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Storia del design

Etimologia della parola design

Il termine inglese design, che letteralmente significa "progetto" o "disegno", si riferisce al processo di progettazione industriale che mira a conciliare i requisiti tecnici, funzionali ed economici degli oggetti prodotti in serie, così che la forma che ne risulta è la sintesi di tale attività progettuale. Il designer è infatti colui che si occupa di pianificare la realizzazione di un prodotto, studiandone attentamente, attraverso disegni su carta o al computer, attraverso simulazioni e analisi dei materiali, l'efficienza e l'utilità ma anche la gradevolezza delle forme.

Il concetto di design è oggi strettamente legato alla produzione industriale, poiché si riferisce il più delle volte a oggetti prodotti in serie grazie a procedimenti meccanici. Tuttavia questo termine coinvolge, al giorno d’oggi, un ampio numero di campi applicativi: esso viene utilizzato nel momento in cui una disciplina si avvicina al concetto di decorazione e rifinitura; la parola design, per esempio, ad oggi viene utilizzata anche in campi come la cucina (si parla infatti sempre di più di food design). Nella manualistica inglese, ad esempio, la lavorazione della ceramica è nominata ceramics design, mentre quella delle carte da parati wallpaper design.

Un ulteriore esempio è quello del pattern design: pattern significa "disposizione". Viene utilizzato per descrivere, a seconda del contesto, un "disegno, modello, schema, schema ricorrente, struttura ripetitiva" e, in generale, come sinonimo di texture (trama, per esempio la trama di un tappeto) o una regolarità che si riscontra all'interno di un insieme di oggetti osservati (per esempio, le macchie di un ghepardo).

Anche se l'usanza di rifinire gli oggetti ammonta prima dell'arrivo del design, la decorazione è da definirsi come la “preistoria” del design. L’anglismo della parola design deriva da un fatto molto reale: nella metà dell'ottocento, l'impero inglese si presentava come potenza dominante, di conseguenza si incominciò a diffondere l’uso della lingua inglese a livello mondiale. Tuttavia esiste una differenza profonda tra il significato del termine Design nella lingua inglese rispetto a quello nella lingua italiana. Queste due espressioni per l’appunto non possono essere sovrapposte.

Nell’accezione latina originale “designare” significa “segnare, disegnare, esprimere, indicare esattamente, lasciare un segno, una traccia”. Giorgio Vasari conclude nel “Proemio di tutta l’opera” delle Vite scrivendo: “Dico adunque che la scultura e la pittura per il vero sono sorelle, nate di un padre, che è il disegno, in un sol parto et ad un tempo […]. Laonde a ragione si può dire che una anima medesima regga due corpi; et io per questo conchiudo che male fanno coloro che si ingegnano di disunirle e di separarle l’una da l’altra”.

Nel trattato viene spiegato per l’appunto che il disegno sia un'attività comune alla scultura e all'architettura, nate tutte da un unico padre, il segno, che esiste nella testa di tutti gli artisti e viene poi tradotto nelle diverse arti.

Il termine italiano “disegno” significa sia design che drawing ma non ha lo stesso significato di “progetto” che ha “design” e quindi si presta male a una traduzione letterale dall’inglese. La parola Design invece nella lingua angloamericana assume diversi significati. Si può tradurre genericamente come “progetto” o “progettazione” e riguarda praticamente qualunque ambito: architettura, automobili, merce, mobili, software, moda, ecc.

Fu la difficoltà, emersa nei paesi anglofoni, di definire con una sola parola una professione nuova e complessa come quella del progettista di prodotti industriali che obbligò ad adottare la formula ambigua “industrial design”. Il “disegnatore industriale” in italiano può essere anche colui che materialmente esegue i disegni di altri e non necessariamente un progettista. Questa frammentazione può avere un senso, ma spesso è determinata da un desiderio di primogenitura che spinge a utilizzare il termine “design” perché ritenuto attraente e quasi privo di connotazioni negative.

