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Riassunto esame Antropologia culturale, prof. Zola, libro consigliato Dal tribale al globale, Fabietti, Malinghetti, Matera

Riassunto per l'esame di Antropologia culturale, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro Dal tribale al globale di Fabietti, Malinghetti, Matera Gli argomenti: Dal tribale al globale, Confini disciplinari,Cos'è l'Antropologia culturale: sapere della differenza. Nasce in Inghilterra nel 1871 come "discorso che parla degli altri" (coloro che non sono normali, con tradizioni,... Vedi di più

Esame di Antropologia culturale docente Prof. L. Zola

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- Riconoscimento della molteplicità culturale;

- Teorie sul relativismo culturale;

- Cultura come "oggetto" di studio;

- Salvaguardia delle culture;

- Collezione delle culture.

Questa teoria diede origine alle differenze interculturali: dovrebbe essere l'INDISCREZIONE il punto

di partenza!

1960 - una sola cultura - Il mondo è una torta dalle mille fette, le culture sono tutte diverse. Si comprende che

non è un ragionamento giusto da seguire, riprendendo in considerazione la teoria di Tylor in quanto unificava

l'umanità in una sola cultura per abbracciare tutte le diversità.

1997 - teorie antropologiche - Kilani afferma: "gli uomini sono tutti uguali". Ciò portò alla definizione di alcune

teorie antropologiche:

1) Universalismo evoluzionista (le differenze scompariranno grazie allo sviluppo evolutivo);

2) Universalismo relativista (le differenze ci sono e sono viste come patrimonio, devono rimanere);

3) Universalismo gerarchico (le differenze ci sono e per questo alcune società sono "più uguali" di altre).

Lo studio. Oggetti e teorie

Come la biologia studia l'adattamento dei vegetali all'ambiente, l'antropologia studia l'adattamento delle

popolazioni e delle culture nel corso della loro evoluzione. L'uomo di per sè è un animale, ma gode di una

stazione eretta, del coordinamento tra occhio e mani e la presa di precisione, la ricettività femminile

permanente, la tendenza alla fetalizzazione (l'allungamento dei tempi di maturazione fisica e mentale

extrauterina dell'individuo, talvolta definita positiva in quanto favorisce uno sviluppo maggiore fra i rapporti

dei due partner).

Le strategie adattive si basano su 3 elementi frutto dell'intelligenza umana: la tecnologia, l'organizzazione

sociale, le credenze religiose e i valori.

Cosa ci contraddistingue da un qualunque animale...

- Scambio di informazioni

- Capacità di comunicazione, essenziale per l'adattamento

- Specie molto diversificata

- Capacità di produrre idee e rappresentazioni del mondo (dimensione simbolica dell'esistenza dell'essere

umano)

- Attribuzione di significati alle cose di cui l'umano fa esperienza (prospettiva socio-costruttivista)

L'antropologia è nata entro il guscio dell'evoluzionismo vittoriano, caratterizzandosi come un progetto

scientifico e conoscitivo molto ambizioso. A partire dal 1930 iniziano i viaggi etnografici, e la disciplina non è più

vista superficialmente.

I viaggi etnografici portarono a:

- Ridimensionamento della tendenza degli evoluzionismi a formulare asserzioni di portata universale sull'uomo;

- Un elevatissimo livello di contestualizzazione delle ricerche e del sapere antropologico;

- Ridimensionamento della portata del metodo comparativo.

Tylor --> Cultura come patrimonio dell'umanità; (concetto unico per tutti, abbraccia tutte le diversità)

Boas --> Studio di ciascuna cultura nel suo contesto storico; (concetto collettivo, molteplicità di

culture diverse e indipendenti)

Malinowski --> Ogni cultura è un sistema chiuso dove ogni istituzione va studiata nella sua funzione

specifica. (inizio delle ricerche sul campo: "collezione di culture")

+ Radcliffe-Brown --> Va studiata la società, fulcro dell'evoluzione, e non la cultura

+ Geertz --> Cultura come il-modo-di-vita-di-un-popolo ("l'uomo senza la cultura è solo un mostro")

Se vogliamo capire il senso di certi comportamenti e certe idee, vanno studiate nel dettaglio le culture. Ma le

culture cambiano, e il mutamento culturale è un processo complesso e articolato, mentre è proprio la società a

determinarne il cambiamento, diciamo che è la radice di tutto quanto.

