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...e automobili, in cui la rivendita è difficile da evitare

Possiamo distinguere tre diverse tipologie di discriminazione di prezzo:

  • DISCRIMINAZIONE DI PREZZO DI TERZO GRADO

venduto a gruppi diversi a prezzi diversi, omogenei però all'interno dello stesso gruppo. (... come ... gli sconti per gli studenti o per gli anziani).

I prezzi sono lineari e costanti all'interno dei diversi gruppi e i consumatori si differenziano per uno o più caratteristiche osservabili dall'impresa.

La discriminazione di prezzo di terzo grado l'impresa deve risolvere i due problemi tipici: l'identificazione e l'arbitraggio.

La regola per definire i prezzi è semplice:

  • I consumatori con bassa elasticità della domanda dovrebbero pagare un prezzo alto.
  • I consumatori con alta elasticità della domanda dovrebbero pagare un prezzo basso.

Dunque se: ε1 < ε2 allora P1 > P2;

Quindi, una volta identificati e separati i vari gruppi di consumatori, la regola generale che caratterizza la discriminazione di terzo grado è la seguente:

Il monopolista fissa prezzi elevati nei mercati in cui i consumatori hanno un'elasticità della domanda bassa perché la domanda non è molto sensibile alle variazioni di prezzo e fissa prezzi bassi nei mercati in cui i consumatori hanno un'elasticità della domanda elevata perché la domanda è molto sensibile alle variazioni di prezzo.

La discriminazione di prezzo di terzo grado si verifica spesso quando le imprese vendono prodotti differenti (libri in edizione economica vs. libri in edizione lusso), ed è importante sottolineare che si è in presenza di discriminazione di prezzo soltanto se la differenza di prezzo tra due prodotti non è dovuta a differenze di costi di produzione, dunque la discriminazione di prezzo tra varie versioni di uno stesso prodotto esiste se i prezzi diversi non sono giustificati da differenze nei costi sottostanti.

Inoltre:

  • se il differenziale di prezzo riflette la differenza tra costi marginali, allora non si è in presenza di discriminazione di prezzo;
  • se il differenziale di prezzo non riflette la differenza tra i costi marginali, allora si è in presenza di discriminazione di prezzo.

In questo caso le imprese offrono diverse varietà del loro prodotto come mezzo per far sì che il mercato si selezioni in diversi gruppi, ad esempio i produttori di automobili offrono diversi linee di macchine per attrarre clienti con diversi livelli di reddito.

Possiamo, inoltre, parlare di discriminazione per luogo vendendo un prodotto viene realizzato in una determinata area geografica e viene venduto in un'altra.

Consideriamo l'esempio del pesce di Boston (pesce pescato a Boston, ma venduto a Manhattan).

Supponiamo che la domanda di entrambi i mercati sia identica e pari a Pi = A - BQi.

Il costo marginale di pescare il pesce è lo stesso, ma se viene pescato a Boston e deve essere trasferito a Manhattan, nel secondo mercato si dovranno sostenere dei costi di trasporto, quindi cj = ci + dt, dove dt è il costo di trasporto per aggiungere il secondo mercato. La regola di massimizzazione dei profitti è R'ci = c in ogni mercato;

  • A - 2BQi = ci, da cui: Qi = (A - ci)/2B, che sostituito nella funzione di domanda di ogni mercato dà:
  • A - 2BQi = ci + dt, da cui: Qi = (A - ct)/2B, che sostituito nella funzione di domanda di ogni mercato dà: Qi = (A - ct)/2B, che sostituito nella funzione di domanda di ogni mercato dà:

Possiamo notare che i prezzi dei due mercati sono diversi:

nel primo Pi = (A + ci)/2, nel secondo Pi =

dove Pi - Pi = t/2 ≠ ci - ct.

Dunque la differenza tra il prezzo nel primo mercato e il prezzo nel secondo mercato non è pari alla differenza tra i costi marginali, infatti la differenza tra i costi marg è dovuta alla differenza di prezzo è t/2.

L'impresa sta applicando discriminazione di prezzo assorbendo il premio in eccesso.

