Capitolo 11. Antropologia significa...
Letteralmente, essa significa “studio del genere umano”, dal punto di vista culturale, ovvero, delle idee e dei comportamenti espressi dagli esseri umani in tempi e luoghi distanti fra loro. Per conoscere le ragioni e i modi in cui una disciplina/scienza lavora, bisogna porsi due quesiti: quali furono le condizioni della comparsa di quella disciplina/scienza? Oppure che cosa fanno coloro che dicono di praticarle?
Le condizioni della comparsa dell'antropologia
Le origini dell'antropologia le si possono riscontrare, per la prima volta nel VI secolo a.C. quando, Erodoto, iniziò a parlare delle diversità tra i popoli che incontrava lungo il suo cammino. Le vere radici antropologiche, però, risalgono al 400 (umanesimo europeo, scoperta del Nuovo Mondo).
L'umanesimo europeo ebbe un ruolo importante nel creare le condizioni di sviluppo di una riflessione sul genere umano; l'uomo era soggetto di attente riflessioni filosofiche, al centro e fattore del proprio destino. Nel 1492, con la scoperta e la conquista dell'America, l'incanto dell'umanesimo si ruppe, poiché vennero scoperti una varietà di etnie e costumi differenti così diversi da creare problemi di ordine religioso, scientifico e morale. Gli europei, dunque, iniziarono a interrogarsi su queste popolazioni barbare che, talvolta venivano considerate “affascinanti” e, talvolta, “mostruose”.
Con l'espansione coloniale e i traffici commerciali, i rapporti con gli altri popoli si intensificò e questo portò ad avere una serie di descrizioni di usi, costumi e istituzioni sociali sempre maggiori. Iniziò ad essere considerato un sapere antropologico solo alla fine del '700, quando scienziati naturali e filosofi iniziarono a elaborare una teoria “unitaria” sul genere umano. Il vero e proprio progetto scientifico, poi, partì dalla fine del 18esimo secolo, quando, grazie agli illuministi, la riflessione sul genere umano acquistò i caratteri di una riflessione su un soggetto universale.
Nel corso dell'800, l'interesse per i popoli definiti “esotici”, andò crescendo; i nativi americani vennero confinati nelle riserve e fu proprio lì che, gli antropologi, ebbero modo di poter lavorare. La cosa che distingueva gli antropologi dai colonizzatori, fu il fatto che, i primi, cercavano prima di tutto di instaurare un rapporto di comprensione con i popoli da lui studiati.
Box 1: Etimologia e distinzioni
Antropologia deriva dal termine greco: ánthropos e lógos. Il primo termine significa “uomo”, inteso come “genere umano”; il secondo, invece, viene inteso come “discorso”, “studio”, “ragionamento” ed è per questo che è giusto parlare di antropologia come studio del genere umano. Due branche che fanno parte dell'antropologia culturale sono: antropologia sociale ed etnologia. Antropologia sociale venne coniato in Gran Bretagna nel 1920 mentre, etnologia, indicava lo studio delle civiltà extraeuropee in Francia, Germania e Italia. Di fatto, appartengono tutte alla stessa area linguistica.
Box 2: La société des observateurs de l'homme
Fondata a Parigi nel 1799, da un gruppo di studenti e artisti che posero le basi per lo studio dell'antropologia. Gli “osservatori dell'uomo” erano gli eredi dell'universalismo e del razionalismo proprio degli illuministi. L'associazione venne fatta chiudere da Napoleone nel 1805. Essi, però, furono i primi a comprendere che per uno studio di carattere scientifico sulle popolazioni, avrebbero dovuto viaggiare, entrare a contatto con i popoli in modo diretto.
Cosa fanno gli antropologi
Cosa fanno coloro che praticano antropologia? Fino a pochi decenni fa, essi si sono occupati dei popoli da loro definiti come “primitivi” e “selvaggi”, perché facevano parte della fase arcaica della storia del genere umano. Queste popolazioni erano spesso fornite da una tecnologia molto semplice, ignare della scrittura e con “costumi” estremamente lontani da quelli delle popolazioni europee.
Oggi gli antropologi non studiano più solo i popoli provenienti da paesi lontani, bensì, si occupano anche delle diversità del mondo occidentale, a cui loro appartengono. Gli antropologi si soffermano su ogni aspetto di una popolazione, come: le ondate migratorie, gli ospedali, la tossicodipendenza, il commercio di organi, il nazionalismo, ecc.
Nella seconda metà dell'800, quei popoli venivano studiati a distanza; la svolta avvenne nel 20esimo secolo, quando gli antropologi iniziarono a viaggiare ed entrare a contatto con le popolazioni che volevano studiare. Fino a quel momento, si avvalevano delle testimonianze di militari, viaggiatori ed esploratori; ora andranno a toccare con mano quello che loro volevano studiare. In questo momento si dà il via alla fase dell'antropologia e della metodologia di ricerca. Inaugurarono così la ricerca sul campo.
