P N T
ARADOSSO DELLA AVE DI ESEO
È un antico paradosso che porta a riflettere sul rapporto tra l’opera restaurata e l’originale, sul tema della
sostituzione e sul mantenimento dell’autenticità. La nave (raffigurata nel cratere Francois, produzione attica del VI
a.C, rinvenuto a Chiusi in una tomba etrusca) sbarcò a Creta carica di fanciulli e fanciulle da dare in pasto al
Minotauro, ma grazie all’eroismo di Teseo, il quale affrontò e uccise la bestia, diventò simbolo di salvezza e della
grandezza Ateniese. Plutarco nella Vita di Teseo (biografia tratta dall’opera Vite Parallele) racconta come gli Ateniesi
conservassero la nave sia per memoria “storica” sia per ritualità (la nave infatti si recava regolarmente a Delo, l’isola
sacra) e, data la sua importanza, si occupassero costantemente della sua manutenzione, sostituendo nel corso del
tempo i pezzi deteriorati. Dopo secoli i filosofi si chiesero se effettivamente, visti i numerosi interventi, quella che
avessero davanti fosse la vera nave di Teseo oppure una nuova (a furia di sostituire, infatti, nulla era rimasto
dell’originale): ipotizzarono che, recuperando e assemblando tutti i pezzi originali che man mano erano stati rimossi,
si potesse riottenere l’antica nave di Teseo e, facendo lo stesso anche con i pezzi sostituiti, si potesse ottenerne
anche una nuova. Sarebbero coesistite dunque due navi esteticamente diverse, ma identiche nel significato.
D R , R , C
EFINIZIONE DI ESTAURO ESTAURARE ONSERVAZIONE
Qual è la concezione del termine restauro? Il significato usato in maniera diffusa differisce da quello tecnico
specifico. Guardando all’interno dei dizionari si legge:
• Garzanti del 1965
Restauro: l’atto o effetto di restaurare edifici.
Restaurare: rifare parti mancanti; rimettere qualcosa allo stato primigenio. [La nave di Teseo rientra in questo caso:
appare chiaro dunque come la concezione della vulgata rimane pressoché invariata nei secoli.]
• Devoto – Oli 2009
Restauro: operazione tecnica volta a reintegrare [cioè riportare ad una forma integra] i particolari compromessi o
deteriorati, assicurare la conservazione. [C’è stato un passaggio (cioè l’articolo 29 del Codice dei Beni Culturali del
2004) che ci permette di definire il restauro come uno degli strumenti attraverso il quale assicurare la conservazione,
che si configura quindi come un’operazione tecnica.]
Restaurare: 1. rimettere nelle condizioni originali [ripristinare] con lavori di riparazione e reintegro, risanare [termine
che è solitamente legato agli esseri viventi: spesso ci riferisce al restauro con termini di accezione organica]; 2. (fig.)
riportare alla primitiva consistenza; 3. restituire vigore ad un organismo [vedi prima].
Il termine restauro proviene dal verbo latino restauro, as, avi, atum, are il quale, secondo il dizionario Olivetti,
significherebbe restaurare, ricostruire, rifare [indica un azione su un oggetto]; ricominciare, riprendere nuovamente
[è sinonimico di reficiere¸ ha un significato differente rispetto a quello acquisito dall’italiano nel corso dei secoli.]
Conservazione
Devoto – Oli 2009: da conservo “custodire”, custodire, mantenere, salvare, assicurare la trasmissione integrale.
[La nave di Teseo era continuamente restaurata per poter essere tramandata.]
Il termine restauro nel corso dei secoli ha subito numerosi ripensamenti:
• 1849 il teorico John Ruskin, riferendosi all’architettura (la sensibilità al restauro nasce prima in questo campo), lo
definisce come “la peggiore distruzione”, il tentativo impossibile di “resuscitare i morti” [concezione organica].
• 1866 il restauratore E.E. Viollet Le Duc specifica come “la parola [restauro] e la cosa sono moderne” (cioè il
particolare significato che noi diamo a questo termine non esisteva in passato) e come non si intenda con il restauro
né la conservazione né la riparazione né il rifacimento: si intende piuttosto “ripristinarlo in uno stato di completezza
che non può essere mai esistito in un dato tempo”.
• 1883 Camillo Boito, sempre in riferimento all’architettura, dice che il restauro “si opera quando ne sia dimostrata
incontrastabilmente la necessità di porvi mano” e che gli oggetti vengono “consolidati piuttosto che riparati, riparati
piuttosto che restaurati”, “evitando aggiunte o innovazioni”.
