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Il presidente andò in giro per tutto il paese a ringraziare che aveva preso parte i massacri.alcuni

approfittano dei massacri regolari dei conti personali e molti furono trascinati da quella che alcuni

osservatori hanno descritto come frenesia di uccidere.

Leggendo i resoconti delle stragi in ruanda si rimane sorpresi di quanto questi assomigliano ai

racconti dei massacri compiuti in Indonesia nel 1965 66. La differenza fa solo il fatto che in

Indonesia il messaggio da colpire erano i comunisti ma anche in quel caso le motivazioni

dell’azione violenta riguardavano desiderio di regolare i conti personali. Gli americani continuarono

a presentare questi massacri in Indonesia come un esempio di violenza etnica, ritenendo che la

popolazione cinese fosse principale avversario ma non è così, gli omicidi sono compiuti anche da

giavanesi contro giavanesi da atenei contro acenesi e così via.

In contesti in cui si sono compiute le stragi sono diverse.

Il Ruanda era uno stato partito unico in cui i media erano controllati completamente dallo Stato che

li utilizzava per il dottrinale la popolazione. L’Indonesia era uno stato politicamente frammentato di

cui solo gradualmente stavano assumendo il controllo alcuni settori delle forze armate ma in

entrambi i casi i capi politici riuscirono a realizzare una strategia per spazzare via un gruppo di

posizione.

Sarebbero successo e perché riuscirono a persuadere le persone che l’unico modo per sopravvivere

era quello di uccidere preventivamente chi avrebbe tentato di ucciderli.

Il leader hanno sfruttato la memoria storica per i loro fini ma hanno dovuto anche cancellare le

memorie più recenti delle nuove identità.

Diversità etnica e conflitto sociale

Arriviamo alla terza affermazione errata cioè che la diversità etnica porta in sé instabilità politica ed

aumenti la probabilità di esplosione di violenza. Le diversità etniche più profonde non sono

associate a conflitti di grande rilievo.

Alcuni degli stati più etnicamente differenziati al mondo- Indonesia, Malesia e Pakistan- benché

non immuni da conflitti interni e delle pressioni politiche hanno conosciuto solo minimamente alla

violenza intereticamentre in paesi con differenze assai lievi di lingua o cultura si sono verificati i

conflitti più cruenti.

È il numero dei gruppi etnici e la loro relazione con il potere, a non la diversità in sé, che minaccia

più seriamente alla stabilità politica.

I conflitti locali non sono nettamente aumentati e il più grande aumento dei conflitti locali si è

verificato durante la guerra fredda come conseguenza dello sforzo delle due superpotenze di armare

di stati alleati.

L’attenzione dei media si concentra sui paesi turbati dalla violenza e ignora i casi, assai più

frequenti, in cui le relazioni tra le diverse popolazioni sono pacifiche.

Le diversità culturale rappresenta certo una sfida all’integrazione nazionale e alla pace sociale.

Perché alcuni paesi riescono a vincere questa sfida e altri no? Ci sono da tenere presente due ordini

di ragioni che travalicano una semplice diversità etnica e culturale.

Prima di tutto esistono materie prime per la pace sociale dei paesi possono o meno possedere al

momento del conseguimento dell’indipendenza.

I sistemi centralizzati, in cui due o tre gruppi numerosi polarizzano continuamente la politica

nazionale, sono meno stabili rispetto ai sistemi dispersi in cui ognuno dei gruppi più piccoli e spinto

costruire alleanze raggiungerà i propri fini. Nell’Indonesia coloniale i giavanesi erano proprio come

accade anche oggi la popolazione più numerosa ma erano concentrati a giava fans sono lì

detenevano posizioni di potere.

Tutta la popolazione di giava, di sumatra e delle isole orientali, compresa la Malesia e parte delle

Filippine del sud usano da secoli il malse come lingua franca e una volta conquistata l’indipendenza

proprio il malese divenne la lingua di base dell’Indonesia e anche l’islam si diffuse trasversalmente

a tre giovani. Il suo era disperso nel senso che molti personaggi importanti della letteratura, della

religione e dello stesso movimento nazionalista provenivano abbastanza di frequente da località

diverse. I malesi e i cinesi, i gruppi tecnici più numerosi, non hanno in comune ne la lingua nella

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religione e non condividono una memoria di lotta a cui ispirarsi. Il malesi hanno mantenuto il potere

politico durante il dominio britannico e al momento dell’indipendenza c’è stata un’evidente

spaccatura tra la comunità malese e quella cinese.