Fra le innumerevoli definizioni, oltre alle definizioni “ufficiali”, è interessante leggere anche quelle di alcuni professionisti. Una definizione “classica” ed essenziale è quella di Achille Castiglioni: “È difficile dare un’esatta definizione di industrial design ma credo giusto chiarire come deve essere considerato quello che io definisco un vero designer. Il designer è colui che, lavorando in équipe, progetta e realizza oggetti veri, per bisogni reali. Il designer non deve fare dello stile e tanto meno della moda. Il designer non è un artista estroso. Il metodo di lavoro del designer è molto diverso da quello dell’artista (e qui intendo per artista colui che produce opere rare per se stesso oppure per una élite). Il designer produce oggetti in serie per la comunità.”

Bruno Munari, artista, poeta e divulgatore, attento ai temi del design, propone questa definizione: “Il designer è un progettista dotato di senso estetico, che lavora per la comunità. Il suo non è un lavoro personale ma di gruppo. Il designer organizza un gruppo di lavoro secondo il problema che deve risolvere”.

Teoria del quadrifoglio

Renato De Fusco, un noto storico dell'architettura e della progettazione, definisce il design industriale secondo un’altra logica: “Il design non è una veste esteriore, non è una definizione, un aggettivo, ma una fenomenologia che unisce forma e funzione in una dimensione estetica. È il frutto dell’intreccio di quattro fattori, quella che chiamo teoria del quadrifoglio, ovvero: progetto, produzione, vendita e consumo. Spesso si intende la parola come un sinonimo di accattivante, innovativo. Ma io sono realista, se si vuole un oggetto ci vuole chi lo progetta, lo produce, lo acquista e lo consuma.”

Ognuno dei quattro parametri si allontana dal senso di design se non è messo in corrispondenza dei restanti tre, essi vanno intesi come un dato di fatto. Benché progetto, produzione, vendita e consumo corrispondano a 4 fasi distinte e successive l’una alle altre, non possono essere divisi. È quindi sbagliato, secondo questa visione, limitare la visione del design al “progetto” o alla sua realizzazione, o intavolare polemiche tra designers e progettisti, così come pensare che il percorso di ideazione di un oggetto cosiddetto di design termini con la sola progettazione, senza prendere in considerazione la reazione del pubblico ad esso, il suo consumo e smaltimento.

I 4 fattori

  • Progetto: poiché si possa parlare di industrial design deve esistere un progetto, non inteso come ideazione astratta di una forma approssimata ma come un documento quotato e tecnico che ne descriva dettagliatamente ogni particolare. Il disegno tecnico progettuale deve contenere il DNA dell’oggetto a cui si fa riferimento, contenendo tutte le informazioni necessarie per arrivare al prodotto finito: si fa riferimento ai materiali, alle lavorazioni, agli incastri, assemblaggio e smontaggio, misure quote e sezioni precise che ne mostrino ogni particolare. Il progetto è la prima fase nonché punto fondamentale e deve poter essere letto universalmente da chi poi avrà il compito di realizzarlo.
  • Produzione: il concetto di produzione è imprescindibilmente legato al senso di progettazione: nel momento in cui si parla di realizzazione è sottinteso che sia presente un progetto ben preciso contenente tutte le informazioni possibili per passare al processo di realizzazione. È per questo che nel momento della produzione si crea un distacco tra il progettista e l’operaio: in quel momento il progetto è terminato e ciò che serve è una attenta lettura del progetto e una precisione tecnica di realizzazione di quanto disegnato e descritto nel progetto. La fase astratta di pensiero è ormai chiusa, lasciando spazio alla pura tecnica esecutiva.
  • Vendita: l'oggetto realizzato dovrà poi migrare in un meccanismo di vendita. La vera vita dell’oggetto inizia nel momento in cui il progetto e la realizzazione vengono mostrati al pubblico; a seconda di come il pubblico reagisce ad esso si può ragionare sulla sua efficacia. Immettendosi sul mercato i parametri di giudizio si allargano non solo alla bontà del progetto ma anche al rapporto qualità-prezzo, al target di vendita, all’impatto sociale ed economico.
  • Consumo: il concetto di consumo parte dal presupposto che nessun oggetto d’uso sia immortale. Ognuno di questi si rompe, si rovina o si consuma ed è compito del designer fare in modo che il suo oggetto sia riparabile. In questo senso, il designer deve preoccuparsi organicamente della vita del proprio oggetto e delle possibilità di intervento esterno su quello stesso prodotto. Il consumo viene ovviamente sempre legato all’uso ma spesso il fattore determinante è il passaggio di moda: nel momento in cui un oggetto esce dai canoni di gusto sociali ha la stessa valenza di un oggetto rotto, sebbene continui ad esercitare la funzione per cui è stato acquistato. I criteri di consumo viaggiano infatti di pari passo con le “oscillazioni del gusto”.

