Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

che gli indiani non avesse l’interesse o non comprendessero le finalità del commercio e quello che i

bianchi facevano con la gomma nel mondo esterno. Il debito che assicurava il peonaggio e la reale e

il suo realismo magico era essenziale all’organizzazione della forza lavoro.

La giungla e la barbarie

Anche se non ci sono dubbi sull’immensità della violenza gran parte delle prove ci giunge

attraverso racconti. I racconti sono in sé stessi testimonianza del processo attraverso cui una cultura

del terrore è stata creata e sostenuta.

E più probabile che un uomo civilizzato diventi un selvaggio o si mescoli con indiani che gli indiani

diventino civilizzati attraverso le azioni dei civilizzati. L’immagine costruita dal colonialismo

dell’indiano selvaggio di cui si parla era un’immagine fortemente ambigua, altalenante, vagamente

composta di animale e umano. Gli indiani selvaggi potevano restituire a gli occhi dei colonizzatori

le loro ampie e barocche proiezioni di umanità selvaggia: proiezione di cui avevano bisogno per

stabilire la propria realtà di persone civilizzati.

Quando erano selvaggi gli huitos?

Gli huitos sono molto ospitali e mentre la Chiesa migliora la loro morale i preti sono accuratamente

esclusi nelle proprietà della compagnia.Casement ci racconta che di huitos e gli indiani dell’alta la

sogna erano gentili e pacifici. Egli non dà credito al loro cannibalismo, dice che sono tutto meno

che violenti e si riferisce alla loro docilità come ad una caratteristica naturale e straordinaria. Questo

spiegherebbe la facilità con cui furono conquistati e costretti a raccogliere la gomma. La storia che

Casement voleva raccontare era quella degli indiani in germi, innocenti e gentili brutalizzat dalla

compagnia della gomma e questa immagine non di un controllo totale dava al suo rapporto una

grande forza retorica. In lui c’era la tendenza ad equiparare le sofferenze degli irlandesi con quelle

degli indiani e a vedere in entrambe le loro storia una cultura più umana di quella dei loro

dominatori civilizzati.

Nella descrizione dei zaparos Simson. Afferma che quando non sono provocati come dei veri

indiani selvaggi, sono molto riservati e vivono ritirati ma sono del tutto impauriti e non si

sottomettono nessuno. Se ne sono trattati in modo ostile offensivo oppure si cerca di ricorrere alle

percosse con la peggiore delle violenze sono sempre mutevoli, inaffidabili e mostrano in diverse

circostanze tutti più contrastanti tratti del carattere eccetto forse il servilismo e l’avarizia. L’autore

osserva ancora che si divertono molto nel distruggere la vita, pronti ad uccidere animali o persone e

trovano di letto nel farlo. L’autore era impiegato sulla prima lancia a vapore che risalì il putamayo

che divenne successivamente presidente della Colombia. Egli assistette all’apertura della regione al

commercio moderno e si trovò in una posizione privilegiata per osservare l’istituzionalizzazione

delle ideologie riguardo a razza e classe. Egli presenta un giudizio sulla durezza indiana o posto e

più complesso di quello di Casement. Fornisce anche l’indizio necessario per capire perché tali

immagini contrastanti coesistano e si sviluppino. Per prima cosa è necessario osservare che a

cavallo fra i due secoli di abitanti del putumay erano divisi in due grandi classi dei tipi sociali: i

bianchi e gli indiani selvaggi. La prima categoria includevamo solo persone bianche ma anche

meticci, mulatti, neri e indiani.

Simson osservache quelli che egli chiama i veri indiani della foresta sono divisi dei bianchi e dagi

indiani che parlano spagnolo in due classi: indiani e pagani. Gli indios parlano quichua , mangiano

raramente salato e non sanno niente né della Chiesa battista né di quella cattolica.

L’autore afferma che il termine auca ha il significato che ebbe anticamente in Perù sotto gli inca:

infedele, traditore, barbaro e spesso impegnato in un senso ostile.

In Perù era usato per designare quelli che si ribellavano contro loro re e l’incarnazione della loro

divinità inca.

Secondo punto di grande interesse proposto dall’autore sugli aucas riguarda il loro qualità animali

che chiamano qualcosa di occulto e spirituale. Il riferimento agli zaparos egli scrive che le loro

percezioni visive e auditive sono del tutto sorprendenti e superano quelli degli indiani non auca.

Grandi combattenti che possono individuare suoni e orme dove gli uomini bianchi non

percepiscono niente. Sulle tracce di un animale fanno deviazioni improvvise per poi cambiare strada

6

nuovamente come se stessero seguendo l’odore della loro preda. Hanno movimenti felini e si

muovono agevolmente attraverso il groviglio del sottobosco. Per comunicare tra loro imitano verso

del tucano e questo si discosta completamente dai non aucas o dagli indiani civilizzati che vivono

nel timore e nel rispetto di loro ma li disprezzano o mostrano di disprezzarli in quanto pagani dietro

a loro spalle.