L’importanza delle scelte politiche

Entra in scena una seconda serie di ragioni in grado di determinare il conflitto o la pace sociale. Le

estati fanno scelte che possono distendere o aumentare le tensioni tra i diversi gruppi.

La Malesia avrebbe dovuto sperimentare le lesene violenze mentre nello Sri Lanka in cui tamil e

cingalesi si sono mescolati nell’elite educata secondo lo stile britannico dalle violenze non si

sarebbero dovute verificare. Tuttavia la Malesia ha cercato in ogni modo di evitarle mentre lo Sri

Lanka non l’ho fatto. La differenza fondamentale consiste nei sistemi di politici che si sono formati

dei due paesi. I politici della Malesia hanno formato una coalizione multietnica.

I sistemi politici però possono essere cambiati e se la Nigeria costituisce un buon esempio. Prima

nel 1967 era composto da tre regioni: nord, sud, est ognuna rappresentata da un proprio partito

sostenuto da alleanze etniche. Questa ripartizione era così profondamente radicata da spingere la

regione sudorientale del Biafra a cercare di separarsi dalla Nigeria nel 1967. La conseguenza una

guerra civile che traumatizzano il paese e spinse politici a fare nuove strade. Il paese fu diviso in 19

stati in cui confini attraversavano il territorio dei tre gruppi etnici più numerosi. Il nuovo sistema

malgrado i suoi vari problemi ha impedito alla formazione di un nuovo Biafra.

I leader politici che sono venuti dopo hanno però continuato ad aumentare il numero degli stati

ognuno per ragioni politiche diverse. L’attuale leader sta continuando ad aggiungere stati ai 30 già

presenti e questa eccessiva frammentazione ha finito per spaccare le coalizioni multietniche e

stimolato di nuovo una politica etnica.

Secondo il mito del conflitto etnico ci troveremmo di fronte a tensioni tipo permanente mentre la

realtà esse sono prodotto di scelte politiche. L’accettazione di stereotipi negativi, il timore di un

altro gruppo, il moto uccidere prima di essere ucciso: sono questi i prodotti dei cosiddetti leader che

in teoria possono anche cancellare. L’aderenza sembra essere caratteristica di un popolo o di una

regione invece sia conseguenza di specifiche azioni politiche. 12

Tortura a e trattamenti crudeli, inumani e degradanti

Questo saggio tratta del concetto moderno di crudeltà con particolare riferimento all’articolo 5 della

dichiarazione universale dei diritti umani che recita: nessun individuo potrà essere sottoposto a

tortura o appartamenti o a funzioni crudeli, inumane o degradanti.

In questo saggio avanzo la crisi che non universali esposte nella dichiarazione riguardino un’ampia

gamma di comportamenti qualitativamente distinti. Primo: la moderna storia della tortura non

rappresenta solo una testimonianza della progressiva messa al bando di pratiche crudeli ma fa anche

parte di una più complessa storia della concezione moderna e secolare di cosa significa essere

veramente umani.

Secondo: sebbene l’espressione tortura o trattamento crudele venga utilizzata oggi come criterio

culturalmente trasversale nella formulazione di giudizi morali o di norme legislative relative al

dolore e alla sofferenza, in realtà il suo significato operativo e fortemente con personalizzato sia

culturalmente e che storicamente. Il terzo punto E collegato i primi due: i nuovi tentativi dicono se

paralizzare sia la sofferenza che sofferente divengono sempre più universali della loro portata ma

particolari del contenuto restrittivo. L’ultimo punto è che la sensibilità moderna che vorrebbe

eliminare il dolore e la sofferenza si scontra spesso con altri tipi di impegno e di valori: il diritto

degli individui di scegliere liberamente e la libertà degli stati di difender i propri interessi. I concerti

di crudeltà e trattamento degradante cercano di misurare quelli che spesso sono modelli di

comportamento incommensurabile.