Succede spesso che alcuni oggetti possono ancora essere adatti all’utilizzo, ma non adatti ai contesti sociali in cui viviamo: ciclicamente ciò che ci piace, non è poi più di nostro gradimento a causa dell’influenza della moda sulla collettività. C’è inoltre da aggiungere al concetto di consumo il fattore non indifferente della necessità del progettista di sviluppare prodotti volti a decadere e passare di moda così da assicurare un certo ricambio commerciale. Ad oggi l’azienda che produce oggetti troppo longevi è destinata a fallire. Dopo la fase di consumo sarebbe ad oggi opportuno aggiungere una quinta fase ovvero quella di smaltimento e riciclaggio: in un mondo soffocato dai rifiuti è impensabile pensare di progettare un oggetto senza pensare ad una possibile modalità di scarto che non abbia impatto negativo sull’ambiente.

Artigianato e industria

Per capire l’origine e significato di “design” bisogna risalire alla genesi dell’idea industriale e quindi alla sua matrice artigianale e chiarire la differenza fra artigianato e industria. L’artigiano è in sostanza colui che, controllando l’intero processo, realizza degli oggetti simili o diversi fra loro, utilizzando principalmente le mani o l’aiuto di strumenti non meccanizzati. L’artigiano sfrutta inoltre la sua esperienza per improvvisare soluzioni e risolvere problemi. È quindi spesso anche progettista ed è il connubio tra mente e mano che caratterizza il prodotto artigianale.

L’industria nasce prima come pensiero logico che come aspetto tecnico. L’industria nasce come necessità di produrre un elevato numero di oggetti uguali. Questa spinta verso la produzione di serie è avanzata nei secoli con alterne fortune ed è esplosa con la rivoluzione industriale della seconda metà del XVIII secolo. Essa non ha esclusivamente come obiettivo la realizzazione di un prodotto completo ma può occuparsi anche solo di alcune parti. In generale infatti il concetto di industria parte da un senso molto più semplice rispetto a quello moderno, ovvero quello di lavorare una materia prima tramite l’utilizzo di una macchina.

È quindi importante non lasciarsi ingannare dall’idea che le macchine nascono con l’avvento della rivoluzione, queste erano già utilizzate fin dai tempi dell’antichità: fra le tante invenzioni che hanno preceduto e permesso la Rivoluzione Industriale, si può citare quella del mulino, già ampiamente in uso presso i romani, o il tornio, consta di un perno circolare su cui il tornitore poggia i piedi determinando il movimento, per modellare e profilare l'oggetto in argilla. Una macchina che ha modificato radicalmente le sorti dell'umanità; fino alla nascita della plastica la ceramica, nelle sue eccezioni, è stato il materiale usato maggiormente dall'uomo per svolgere diverse attività.

È solo con l’avvento della rivoluzione industriale che la macchina inizia ad essere intesa come strumento ideale per ottimizzare la produzione e non solo come ausilio dell’uomo: le macchine iniziano ad essere introdotte nelle fabbriche per far sì che vengano prodotti il maggior numero possibile di pezzi e non unicamente per alleggerire il carico di lavoro dell’uomo. Risulta dunque riduttivo considerare la Rivoluzione Industriale come avvio del pensiero industriale: se si considera la serialità come matrice dell’idea industriale forse ha più senso partire con “l’adobe”, il mattone di argilla ricavato con l’ausilio di uno stampo di legno e cotto al sole. Si può considerare come primo esempio di procedimento standardizzato.