Le osservazioni di un antropologo, però, non vengono direttamente da loro; essi sono soliti confrontarsi con i loro colleghi per una visione più ampia e uno studio più accurato. Fare antropologia, dunque, non è solo studiare una popolazione ma è, innanzitutto, voler affrontare l'incontro con esseri umani, coniugando la personale esperienza di osservazione, riflessione e ricerca.
I “primitivi” e il mondo moderno
Negli ultimi trent'anni, non si è più usato parlare di antropologia come “scienza delle società primitive”, poiché esse non esistono più, oppure molti dei loro membri hanno cambiato stile di vita. Come nel caso degli aborigeni australiani, costretti ad abbandonare gli ambienti delle loro culture per via dei colonizzatori. Se vi sono ancora popoli che mantengono una certa continuità nelle loro forme di vita è solo grazie a delle associazioni che si adoperano per il riconoscimento dei loro diritti.
Spesso, grazie a degli strumenti fornitigli da queste associazioni, riescono a salvaguardarsi; come nel caso dei pigmei della foresta congolese. Essi sono provvisti di un GPS che permette loro di mostrare alle associazioni taglia legna, quali sono i luoghi sacri che dovranno evitare di disboscare. I primi a ingegnarsi a trovare una soluzione, sono i paesi “più deboli”.
Negli anni '70, per esempio, i beduini d'Arabia si dotarono di radio portatili per avere informazioni sulle precipitazioni nelle diverse aree del loro territorio. Oggi, alcuni nativi collaborano attivamente con gli antropologi per mantenere viva la loro memoria culturale. I loro contributi vengono espressi soprattutto di fronte a gruppi di persone, con testimonianze relative la loro cultura, tradizioni e riti. Nonostante i numerosi cambiamenti, la ricerca antropologica mette al centro del suo progetto il dialogo.
Un nuovo contesto per il mestiere di antropologo
Le nuove forme di schiavitù si accompagnano con forme di violenza contro i civili nei paesi di guerra, il commercio degli organi, l'impiego di bambini in eserciti mercenari e milizie; le religioni si trasformano in armi di confronto e di scontro ideologico e politico. Oggi gli antropologi si trovano, di conseguenza, a fare ricerche in paesi caratterizzati da povertà, malattie e guerre.
Box 3: Lewis Henry Morgan
Fu tra i primi studiosi ad avere una conoscenza diretta con le società indiane d'America. Egli non è un antropologo accademico, bensì, i suoi studi rappresentarono un momento decisivo per lo sviluppo della disciplina. Il suo capolavoro è intitolato Sistemi di consanguineità e di affinità della famiglia umana, che gettò le basi dello studio di sistemi di parentela.
Quante sono le antropologie?
Non esistono, al mondo, antropologi prettamente occidentali o provenienti da civiltà più sviluppate. Spesso è presso i popoli più semplici ma preposte allo studio dell'essere umano che possiamo trovare affascinanti visioni della natura dell'uomo e del cosmo.
Con i loro miti inerenti alla creazione, al concepimento e alla “sostanza” costitutiva del corpo e della psiche umana che i primitivi sono ritenuti dei filosofi. Tale idea ci ricorda che gli occidentali non posseggono il monopolio della riflessione sul genere umano. Da questo punto di vista, ne esce che esistono “tante antropologie” infatti, oltre alla nostra, ben solida è quella giapponese, sviluppatasi autonomamente.
L'antropologia a cui faremo riferimento, è legata a un contesto storico che ne ha reso possibile lo sviluppo; un sapere che è andato trasformandosi nel tempo, in relazione ai mutamenti della società euro-americana. L'antropologia, inoltre, è un sapere che riflette criticamente su se stesso; ma non c'è dubbio che, a differenza di queste forme di riflessione, quella antropologica moderna è in grado di non rimanere prigioniera nei propri orizzonti locali. La visione antropologica è, infatti, comparativa e globale; comprende il senso dell'esperienza e della vita di un singolo popolo nel confronto con l'esperienza di altri. È una forma di riflessione basata sul viaggio, lo spostamento, l'incontro, sviluppate in maniera sistematica da una società, in un momento preciso del tempo.
Se “pensare antropologicamente” equivale a elaborare tanto una visione della natura umana, quanto un'idea delle differenze tra gli esseri umani e tra questi e il mondo della natura, possiamo dire che l'antropologia è un fatto universale che accomuna tutti i popoli.
Capitolo 2
È possibile definire la cultura?
Nel 1568, nell'arcipelago indonesiano delle isole Salomone, alcune navi spagnole approdarono su tali isole. Essi, entrati in contatto con le popolazioni “selvagge”, chiamati Aré Aré, e notarono subito che al collo portavano...