Le due storie della tortura

Prendiamo in considerazione due libri: il primo dì scott presenta la crudeltà fisica con una

caratteristica delle società barbariche cioè di quelle società che non hanno ancora conosciuto un

processo di umanizzazione; il secondo di Rejali propone una distinzione tra due tipi di metafisica,

alla prima propria della società premoderna, l’altra di quella moderna e descrive queste differenze

nel contesto dell’attuale Iran.

Scott racconta che segna una parte si tratta di un resoconto di misure punitive oggi quasi del tutto

abbandonate, dall’altra il testo a sera segna quelli sono i motivi radicati operativi per cui viene

inserita la sofferenza. Il primitivo impulso a infliggere dolore rimane una possibilità latente nelle

società civilizzate. L’autore prende in considerazione il maltrattamento nei confronti degli animali

anche e denuncia il fatto che non siano loro riconosciuti dei diritti. Egli vede nell’ampliamento dei

diritti l’elemento cruciale per l’eliminazione della crudeltà ma via via della sua tesi si sviluppa

viene a galla un’ambiguità profonda: non è del tutto chiaro se si pensa che la crudeltà umana sia

semplicemente un esempio della crudeltà bestiale, cioè una manifestazione dell’istinto

apparentemente generalizzato degli animali più forti o pure se egli ritiene che la crudeltà umana

abbia un carattere di unicità e che non stia per niente una caratteristica del comportamento animale.

Il dolore viene considerato con un’esperienza isolabile da condannare in quanto tale.

Nell’incontro tra le razze selvagge e i moderni euroamericani l’autore non ha dubbi nell’affermare

che la struttura di qualcosa che le prime fanno i secondi forse perché tortura è sinonimo di barbarie.

Questo non significa che per lui la tortura sia del tutto assente nello Stato moderno.

REjali propone l’interessante crisi che la tortura non stia, come sosteneva il precedente autore una

sopravvivenza barbarica all’interno dello Stato moderno ma nel suo elemento costitutivo. Classifica

due tipi di tortura, moderna e premoderna, ma concorda con lui nel ritenere che il termine tortura

abbiano significato costante. Entrambi gli autori pensano che parlare di tortura significhi riferirsi in

una pratica in cui un attore infligge con la forza d’onore a un’altra persona, a prescindere dal ruolo

che occupa a questa pratica all’interno di una più ampia economia morale.

Presenta resoconto molto dettagliato sulla funzione delle punizioni politiche in Iran. La cultura

moderna rappresenta una forma di sofferenza fisica inseparabile dalla società disciplinare. In Iran la

pratica della tortura è fondamentale per l’attuale Repubblica islamica come lo era per il regime che

ha Repubblica ha soppiantato: entrambe, ognuna a modo suo, sono moderne società disciplinari.

Le tortura moderna, in quanto parte dell’attività di polizia, viene eseguita segretamente anche

perché infligge bene fisiche ad un prigioniero per storcere informazioni o con qualsiasi altro scopo è

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ritenuto un comportamento incivile e quindi illegale. La tortura di rimanere segreta anche perché gli

agenti di polizia non desiderano a rendere pubblico ciò che essi vengono a sapere dei prigionieri.

La definizione di tortura ha proposto da quest’autore e quella della violenza sanguinaria tollerata

dalle autorità pubbliche che oscilla ambigua mente tra la pratica pubblica e lei citate la tortura

classica e il carattere segreto della tortura utilizzata dalla polizia in stati in via di modernizzazione

come l’Iran. Tuttavia alle argomentazioni dell’autore si possono muovere le critiche. Per prima cosa

l’Iran del ventesimo secolo rappresenta quella che molti lettori definirebbero una società in via di

modernizzazione e non ancora pienamente moderna. Il dato di fatto scandaloso che in questo paese

si faccia aperto uso della tortura non basta ancora a dimostrare che la tortura sia connaturata alla

modernità. L’argomentazione dell’autore sarebbe stata più convincente se avesse preso in esame

una società moderna come ad esempio della Germania nazista.

L’altra critica e che egli non spiega perché l’uso della tortura da parte dello Stato moderno richieda

una retorica della negazione.una prima risposta a questa domanda potrebbe essere che oggi c’è una

nuova sensibilità al riguardo al dolore fisico, sebbene esso compaia con una certa frequenza nel

nostro tempo, la coscienza moderna considera il dolore inflitto senza giusto motivo come

riprovevole e quindi moralmente condannabile.

