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Appunti macroeconomia

Crisi finanziaria e dei debiti sovrani

Capitolo X KWG - Macroeconomia: un quadro generale

La microeconomia si concentra sul modo in cui gli individui e le imprese prendono decisioni economiche e sulle conseguenze di tali decisioni. La macroeconomia, invece, analizza il comportamento complessivo dell’economia: il modo in cui le azioni di tutti gli individui e di tutte le imprese interagiscono per generare un particolare livello di prestazione economica generale.

I macroeconomisti si occupano di questioni riguardanti la politica economica; analizzano e studiano quel che un governo potrebbe (e dovrebbe) fare per migliorare la situazione macroeconomica. La particolare attenzione alla politica è soprattutto un risultato storico, dovuto alla Grande Depressione degli anni Trenta.

In quei tempi, gli economisti ritenevano che l’economia fosse in grado di autoregolarsi: problemi come la disoccupazione si sarebbero corretti attraverso la mano invisibile e che i vari tentativi del governo per migliorare le prestazioni economiche nella migliore delle ipotesi sarebbero stati inefficaci, anzi, avrebbero probabilmente peggiorato le cose. La Grande Depressione cambiò questo scenario: creò una domanda di intervento e spinse gli economisti a studiare i risultati delle crisi economiche e le maniere per prevenirle.

Nel 1936 John Maynard Keynes pubblica “La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” e trasforma radicalmente la macroeconomia. Secondo l’economia keynesiana le crisi vengono provocate dall’inadeguatezza della spesa e possono essere mitigate attraverso l’intervento pubblico; il governo può quindi intervenire in sostegno di un’economia depressa con la politica monetaria, che utilizza variazioni della quantità di moneta - al fine di modificare i tassi di interesse, e la politica fiscale, che utilizza variazioni della spesa pubblica e della tassazione per incidere sulla spesa complessiva. Keynes ha pertanto consolidato il concetto che dietro la gestione dell’economia ci sia la mano pubblica.

Il ciclo economico

L’occupazione e la produzione tendono a muoversi congiuntamente; il loro movimento comune è il punto d’inizio per l’alternanza tra flessioni e rialzi di breve durata nell’economia. Un periodo di flessione economica, nel quale l’occupazione e la produzione diminuiscono in svariati settori, viene definita recessione (o anche contrazione); un periodo di rialzo dell’economia, nel quale la produzione e l’occupazione aumentano in svariati settori, viene definito espansione (o anche ripresa).

L’alternanza di recessioni ed espansioni nel breve periodo è definita ciclo economico. Il momento in cui l’economia passa dalla fase espansiva alla fase recessiva è detto picco del ciclo economico, mentre il momento in cui l’economia passa dalla fase recessiva alla fase espansiva è detto minimo ciclico. Il ciclo economico è una caratteristica persistente dell’economia.

Quando l’economia è in espansione in genere sono pochi a lamentarsi; invece le recessioni creano molte difficoltà. L’effetto più importante di una recessione riguarda la capacità dei lavoratori di trovare un lavoro: l’indicatore più diffuso delle condizioni del mercato del lavoro è il tasso di disoccupazione. Un tasso di disoccupazione elevato indica che i posti di lavoro sono pochi, mentre un tasso di disoccupazione basso segnala che è facile trovare un lavoro. Le recessioni colpiscono il tenore di vita delle famiglie, perché provocano il licenziamento di molti lavoratori e rendono più difficile trovare un nuovo impiego. La recessione è un fattore negativo anche per le imprese, poiché anche i profitti diminuiscono in fase di recessione.

Per ridurre la frequenza e la gravità delle recessioni è nata la moderna macroeconomia. John Maynard Keynes è stato il primo a suggerire di utilizzare le politiche monetarie e fiscali per mitigare gli effetti delle recessioni, e ancora oggi i governi continuano a ricorrere alle politiche keynesiane quando l’economia tende a contrarsi. Milton Friedman, Nobel per l’economia, ha inoltre consigliato di tenere a bada le espansioni, e non solo combattere le recessioni. Le politiche economiche moderne cercano di appianare il ciclo economico ed è diffusa convinzione che questo contribuisca a rendere più stabile l’economia.

