?

L’art 21 Cost è l’articolo che viene più in rilievo, non è un diritto assoluto e sacro, la stessa

Costituzione pone dei vincoli.

mero negazionismo

Il consiste nel negare fatti storici evidenti come crimini contro

l’umanità, genocidi, pulizie etniche, rientra nell’art 21? Può rientrare nel diritto della ricerca

storica ex art 33 Cost? Sono pregiudicati altri diritti costituzionali pregiudicati dal

negazionismo? È opportuno criminalizzare tale condotta?

Solo il mero negazionismo rientra nell’art 21 e art 33, perché altrimenti lo Stato andrebbe

a porre una verità di Stato, con la conseguenza che nessuno andrebbe più a cercare la

verità. negazionismo giustificazione

Diverso è il con la di crimini contro l’umanità, perché si va

dignità umana

a toccare la non solo delle vittime ma anche dell’intero genere umano. In

questo caso il legislatore sia legittimato a intervenire penalmente, non solo per condotte

relative alla Shoah ma anche per altri crimini contro l’umanità accertati da tribunali

internazionali.

Posizione opposta

Bisogna definire la parola negazionismo, anche perché esso non riguarda solo la Shoah

ma tutti i genocidi avvenuti nel mondo (altrimenti sarebbe un’evidente discriminazione).

Inoltre la sanzione penale è totalmente inefficace per contrastare il fenomeno, perché

prettamente culturale.

A livello internazionale è stato un fallimento trovare disciplina per il negazionismo: UE,

CEDU, etc..

A livello comparatistico ci sono 7 problemi:

Perché sanzione penale? Non ha senso usare questo tipo di sanzione.

Qual è il bene giuridico tutelato? Sembra che ci sia un solo bene giuridico tutelato,

non è così però. C’è dignità umana, in Germania si utilizza pace sociale, onore dei

vivi e dei defunti

In Italia c’è in discussione alle camere un disegno che nasce come introduzione del reato

di negazionismo, viene poi approvato in entrambi i rami del parlamento non una

fattispecie di reato ma una mera aggravante dell’incitamento all’odio (hate speech).

(lezione assistente) giovedì 14 aprile 2016

DIRITTO D’AUTORE ONLINE

La rete internet ha creato una serie di tensioni, rendendo più frequenti le ipotesi di

diritto d’autore libertà

conflitto tra diversi diritti, soprattutto con riferimento al e alla

d’espressione. libertà intellettuale,

Il diritto d’autore tutela la in particolare una serie di opere che

valore creativo,

esprimono un e che in quanto tali meritano protezione giuridica.

Esso è un diritto che nasce nel Regno Unito nel 1710 con lo Statuto di Anne, all’epoca

riguardava soltanto libri (ai tempi era il primo supporto materiale nel quale incardinare

l’attività creativa).

In primo luogo bisogna tutelare lo sforzo creativo dell’autore riconoscendogli una

profilo

componente patrimoniale che deriva dallo sfruttamento di quest’opera—>

patrimoniale.

In secondo luogo bisogna tutelare il soggetto autore dell’opera di vedersi riconosciuta la

profilo morale.

paternità dell’opera—>

Il diritto d’autore si attua su un numero variegato di opere: non più solo opere cartacee

ma a tutte quelle opere che identificano supporti in grado di incorporare uno sforzo

creativo (non necessariamente supporti materiali), quali opere cinematografiche, musicali,

programmi per elaboratore (software), contenuti audiovisivi.

Il soggetto autore dell’opera può rivendicare la paternità dell’opera e il diritto allo

sfruttamento economico di essa.

diritto morale

Il è inalienabile: non è possibile in nessun modo rimuovere la paternità

dell’opera.

diritto patrimoniale

Il è invece negoziabile, tramite licenze, fattore piuttosto comune nel

quale il titolare cede il diritto patrimoniale in cambio di remunerazione (royalties). La

componente patrimoniale del diritto d’autore vale fino alla morte e per i 70 anni dopo la

sua morte. internazionali,

Il diritto d’autore è consolidata in una serie di documenti prima di tutto

come Convenzione di Ginevra o Trattato sulla proprietà intellettuale internazionale.

