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2.5 Costruzione dell’altro: percezione, stereotipo, pregiudizio

Per lo studio della comunicazione è indispensabile approfondire i suoi aspetti problematici.

L'attività percettiva viene considerata dal senso comune una semplice ricezione degli stimoli esterni, in realtà è un

fenomeno strutturato culturalmente. La percezione fissa gli stimoli in una configurazione secondo un certo ordine:

osservando un paesaggio persone diverse avranno percezioni diverse di esso. Quando le persone appartengono allo

stesso contesto culturale questa evidenza viene attenuata, ciò non accade con persone appartenenti a contesti culturali

differenti nella quale la diversità diventa palese. Nella percezione, alle componenti sensoriali, si associano quelle socio

culturali, senza le quali non potrebbero avvenire i processi di selezione, categorizzazione e interpretazione degli

stimoli esterni.

> la selezione consente al soggetto di non essere sommerso dalla quantità di stimoli ricevuti. Comporta dare più

rilevanza ad alcuni stimoli piuttosto che ad altri. Si producono così le basi per visioni del mondo e modi di agire

differenti da persona a persona, da gruppo culturale ad un altro.

> la categorizzazione è il momento strutturante della percezione umana nella quale sugli stimoli selezionati si

inserisce l'organizzazione che li trasforma in insiemi a cui è possibile dare un senso. Attraverso essa si generano le

rappresentazioni della realtà che la rendono oggetto di apprendimento, valutazione e comunicazione.

> l'interpretazione consente di costruire l'immagine di un mondo partendo dalle selezioni percettive e dalle

categorizzazioni, in base al quale alcuni aspetti della realtà sono stati privilegiati rispetto ad altri.

Gli effetti della percezione si consolidano in categorie che possono dare chiarezza e relativa stabilità alle sollecitazioni

che provengono dai contesti con cui entriamo in contatto. Se queste si irrigidiscono, si percepiscono come

immodificabili e nasce lo stereotipo. Da una parte, esso agisce come riduttore di complessità, dall'altra diventa

resistenza al cambiamento. Lo stereotipo ha funzione irrinunciabile perché consente alla comunicazione di essere

fluida, favorisce il mantenimento e la riproduzione delle stesse cornici culturali all'interno delle quali avviene la

comunicazione. Può trasformarsi anche in ostacolo: quando ci si focalizza solo su un aspetto riscontrabile nella realtà e

attorno ad esso si costruisce una generalizzazione che verrà applicata al gruppo, che schiaccerà l'individuo

diventandone un suo esemplare. Le caratteristiche nella costruzione dello stereotipo sono visibili e contrastabili, se si

assiste ad un esempio contraddittorio, questo verrà ridotto ad essere un caso eccezionale, in modo da mantenere lo

stereotipo. Lo stereotipo condiviso da un gruppo ne diviene un tratto identitario, questo evidenzia come esso abbia una

forte valenza emotiva: ecco perché è considerato uno strumento di trasmissione culturale: il gruppo mantiene la

propria identificazione attraverso una rete di stereotipi che divengono il patrimonio del gruppo stesso > lo stereotipo

viene interiorizzato e gli individui del gruppo accettano di adattarsi all'immagine che lo stereotipo dà di loro.

Lo stereotipo può diventare stigma quando una particolare caratteristica fisica o culturale evidente diventa oggetto di

valutazione negativa, andando a segnare l'identità del soggetto stigmatizzato umiliandolo, emarginandolo e

sminuendone l'autostima (nel rapporto tra gruppi sfocia nel razzismo).

Allo stereotipo si connette il pregiudizio ovvero un giudizio negativo su tendenze religiose, politiche, culturali e sugli

individui che ne sono portatori. Si manifesta come categorizzazione negativa ed aggressiva di un gruppo che si sente

in competizione con un altro e vuole rivendicare la sua presunta superiorità. Il pregiudizio è l'esito della

precomprensione ovvero la rappresentazione che precede una concreta e diretta esperienza. Nella sua più radicale

esemplificazione prende la forma patologica dei pregiudizi normali: orientamenti legati ad opinioni irreversibili che

non si accetta vengano confutate e si traduce nel manifestare comportamenti discriminatori nei confronti delle vittime.

Tale comportamento è legato a fattori emotivi profondi connessi a ragioni storiche e sociali.

Una delle modalità del pregiudizio è la de-individualizzazione, con la quale la persona viene cancellata nella sua

singolarità per vessarla in quanto parte del suo gruppo.

4.1 Comunicare con i “diversi” nello spazio istituzionale

L’impatto con interlocutori legati a retroterra culturali “altri” ha rappresentato la prima complicazione che la presenza

dei migranti ha costituito per i servizi pubblici.

Esistono alcune differenze fra altri tipi di relazione e le interazioni che possono definirsi istituzionali e che rispondono

a 3 essenziali criteri. Nelle interazioni istituzionali è fondamentale che almeno uno degli attori agisca secondo una

finalità dettata dall’istituzione nell’ambito in cui si svolge la relazione. All’interno delle cornici in cui avviene

l’interazione istituzionale, gli interlocutori possono condizionarsi reciprocamente in quanto possono variare le

interpretazioni: entrano in campo le selezioni che ciascuno può compiere in relazione al ruolo che svolge. A loro volta,

entrano in gioco anche il temperamento e la concezione delle relazioni umane. Nel rapporto con le istituzioni la

capacità di muoversi con agilità e competenze può determinare il successo o l’insuccesso della comunicazione.