La crescita economica di lungo periodo

La crescita economica di lungo periodo è la persistente tendenza all’aumento della produzione economica di beni e servizi nel lungo termine. La percezione generale dei progressi realizzati dal Paese dipende strettamente dalla capacità di realizzare una crescita di lungo periodo, in particolare la crescita pro capite di lungo periodo: una durevole tendenza all’aumento della produzione a persona, che è fondamentale per l’incremento dei salari e del tenore di vita. Diversamente, il rallentamento della crescita rischia di innescare un clima di diffuso pessimismo nel Paese.

Inflazione e deflazione

L’inflazione è l’aumento del livello generale dei prezzi; la deflazione è invece il calo del livello generale dei prezzi. È importante notare che in macroeconomia con il termine “prezzo” si indica il livello medio dei prezzi dei beni che si scambiano. Si potrebbe supporre che questi cambiamenti dipendano unicamente dalla domanda e dall’offerta, ma in realtà questi due fattori riescono solamente a spiegare perché un particolare bene o servizio aumenta di prezzo rispetto ad altri beni e servizi.

Nel breve periodo, infatti, l’inflazione ha un andamento strettamente legato al ciclo economico: quando l’economia è depressa ed è difficile trovare lavoro, l’inflazione tende a diminuire, mentre quando l’economia è in espansione, l’inflazione tende ad aumentare. Nel lungo periodo, invece, il livello generale dei prezzi è determinato principalmente da variazioni dell’offerta di moneta, ossia la quantità totale di risorse prontamente utilizzabili per effettuare acquisti.

Inflazione e deflazione creano entrambe problemi per l’economia: l’inflazione scoraggia gli individui dal detenere denaro contante, perché se il livello dei prezzi aumenta, la moneta perde valore nel tempo, facendo quindi diminuire la quantità di beni e servizi che è possibile acquistare con una data quantità di moneta; la deflazione, invece, scoraggia gli individui dall’investire in nuove fabbriche e altre attività produttive, perché se il livello dei prezzi diminuisce, la moneta assume valore nel tempo. Di conseguenza, gli economisti descrivono come obiettivo desiderabile la stabilità dei prezzi, una situazione in cui il livello generale dei prezzi varia molto lentamente o non varia affatto.

Gli squilibri internazionali

Un’economia aperta è un’economia che scambia beni e servizi con altri Paesi. Un Paese presenta un disavanzo commerciale (o saldo negativo) quando il valore dei beni e servizi acquistati dall’estero è superiore al valore dei beni e servizi venduti ad altri Paesi; diversamente, un Paese presenta un avanzo commerciale (o saldo positivo) quando il valore dei beni e servizi acquistati all’estero è inferiore al valore dei beni e servizi venduti ad altri Paesi. Quindi, Paesi con una spesa per investimento più elevata del risparmio presentano disavanzi commerciali, mentre Paesi con una spesa di investimento inferiore al risparmio presentano avanzi commerciali.

Capitolo XI KWG - Seguire l’andamento dell’economia

Le misurazioni macroeconomiche

Quasi tutti i Paesi producono un insieme di statistiche note come conti del prodotto e del reddito nazionali, definiti anche conti economici nazionali, che rivelano i flussi monetari – come la spesa dei consumatori, le vendite dei produttori, la spesa pubblica, quella per investimento – che intercorrono tra i diversi settori dell’economia. L’accuratezza della contabilità nazionale di un Paese è in genere un indicatore dell’affidabilità del suo stato di sviluppo economico; di norma, difatti, i Paesi economicamente avanzati hanno conti pubblici molto più accurati di quelli dei Paesi più poveri.

Bisogna tuttavia distinguere tra beni e servizi finali, ossia tutti quei beni e servizi venduti all’utente finale, da beni e servizi intermedi, cioè beni e servizi che vengono scambiati tra imprese che diventano fattori per la produzione di altri beni e servizi. In quest’ultimo caso, l’acquirente non è l’utente finale.