• 1963 Cesare Brandi definisce il restauro come il momento metodologico del riconoscimento dell’opera d’arte”,
secondo una “polarità estetico-storica”, in virtù della sua trasmissione al futuro. Brandi ribalta la prospettiva: il
restauro si occupa di filosofia.
• 1983 Salvatore Boscarino, architetto e restauratore dà una definizione in termini tecnico-scientifici, dicendo che il
restauro si occupa, nell’ambito di una metodologia, della continuità temporale [conservazione] ed efficacia
[concezione organica]. L’azione di conservazione si realizza attraverso il restauro, che è il mezzo tecnico, e la tutela,
che è il mezzo giuridico.
Attualmente, i concetti di Restauro e Conservazione sono definiti dalla Legge di Tutela, ossia l’articolo 29 del Codice
dei Beni Culturali (d.l. 22 Gennaio 2004).
1. La conservazione del patrimonio culturale [termine ampio che va oltre la sola architettura delle definizioni
precedenti] è assicurata mediante una coerente, coordinata e programmata attività di studio, prevenzione,
manutenzione e restauro [i termini sono disposti in ascesa dallo studio fino all’intervento diretto].
2. Per prevenzione si intende il complesso delle attività idonee a limitare le situazioni di rischio connesse al bene
culturale nel suo contesto.
3. Per manutenzione [che è distinto da prevenzione] si intende il complesso delle attività e degli interventi destinati
al controllo delle condizioni del bene culturale e al mantenimento dell'integrità, dell'efficienza funzionale e
dell'identità del bene e delle sue parti.
4. Per restauro si intende l'intervento diretto sul bene attraverso un complesso di operazioni finalizzate all'integrità
materiale ed al recupero del bene medesimo, alla protezione ed alla trasmissione dei suoi valori culturali.
Sicuramente il Devoto-Oli recepisce questa ultima evoluzione.
C ’
ONSERVAZIONE E RESTAURO NELL ANTICHITÀ
• Importanza della copia nella trasmissione del valore culturale
Vaso Portland (detto anche Vaso Barberini): è una riproduzione degli anni Ottanta del XVIII secolo del ceramista
Joseph Witchood realizzata in porcellana, secondo una tecnica messa a punto in quegli anni. L’originale è stato
rinvenuto nelle attività di attività di scavo antiquario del Seicento, dove fu ritenuto l’urna cineraria di Alessandro
Severo, ed è entrato a far parte della collezione dei Barberini. Fu venduto dall’ultima discendente diretta della
famiglia nel Settecento e, dopo una serie di passaggi, finì nelle mani del duca di Portland, che incarica Witchood di
farne una copia. Portland affidò l’originale al British Museum, dove venne distrutto da uno squilibrato, per cui il vaso
subì un nuovo restauro nell’Ottocento così come negli anni successivi, per la scarsa aderenza dei collanti utilizzati.
Il vaso non nasce con questa forma che appare “grammaticalmente” scorretta (una sorta di anfora tronca): è
sicuramente già stato restaurato anticamente segando la parte inferiore e introducendo un elemento circolare non
conforme di materiale simile, nel I-II secolo d.C. (l’originale infatti è realizzato in una tecnica tipica dell’epoca: il vetro
cammeo). Il piattello ha caratteristiche cromatiche diverse dal corpo del vaso (a differenza della copia di Witchood,
monocolore). Capiamo così come gli antichi procedessero per sostituzione, su giudizio del proprietario che attribuiva
un valore all’opera tale da giustificare l’intervento; il valore in questo caso è prettamente di carattere estetico, non
essendo stata rimaneggiata la decorazione. Nell’antichità conservare significa preservare i valori estetici piuttosto
che della forma e della materia, da questo si intuisce come si attribuisse un valore intrinseco di qualità anche alla
copia, poiché era più importante conservare l’immagine che la materia, in quanto strumento più efficace di
trasmissione del valore culturale.
Il Gruppo di Polifemo fu rinvenuto in una grotta sul mare allestita per l’imperatore Tiberio come cenatio – spazio per
i banchetti – la cui decorazione scultorea fu realizzata da maestranze greche. Inizialmente fu interpretato come una
copia del Laocoonte, tuttavia, una volta recuperati i vari pezzi, si capì che il soggetto raffigurato fosse invece
Polifemo accecato da Ulisse e i suoi compagni: un topos presente in varie ville romane. L’idea era che la copia
trasmettesse il valore dell’originale.