L’abolizione della tortura

Beccarla e Voltaire riconobbero quanto essa fosse disumana, oltre che in affidabile come mezzo per

accertare la verità in un processo. L’era presa di posizione contro la tortura giudiziaria provocò una

sorta di azione nei sovrani illuminati al punto da spingerli alla sua abolizione. La tortura appariva i

loro occhi di una crudeltà intollerabile soprattutto perché il dolore inserito nella tortura giudiziaria

era considerato gratuito. Infliggere dolore ai prigionieri per fargli confessare era immorale

soprattutto perché questo sistema era in gran parte inefficiente per stabilire dall’orrenda assenza o

colpevolezza. Perché prima dell’Illuminismo non si condannava il dolore inflitto gratuitamente?

Che cosa impediva alle persone di riconoscere la verità?

Langbein ci fornisce una parziale risposta a questa domanda dimostrando che la tortura fu vietata

quando nel XVII secolo perse validità alla legge canonica romana della prova in base alla quale per

procedere contro qualcuno si richiedeva l’ammissione di colpa o la testimonianza di due testimoni

oculari. L’abolizione della tortura giudiziaria rappresentò la condanna morale e la previsione legale

di una procedura estremamente scomoda e lunga.

Bentham concluse che il dolore inflitto tramite essa fosse più facili da giustificare rispetto alla

sofferenza inflitta in nome della punizione. In qualche caso la tortura è preferibile all’incarcerazione

ed è proprio una certa idea di comparabilità della sofferenza che rende la carcerazione per molti

anni una punizione umana e la considerazione una punizione disumana, anche se le esperienze

d’incarcerazione e fustigazione sono del tutto diverse da un punto di vista qualitativo.

Umanizzare il mondo

Il processo storico di costruzione di una società umana dovrebbe tendere all’eliminazione della

crudeltà. Se stesso osservato che il dominio coloniale degli europei sebbene in se non democratico

abbia comunque ha portato un miglioramento morale del comportamento per esempio favorendo

l’abbandono di pratiche offensive verso l’umanità. Gli strumenti più efficaci di questa

trasformazione sono state la legislazione, l’amministrazione e l’educazione moderne che si

basavano sulla categoria moderna di diritto consumo ordinario.

Sebbene gli europei abbiano cercato di sopprimere le pratiche crudeli e le forme di sofferenza che

venivano considerate accettabili nel mondo non europeo prima dell’arrivo, condannano chi ne

facessi un uso, il loro tentativo non ebbe sempre successo. Oggi la lotta per l’eliminazione della

sofferenza sociale e portata avanti dalle Nazioni Unite o pure a ogni modo così si dice.

Nel processo di apprendimento che avrebbe consentito di diventare del tutto umani, sono alcuni tipi

di sofferenza venivano considerati un affronto all’umanità e perciò eliminati. Questi tipi di

sofferenzaerano distinti dalla sofferenza necessaria ai fini del processo di completa realizzazione

dell’umanità, vale a dire dal dolore che era adeguato suo scopo, non il dolore inutile. La sofferenza

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inumana tipicamente associata comportamento barbarico era una condizione moralmente

intollerabile per la quale qualcuno era necessariamente responsabile.

Vedi anche pagina 195

Il fatto che le persone coinvolte dichiarazioni non sentire dolore era irrilevante e la stessa cosa

valeva anche per l’obiezione che si trattava di un rito religioso. Quello che è interessante non è solo

che alcune forme di sofferenza furono presi più seriamente di altre macchietta sofferenza inumana,

contrapposta a quella necessaria o inevitabile era considerata come essenzialmente gratuita e quindi

giuridicamente punibile. Il dolore sopportato era visto come necessario perché c’erano ragioni

sociali o morali che giustificavano. L’idea del progresso preso sempre più campo e gli affari

dell’Europa e del mondo, si sentì sempre più bisogno di misurare la sofferenza e si cercò di farlo in

modi sempre più raffinati.