...utomobili, in cui la rivendita è difficile da evitare

Possiamo distinguere tre diverse tipologie di discriminazione di prezzo:

DISCRIMINAZIONE DI PREZZO DI TERZO GRADO: lo stesso prodotto viene venduto a gruppi diversi a prezzi diversi, omogenei però all'interno dello stesso gruppo.

La regola per definire i prezzi è semplice:

  • i consumatori con elasticità della domanda bassa dovrebbero pagare un prezzo alto;
  • i consumatori con elasticità della domanda elevata dovrebbero pagare un prezzo basso.

Dunque se: ε1 > ε2 allora P1 > P2;

Quindi, una volta identificati e separati i vari gruppi di consumatori, la regola generale che caratterizza la discriminazione di terzo grado è la seguente:

La discriminazione di prezzo di terzo grado si verifica spesso quando le imprese vendono prodotti differenti in edizione economica. Si intende sottolineare che si ha discriminazione di prezzo solo se la differenza di prezzo tra due prodotti non è dovuta a costi di produzione, dunque la discriminazione di prezzo tra varie versioni di uno stesso prodotto esiste solo se i prezzi diversi non sono giustificati da differenze nei costi sottostanti. Inoltre:

  • se il differenziale di prezzo riflette la differenza tra costi marginali, allora non si è in presenza di discriminazione di prezzo;
  • se il differenziale di prezzo non riflette la differenza tra i costi marginali, allora si è in presenza di discriminazione di prezzo.

In questo caso le imprese offrono diverse varietà del loro prodotto come mezzo per far selezionare in diversi gruppi, ad esempio i produttori di automobili offrono diverse linee di macchine per attrarre clienti con diversi livelli di reddito. Possiamo, inoltre, parlare di discriminazione per luoghi se un prodotto viene realizzato in una determinata area geografica e viene venduto in un'altra.

Consideriamo l'esempio del pesce di Boston (pesce pescato a Boston, ma venduto a Manhattan): supponiamo che la domanda di entrambi i mercati sia identica e pari a Pi = A - BQi.

Il costo marginale per pescare il pesce è lo stesso, ma se viene pescato a Boston e deve essere trasferito a Manhattan, nel secondo mercato si dovranno sostenere dei costi di trasporto, quindi cj = c* dove t è il costo di trasporto per aggiungere il secondo mercato.

La regola di massimizzazione dei profitti è R'=C' in ogni mercato:

  • A - 2BQi = ci, da cui: Qi = (A-ci)/2B, che sostituito nella funzione di domanda di cui Pi = A - BQi;
  • A - 2BQi = ci + t, da cui: Qi = (A-ci-t)/2B, che sostituito nella funzione di domanda di cui Pi = A - BQi;

possiamo notare che i prezzi dei due mercati sono diversi: nel primo Pi = (A + ci)/2, nel secondo Pi = (A + ci + t)/2, da cui Pi - Pi = t/2

dunque la differenza tra il prezzo nel primo mercato e il prezzo nel secondo mercato non è pari alla differenza tra i costi marginali, infatti la differenza tra i costi marginali è 0, ma la differenza di prezzo è t/2.

L’impresa sta applicando discriminazione di prezzo assorbendo il 50% del costo di trasporto.

... produce un unico prodotto omogeneo, gruppi diversi di consumatori pagheranno prezzi diversi per lo stesso bene. Se invece, l’impresa vende prodotti differenziati, i prezzi delle diverse varietà del prodotto varieranno in misura diversa dalla differenza dei costi marginali di produzione. Una condizione ... non sufficiente, affinché la discriminazione di prezzo conduca ad un aumento del benessere sociale è che aumenti l’output totale. Infatti, se la discriminazione di prezzo porta ad un aumento dell’output, potrebbe ridurre la distorsione del monopolio. Tuttavia, quando ci sono nuovi mercati, ossia mercati identici in presenza che si inseriscano, quando dunque non c’è aumento di efficienza. Una proprietà della discriminazione di prezzo di terzo grado è rendere profittevole servire dei mercati che non sarebbero serviti in assenza di discriminazione di prezzi, quindi avviare nuovi mercati, ossia quei mercati popolati da gruppi con reddito molto basso rimarranno serviti se il monopolista non fosse in grado di stabilire prezzi discriminatori. Il risultato positivo potrebbe essere quello di un incremento dell’output aggregato e di un miglioramento del benessere sociale.