La paura della ribellione indiana

cAsement menziona la possibilità che, oltre al desiderio del profitto, fosse il timore che avevano i

bianchi di una ribellione degli indiani che li spingeva verso la malvagità. L’autore fornisce quattro

ragioni che rendevano improbabile una ribellione indiana. Le comunità indiane non erano unite

molto prima dell’avvento dello sfruttamento della gomma a, mentre i bianchi erano armati e ben

organizzati. Gli indiani erano armati rozzamente e delle cose montane, il loro archi e le loro lance

erano state confiscate. Ancora più importante nella sua opinione era affatto che gli anziani erano

stati uccisi in modo sistematico dalla compagnia, accusati del crimine di dare cattivi consigli.

Rocha che si trovava in quella zona circa sette anni prima di questo autore da pensare in modo

diverso. Egli affermava che i bianchi temevano le conseguenze dell’odio indiano e che questa paura

e la centrale nella loro politica e nel loro pensiero.

La paura dei bianchi per una ribellione degli indiani non era ingiustificata ma era percepita

all’interno di una visione mitica e cordialmente paranoica, dominata dalle livide immagini dello

smembramento dei corpi e del cannibalismo.

La paura del cannibalismo

Acquistò una grande forza ideologica a pericolo realisti sin dall’inizio della conquista europea nel

nuovo mondo.

Rocha segnala il suo arrivo presso gli houitos scrivendo di questa singolare terra dei cannibali, era

conquistata da una dozzina di colombiani che ripropone l’eroismo dei loro antenati spagnoli.

Gli huit pensano di poter ingannare i bianchi e scendono alla soddisfazione dei loro appetiti

bestiali. L’autore segnala anche il rito che i bianchi chiamavano chupe del tabaco,succhiare il

tabacco. Seduti in cerchio, di solito di notte, con le donne e bambini che stavano dietro le loro

giacigli ma ha portato all’orecchio, gli uomini mettevano a turno un dito in un miscuglio denso di

succo di tabacco cotto e lo succhiavano. Questa cerimonia era indispensabile in tutte le feste pure

personalizzare una decisione o un contratto. Ogni volta che i bianchi desideravano stringere

un’importante accordo con gli indiani e si esistono sempre perché la cerimonia venga eseguita.

Altri autori ritengono che in questo rito di indiani richiamavano la loro libertà perduta, le loro

sofferenze presenti e formulavano i loro terribili giuramenti di vendetta contro i bianchi. Vedi

racconto a pagina 110

Uno dopo l’altro i danzatori venivano avanti e ognuno con il proprio pugnale tagliava via un pezzo

di carne del prigioniero che si mangiavano un mezzo busto litro al suono del suo rantolo mortale.

Quando finalmente moriva, finivano di tagliarlo e continuavano ad arrossire e a cuocere la sua carne

mangiando fino all’ultimo pezzetto.

La mediazione sociologica e mitica: i muchachos

Si se il racconto delle leggende suscitava terrore, dovremmo allora approfondire il ruolo del

soggetto sociologico che in media tale mediazione, cioè il corpo della guardia indiana addestrata

dalla compagnia riconosciuta come i muchachos.

I muchachos mediavano tra i selvaggi della foresta e i bianchi degli accampamenti della gomma.

Tagliati fuori dalla loro gente che avevano perseguitato e tradito e in cui suscitavano invidia e odio,

ora classificati come civilizzati, ma dipendenti dei bianchi per il cibo, le armi e i beni materiali, i

muchachos rappresentavano alla perfezione tutto ciò che s’era di orribile nella mitologia coloniale

del mondo selvaggio. Non solo creavano finzioni attivando il fuoco nella paranoia dei bianchi ma

incorporavano anche la brutalità che i bianchi temevano, creavano e cercavano di sfruttare per i loro

stessi scopi. Scambiavano la loro identità di selvaggi per il nuovo o Stato sociale di indiani

civilizzati e guardie. Perché non a disposizione dei bianchi i loro particolari istinti come il senso di

orientamento, l’olfatto, la loro frugare tra lei la loro conoscenza della foresta. 7

Tutto ciò che i muchachos dovevano fare, per ricevere i loro compenso, e era a restituire attraverso

le parole ai bianchi, come in uno specchio, gli spettri che popolavano la cultura colonie lista.

Il sistema commerciale del peonaggio istituito dallo sfruttamento della gomma nel Putamayo su

quindi qualcosa di più di un semplice scambio fra i beni dei bianchi e la gomma raccolta degli

indiani. Fu anche in commercio di mitologie terrificanti e di realtà fittizie.

Dai resoconti sembra chiaro che i coloni e i dipendenti della compagnia della gomma non solo

temevano ma creavano anche essi stessi, attraverso i racconti, angosciose e confuse indagini della

vita selvaggia.