Rappresentare la tortura, agire con deliberata crudeltà

Il dolore non è sempre stato considerato intollerabile nella società europea e americana moderna. In

guerra, dello sport, né di esperimenti psicologici, nel campo del piacere sessuale, l’intuizione di

sofferenza fisica e attivamente praticata è ammessa dalla legge. Quando dolore transitivo viene

descritto come crudele e inumano spesso se ne parla come di tortura e la tortura stessa e condannata

dall’opinione pubblica e tre dita dalle leggi internazionali. Non sorprende che molti governi liberali

democratici che hanno impiegato la tortura abbiano cercato di farlo in segreto e talvolta si sono

anche preoccupati di ridefinire giuridicamente la categoria dei trattamenti e Gennaro dolore nel

tentativo di evitare l’etichetta tortura a. Per esempio la tortura ereditata dalle leggi israeliane.

Altri governi del medio oriente, come l’Egitto, alla Turchia e l’Iran hanno tollerato la struttura e

diversamente dagli altri governi e annotato apertamente uso con i propri cittadini.

C’è evidentemente la preoccupazione che non si deve infliggere troppo dolore. Si ritiene che una

moderata pressione fisica e psicologica sia necessaria e sufficiente per garantire una confessione. Al

disopra di questa quantità alla pressione è considerata eccessiva e quindi presumibilmente diventa

tortura. L’uso della tortura dell’essere interpretato come uno strumento che diventa parte integrante

del mantenimento della sovranità nello Stato nazione, proprio come la guerra. Nuova India include

ora anche la coercizione psicologica, compreso il disorientamento, l’isolamento e il lavaggio del

cervello. Si potrebbe essere portati a pensare che con l’andare del tempo, almeno nelle società

umanizzate, infliggere dolore venga considerato moralmente intollerabile. Tuttavia i comportamenti

che producono dolore e che una volta erano scandalosi, ora non scandalizzano più o almeno non più

con il passato. Alcuni autori che si sono occupati del dolore hanno indicato la guerra come il fatto

più ovviamente analogo alla tortura. Nuova India le convenzioni di Ginevra ha cercato di regolare la

condotta in guerra ma paradossalmente ha avuto come effetto quello di legalizzare molti dei nuovi

tipi di sofferenza si esige nella guerra moderna allo stesso modo ai militari e a civili. Nuova India le

crudeli tecnologie moderne di istruzione fanno tutt’uno con la guerra moderna e la guerra è

un’attività essenziale del mantenimento della sicurezza e del potere nello Stato moderno. Nuova

India come si possono conciliare le crudeltà calcolate della battaglia moderna colla moderna

sensibilità riguardo dolore? Esattamente trattando dolore comune senza quantificabile. Si può

tentare di misurare la sofferenza fisica inflitta nella guerra moderna confrontando il rapporto tra i

mezzi e i fini. L’assunzione umana causata non dovrebbe superare il vantaggio strategico raggiunto.

Ma da tossine della vittoria definitiva, il concetto di necessità militare può essere esteso all’infinito:

ogni misura che contribuisca questo scopo può essere giustificata in termini di necessità militare.

Sottoporre se stessi a trattamento crudele e degradate

La categoria di tortura è stata recentemente ampliata fino ad includere i casi di infezione di

sofferenza di natura interamente o principalmente psicologica ed è stata anche ristretta in modo da

escludere alcuni casi in cui si infligge del dolore fisico in modo calcolato. 15

La atto del testimoniare. Violenza, a conoscenza avvelenata e soggettività

Di significato della testimonianza in relazione alla violenza e la formazione del soggetto sarà

trattato in questo articolo. Le relazioni incise sul corpo femminile e le informazioni discorsive

riguardanti queste violenze hanno reso visibile e l’immaginazione dell’azione come nazione

maschile. Attraverso complessi rapporti tra qualche linguaggio, le donne sono state capaci i tanto di

dare voce al mare era stato fatto loro, quanto dimostrarlo, come anche di rendere testimonianza del

male perpetrato i confronti dell’intero tessuto sociale, il danno fatto all’idea stessa che gruppi

diversi possono abitare insieme il mondo. Lo vaglia in questo articolo vorrei analizzare che cosa

significa essere testimoni di violenza e parlare della morte delle relazioni.

Il tema della donna difende la parola mentre occupa la zona tra due mortis Buongiorno importante

nell’immaginario indiano. E un tema che poggia sulla suddivisione su situata di parola e silenzio del

lamento funebre al tempo stesso si separa da essa.