A livello dell’UE ci sono diversi atti che garantiscono tutela efficace del diritto d’autore.

In Italia c’è una legge 633/1941, più volte adeguata nel corso del tempo con l’evoluzione

della tecnologia, la quale si occupa di disciplinare gli aspetti negoziali e contrattuali,

fair use,

individua le opere protette, le eccezioni al diritto d’autore (il quando la libera

utilizzabilità dell’opera è giustificata dall’interesse alla conoscenza).

L’enforcement (giustiziabilità del diritto d’autore) è il versante sul quale si è insistito molto

(Garante della Privacy), anche nel diritto europeo, con una direttiva 48/2004 che disciplina

una serie di procedure e misure che consentono di tutelare efficacemente in tutti gli Stati il

diritto d’autore.

Prima vi era stata direttiva 29/2001 che era stato il primo atto normativo europeo a

occuparsi del diritto d’autore, per estendere la protezione in tutti gli Stati membri al

software.

Qual è il peso che questo diritto riveste nell’ordinamento giuridico? È un diritto di

rilevanza costituzionale?

La protezione è tanto più alta quanto più è considerata in Costituzione; il diritto d’autore

non ha un’esplicita definizione in Costituzione, si scorgono una serie di riferimenti sparsi

dai quali si evince una protezione costituzionale del diritto d’autore.

L’art 4 Cost parla del diritto al lavoro, lo sforzo creativo di un autore è un’attività

tendenzialmente professionale, minimo fondamento.

L’art 9 Cost parla della promozione della cultura e della ricerca, ogni sforzo creativo

condotto in questi ambiti è tutelabile dal diritto d’autore. engine of freedom speech

L’art 21 Cost parla di libertà di manifestazione del pensiero, (il

diritto d'autore è motore della libertà di espressione, come dice Corte Suprema

Statunitense), infatti la creazione intellettuale è prodotto della libertà di espressione.

L’art 33 Cost proclama libertà di ricerca dell’arte e della scienza.

L’art 41 e 42 tutelano la libertà d’iniziativa economica e la proprietà privata, infatti il diritto

d’autore è quello di pretendere in via esclusiva lo sfruttamento economico, insiste un

diritto di proprietà da parte dell’autore.

La presenza di questi riferimenti all’interno della Costituzione permette di indirizzare

l’attività del legislatore, il quale non potrà porre in essere atti che privino di significato il

diritto d’autore.

Spesso il diritto d’autore viene relegato come una libertà economica, un diritto perlopiù

patrimoniale, ma l’idea che il diritto d’autore sia una libertà economica serve ad alcuni per

diritto recessivo

valutarlo come rispetto ad altri diritti con cui bilanciarlo: e.g. diritto alla

privacy e diritto d’autore, nel cui caso di scontro il secondo soccomberebbe perché

prettamente patrimoniale; ma non è vero che è solo patrimoniale, trova un fondamento

profondo nella Costituzione.

multilivello:

Il nostro ordinamento è esistono altri documenti (CEDU e Carta dei Diritto

dell’Unione Europea) che definiscono un catalogo di diritti fondamentali, i quali entrano

parametri interposti

come di legittimità costituzionale tramite l’art 117 Cost, di fatto

norme costituzionali.

diventano

Il diritto dell’Unione Europea ci impone di considerare lo status di diritto d’autore.

strumenti di tutela del diritto d’autore.

Gli

Nella legge sul diritto d’autore c’è un meccanismo (d’enforcement) che prevede la

possibilità per il giudice ordinario di adottare un’inibitoria per impedire la circolazione dei

contenuti coperti da diritto d’autore senza autorizzazione dello stesso. È un rimedio di

private enforcement: è l’interessato che chiede tutela al giudice ed è il meccanismo

ordinario.