L'antropologia della prima metà del 1900 è fortemente localizzata, studia realtà chiuse e localizzate. Molte

teorie antropologiche nascono infatti in stretta dipendenza dal contesto ristretto in cui si collocano fenomeni

studiati.

Una cultura, per quanto si sforzi, non riesce mai a configurarsi come un sistema chiuso e autosufficiente, è

sempre aperta al contatto, al confronto, allo scambio con le altre culture e spesso è proprio attraverso l'alterità

che si instaurano i contatti e gli scambi più importanti per la vita sociale: quindi, non esistono culture pure!

1° obiettivo della tradizione --> ottenere l'immobilità sociale (trasferire il patrimonio culturale da una

generazione all'altra senza che subisca variazioni o alterazioni e azzerando quindi il cambiamento). MA è

impossibile, la trasmissione del sapere non può mai attuarsi senza una variazione, poichè verrà interpretato

diversamente da individuo a individuo. Ciò lascia spazio al cambiamento.

Acculturazione --> assimilazione dei mondi culturali. La modernità di una società è direttamente proporzionale

alla velocità con la quale integra le alterità altrui, portando all'ibridazione. Le società tradizionali sono invece

lente e faticose, e soprattutto, conservatrici.

La logica dello sviluppo - la nozione di evoluzione sociale e culturale si è radicata sia a livello di senso comune

che a livello politico religioso economico confermandosi uno dei tratti costituivi di fondo della civiltà

occidentale.

Il fatto che l'occidente si sentisse superiore, spinse le civiltà ad inseguire il loro sogno di apparire anch'esse

superiori.

L'omogeneizzazione è strettamente legata al processo di acculturazione, che si svolge in paralelo

all'inculturazione ed è stato inteso come principale causa dei cambiamenti culturali. L'urgenza etnografica, il

timore dell'antropologia per la possibile scomparsa del proprio oggetto, l'idea che i processi globali siano una

minaccia per le identità nascono da una concezione inadeguata e imbarazzante del concetto di cultura.

Le nozioni di globalizzazione e riformulazione culturale indicano i processi per cui una società vede trasformati

anche vorticosamente i propri valori locali per effetto si di qualcosa che arriva dall'esterno, che non è però il

contatto con un'altra cultura portata da un'altra società, ma sono fenomeni globali, transnazionali.

Questi due poli (l'omogeneizzazione culturale e le culture localizzate da un lato, la globalizzazione della cultura

e la delocalizzazione culturale dall'altro) trovano i loro riferimenti molteplici l'uno nella tendenza a sottolineare

e studiare gli elementi di stabilità e di coesione di una società e l'altro in quella a enfatizzare i punti di tensione,

di contraddizione, e di conflitto.

--> Omogeneizzazione/localizzazione --> studio elementi di stabilità e coesione

--> Globalizzazione/delocalizzazione --> Studio elementi di tensione e conflitto

L'uno nella localizzazione, e l'altro nella delocalizzazione, l'uno nella rappresentazione di un mondo fermo di

etnie, l'altro nella rappresentazione di un mondo in movimento fatto di panorami etnici.

Pensare la cultura come qualcosa di legato a un luogo, a un popolo, a una società che si sforzerebbe di

riprodurla identica e di assorbire gli elementi estranei neutralizzandoli non è più utile nè per studiare i processi

culturali nè per studiare il processo culturale in genere.

--> le culture cambiano, non sono immuni alla globalizzazione o all'omogeneizzazione.

Oltre i confini disciplinari

Scopo dell'antropologia. L'antropologia è lo studio scientifico dell'umanità, un tentativo di spiegare le similarità

e le differenze fra esseri umani, con il fine ultimo di sviluppare una qualche concezione integrata dell'uomo, a

partire dall'analisi delle sue espressioni culturali. Tutti gli esseri umani possono essere oggetto di studio

antropologico.