Il contesto etnografico

Questo articolo si basa sulla ricerca più condotto tra le famiglie urbane, alcune delle quali trasferite

in seguito alla spartizione dell’India. Sono stata impegnata nello studio della rete di famiglie

residenti in città con l’obiettivo di capire il loro sistema di parentela. Il nucleo di questa è di

parentela consisteva dieci famiglie erano sfuggite al tempo della spartizione. Li sta iniziando il mio

lavoro sul campo ho raccolto la terminologia riferita all’apparente e là, o costruito genealogia,

registrato transazioni di giorni e cercato di ricostruire le alleanze matrimoniali.

L’aiuto di coloro che sono sopravvissuti meglio di altri alla distruzione ha rappresentato la

componente essenziale delle strategie di sopravvivenza. Questo aiuto ha preso la forma

dell’adozione dell’affidamento dei bambini di un parente Morto o divenuto indigente. Ai parenti

che erano sfuggiti veniva offerto un tetto da parte dei parenti più fortunati che avevano case sul lato

indiano del confine. L’altra faccia di queste relazioni di parenti e la vera la costante allusione al

tradimento della fiducia, alle infedeltà e all’incapacità di conformarsi agli alti ideali morali della

solidarietà tra parenti. Non esisteva nessun tabù nel riferirsi alla spartizione quale case erano state

lasciate. L’aderenza personale subita da cui tradimenti dei quali stavo diventando lentamente

consapevole sembravano essere sempre al margine della conversazione. Le memorie della

spartizione erano molto presenti in superficie e pure intorno ad essi siano create delle barriere: lo

stesso linguaggio che si faceva carico di queste memorie ha denunciato il suo straniero.

Vedova Ansa e vulnerabilità

Asia aveva 53 anni quando l’ho conosciuta,v. meglio il nome.

Sposata ad un membro influente famiglia della casta dei commercianti aveva vissuto con il marito e

i suoi due fratelli maggiori a loro volta sposati. Vedi da pagina 222 16

Questioni di coscienza. Antropologia e genocidio

L’antropologia è stata fino a poco tempo fa relativamente muta riguardo all’argomento. Ancora

oggi la maggior parte dei segnali di allarme riguardo a sentimenti genocidio provengono dei

giornalisti politici piuttosto che dà di etnografi che lavorano sul campo. La violenza non è affatto

l’argomento naturale per gli antropologi.

Oggi il mondo, di oggetti del nostro studio e gli usi dell’antropologia sono cambiati

considerevolmente. Coloro che osservano elementi umani da vicino e a lungo e sono al corrente di

quei segreti locali comincia ad accettare una diversa posizione etica, cercano di nominare e

identificare le fonti, le strutture e le istituzioni della violenza di massa.

Strass ha aperto il suo recente saggio fotografico con un avvertimento: il lettore non deve farsi

entrare in inganno dalla bellezza delle immagini, queste sono illusoria e il mondo che ritraggono

non esiste più. Gli indigeni delle tribù non assomigliano per niente le popolazioni che si possono

incontrare oggi e che vivono accompagnate ai margini di trafficatevi di comunicazione o che il

vagabondo non per villaggi simili a bassifondi. Gli uomini sono stati decimati dal lavoro salariato, è

cercato di loro, dalla costituzione e dalle malattie del contratto culturale, come il vaiolo, la

tubercolosi, l’aids e la sifilide. Le foto scattatene gli anni trenta già mostrano gli effetti di una

selvaggia colonizzazione europea sulle civiltà e queste civiltà indigene furono distrutte dal contatto

con gli europei e ridotti all’ombra di se stesse.

La macchina fotografica ha catturato le immagini di un tipo di sfruttamento umano particolarmente

brutale, un genocidio invisibile. Gli antropologi purtroppo sono stati spettatori passivi, testimoni

silenziosi e disimpegnati del genocidi. Un esame di coscienza risale ai giorni di Malinowski che

intraprese la carriera di antropologo mentre si trovava suo malgrado in una condizione di nemico

alieno. Era un cittadino austriaco detenuto in Australia mentre era in viaggio della sua prima ricerca

sul campo allo scoppio della prima guerra mondiale. Ottenuto la libertà provvisoria da parte del

governo australiano Malinowski e del permesso di condurre la sua ricerca in nuova Guinea fintanto

che la guerra continuava. Il pieno di campo registra la conflittualità delle emozioni e dell’identità