Il sistema della tortura che essi avevano ideato per garantire la produzione della gomma

rispecchiava l’orrore del mondo selvaggio che essi temevano, condannavano e inventavano.

Molti, se non tutti i racconti riportati sono allo stesso modo romanzati, basati sulla stessa fonte

storicamente modellata a cui gli uomini s’incombono quando torturano gli indiani.

Come l’appetito viene mangiando così ogni crimine stimola nuovi crimini.

La forza decisiva nella creazione del terrore non è stata il feticismo della merce ma il feticismo del

debito implicato nella realtà fittizia dell’istituzione del peonaggio.

E allo specchio coloniale che riflette sui colonialistica barbarie delle loro stesse relazioni sociali,

attribuendola però alle figure selvagge e badate che essi vogliono colonizzare.

Il mito del conflitto etnico globale

Il mondo sarebbe oggi attraversato da un rigurgito di conflitti etnici primordiali.

I diversi gruppi etnici si fronteggiano, facendo rinascere vecchie ostilità e trattenuti soltanto dagli

stati più potenti. I sostenitori di questa tesi propongono due diverse previsioni per il futuro: per

alcuni l’ordine mondiale e destinato a lamentarsi in piccoli gruppi tribali, per altri il risultato sarà

invece la formazione di più ampie coalizioni che rappresenteranno le diverse civiltà.

Tutti sono d’accordo nel ritenere che siano le antiche lealtà etniche e le differenze culturali ad

alimentare gli attuali conflitti.

Questa visione non riesce a cogliere la genesi del conflitto e non tiene conto della capacità che

hanno popolazioni diverse di vivere l’una accanto all’altra. Alcuni di questi conflitti indicano

l’esistenza di identità etniche e culturali diverse ma la maggior parte e scatenata da motivi legati al

controllo del potere, della terra o di altre risorse e maglietta che fare con la diversità. Pensare che

invece sia così ci spinge verso politiche sbagliate.

Parlano di conflitti tra gruppi locali si tende a dare per scontato tre assunzioni:

la prima a, che le identità etniche sono antiche e immutabili

la seconda, che questa identità forniscono inutili le persecuzioni e omicidi

la terza, che la diversità etnica in se conduce inevitabilmente alla violenza.

Tutte e tre sono sbagliate, il concetto di etinicità è un prodotto della politica moderna.

Tutti gli individui hanno sempre posseduto un’identità che li caratterizza in base alla religione, ha

luogo di nascita, alla lingua e così via e allo stesso modo di esseri umani hanno sempre avuto una

cultura.

Non è forse vero che i serbi, i croati e i bosniaci sono gruppi etnici distinti, destinato scontrarsi nel

corso della storia? Ma troppo spesso non si tiene conto di quanto siano minime le differenze tra

reati che si stanno combattendo nei Balcani.

I croati appartengono alla Chiesa cattolica romana, i serbi sono cristiani ortodossi e i bosniaci sono

musulmani. Ognuna di queste popolazioni comprende un numero considerevole di membri delle

altre due religioni. Il religioni sono quindi divenuto il simbolo delle differenze tra i gruppi anche se

non sono state le differenze di religione in quanto tali a causare conflitti dai diversi gruppi.

Le radici dell’attuale ondata di violenza nei Balcani non sono da ricercare in primo piano differenze

etniche e religiose, ma piuttosto ne risentì tentativi di raccogliere consensi attraverso l’India e

nazionalisti.

L’etnicità diviene nazionalismo quando implica il tentativo di ottenere il monopolio sul territorio. Il

nazionalismo è un insieme di idee apprese e manipolate e non un sentimento primordiale. 8

Nel XIX secolo gli intellettuali serbi e croati si batterono insieme ad altri europei per il diritto dei

popoli ad autogovernarsi in stati nazione, cioè stati composti da una sola nazionalità. Da parte loro i

serbi si sono pelati a ricordo degli stati nazionali serbi che avevano avuto breve durata, per

rivendicare il loro diritto a espandersi e occupare territori di altre popolazioni.

Il fatto che i popoli balcanici parlano la stessa lingua rendeva ai occhi di molti serbi le proprie mire

espansionistiche ancora più legittime.

Allo stesso tempo i croati stavano scorrendo una propria ideologia nazionalista ma con una

differenza: invece di reclamare il diritto di assoggettare i non croati, si ripromettevano di espellerli.

Il nazionalismo dei frati era diretto naturalmente contro i loro sforzi vicini serbi.

Molti militanti del movimento nazionalista croato si unirono in un’organizzazione clandestina

chiamata Ustasha (insurrezione). Quest’associazione segreta fu responsabile di conversioni forzate,

discussioni e massacri di serbi durante la seconda guerra mondiale.