Supponiamo esistano due mercati: un mercato forte e un mercato debole. L’impresa discrimina i prezzi, quindi nel primo mercato c’è un prezzo diverso da quello del secondo, detto con Pu, il prezzo che osserviamo è come si se l’impresa avrebbe ottenuto prezzi diventato il prezzo, detto prezzo uniforme.

  • MERCATO FORTE: l’elasticità della domanda è inferiore e il prezzo è maggiore rispetto all’altro mercato. Nel mercato forte si ha una perdita perché diminuisce l’output e l’impresa si allontana dall’output di concorrenza (aumento concorrenza = aumento benessere).
  • MERCATO DEBOLE: l’elasticità della domanda è maggiore e il prezzo è minore rispetto all’altro mercato. Nel mercato debole si ha un surplus perché aumenta l’output e l’impresa si avvicina all’output di concorrenza (diminuzione efficienza = diminuzione benessere).

Limitare il monopolista a forme semplici e lineari di discriminazione di prezzo equivale, dal punto di vista qualitativo, a consentigli di applicare un prezzo di monopolio in ciascuno dei suoi mercati separabili, ossia che in qualsiasi mercato applicare un prezzo di monopolio riduce il surplus anche monopolista se in conseguenza non porta a meno di chiedersi se una strategia del primo prezzo, avanza, sia inefficace, potrebbe consentirgli di accaparrarsi profitti maggiori ed è qui che vengono introdotte le altre due discriminazioni di prezzo:

  • DISCRIMINAZIONE DI PRIMO GRADO O DEI PREZZI PERSONALIZZATI: viene applicato un prezzo diverso per ogni unità consumata e può essere diverso da persona a persona, infatti i consumatori sono facilmente identificabili dal monopolista, dunque vi è personalizzazione del prezzo da parte dell’impresa (es. mercati delle pulci). Con la discriminazione di primo grado, il monopolista è in grado di praticare il prezzo massimo che ciascun consumatore è disposto a pagare per ogni unità di prodotto venduta, dunque riesce a massimizzare il surplus del consumatore e a trasferirglielo al monopolista. Dato che il profitto assorbe l’intero surplus totale, la discriminazione di primo grado è efficiente. In generale sappiamo che, in assenza di discriminazione, il monopolista segue la strategia di quantità e minimizza i propri profitti almeno, e se riduce il prezzo, aumenta la quantità venduta. In caso di discriminazione di primo grado, il monopolista riesce a vendere un’unità di prodotto al prezzo di ciascun consumatore, per cui se il monopolista decidesse di vendere un’unità di prodotto non ha bisogno di ridurre il prezzo perché andrà a vendere quell’unità di prodotto in più al consumatore che è disposto a pagare quel prezzo, quindi, di fatto, non è in grado di applicare discriminazione di primo grado, vendere un’unità aggiuntiva di prodotto, non richiede mai di abbassare il prezzo, infatti ogni unità addizionale genera ricavi esattamente uguali al prezzo a cui è acquistata. Per attuare la discriminazione di prezzo di primo grado, comunque, si devono risolvere i due problemi tipici, cioè l’identificazione e l’arbitraggio, o più chiaramente, l’impresa deve evitare che ci sia un’informazione precisa e la possibilità di prevenire l’arbitraggio.

Tuttavia, il monopolista può attuare alcune delle padaverem utilizzando dei suoi esempi, l’efficienza ...

un locale che vende due categorie di consumo:

senza discreti

funz dom azienda PA 16

Giovani PG:

PC> 4

QG 16-P=0

QA 12-P=0

con il P e il P

P=16

QG 16-5=11

QA 12-9=3

QA 9+4 10

quando i surplus totali non si dissipano

SG (12-9):3 4

SA (16-9):7

il club può fare di regola!!

SG (24-5):4 7

TG 4

buona p… d’ingresso

Θ= 32

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