dell’antropologo che era allo stesso tempo un gentiluomo europeo, un figlio dell’imperialismo

occidentale e un naturalista. Egli sentiva una profonda nostalgia di casa ed era storicamente

depresso durante la sua prigionia sul campo. Critico o la concezione dell’antropologo come

spettatore oggettivo e neutrale di fronte alla storia contemporanea dei genocidi e degli etnocidi.ma

questi suoni ultimi scritti vennero largamente accreditati a livello accademico e considerati come

chiacchiere irresponsabili. leggi dà a pagina 254. 17

Comunità immaginate le vittime reali: autodeterminazione e pulizia etnica in Jugoslavia

Al centro delle guerre c’è stato il tentativo di rompere con la forza a la mescolanza di popoli. Tali

forme di nazionalismo estremo in ex Jugoslavia non hanno portato a immaginare presunte comunità

primordiali mano anche cercato di rendere inimmaginabili le comunità eterogenea realmente

esistenti. La pulizia etnica può assumere forme diverse. Nei territori in cui il gruppo dominante

costituisce già una maggioranza schiacciante, l’uniformazione può essere realizzata con mezzi

legali e misure amministrative. In territori più misti l’uniformazione richiede misure più drastiche:

l’esplosione fisica, l’allontanamento e lo sterminio del gruppo di minoranza.

Potremo considerare la violenza della pulizia etnica come lo scontro tra un modello prestrittivo di

cultura e la realtà storico contestuale che non si accorda con la prescrizione.

Gli orrori della pulizia etnica derivano da un’incongruenza tra la realtà concreta della vita vissuta a

e l’oggettiva azione della vita che deve essere vissuta.

Costituzioni come legittimazione della pulizia etnica

In questo saggio mi occuperò delle costituzioni delle repubbliche succedute allo Stato della

Jugoslavia per mostrare come rappresentino un’espressione istituzionalizzata delle ideologie

nazionaliste e aspirino alla costruzione di stati nazione omogenei in territori eterogenei.

La Croazia è difinita costituzionalmente come lo stato nazione del popolo croato.

La Slovenia si definisce come lo stato sovrano del popolo sloveno.

Le carte costituzionali sono uno degli elementi più importanti da tenere presenti per analizzare la

formazione delle ideologie nazionaliste.

Quando una costituzione si immagina uno Stato che esclude alcuni residenti dal suo corpo politico o

sociali, così come è avvenuto negli stati che si sono formatidalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia,

allora di articoli di questa costituzione apparentemente non cruenti contengono già in se le premesse

di una riverenza sociale che può diventarlo.

l’uniformazione della comunità eterogenea può avvenire tramite l’assimilazione forzata o

l’espulsione, così come tramite la revisione dei confini. L’assimilazione forzata può essere meno

apertamente violenta di quella che noi oggi chiamiamo pulizia etnica, ma i due processi sono basati

sugli stessi principi e appaiono semplicemente strategie diverse per raggiungere lo stesso scopo. Il

ricorso alla violenza fisica a piede là dove la geografia culturale e più eterogenea e dei più difficile

esercitare il dominio con mezzi non violenti.

La ricerca sul campo a distanza: l’etnografia dell’ideologia

Questa ricerca sul campo può essere di tipo molto diverso rispetto al tradizionale metodo

antropologico del being there.

Lettore attento può tenersi aggiornato sulle vicende politiche e ideologiche della ex Jugoslavia

senza bisogno di passare molto tempo direttamente sul campo. 18

Le ricerche sul campo a distanzapuò essere ammessa solo dopo che sia stata svolta una solida

ricerca antropologica di tipo più tradizionale, con una prolungata residenza nella società studiata e

con la padronanza della lingua. Questo è il caso del lavoro che presento.

La federazione multinazionale e il suo crollo

È assai diffusa l’assunzione che i diversi popoli jugoslavi si siano sempre combattuti a vicenda. La

Jugoslavia esistita dal 1945 al 1991 era uno Stato multinazionale basato sul multiculturalismo in cui

nessun singolo gruppo rappresentava una maggioranza ma tutte queste repubbliche avevano

consistenti minoranze. L’eccezione era rappresentata dalla Repubblica di Bosnia ed Erzegovina che

non avevano un gruppo maggioritario: la popolazione era composto da musulmani, serbi, croati, il

jugoslavi e altri ignoti.