Quando il leader Milosevich chiamo alla guerra i suoi appelli puntavano risvegliare la memoria

ancora viva di queste tragedie.

Con questo non si vuole sostenere che i massacri degli anni ’90 siano stati una diretta conseguenza

della seconda guerra mondiale: le memorie del tempo di guerra avrebbe potuto essere superata se i

nuovi leader avessero cercato di creare le premesse sociali per una società multietnica

.il maresciallo Tito cercò invece di rafforzare il suo governo rendendo la formazione di gruppi civici

indipendenti, soffiò sul fuoco del nazionalismo concedendo privilegi sia ai serbi che ai croati ma a

ognuno nel territorio degli altri. Così i serbi detenevano posizioni di potere in Croazia e i croati a

Belgrado. Nelle regioni interne alla presenza di queste minoranze hanno vinto il risentimento

nazionalista.

L’eredità del colonialismo

Un giornalista della National Public Radio che intervista a un funzionario africano delle Nazioni

Unite sulla situazione del ruanda riportò che il tutto il colloquio egli stringeva il funzionario a

parlare degli antichi odi tribali chiamerebbero assorbire alimentato i massacri. Il funzionario

obiettava ricordando più volte il giornalista che il conflitto di massa era cominciato allorché i

dominatori coloniali belgi avevano concesso ai tutsi un potere assoluto sullo stato. Ma l’immagine

dell’antico liberismo era talmente radicata nella mente del giornalista che questi non riusciva a dare

ascolto all’estate del funzionario.

Il pensiero etnico è entrato nella vita politica come conseguenza dei recenti conflitti, per ottenere il

potere e risorse, non come un ostacolo antico sulla strada della modernità politica.

È vero che in passato di africani si definivano hutu o tutsi, nue o zande, fra queste etichette non

avevano un ruolo fondamentale nella costruzione della loro identità quotidiana.

D’identità tribale si faceva sentire nella vita di tutti i giorni ed era soggetta a cambiamenti dei casi

in cui un popolo uscisse nei propri territori alla ricerca di scambi commerciali o di nuove terre. Si

combatteva per il controllo di sorgenti di gare da coltivare o di diritti di pascolo.

Furono invece le potenze coloniali e gli stati indipendenti che a queste seguirono a dichiarare che

ogni persona possedeva una identità etnica che determinava nessun posto all’interno della colonia.

Un evento insignificante come un censimento è riuscito a creare un’idea di una categoria etnica

ampia quanto l’intera colonia. Questo fenomeno non si verificò soltanto in Africa. Alcuni studiosi

fanno risalire la nascita del nazionalismo hindu al primo censimento britannico.

Le potenze coloniali si rendevano conto del fatto che, essendo in inferiorità numerica all’interno

delle colonie essi avrebbero potuto avere il reale controllo sono il caso in cui si fossero trovati dei

partner tra , separando cioè il gruppo partner dagli altri le potenze coloniali creavano

automaticamente i gruppi etnici.

Ma le persone non possono mai essere inquadrati in categorie così rigide:molti tutsi sono alti e molti

hutu sono bassi ma hutu e tutsi hanno per lungo tempo contratto matrimoni misti a tal punto da

renderne difficile e il riconoscimento in base alle caratteristiche fisiche. Entrambi parlano la stessa

lingua e praticano la stessa religione 9

. La discriminazione colonialenei confronti degli hutu ha creato qualcosa che prima non esisteva: il

senso d’identità collettiva hutu.alla fine degli anni 50 gli hutu cominciarono a ribellarsi contro il

dominio tutsi e costituirono in Ruanda uno Stato indipendente a dominazione hutu.

Questa nuova formazione provocò a sua volta il risentimento dei tutsi e l’istituzione di un esercito

ribelle tutsi.

Il caso dello Sri Lanka mostra come, anche quando non sono i colonizzatori a favorire un gruppo

nei confronti degli altri, la presenza stessa del dominio coloniale alimenta la violenza interetnica.

I cingalesi e i tamir dello Sri Lanka hanno un’origine comune.

Secondo gli stereotipi in circolazione i tamil sarebbero scuri di carnagione mentre i cingalesi

avrebbero la pelle chiara ma in realtà i due gruppi sono difficilmente distinguibili e la differenza sta

piuttosto nella lingua.

Prima del ventesimo secolo i due gruppi convivevano abbastanza tranquillamente e non si

percepivano quei tipi distinti di persone ma poi arrivarono i colonizzatori britannici che

governavano creando un’elite che parlava inglese.

Il loro favoritismo fece nascere un’opposizione interna che si colorò i toni razziali e religiosi. La

maggior parte di coloro i quali non facevano parte dell’elite scegliere inglesi parlava cingalese ed

era buddista. Questa rete di popolazione si fece promotrice di un’idea razzista di superiorità

cingalese,definita nei termini di razza ariana.

