50 SFUMATURE DI PUBBLICO E LA SFIDA DELL’AUDIENCE DEVELOPMENT
L’Audience Development (AD) è oggi un tema centrale nel settore culturale, ma
difficile da definire in modo univoco perché comprende approcci e finalità molto
diverse. Spesso viene associato al marketing, ma in realtà coinvolge anche
competenze educative e didattiche, soprattutto quando mira a raggiungere nuovi
pubblici o gruppi difficili da coinvolgere.
L’AD risponde alla crescente esigenza di rendere sostenibili, economicamente e
socialmente, le organizzazioni culturali, aumentando l’impatto delle loro attività e
rafforzando la relazione con i pubblici. Secondo l’Arts Council of England (2006), l’AD
comprende attività che rispondono ai bisogni dei pubblici attuali e potenziali e che
aiutano le istituzioni culturali a costruire relazioni durature. Include marketing,
programmazione, educazione, cura del pubblico e distribuzione.
Molti studiosi sottolineano che l’AD non è solo una funzione, ma una vera filosofia
organizzativa che deve permeare tutti i livelli decisionali. Si distingue dal marketing
perché non punta solo ad aumentare il numero dei visitatori, ma ad ampliare la
varietà dei pubblici coinvolti. L’EENC (2012) insiste su un concetto di AD che non si
limiti alla crescita quantitativa, ma favorisca esperienze culturali coinvolgenti, di
qualità e capaci di diversificare i pubblici.
Già negli anni ’80 Diggles aveva proposto un modello integrato (ADAM) che univa
strategicamente marketing e sviluppo del pubblico, mostrando come i due ambiti
dovessero procedere insieme.
In sintesi, l’AD comprende sia attività di fidelizzazione dei visitatori abituali, sia
strategie per coinvolgere pubblici che normalmente non frequentano musei, teatri o
biblioteche.
L’interesse attuale verso l’AD deriva anche dalle politiche europee: il programma
“Europa Creativa” considera lo sviluppo dei pubblici una priorità per superare la
frammentarietà dei mercati culturali, ampliare i pubblici oltre le barriere linguistiche
e nazionali, sfruttare le potenzialità del digitale e rafforzare le competenze degli
operatori culturali.
Queste indicazioni riflettono due constatazioni:
1. la democratizzazione della cultura, obiettivo del secondo dopoguerra, non è
stata pienamente raggiunta;
2. in un welfare ridotto, la sostenibilità economica delle istituzioni culturali
dipende sempre più dalla loro sostenibilità sociale e dalla capacità di innovare.
Si afferma così una visione che lega cultura, sviluppo e benessere: per generare
effetti positivi sulla creatività, sulla cittadinanza e sulla qualità della vita, è
necessaria una base sociale ampia e inclusiva.
I dati Eurobarometer (2013) mostrano però un calo della partecipazione culturale
rispetto al 2007: si leggono meno libri, si visitano meno musei, si va meno ai concerti
e in biblioteca. La partecipazione rimane fortemente influenzata da età, genere,
istruzione, occupazione, classe sociale e, in alcuni contesti, anche da appartenenza
religiosa o provenienza geografica.
Il quadro è ancora più complesso perché molte pratiche culturali digitali sfuggono
alle statistiche tradizionali e perché il consumo culturale sta diventando sempre più
partecipativo, relazionale ed esperienziale. Le barriere tra produttore e
consumatore si fanno più sfumate, e la distinzione tra fruizione digitale e reale è
sempre meno netta.
Nel settore culturale esistono molti modi per definire il pubblico — spettatori
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