Gli antropologi sono inoltre interessati a tutti gli aspetti dell'esistenza umana: sistemi di produzione

(economia), competizione per il potere (politica), religione, etichetta e regole matrimoniali (parentela),

linguaggio, tecnologia e arte.. Questo è ciò che si intende per concezione olistica propria dell'antropologia: il

desiderio di comprendere il tutto della condizione umana.

Concezione olistica --> studio di ogni "faccia" di 1 cultura (economia, politica, parentela..)

Trasformare i dati raccolti ai margini in un insieme di relazioni significative significherebbe costruire il sapere

antropologico, o un sapere della differenza.

A lungo in passato gli studi antropologici hanno avuto per oggetto società piccole e relativamente isolate,

parentela, politica, economia, religione sono apparsi tutti ambiti strettamente interrelati. molti antropologi, a

un certo punto, hanno iniziato a studiare le società estese, che sono apparse molto meno localizzate e molto

più dipendenti dallo scambio estensivo e altamente specializzato di beni, idee, persone. Solo di recente è

aumentata la consapevolezza della misura di cui tutte le società sono parte integrata di un più ampio sistema

mondiale: un'unica struttura economica e sociale (e un'unica cultura globale) circonda il mondo intero e

interagisce profondamente e dialetticamente con una molteplicità di strutture locali.

--> società estese --> minore localizzazione, maggiore scambio interculturale

Molti studiosi hanno trovato nuovi spunti di lavoro contrassegnati da termini come multietnicità,

interculturalità, ecc.. Per colpa dell'oggetto. Questo, infatti, si è delocalizzato, cioè si è mosso dai suoi luoghi

verso i nostri, e così le nostre società moderne industriali, postindustriali ecc ecc sono diventate multi-etniche.

Multietnicità: il suo uso implica l'idea che una società possa essere mono-etnica e che le nostre lo siano, un

tempo, state. I sociologi, quindi, hanno legittimamente afferrato il nuovo fenomeno sociale, ma dal canto loro

gli antropologi non potevano non reclamare una, anch'essa legittima, titolarità dello studio dei fenomeni di

multietnicità legati all'immigrazione.

Anche le altre competenze disciplinari reclamarono la loro legittimità a operare nelle analisi e nello studio

dell'interculturale, del multietnico, delle differenze fra culture e così via dicendo: nascono la psicologia

interculturale e la pedagogia interculturale.

Bisogna dire che l'antropologia è stata prima di tutto un progetto culturale, conoscitivo, teorico: dove, allora,

l'antropologia può reclamare la specificità della sua impresa conoscitiva? Lo stato dell'arte antropologica

mostra un eclettismo frastornante, che va dallo studio dei canti siculi e calabresi a quello dell'emarginazione

degli immigrati, fino al gioco del calcio o delle emozioni fra i pintupi del deserto australiano.

Che cos'è l'etnografia e in che senso è responsabile della svolta 'tribale' dell'antropologia della prima metà del

900? L'etnografia è una rappresentazione dell'organizzazione sociale, delle attività sociali, del simbolismo, delle

pratiche interpretative e comunicative di un dato gruppo di uomini. Questa descrizione dovrebbe essere il

prodotto di un processo di ricerca condotto in parte attraverso un'osservazione 'oggettiva' e distaccata e in

parte attraverso una partecipazoine all'interno. Si tratta del principio dell'osservazione partecipante, alla base

del metodo etnografico di cui tanto uso hanno fatto gli antropologi del 900.

A partire da Malinowski l'etnografia è divenuta una pratica intensiva di ricerca, caratterizzata dalla lunga durata

dei soggiorni nei villaggi, dall'apprendimento della lingua locale e da una seria osservazione partecipante.

L'egnografia è dunque diventata il tratto distintivo dell'antropologia.