Dopo l’indipendenza questa popolazionef che parlava cingalese o per il controllo dello Stato dello

Sri Lanka ed iniziò ad escludere i tamil dalle migliori scuole e dei posti di lavoro più prestigiosi.

Chiaro che questi si siano risentiti di questa discriminazione nei loro confronti e alcuni dettero vita

nel corso degli anni 70 a violente proteste. Scatenarono una massiccia repressione di Stato che portò

alla ribellione dei tutsi in Ruanda creando le cosiddette Tigri tamil.

Ma si sono anche molti altri casi i sick in Indi, i maroniti in Libano, i copti in Egitto, i moluccani in

India orientale.

Gli stati coloniali e post coloniali hanno prodotto nuovi gruppi sociali eli hanno identificati in base

alla loro appartenenza etnica, a religiosa o territoriale.

Un pericolo che viene dall’alto

Ci sono persone che prendono di mira a membri gli altri gruppi con le loro azioni di violenza. La

risposta è che questo accade in meno di quanto si pensi che comunque solo dopo che qualche capo

politico in grado di controllare l’esercito e l’informazione si sia preoccupato di preparare, incitare e

minacciare la popolazione. A spingere le persone a commettere atti di violenza è una paura è un

odio che vengono indotti dall’altro. Si può avere timore o risentimento nei confronti di un altro

gruppo in particolare essere mutate condizioni economiche e sociali sembrano favorire l’altro

gruppo pop ma questa rivalità o risentimento non è sufficiente a scatenare fenomeni di violenza tra

gruppi se non c’è un intervento dall’alto.

Consideriamo i due casi inquietanti:Ruanda e i balcani.

In ruanda i continui massacri degli ultimi anni sono stati causati dalla volontà del presidente

dittatore di spazzar via l’opposizione politica composta sia da hutu che da tutsi.

Il presidente iniziò a mettere insieme delle bande armate e compì la sua prima strage in un villaggio

nel marzo del 1992. Il 1993 iniziò ad uccidere sistematicamente hutu moderati e tutsi.

Subito dopo l’incidente aereo che portò all’uccisione del presidente nell’aprile del ’94 la guardia

presidenziale iniziò a uccidere il leader dell’opposizione hutu, attivisti dei diritti umani, giornalisti e

altri personaggi critici nei confronti del governo, soprattutto hutu.

La milizia e i mercenari furono spediti ad organizzare le stragi di massa nell’interno del paese

prendendo di mira questa volta i tutsi.

Perché le persone obbediscono all’ordine di uccidere? Le incessanti trasmissioni radio degli anni

precedenti hanno sicuramente contribuito a preparare il terreno. I tutsi venivano descritti come

assassini assetati di sangue e la radio prometteva di assassini a terra delle vittime. 10

Il presidente andò in giro per tutto il paese a ringraziare che aveva preso parte i massacri.alcuni

approfittano dei massacri regolari dei conti personali e molti furono trascinati da quella che alcuni

osservatori hanno descritto come frenesia di uccidere.

Leggendo i resoconti delle stragi in ruanda si rimane sorpresi di quanto questi assomigliano ai

racconti dei massacri compiuti in Indonesia nel 1965 66. La differenza fa solo il fatto che in

Indonesia il messaggio da colpire erano i comunisti ma anche in quel caso le motivazioni

dell’azione violenta riguardavano desiderio di regolare i conti personali. Gli americani continuarono

a presentare questi massacri in Indonesia come un esempio di violenza etnica, ritenendo che la

popolazione cinese fosse principale avversario ma non è così, gli omicidi sono compiuti anche da

giavanesi contro giavanesi da atenei contro acenesi e così via.

In contesti in cui si sono compiute le stragi sono diverse.

Il Ruanda era uno stato partito unico in cui i media erano controllati completamente dallo Stato che

li utilizzava per il dottrinale la popolazione. L’Indonesia era uno stato politicamente frammentato di

cui solo gradualmente stavano assumendo il controllo alcuni settori delle forze armate ma in

entrambi i casi i capi politici riuscirono a realizzare una strategia per spazzare via un gruppo di

posizione.

Sarebbero successo e perché riuscirono a persuadere le persone che l’unico modo per sopravvivere

era quello di uccidere preventivamente chi avrebbe tentato di ucciderli.

Il leader hanno sfruttato la memoria storica per i loro fini ma hanno dovuto anche cancellare le

memorie più recenti delle nuove identità.

Diversità etnica e conflitto sociale

Arriviamo alla terza affermazione errata cioè che la diversità etnica porta in sé instabilità politica ed

aumenti la probabilità di esplosione di violenza. Le diversità etniche più profonde non sono

associate a conflitti di grande rilievo.

Alcuni degli stati più etnicamente differenziati al mondo- Indonesia, Malesia e Pakistan- benché

non immuni da conflitti interni e delle pressioni politiche hanno conosciuto solo minimamente alla

violenza intereticamentre in paesi con differenze assai lievi di lingua o cultura si sono verificati i

conflitti più cruenti.