Un altro esempio è quello delle Cariatidi: poiché quelle sull’Eretteo sono estremamente frammentarie (l’integrità
dell’immagine non c’è stata restituita), a far comprendere il valore e il significato di quelle originarie intervengono
diverse serie di copie, che si configurano così come strumento di conservazione. Queste, realizzate solitamente da
maestranze attiche, si possono trovare nel Foro di Augusto dedicato a Marte Vendicatore (a cui l’imperatore fa voto
per uccidere i Cesaricidi), in particolare nell’attico dei porticati. Augusto, infatti, portò avanti un programma di
rinnovazione di Roma affinché diventasse la nuova Atene. Nel canale di Villa Adriana si trovano copie ancora più
complete di queste, sempre di committenza imperiale.
• Conservazione della pittura nell’antichità
Come si può osservare in alcuni disegni all’interno dei sarcofaghi, per quanto non ci sia pervenuto nulla, la pittura
era diffusissima anche nell’antichità (si parla di pinakes). Anche in questo caso la trasmissione del valore culturale
avviene attraverso copie e riproduzioni: un caso celebre è quello della Battaglia di Isso di Apelle, il più grande pittore
antico, di cui possiamo apprezzare il soggetto attraverso una copia in mosaico.
Plinio nella Naturalis Historiae parla di come Apelle fosse molto geloso della ricetta di sua invenzione di una vernice
protettiva che stendeva sui dipinti per garantirne la conservazione (probabilmente era una soluzione di resina e
acqua ragia). Questo dimostra come già nel passato si avesse consapevolezza dell’ineluttabile deterioramento delle
opere e che, pertanto, era necessario garantirne per quanto possibile la conservazione. Dopo avveniva la politiones,
ovvero la lucidatura.
L’opera di Plinio, oltre ad essere un’importante testimonianza della storia dell’arte antica (es. spiega come si
realizzava un affresco, strato dopo strato).
• Conservazione delle statue e degli affreschi
Atena Parthenos, riproduzione in scala 1:1 a Nashville, copia dell’originale di Fidia inserito all’interno del Partenone,
ormai andata perduta. La caratteristica principale di questa scultura è che si trattava di una statua crisoelefantina
(scultura lignea con dettagli in oro e avorio). A Delfi sono stati ritrovati nel santuario alcuni elementi appartenenti ad
una scultura di Apollo, che confermano l’esistenza di questi manufatti. Oggetti di questo tipo, data l’importanza
rituale e i materiali delicati, richiedevano una manutenzione maggiore.
Ad esempio, attraverso alcuni rendiconti si sa che elementi di culto fondamentali, come gli Xoanon del VII a.C.,
venivano realizzati in tre fasi: scultura, pittura, kòsmesis. La kòsmesis era una particolare tecnica di lavaggio a base
sale (natron), cera e unguento di rosa, che veniva ripetuta affinché si conservasse l’integrità della statua. Per alcune
statue si faceva anche la konia, ossia una pulitura a con sabbia: si trattava di una pulitura energica, che talvolta
assumeva anche significati cultuali, come ad Olimpia dove era svolto con la cenere del Pritaneo.
Sulla conservazione esiste anche un passo di Vitruvio del De Architetura (la cui interpretazione ha generato
confusione) dove parla del minio. Questo prezioso pigmento rosso, largamente impiegato dalle importanti
committenze, all’esterno si altera per l’umidità: per limitare questo processo, l’autore consiglia di stenderci sopra
della cera e poco olio. Si tratta dell’ultimo processo successivo alla lucidatura, che lo rende simile al marmo. L’autore
si preoccupa di dire al lettore come si possa garantire la conservazione attraverso un protettivo.
La conservazione delle opere può essere garantito anche dallo spostamento, come nel caso degli affreschi staccati,
talvolta già realizzati in maniera separata in giornate e da maestranze differenti (diverse da quelle che realizzavano la
quadratura). Ad Ercolano ad esempio esiste un deposito dove erano conservati questi affreschi staccati.
• Riuso delle opere
Nell’antichità le opere venivano riutilizzate e adattate alla contemporaneità, attraverso una manipolazione della
materia. Guardando l’Efebo di Selinunte si nota come l’inserimento di alcuni elementi del corpo e la testa siano
successivi all’effettiva realizzazione, provocando un cambiamento sostanziale delle proporzioni rispetto a quelle
originali. Probabilmente l’integrazione estremamente differente è dovuta ad un lavoro alla cieca, che ha seguito il
gusto e la tecnica dell’epoca dell’intervento.