Peculiare all'etnografia è il tentativo di giungere tanto vicino quanto più è possibile al significato culturale

dell'esperienza delle persone studiate. Per questo gli etnografi risiedono per un periodo più o meno lungo sul

campo, a contatto quotidiano con coloro di cui vogliono comprendere la visione del mondo, osservandoli

mentre vivono e partecipando alla loro vita. Oltre e prima di essere un testo, l'etnografia è un'esperienza.

Questa alternanza di ritmo fra 2 metodi - il deduttivo e l'empirico - e l'intransigenza con cui

pratichiamo entrambi, in forma estrema e quasi purificata, conferiscono all'antropologia sociale il suo

carattere distintivo, rispetto agli altri rami della conoscenza di tutte le scienze, essa probabilmente è

la sola a valersi della soggettività più intima come un mondo di dimostrazione oggettiva.

Questa complicata modalità di stare con gli altri, senza però dimenticare il proprio mestiere, quindi

osservandoli, è ciò che si definisce osservazione partecipante, e grazie all'etnografia la moderna antropologia

sociale e culturale specifica il suo obiettivo in un duplice senso:

1) cogliere e descrivere la diversità culturale

2) perseguire una scienza generale dell'uomo e, sullo sfondo, farsi critica culturale della nostra società.

Con il consolidarsi nelle accademie dell'antropologia, si avviò quindi il periodo - 1920-->1970 - dello studio di

piccole comunità relativamente isolate, categorizzabili come tante culture rappresentabili attraverso la

monografia etnografica, sulla base del concetto di cultura inteso come una sorta di massa che si impone agli

individui determinandone i pensieri e comportamenti.

Culturalizzazione e umanizzazione - Nel diventare membri di una cultura, si diventa anche esseri umani. In ogni

società esiste una qualche idea di che cosa sia l'uomo, una certa concezione dell'umanità e di conseguenza

anche di ciò che tale non è e rientra quindi in quel contenitore generico etichettato con l'espressione 'alterità'.

L'etnocentrismo è un tratto comune a tutte le società umane: ognuno di noi fin dall'infanzia impara il modo

giusto di agire e di pensare. Il processo di interculturazione, attraverso il quale si apprendono i valori della

propria cultura, dura per tutta la vita.

L'etnocentrismo consiste dunque in un atteggiamento che porta a giudicare i modi di comportarsi, le credenze

e le idee sul mondo, il sapere degli altri nei termini dei propri valori e della propria tradizione culturale.

Ciò che è giusto per un gruppo umano non lo è necessariamente per un altro (relativismo culturale) - la

nozione di relativismo culturale accompagnata da una conoscenza sempre più estesa delle singole culture,

consente di interpretare i comportamenti e le credenze altrui nei termini della tradizione e dell'esperienza, in

seno alle quali emergono modi di agire e di pensare, secondo un principio elementare: ciò che è giusto per un

gruppo umano, non lo è necessariamente per un altro.

Questo modo di intendere il rapporto tra etnocentrismo e relativismo deriva da una visione radicale delle

differenze culturali e dall'idea della coincidenza totale fra i confini di una società e i confini della cultura da essa

espressa: l'alterità culturale inizia ai confini della mia società; l'idea che le diversità culturali siano un

patrimonio dell'umanità da preservare, l'idea che le differenze culturali siano certo una ricchezza, ma anche un

ostacolo alla reciproca comprensione delle persone, per cui è importante favorire le prospettive interculturali.

Le culture non esistono. L'antropologia del 900 è responsabile della creazione delle culture portate dai popoli;

l'etnografia le ha studiate ma non ha fatto luce sul processo culturale. Per cui oggi ci troviamo con il paniere

antropologico colmo di 'culture' descritte e rappresentate modellate e valorizzate ma non sappiamo un

granchè sulla cultura.

L'inesistenza delle culture. L'esito dell'azione di decostruzione che caratterizza l'antropologia dal 1980 al 2000.

Dal 1960-70 cambiano le culture e dunque l'antropologia. L'Occidente ha avviato nuove modalità di organizzare

il rapporto con le altre società.