È il numero dei gruppi etnici e la loro relazione con il potere, a non la diversità in sé, che minaccia

più seriamente alla stabilità politica.

I conflitti locali non sono nettamente aumentati e il più grande aumento dei conflitti locali si è

verificato durante la guerra fredda come conseguenza dello sforzo delle due superpotenze di armare

di stati alleati.

L’attenzione dei media si concentra sui paesi turbati dalla violenza e ignora i casi, assai più

frequenti, in cui le relazioni tra le diverse popolazioni sono pacifiche.

Le diversità culturale rappresenta certo una sfida all’integrazione nazionale e alla pace sociale.

Perché alcuni paesi riescono a vincere questa sfida e altri no? Ci sono da tenere presente due ordini

di ragioni che travalicano una semplice diversità etnica e culturale.

Prima di tutto esistono materie prime per la pace sociale dei paesi possono o meno possedere al

momento del conseguimento dell’indipendenza.

I sistemi centralizzati, in cui due o tre gruppi numerosi polarizzano continuamente la politica

nazionale, sono meno stabili rispetto ai sistemi dispersi in cui ognuno dei gruppi più piccoli e spinto

costruire alleanze raggiungerà i propri fini. Nell’Indonesia coloniale i giavanesi erano proprio come

accade anche oggi la popolazione più numerosa ma erano concentrati a giava fans sono lì

detenevano posizioni di potere.

Tutta la popolazione di giava, di sumatra e delle isole orientali, compresa la Malesia e parte delle

Filippine del sud usano da secoli il malse come lingua franca e una volta conquistata l’indipendenza

proprio il malese divenne la lingua di base dell’Indonesia e anche l’islam si diffuse trasversalmente

a tre giovani. Il suo era disperso nel senso che molti personaggi importanti della letteratura, della

religione e dello stesso movimento nazionalista provenivano abbastanza di frequente da località

diverse. I malesi e i cinesi, i gruppi tecnici più numerosi, non hanno in comune ne la lingua nella

11

religione e non condividono una memoria di lotta a cui ispirarsi. Il malesi hanno mantenuto il potere

politico durante il dominio britannico e al momento dell’indipendenza c’è stata un’evidente

spaccatura tra la comunità malese e quella cinese.

L’importanza delle scelte politiche

Entra in scena una seconda serie di ragioni in grado di determinare il conflitto o la pace sociale. Le

estati fanno scelte che possono distendere o aumentare le tensioni tra i diversi gruppi.

La Malesia avrebbe dovuto sperimentare le lesene violenze mentre nello Sri Lanka in cui tamil e

cingalesi si sono mescolati nell’elite educata secondo lo stile britannico dalle violenze non si

sarebbero dovute verificare. Tuttavia la Malesia ha cercato in ogni modo di evitarle mentre lo Sri

Lanka non l’ho fatto. La differenza fondamentale consiste nei sistemi di politici che si sono formati

dei due paesi. I politici della Malesia hanno formato una coalizione multietnica.

I sistemi politici però possono essere cambiati e se la Nigeria costituisce un buon esempio. Prima

nel 1967 era composto da tre regioni: nord, sud, est ognuna rappresentata da un proprio partito

sostenuto da alleanze etniche. Questa ripartizione era così profondamente radicata da spingere la

regione sudorientale del Biafra a cercare di separarsi dalla Nigeria nel 1967. La conseguenza una

guerra civile che traumatizzano il paese e spinse politici a fare nuove strade. Il paese fu diviso in 19

stati in cui confini attraversavano il territorio dei tre gruppi etnici più numerosi. Il nuovo sistema

malgrado i suoi vari problemi ha impedito alla formazione di un nuovo Biafra.

I leader politici che sono venuti dopo hanno però continuato ad aumentare il numero degli stati

ognuno per ragioni politiche diverse. L’attuale leader sta continuando ad aggiungere stati ai 30 già

presenti e questa eccessiva frammentazione ha finito per spaccare le coalizioni multietniche e

stimolato di nuovo una politica etnica.

Secondo il mito del conflitto etnico ci troveremmo di fronte a tensioni tipo permanente mentre la

realtà esse sono prodotto di scelte politiche. L’accettazione di stereotipi negativi, il timore di un

altro gruppo, il moto uccidere prima di essere ucciso: sono questi i prodotti dei cosiddetti leader che

in teoria possono anche cancellare. L’aderenza sembra essere caratteristica di un popolo o di una

regione invece sia conseguenza di specifiche azioni politiche. 12

Tortura a e trattamenti crudeli, inumani e degradanti

Questo saggio tratta del concetto moderno di crudeltà con particolare riferimento all’articolo 5 della

dichiarazione universale dei diritti umani che recita: nessun individuo potrà essere sottoposto a

tortura o appartamenti o a funzioni crudeli, inumane o degradanti.