Soprattutto grazie alla diffusione di internet e all’uso massiccio di contenuti si è

tutela amministrativa

presentato un secondo tipo di presso all’AGCOM (o entità

amministrative ad hoc in altri ordinamenti).

Internet

Internet pone nuove possibilità di sfruttamento dei diritti d’autore, è un campo che può

conoscere una remunerazione molto più ampia perché un canale formidabile per veicolare

i contenuti.

problema

Il è che così come questo mezzo rappresenta uno straordinario veicolo di

contenuti, esso diviene anche uno strumento che consente attività illecite cioè la

violazione del diritto d’autore: il caricamento di opere protette espone questo diritto a

rischi maggiori (peer to peer, torrent, emule).

Infatti non tutte le opere caricate sono da considerarsi coperte dal diritto d’autore, una

persona potrebbe renderlo accessibile gratuitamente. libertà d’espressione,

Il diritto d’autore non entra in tensione solo con la come sopra

diritto alla privacy:

mostrato, ma anche con il una serie di decisioni di corti di giustizia

che internazionali,

un caso della Corte di Giustizia UE 2008 Losumice Telefonica, bisogna stabilire se i

fornitori d’accesso internet sono tenuti in base alla direttiva della protezione dei dati

personali a comunicare i dati delle persone anche nell’ambito di procedimenti civili

sorprese a scaricare contenuti illegalmente; la Corte risponde che il diritto dell’UE

non lo prevede ma gli Stati possono adottare un obbligo in questo senso

bilanciandolo però attentamente con il diritto d’autore.

entra in tensione si ha anche con il ruolo dei fornitori di servizi (ISP) caso Sabam e

Netlog, 2010 Corte UE, si pronunciano su un’identica vicenda nel quale questi ISP

dovevano adottare, per la legislazione belga, un sistema di filtraggio a loro spese

per identificare le violazioni del diritto d’autore. La Corte dice che non è compatibile

direttiva e commerce

col diritto dell’UE, soprattutto con la che li esonera da

attività di sorveglianza, non possono essere tenuti a sorvegliare tutte le

comunicazioni, un sistema generalizzato come quello bega sarebbe contrario alla

direttiva e commerce.

Dice poi altre due cose importanti: un sistema di filtraggio di questo genera rischia

privacy degli utenti libertà di espressione,

di violare seriamente la e la perché il

fornitore di servizi non sarebbe posto nella condizioni di discriminare tra contenuti

leciti e illeciti (si basava sulla banda utilizzata, non sul tipo di contenuto).

In italia private enforcement

c’è una legge risalente che prevede un meccanismo di ma

l’avanzare della tecnologia l’ha resa inutile: il pregiudizio che un titolare soffre per la

pubblicazione del contenuto su internet è definitivo, perché rimarrà sempre su internet,

per vedere quel contenuto eliminato dalla rete bisognerebbe attendere mesi.

Di fronte all’evoluzione della tecnologia serve un rimedio più efficiente, il legislatore tace e

pertanto interviene l’AGCOM, la quale decide già nel 2010 (Presidente Calabrò) di avviare

una consultazione su uno schema di regolamento, il quale poi si arena per molte critiche

avanzate, ma l’idea di un regolamento di un’autorità indipendente riemerge e trova

compimento con il nuovo mandato di presidenza Cardani. Nel 2013 con delibera

regolamento per la protezione del diritto d’autore online.

680/2013, il Essa incardina la


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti del corso tenuto da Vigevani in Bicocca di "Diritto dell'informazione e comunicazione", anno accademico 2015-2016.
Sono appunti molto completi, non ho saltato nessuna lezione.
Ho preso 30 all'esame.
Vengono trattati temi, tra gli altri, quali il diritto d'autore, il diritto alla privacy, diffamazione, responsabilità del direttore di un giornale (cartaceo e online), disciplina radiotelevisiva, diritto di cronaca-critica-satira, disciplina costituzionale ex art 21 Costituzione, etc...


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher buondevid di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Diritto dell'informazione e della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Vigevani Giulio Enea.

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