E' impossibile omologare le differenze. Le modalità del confronto con le alterità sono di molto cambiate, e così

le maniere di rappresentarla. Con il riconoscimento dell'inesistenza dell'alterità totale si è raggiunta la

consapevolezza dell'impossibilità dell'omologazione delle differenze; in ogni società ci sono gli altri ed è quindi

necessario distinguere fra alterità immediata (l'altro vicino, per intenderci) e lontana, oppure alterità interna ed

esterna alla società occidentale. Ciò ha fatto si che venisse alla luce a centralità di processi come la

contaminazione e l’ibridazione culturale.

l'autocritica. Ciò ha consentito all’antropologia di rilanciare la sua seconda vocazione, cioè caratterizzarsi come

una disciplina tesa alla critica culturale del ‘noi’. Il cosiddetto ‘campo’, che non è più il luogo ‘puro’ dove

incontrare i nativi originari, ma un’eventuale ‘tappa’ di un itinerario decisamente più articolato e

‘contaminato’.

geertz: "l'uomo senza la cultura è solo un mostro".. L’idea che l’antropologia della essere una sorta di

traduzione di una cultura in un’altra è legata a un’impostazione teorica che frammenta il mondo; che porta a

cercare le essenze culturali anche quando le evidenze empiriche le negano (quando cioè i cosiddetto ‘altri’ ci

appaiono proprio come noi). L’uomo è un animale incompiuto (Geertz), e senza cultura sarebbe un mostro, con

pochissimi istinti utili e ancor meno sentimenti riconoscibili; l’antropologia non può sbarazzarsi del concetto di

cultura, né può fare a meno di 1 qualche teoria della cultura. L’uomo acquisisce socialmente (con la sua

partecipazione progressiva alle interazioni sociali) consapevolezza di sé e degli altri. Si crea cioè un insieme di

strumenti simbolici e culturali utili, indispensabili, per orientarsi nello spazio sociale. Qui l’antropologia trova il

suo progetto conoscitivo.

Etnografia e antropologia. L’osservazione partecipante implica che le ricerche siano concentrate su singole

popolazioni e che i risultati siano esposti attraverso un apposito modello, la monografia etnografica (testo con

caratteristiche linguistico-narrative particolari) dando vita a una serie di saggi corposi e articolati che

espongono dati omogenei su una cultura. Il passaggio dell’analisi antropologica comparativa e ‘panoramica’

della cultura (al singolare) alla descrizione etnografica monografica (locale e specifica) delle culture (al plurale)

in cui la cultura è vista come un sistema funzionale e storico, favorisce la costruzione dell’immagine del mondo

come un mosaico di culture distinte, e la rappresentazione di un’umanità frazionata in popoli, etnie, culture,

procedure di comparazione che sono alla base del discorso antropologico, che è diventato un discorso sulle

culture. Se è certo che l’etnografia è elemento fondante dell’antropologia, è altrettanto certo che essa non può

restare un’indagine fine a se stessa, consistente nella descrizione della diversità umana, perché questa

operazione deve comunque fornire materiale per la riflessione teorica. Il testo etnografico non può essere

un’opera letteraria, ma deve in qualche modo soddisfare le esigenze della teoria. Ciò con riferimento

all’elemento che rende tale un’etnografia: l’intenzionalità conoscitiva dell’antropologo.

Intenzionalità conoscitiva: dimmi come vedi il mondo. L’antropologo dotato di scrittura che si pone nella

posizione umile, quasi subordinata, di chi non sa nulla rispetto al nativo sprovvisto di scrittura per ‘capire il

punto di vista dell’indigeno, la sua visione del suo mondo’. Tuttavia, questa umiltà è una sorta di postura

professionale. Si immedesima ma resta distaccato. Ascolta ciò che il nativo dice, ma il suo interesse non è tanto

nei confronti delle vicende narrate e del narratore quanto per il sistema di valori che eventualmente da quelle

parole si potrebbe ricostruire. Nel conversare con i nativi, gli etnografi sono consapevoli del loro ruolo

‘accademico’, ciò non esclude una sincera partecipazione.