In questo saggio avanzo la crisi che non universali esposte nella dichiarazione riguardino un’ampia

gamma di comportamenti qualitativamente distinti. Primo: la moderna storia della tortura non

rappresenta solo una testimonianza della progressiva messa al bando di pratiche crudeli ma fa anche

parte di una più complessa storia della concezione moderna e secolare di cosa significa essere

veramente umani.

Secondo: sebbene l’espressione tortura o trattamento crudele venga utilizzata oggi come criterio

culturalmente trasversale nella formulazione di giudizi morali o di norme legislative relative al

dolore e alla sofferenza, in realtà il suo significato operativo e fortemente con personalizzato sia

culturalmente e che storicamente. Il terzo punto E collegato i primi due: i nuovi tentativi dicono se

paralizzare sia la sofferenza che sofferente divengono sempre più universali della loro portata ma

particolari del contenuto restrittivo. L’ultimo punto è che la sensibilità moderna che vorrebbe

eliminare il dolore e la sofferenza si scontra spesso con altri tipi di impegno e di valori: il diritto

degli individui di scegliere liberamente e la libertà degli stati di difender i propri interessi. I concerti

di crudeltà e trattamento degradante cercano di misurare quelli che spesso sono modelli di

comportamento incommensurabile.

Le due storie della tortura

Prendiamo in considerazione due libri: il primo dì scott presenta la crudeltà fisica con una

caratteristica delle società barbariche cioè di quelle società che non hanno ancora conosciuto un

processo di umanizzazione; il secondo di Rejali propone una distinzione tra due tipi di metafisica,

alla prima propria della società premoderna, l’altra di quella moderna e descrive queste differenze

nel contesto dell’attuale Iran.

Scott racconta che segna una parte si tratta di un resoconto di misure punitive oggi quasi del tutto

abbandonate, dall’altra il testo a sera segna quelli sono i motivi radicati operativi per cui viene

inserita la sofferenza. Il primitivo impulso a infliggere dolore rimane una possibilità latente nelle

società civilizzate. L’autore prende in considerazione il maltrattamento nei confronti degli animali

anche e denuncia il fatto che non siano loro riconosciuti dei diritti. Egli vede nell’ampliamento dei

diritti l’elemento cruciale per l’eliminazione della crudeltà ma via via della sua tesi si sviluppa

viene a galla un’ambiguità profonda: non è del tutto chiaro se si pensa che la crudeltà umana sia

semplicemente un esempio della crudeltà bestiale, cioè una manifestazione dell’istinto

apparentemente generalizzato degli animali più forti o pure se egli ritiene che la crudeltà umana

abbia un carattere di unicità e che non stia per niente una caratteristica del comportamento animale.

Il dolore viene considerato con un’esperienza isolabile da condannare in quanto tale.

Nell’incontro tra le razze selvagge e i moderni euroamericani l’autore non ha dubbi nell’affermare

che la struttura di qualcosa che le prime fanno i secondi forse perché tortura è sinonimo di barbarie.

Questo non significa che per lui la tortura sia del tutto assente nello Stato moderno.

REjali propone l’interessante crisi che la tortura non stia, come sosteneva il precedente autore una

sopravvivenza barbarica all’interno dello Stato moderno ma nel suo elemento costitutivo. Classifica

due tipi di tortura, moderna e premoderna, ma concorda con lui nel ritenere che il termine tortura

abbiano significato costante. Entrambi gli autori pensano che parlare di tortura significhi riferirsi in

una pratica in cui un attore infligge con la forza d’onore a un’altra persona, a prescindere dal ruolo

che occupa a questa pratica all’interno di una più ampia economia morale.

Presenta resoconto molto dettagliato sulla funzione delle punizioni politiche in Iran. La cultura

moderna rappresenta una forma di sofferenza fisica inseparabile dalla società disciplinare. In Iran la

pratica della tortura è fondamentale per l’attuale Repubblica islamica come lo era per il regime che

ha Repubblica ha soppiantato: entrambe, ognuna a modo suo, sono moderne società disciplinari.

Le tortura moderna, in quanto parte dell’attività di polizia, viene eseguita segretamente anche

perché infligge bene fisiche ad un prigioniero per storcere informazioni o con qualsiasi altro scopo è

13

ritenuto un comportamento incivile e quindi illegale. La tortura di rimanere segreta anche perché gli

agenti di polizia non desiderano a rendere pubblico ciò che essi vengono a sapere dei prigionieri.