Il prodotto interno lordo, meglio noto come Pil, è il valore di tutti i beni e servizi finali prodotti da un sistema economico in un dato periodo di tempo, in genere un anno. Il Pil non tiene mai conto dei beni usati, poiché il loro valore è stato già conteggiato quando sono stati prodotti (e non è detto che facciano parte del Pil dello stesso Paese), e della vendita di attività finanziarie, poiché tali attività non rappresentano produzione o vendita di beni finali, ma sono titoli di debito e di proprietà. Inoltre viene calcolata soltanto la produzione svolta all’interno dei confini del Paese: un’automobile prodotta in Serbia da produttore italiano verrà conteggiato nel Pil serbo, non in quello italiano. Il Pil può quindi essere inteso come un reddito annuale dello Stato.

Metodi di calcolo del Pil

Esistono tre metodi per calcolare il Pil, tutti utilizzati dalle statistiche ufficiali e che portano allo stesso risultato:

  • Calcolo del Pil come valore della produzione di beni e servizi finali: viene calcolato direttamente, effettuando uno studio sulle imprese e sommando il valore complessivo della loro produzione di beni e servizi finali. I beni e servizi intermedi non vengono conteggiati perché, se si contabilizzass il valore totale delle vendite di tutti i produttori, si finirebbe per sommare più volte la stessa voce, aumentando in modo artificioso il Pil. Per evitare questo problema, è sufficiente includere nel calcolo del Pil solo il valore aggiunto di ciascun produttore. Il valore aggiunto è la differenza tra il valore delle sue vendite e il valore dei fattori produttivi che l’impresa acquista da altre imprese: in breve, ad ogni fase del processo produttivo si eliminano i costi dei fattori (beni intermedi) utilizzati in quella fase. Il valore aggiunto del produttore di automobili è pari al valore monetario delle automobili meno il valore dell’acciaio che acquista; il valore aggiunto dell’acciaieria è pari al valore dell’acciaio meno il valore del minerale di ferro che acquista; soltanto chi non acquista beni intermedi ha un valore aggiunto pari al valore complessivo delle vendite.
  • Calcolo del Pil come spesa per l’acquisto dei beni e servizi finali prodotti dalle imprese nazionali: viene misurato quindi dal flusso di fondi che affluisce alle imprese. Anche questa misurazione deve essere effettuata in modo tale da evitare la doppia contabilizzazione dei capitoli di spesa; bisogna quindi conteggiare solamente il valore delle vendite agli acquirenti finali, come i consumatori, le imprese che acquistano beni di investimento, lo Stato e acquirenti stranieri (esportazioni), escludendo la vendita di beni intermedi da una impresa all’altra. I conti economici nazionali includono nella spesa finale la spesa per investimento delle imprese in beni capitali (macchinari); questo perché anche se vengono utilizzati per la produzione, durano diversi anni e non sono legati alla produzione corrente, quindi considerati come una spesa finale.
  • Calcolo del Pil come reddito dei fattori corrisposto dalle imprese nel sistema economico: vengono sommati tutti i redditi dei fattori pagati dalle imprese ai nuclei familiari presenti nel sistema economico. Tali redditi sono i salari dei lavoratori, gli interessi guadagnati da coloro che prestano i propri risparmi allo Stato o alle imprese, la rendita guadagnata da coloro che danno in locazione terreni, il profitto guadagnato dagli azionisti. Tutto il denaro speso per l’acquisto di beni e servizi prodotti dalle imprese nazionali genera un reddito dei fattori a vantaggio dei nuclei familiari.

Il Pil serve per calcolare le dimensioni di un sistema economico, controllare la condizione dell’economia durante il ciclo economico e offrire un metro di paragone per valutare le performance economiche del Paese nei diversi anni o nel confronto tra diversi Stati. Occorre però prestare attenzione usando i dati relativi al Pil, in particolare quando le si vogliono effettuare confronti nel tempo: infatti, parte dell’aumento del valore del Pil nel tempo è spesso legato all’aumento dei prezzi dei beni e servizi, piuttosto che ad un reale aumento della produzione.

Il Pil reale: una misura della produzione aggregata

Il Pil può aumentare perché l’economia produce di più, oppure semplicemente a causa dell’inflazione, perché anche se la produzione non aumenta, il Pil aumenta se crescono i prezzi dei beni e servizi prodotti da quella economia. Ugualmente, una flessione del Pil può avvenire per mezzo di una contrazione della produzione, o semplicemente per una diminuzione dei prezzi.