Lo sguardo antropologico. Resta comunque il fatto che l’antropologo non è uno di loro. Questo è un punto

cruciale della questione del rapporto fra etnografi e nativi: l’adozione di uno sguardo antropologico nei

confronti della cultura. L’etnografo viene da una nazione ricca, potente, molto più di quanto non lo sia quella

del nativo, ed il suo interesse è circostanziato alla comunità che studia, dunque temporaneo. Il viaggio

dell’antropologo è sempre o quasi occultato dall’etnografia, laddove implica una molteplicità di contatti con

elementi, posti e forze esterni al luogo specifico della ricerca sul campo.

L’oggettività intersoggettiva. Conta, tuttavia, la qualità delle relazioni con le persone rappresentate nei testi:

sono semplici tipi generici dell’altro culturale, alimento per il sapere antropologico, oppure sono individui

dotati di voce, visioni, dubbi, emozioni, ai quali l’etnografo è legato e dei quali intende sforzarsi di

rappresentare le parole? Un’etnografia si configura in sostanza come il tentativo di costruire una sorta di

oggettività intersoggettiva.

L’occulto etnografico: cosa viene nascosto? Sembra che per l’etnografia l’unico modo di avvicinarsi

all’oggettività sia fare uso di una scrittura che riduca l’esperienza, occultando un numero elevato di elementi, in

gran parte già messi in luce dalle molte opere di critica del testo etnografico. L’etnografia maschera la

soggettività dell’antropologo, le sue emozioni e i suoi atteggiamenti di fronte all’altro; nasconde il carattere

altamente ‘dislocato’ dei processi culturali, creando le specificità delle culture studiate. L’etnografia nasconde il

fatto che un unico linguaggio nativo non esiste, né esiste la possibilità di impararlo e di padroneggiarlo in poco

tempo. E occulta anche il fatto che gli antropologi hanno continuato a servirsi di traduttori e interpreti per

capire eventi complessi, idiomi e testi.

Antropologia oggi: si studiano gli ibridi e la loro storia per capirne i cambiamenti culturali. Nella

rappresentazione etnografica, l’antropologo localizzava e isolava quello che oggi appare in stretta connessione:

villaggio – città – religione – nazione – globalizzazione sono gli ambiti sempre più estesi entro i quali si incanala

il flusso culturale. Una volta che si accerti che rappresentare in antropologia implica la descrizione e la

comprensione di incontri storici, ibridazioni, dominazioni, conflitti o scambi fra locale e globale, diviene

necessario concentrarsi sulle esperienze culturali ibride, cosmopolite, almeno quanto in passato su quelle

delimitate, localizzate, radicate. L’etnografia più recente pone al centro dell’attenzione sempre di più le

persone, rispetto alla cultura, come soggetti storici, non più tipi culturali rigidamente etichettabili.

Teorie, metodi e ricerca empirica. Il sapere costruito dagli antropologi non può non essere conforme ai

presupposti dai quali l’operazione di elaborazione di un sapere antropologico trae la sua legittimità in quanto

impresa conoscitiva connotabile attraverso la tensione verso la differenza. Al suo interno, infatti, un campo del

sapere si articola in metodi e teorie orbitanti. Una disciplina deve tuttavia restare ancorata ad alcuni valori

fondanti, di base, che non possono essere troppo spesso rimessi in discussione. La difficoltà maggiore appare

proprio la ricerca di un nuovo equilibrio fra antropologo e nativi, gli antropologi non possono rinunciare a

parlare di cultura. La cospirazione del silenzio

Ricerca sul campo e scrittura etnografica. 1973, Clifford Geertz sollecita una comprensione dell’antropologia

definendola a partire da una considerazione della pratica etnografica: “se volete capire che cosa è una scienza,

dovete guardare che cosa fanno quelli che la praticano: nell’antropologia (sociale) coloro che la praticano fanno

dell’etnografia.”

Etnografia = ritratto di un popolo.

 Attività di ricerca condotta mediante prolungati periodi di permanenza a diretto contatto con l’oggetto

di studio, sia alla produzione testuale tipica.

 Designa un particolare processo di ricerca e i prodotti comprendono contemporaneamente la presenza

sul campo, il metodo di ricerca e la produzione testuale della disciplina.