La definizione di tortura ha proposto da quest’autore e quella della violenza sanguinaria tollerata

dalle autorità pubbliche che oscilla ambigua mente tra la pratica pubblica e lei citate la tortura

classica e il carattere segreto della tortura utilizzata dalla polizia in stati in via di modernizzazione

come l’Iran. Tuttavia alle argomentazioni dell’autore si possono muovere le critiche. Per prima cosa

l’Iran del ventesimo secolo rappresenta quella che molti lettori definirebbero una società in via di

modernizzazione e non ancora pienamente moderna. Il dato di fatto scandaloso che in questo paese

si faccia aperto uso della tortura non basta ancora a dimostrare che la tortura sia connaturata alla

modernità. L’argomentazione dell’autore sarebbe stata più convincente se avesse preso in esame

una società moderna come ad esempio della Germania nazista.

L’altra critica e che egli non spiega perché l’uso della tortura da parte dello Stato moderno richieda

una retorica della negazione.una prima risposta a questa domanda potrebbe essere che oggi c’è una

nuova sensibilità al riguardo al dolore fisico, sebbene esso compaia con una certa frequenza nel

nostro tempo, la coscienza moderna considera il dolore inflitto senza giusto motivo come

riprovevole e quindi moralmente condannabile.

L’abolizione della tortura

Beccarla e Voltaire riconobbero quanto essa fosse disumana, oltre che in affidabile come mezzo per

accertare la verità in un processo. L’era presa di posizione contro la tortura giudiziaria provocò una

sorta di azione nei sovrani illuminati al punto da spingerli alla sua abolizione. La tortura appariva i

loro occhi di una crudeltà intollerabile soprattutto perché il dolore inserito nella tortura giudiziaria

era considerato gratuito. Infliggere dolore ai prigionieri per fargli confessare era immorale

soprattutto perché questo sistema era in gran parte inefficiente per stabilire dall’orrenda assenza o

colpevolezza. Perché prima dell’Illuminismo non si condannava il dolore inflitto gratuitamente?

Che cosa impediva alle persone di riconoscere la verità?

Langbein ci fornisce una parziale risposta a questa domanda dimostrando che la tortura fu vietata

quando nel XVII secolo perse validità alla legge canonica romana della prova in base alla quale per

procedere contro qualcuno si richiedeva l’ammissione di colpa o la testimonianza di due testimoni

oculari. L’abolizione della tortura giudiziaria rappresentò la condanna morale e la previsione legale

di una procedura estremamente scomoda e lunga.

Bentham concluse che il dolore inflitto tramite essa fosse più facili da giustificare rispetto alla

sofferenza inflitta in nome della punizione. In qualche caso la tortura è preferibile all’incarcerazione

ed è proprio una certa idea di comparabilità della sofferenza che rende la carcerazione per molti

anni una punizione umana e la considerazione una punizione disumana, anche se le esperienze

d’incarcerazione e fustigazione sono del tutto diverse da un punto di vista qualitativo.

Umanizzare il mondo

Il processo storico di costruzione di una società umana dovrebbe tendere all’eliminazione della

crudeltà. Se stesso osservato che il dominio coloniale degli europei sebbene in se non democratico

abbia comunque ha portato un miglioramento morale del comportamento per esempio favorendo

l’abbandono di pratiche offensive verso l’umanità. Gli strumenti più efficaci di questa

trasformazione sono state la legislazione, l’amministrazione e l’educazione moderne che si

basavano sulla categoria moderna di diritto consumo ordinario.

Sebbene gli europei abbiano cercato di sopprimere le pratiche crudeli e le forme di sofferenza che

venivano considerate accettabili nel mondo non europeo prima dell’arrivo, condannano chi ne

facessi un uso, il loro tentativo non ebbe sempre successo. Oggi la lotta per l’eliminazione della

sofferenza sociale e portata avanti dalle Nazioni Unite o pure a ogni modo così si dice.

Nel processo di apprendimento che avrebbe consentito di diventare del tutto umani, sono alcuni tipi

di sofferenza venivano considerati un affronto all’umanità e perciò eliminati. Questi tipi di

sofferenzaerano distinti dalla sofferenza necessaria ai fini del processo di completa realizzazione

dell’umanità, vale a dire dal dolore che era adeguato suo scopo, non il dolore inutile. La sofferenza

14


ACQUISTATO

7 volte

PAGINE

22

PESO

169.49 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Antropologia della Scrittura, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Antropologia della Violenza, Dei.
Gli argomenti trattati sono: violenza, Stato e il continuum genocidi, l’antropologia della violenza tra epistemologia ed etica, cultura del terrore, spazio della morte, la paura della ribellione indiana, paura del cannibalismo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in antropologia culturale ed etnologia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia della scrittura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Giletti Anita Silvietta.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea magistrale in antropologia culturale ed etnologia

Riassunto esame Storia delle religioni, prof. Spineto, libro consigliato Manuale di storia delle religioni, Filoramo
Appunto
Antropologia sociale, appunti
Appunto
Stili di vita e spazi urbani - appunti
Appunto
Etnologia delle Americhe, appunti
Appunto