La geografia politica del paese rifletteva questa contrazioni territoriali. La Repubblica federale

socialista di Jugoslavia e da una federazione di sei repubbliche e due province autonome all’interno

della Repubblica di Serbia. Ogni Repubblica o provincia autonoma rappresentava l’area di maggior

concentrazione territoriale.

Nelle libere elezioni del 1990, dopo il crollo della lega dei comunisti, il messaggio vincente in ogni

Repubblica su quello del nazionalismo classico: la Serbia ha i serbi, la Croazia ai croati, la Slovenia

agli sloveni, la macedonia ai macedoni. Nella Bosnia Erzegovina il voto somigliò un censimento

etnico. Il più importante partito che sosteneva l’uguaglianza di tutti i cittadini ottiene solo il 5% dei

voti. I politici vittoriosi lavoravano indipendentemente per indebolire il governo federale ottenendo

quella sovranità di fatto ricordata. Ogni Repubblica divenne un’era proprio Stato nazione basato

sulla sovranità del gruppo nazionale maggioritario ad eccezione della Bosnia-Erzegovina. I diversi

movimenti politici erano giustificati dal principio di autodeterminazione.

L’aspetto centrale di movimenti politici nazionalisti è stato proprio l’esplicita fusione di nazione è

stato. Per definizione chi non appartiene alla maggioranza e non nazionale può essere soltanto un

cittadino di seconda classe. Raggiunto il potere i politici nazionalisti riscrissero le rispettive

costituzioni repubblicane per fondare l’ostacolo sulla sovranità della nazione e tecnicamente

definita così che gli altri potevano essere cittadini ma non aspettarsi un uguale diritto a partecipare

controllo dello Stato.

Le politiche nazionaliste della Jugoslavia di fine anni ’80 e di primi anni ’90 trasformarono quelli

che prima erano territori abitati da concentrazioni dei vari gruppi nazionali in statini cui erano

sovrani i membri della nazione maggioritaria. I politici presupponevano che vari popoli jugoslavi

non potessero vivere insieme e che il loro comune Stato dovesse essere diviso. Il successo elettorale

di questo messaggio significò il crollo dell’idea jugoslava di uno Stato comune. Quella comunità

jugoslava che non poteva essere mantenuta e che era divenuta inimmaginabile era però

effettivamente esistita in molte parti del paese. La guerra e la sua terribile ferocia sono dovute al

fatto che in alcune regioni i vari popoli jugoslavi non solo coesistevano ma erano sempre più

strettamente intrecciati e questi territori misti apparivano a nomadi e minacciosi. Le regioni miste

non potevano essere lasciate sopravvivere e le loro popolazioni che si stavano volontariamente

mescolando dovevano essere separate militarmente.

Eterogeneità, matrimoni misti e jugoslavi

In Jugoslavia il livello di eterogeneità era in aumento. Nello stesso disegno l’omogeneità della

Slovenia decresce e la Slovenia non è un’eccezione in quanto quasi tutti i territori divengono

sempre più eterogenei e così in quasi tutte le repubbliche e le province diminuisce la percentuale di

popolazione composta dal gruppo nazionale maggioritario. Le eccezioni sono le due province

autonome della Serbia del Vojdina e del Kosovo.

Si registra un aumento delle percentuali di matrimoni misti fra membri dei differenti gruppi

nazionali e i matrimoni sono indici di crescente assimilazione e integrazione fra i gruppi sociali.

Si ritiene spesso che serbi e croati siano divisi da un odio antico e occorre allora riflettere sul dato

della loro sempre più stretta convivenza nel dopoguerra.

Un ulteriore indicatore di eterogeneità può essere trovato nelle percentuali di coloro che nei

censimenti si identificavano come jugoslavi invece che come serbi, croati, musulmani o altri gruppi

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Antropologia della Scrittura, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Antropologia della Violenza, Dei.
Gli argomenti trattati sono: violenza, Stato e il continuum genocidi, l’antropologia della violenza tra epistemologia ed etica, cultura del terrore, spazio della morte, la paura della ribellione indiana, paura del cannibalismo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in antropologia culturale ed etnologia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia della scrittura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Giletti Anita Silvietta.

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