In linea di principio qualsiasi oggetto è producibile industrialmente, ma se non ha senso produrlo per le ragioni prima citate, quell’oggetto non sarà mai veramente industriale, ma sarà un oggetto non adatto a essere prodotto industrialmente e di conseguenza avrà un costo inadeguato. La progettazione industriale è quindi concettualmente diversa da quella artigianale. Quando si progetta per l’industria si pensa sempre alla tecnologia della fabbrica, calibrando il progetto alla logica dell’automazione per semplificare al massimo il processo produttivo, quando si progetta per l’artigiano è invece logico esaltarne il lavoro manuale e l’abilità sottolineando il pregio dei materiali.

Il lavoro del designer

I designer si dividono sostanzialmente in due grandi scuole di pensiero: chi cerca di portare l'industria sulla via delle belle arti e chi invece volta le spalle all’astrattismo dell’arte concentrandosi sulla mentalità industriale. Quest’ultimi si rendono disponibili a rinunciare alla bellezza per venire a patti con “la macchina”. Secondo il pensiero industriale di questi ultimi, la figura del designer va oltre la decorazione superficiale e la voglia di stupire attraverso rifiniture ornamentali ma deve agire sulla struttura dell'oggetto, non solo sulla decorazione ornamentale-iconografica.

Esemplare è lo spremiagrumi di Philippe Starck, che lavora più sulla struttura rispetto alla decorazione. La scommessa del designer è stata quella di cercare una forma innovativa rispetto ai tradizionali spremiagrumi. L'originalità del prodotto riesce a ricompensare la sua scomodità d’uso.

Tra le due tipologie di designer sopracitate se ne aggiunge una terza che porta alla trattazione del concetto di design anonimo: con design anonimo si intende l’insieme di tutti quegli oggetti e progettisti che passano inosservati sul mercato; si intende per esempio quell’insieme di oggetti in vendita in mercati, supermercati o outlet che non hanno nessun tipo di struttura originale ma che si limitano a riprodurre le forme standard affiancate alla tipologia in questione.

Prendiamo per esempio in esame uno spremiagrumi: esistono in commercio un’enorme quantità di oggetti di questo tipo, tutti realizzati seguendo in linea di massima le stesse forme. Questo tipo di oggetti d’uso si distacca dal concetto di progettazione di design prendendo una piega più affine alla mera funzione.

I limiti del disegno industriale

Normalmente quando si parla di design industriale si tende a confondere le discipline che esso include: con disegno industriale si intende una disciplina che prelude uno studio di progettazione ben diviso dalla realizzazione materiale. È quindi necessario chiarire i limiti entro cui può essere descritto l’industrial design: la moda per esempio non fa parte dell'industrial design in quanto, a differenza del design industriale, non implica un cambio radicale nelle tecniche di produzione utilizzate per la realizzazione dei vestiti: sebbene prodotti su più larga scala, i capi d’abbigliamento rimangono imprescindibilmente legati al lavoro artigianale perché per quanto si possa automatizzare il lavoro, non esistono tecniche sostitutive nella realizzazione di cuciture e orli.

Per chiarire il concetto è utile portare un esempio di come, al contrario, esistano delle eccezioni in cui il metodo industriale è riuscito ad entrare nel mondo del fashion: si pensi al marchio Adidas. Le scarpe di tale marca, vengono progettate in ogni particolare proprio come un oggetto d’uso e poi realizzate attraverso saldature a caldo, molto lontane dalle tecniche solitamente utilizzate nelle realizzazioni artigianali. Questo le allontana dal convenzionale mondo del fashion design per avvicinarsi ad una tecnica vicina a quella del disegno industriale.

Anche nel campo del graphic design vanno posti dei limiti per far sì che questo rientri nel concetto di disegno industriale. Illustratori o grafici che impostano l’estetica di una pagina web non possono rientrare nel quadro del design industriale. Il concetto è che...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/02 Storia dell'arte moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher beatriceseragni di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di storia dell'arte moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Politecnico di Milano o del prof Davoli Enrico Maria.
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