 Costituisce la linfa vitale della disciplina, la quale rivendica la propria originalità rispetto alle altre

scienze sociali soprattutto per la ‘ricerca sul campo’. Ogni etnologo stabilisce una relazione con il

proprio ‘campo’, (Malinowskitrobriandesi, Boaskwakiutl, Evans-Pritchardnuer e azande) alla

base dello sforzo etnografico, richiedendogli di condividere l’ambiente, i problemi, il contesto, la lingua,

i rituali e le relazioni sociali con uno specifico gruppo umano.

 Le etnografie sono documenti che pongono domande e si collocano ai margini fra due mondi o sistemi

di significato: il mondo dell’etnografo e dei suoi lettori, e il mondo dei membri della cultura.

 Attraverso la scrittura un etnografo è in grado di decodificare una cultura codificandola per un’altra.

 L’etnografia è una versione della realtà sociale che è essenzialmente una rappresentazione testuale;

 Il lavoro etnografico è un lungo processo di comprensione che inizia molto prima di andare sul campo e

continua dopo che si è partiti.

La rimozione del lavoro sul campo – Rabinow = la tradizione antropologica sebbene abbia sempre riconosciuto

che l’antropologia si fondi sulla ricerca sul campo, nel processo di scrittura ha escluso l’esperienza che ha

iniziato l’antropologo considerando solamente i dati oggettivi che sono portati a casa.

Gli antropologi sembrano rifiutarsi di esibire la processualità del proprio lavoro, di mostrarne le tecniche di

raccolta dei dati e della scrittura. I testi etnografici non spiegano cioè come sono riusciti a derivare da

un’esperienza unica quell’insieme di conoscenze di cui chiedono di accettare la validità. Eppure la maggior

parte del tempo dell’antropologo sul campo è spesa alla vana ricerca di dialoghi interessanti, eventi eccezionali

o “puri”, rincorrendo informatori annoiati spesso incapaci di rispondere alle sollecitazioni dell’antropologo o

reticenti ad assumere responsabilità enunciative.

Memorie autobiografiche e testi scientifici – Qualche antropologo ha pubblicato le proprie memorie del lavoro

sul campo in testi distinti, dalla monografia tradizionale e in maniera pressoché informale, spesso utilizzando

pseudonimi. Molti di questi lavori, tuttavia, non sono altro che riflessioni autobiografiche su progetti passati

finalizzati a mostrare come le condizioni del lavoro sul campo giustifichino e legittimino il lavoro teorico

realista.

La scarsa riflessione metodologica – Gli antropologi hanno dedicato scarsa attenzione e poca ricerca e analisi

ai loro metodi di lavoro. Ciò che costituisce la forza della disciplina e segna l’identità dell’antropologo è stato

eliminato come area di analisi. Il lavoro sul campo è semplicemente ritenuto essere qualcosa che si impara con

la pratica, un’abilità acquisibile attraverso il tirocinio e l’immersione totale.

Teorie sulla subordinazione

Raccolta di dati e elaborazione teorica – L’etnografia, la semplice descrizione di una cultura, è stata

tradizionalmente messa in contrasto con l’antropologia, il trattamento comparativo e classificatorio dei dati

culturali.

1) L’etnografia abbraccerebbe i dettagli raccolti durante la ricerca sul campo;

2) l’antropologia, l’elaborazione teorica e l’esposizione razionale dei dati così ottenuti.

In accordo con le concezioni positiviste, la scienza si organizza attorno ai due poli dell’esperienza della teoria.


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Riassunto per l'esame di Antropologia culturale, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro Dal tribale al globale di Fabietti, Malinghetti, Matera Gli argomenti: Dal tribale al globale, Confini disciplinari,Cos'è l'Antropologia culturale: sapere della differenza. Nasce in Inghilterra nel 1871 come "discorso che parla degli altri" (coloro che non sono normali, con tradizioni, usi, culture differenti da quella occidentale).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature moderne
SSD:
Docente: Zola Lia
Università: Torino - Unito
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giuliarssn di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Antropologia culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Zola Lia.

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