• Riuso del materiale antico
Il riuso del materiale antico ne permetteva la conservazione ed era una pratica molto diffusa nella prima età
augustea. Un esempio è quello di Gaio Sosio, che ricostruisce a proprie spese il culto di Apollo in arco (il culto di
Apollo era importante in fase proto-augustea). Il frontone non è realizzato ex novo, ma è di reimpiego: la
decorazione è tardo arcaica e si ritiene provenga da un tempio ad Eubea in Grecia, fu fatta trasportare da Sosio per
farla conservare a Roma, inserendola in un nuovo contesto monumentale.
Statua equestre in bronzo, nata per celebrare Domiziano, si salvò alla damnatio memoriae, il decreto del Senato per
il quale ogni effige dell’imperatore doveva essere distrutta. La statua si salvò grazie ad una modifica sostanziale: il
volto di Domiziano viene sostituito con quello di Nerva.
Anche in età tardoantica prosegue questa prassi, un esempio è l’Arco di Costantino: l’arco originale di età adrianea
viene riadattato attraverso degli spolia. Si possono notare, infatti, elementi appartenenti ad età differenti (adrianea,
traianea…), così come dei ripensamenti architettonici, ad esempio le colonne libere (inizialmente semicolonne),
risalti modificati in età costantiniana, alcune decorazioni (ovuli, lesbi…) che testimoniano diverse lavorazioni e
semplificazioni delle forme. L’arco è stato completamente rifatto, rivisto a partire dalla struttura antica.
Anche il Tempio di Saturno, come testimonia l’iscrizione “restituit”, fu un rifacimento dell’antico: lo dimostrano i
capitelli ionici con quattro facce incongruenti con la fase classica, trabeazioni ribaltate e rielaborate, fusti non
monolitici ma assemblati fra loro. Trovava una poi una propria unitarietà nel rivestimento in calce della superficie
lapidea.
L : , .
A TARDA ANTICHITÀ E ALTO MEDIOEVO DISTRUZIONE RIUSO E REIMPIEGO
• Rifunzionalizzazione dei luoghi di culto
In questa fase i culti pagani vengono soppiantati dal cristianesimo determinando l’inutilità dei grandi edifici ad essi
dedicati: si pone dunque il problema stringente di cosa fare di questo grande panorama di rovine (poiché hanno
perso la loro funzione). Il potere centrale cerca di porre rimedio. Gli imperatori del IV-VI secolo d.C. si pongono il
problema della conservazione, stabilendo che a meno che non serva per il decoro della città un edificio può essere
distrutto. Questo porta alla perdita di tanti edifici, che si somma alle distruzioni dovute alle guerre e alle invasioni.
Mentre ad Oriente molti edifici vengono distrutti fin dalle fondazioni, a causa dell’affermazione violenta del
Cristianesimo; ad Occidente l’affermazione è più morbida, i luoghi di culto vengono semplicemente convertiti (ad
esempio chiudendo la peristasi o sacrificando il pronao), permettendone la conservazione.
Esempi di rifunzionalizzazione sono:
- la Chiesa di San Nicola in Carcere, costruita in età alto medievale reimpiegando tre strutture precedenti affiancate
(tre templi si affacciavano su uno spazio di mercato di età repubblicana): si possono infatti notare ordini di colonne
differenti (toscanico e ionico), evidentemente di lato interno. La Chiesa si imposta su quello centrale, sfruttandone la
cella, tamponando i prospetti laterali.
- la Cattedrale di Siracusa, frutto della conversione in luogo di culto cristiano del tempio dorico dell’Athenaion. La
cella è utilizzata come navata centrale, forando i muri pieni e tamponando le peristasi, i muri dell’opistodomo sono
incorporati.
-In Turchia invece il Tempio pseudodiptero di Afrodite ad Aphrodisias vede, nel VI secolo, la demolizione della cella,
la conservazione delle colonne della peristasi in un circuito più ampio, con reimpiego di quelle del fronte e del retro
nel quadriportico di accesso. Le murature esterne derivano sempre da materiale di reimpiego. La struttura così viene
conservata, ma riadattata secondo la nuova funzione.
• Rifunzionalizzazione di edifici di spettacolo
A subire una rifunzionalizzazione non sono solo i luoghi di culto, ma anche edifici di carattere civile, come:
- l’Anfiteatro di Marcello, struttura di età augustea convertito in struttura fortificata residenziale in età tardo antica e
riprogettata nel Cinquecento.
- lo Stadio di Domiziano viene riconvertito in abitazioni e piazza Navona.
- lo Odeion di Domizian
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Appunti di Storia del restauro
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Appunti completi di Teoria e storia del restauro
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Appunti di Restauro
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