Per misurare in modo preciso la crescita economica, e quindi neutralizzare l’effetto della variazione dei prezzi, è necessario misurare la produzione aggregata; la quantità totale di beni e servizi prodotti dall’economia. La misura utilizzata per questo scopo è il Pil reale: il valore totale di tutti i beni e servizi finali prodotti da un sistema economico in un dato periodo di tempo, in genere un anno, calcolato come se i prezzi fossero rimasti costanti al livello di un anno base. Per questo è sempre accompagnato dall’indicazione dell’anno base di riferimento.

Una stima del Pil che tiene conto delle variazioni dei prezzi, calcolata utilizzando i prezzi dell’anno in cui la produzione ha avuto luogo, è detta Pil nominale: il valore totale dei beni e servizi finali prodotti dall’economia in un dato anno, calcolato ai prezzi correnti.

Pil nominale anno 1 = (2000x0,25) + (1000x0,50) = 1,000 miliardi

Pil nominale anno 2 = (2200x0,30) + (1200x0,70) = 1,500 miliardi

Calcolo Pil reale (anno di riferimento: anno 1)

Pil reale anno 1 = lo stesso del Pil nominale anno 1 = 1,000 miliardi

Pil reale anno 2 (prezzi anno 1) = (2000x0,25) + (1200x0,50) = 1150 miliardi

In realtà gli economisti che producono i conti economici nazionali negli Stati Uniti hanno adottato un metodo per misurare la variazione del Pil che viene definito concatenazione: permette di utilizzare la media tra il tasso di crescita del Pil ottenuto utilizzando un anno base remoto e il tasso di crescita del Pil ottenuto utilizzando un anno base recente; di conseguenza, le statistiche statunitensi sul Pil reale vengono sempre espresse in dollari concatenati.

A parità di altre condizioni, un Paese con una popolazione più numerosa ha un Pil più grande, semplicemente perché la sua forza lavoro ha dimensioni maggiori. Se si vuole fare un confronto il Pil di Paesi diversi, ma si vogliono eliminare gli effetti delle diversità demografiche, si utilizza la misura del Pil pro capite: il valore del Pil diviso per la popolazione di quel Paese, ossia il Pil per individuo.

Il Pil reale pro capite è il Pil reale medio per individuo, ovvero la misura della produzione aggregata media per individuo, il reddito medio per individuo o il valore aggiunto medio per individuo. È una misura utile per confrontare la produttività del lavoro tra Paesi e misura la crescita economica. Tuttavia non è un obiettivo in sé, perché non dice come un Paese utilizza la propria produzione per migliorare il tenore di vita dei suoi abitanti: anche se la capacità produttiva dell’economia aumenta, non è detto che la società metta a frutto investimenti adeguati, come per l’istruzione, la sanità o altri settori che favoriscano il benessere dei suoi cittadini.

Gli indici dei prezzi e il livello generale dei prezzi

Il livello generale dei prezzi è una misura del livello complessivo dei prezzi nel sistema economico. Per calcolare il livello generale dei prezzi, gli economisti calcolano la spesa che un tipico consumatore deve sostenere per acquistare un dato paniere di mercato, un insieme ipotetico di beni e servizi acquistati prima della variazione dei prezzi da un consumatore medio. Per evitare di dover tenere traccia del costo effettivo di un paniere di anno in anno, la misura viene normalizzata in modo che sia pari a 100 nell’anno base.

Utilizzando un paniere di mercato e un anno base, e dopo aver effettuato la normalizzazione, si ottiene un indice dei prezzi, una misura del costo dell’acquisto di un dato paniere di mercato in un dato anno, normalizzato in modo che sia 100 nell’anno base prescelto.

Indice dei prezzi in un dato anno: x 100

Gli indici dei prezzi sono alla base del calcolo dell’inflazione. Il tasso di inflazione è la variazione percentuale annua di un indice ufficiale dei prezzi. In genere viene utilizzato l’indice dei prezzi al consumo.

Tasso di inflazione: x 100

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/01 Economia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Alecio91 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Macroeconomia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Pacelli Lia.
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