Quando i migranti diventano utenti dei servizi pubblici si pone la necessità di intervenire per rendere più fluida la

comunicazione e garantire ai nuovi arrivati la realizzazione dei servizi richiesti. E’ in questo modo che è emersa la

mediazione interculturale: una mediazione concepita come dispositivo di intervento finalizzato a garantire il corretto

funzionamento dei servizi pubblici, proteggendoli dall’impatto dei migranti.

4.2 Forme e soggetti della mediazione

Le relazioni che si svolgono nei contesti socio istituzionali richiedono la condivisione di convenzioni e la disponibilità

di alcune competenze (conoscenza della lingua) per permettere la comunicazione tra le parti. Questo comporta anche

che possano verificarsi differenze di potere che sfociano in un rapporto gerarchico. Nel caso dei migranti, questa

circostanza si verifica quando coloro che fanno parte delle istituzioni rappresentano la propria cultura come superiore.

Quando la nozione di intercultura si coniuga con quella di mediazione si crea la mediazione interculturale, che

rischia di essere utilizzata come mero dispositivo di accoglienza dei migranti o di definizione della professione. Da qui

il fatto che le attività interculturali non sono sempre coerenti con la natura delle pratiche a cui si riferiscono, si tratta di

attività legate a progetti sperimentali non inseriti nell'organizzazione delle strutture pubbliche.

Il sorgere delle pratiche della mediazione interculturale sono riconducibili al contesto americano e canadese degli anni

'60, ed è legato alla tradizione giuridica del Common Law: le prime sperimentazioni riguardavano l'ambito del diritto

(familiare, dell'economia, del lavoro). In Gran Bretagna la mediazione interculturale è stata incorporata nel sistema

dell'Advice, un sistema che fornisce assistenza, informazioni e consulenza in diversi ambiti pubblici e privati.

In Francia, anche i temi dell'immigrazione e delle diversità sono affrontati dalla mediazione sociale. Sono 2 le figure

della mediazione interculturale: adultes-relais e interpreti sociali che si occupano di facilitare le relazioni tra i cittadini

e assisterli nel rapporto con le amministrazioni pubbliche.

La Germania, a seguito della riforma Schroeder del 2000 (riconoscimento dello ius soli), ha visto il proliferare di

iniziative della mediazione interculturale. Si è prodotta una vasta gamma di sperimentazioni e progetti per l'inclusione

sociale di vecchi e nuovi immigrati. Le figure professionali sono 2: gli Integrationslotsen (guide per l'integrazione che

operano nei singoli programmi messi in atto da agenzie pubbliche e associazioni) e le Stadtteilmutter (madri del

distretto, figure dedicate a percorsi di empowerment femminile).

Il caso italiano prende avvio negli anni '90: si produce un modello implicito in cui l'insieme delle pratiche di

mediazione e la loro retorica vengono usate per riempire il vuoto. A determinare questo effetto sono le caratteristiche

del nostro welfare: discontinuo e segnato da forti localismi, ciò corrisponde ad una carenza di elaborazione teorica a

sostegno del suo inserimento nei contesti operativi.

Le definizioni di mediazione si muovono attorno ad alcuni temi fondamentali: mediazione come dispositivo per

rimediare al disordine prodotto da interazioni mal condotte (mediatore è una figura terza che crea le condizioni per un

dialogo). La sua connotazione "culturale" compare quando ci si riferisce all'utilizzo degli immigrati come mediatori

presso i loro compatrioti. Più orientate in direzione interculturale sono le definizioni che insistono sull'aspetto

linguistico-culturale della mediazione come strumento che spiega la domanda comunicata in modo inefficace e crea

forme di comunicazione capaci di interagire con le parti. La mediazione interculturale appare come una dimensione

indispensabile per la qualità della comunicazione nei vari contesti dell'organizzazione sociale.

4.3 Ambiti e metodi della mediazione

Il quadro normativo della mediazione in Italia è incompiuto, infatti la mediazione interculturale non ha ancora avuto

un riconoscimento dal punto di vista legislativo. La figura del mediatore appare per la prima volta in un testo

normativo del 1990 nel primo tentativo di mettere a tema l'inserimento degli alunni non italiani nella scuola

dell'obbligo ricorrendo a mediatori di madre lingua. Nel 1998 saranno nominati come "stranieri, titolari di

carta/permesso di soggiorno di durata non inferiore a due anni, al fine di agevolare i rapporti tra le amministrazioni e

gli stranieri appartenenti a diversi gruppi etnici, linguistici, religiosi". I riferimenti citati riguardano solo l'ambito

scolastico, solo nel 2006 verrà valorizzata questa figura professionale anche nell'ambito sanitario. Il quadro si fa più

complesso se consideriamo gli esiti degli interventi regionali: proliferazione di professioni (interprete sociale,

mediatore culturale, operatore culturale...). In alcune regioni si è definito il profilo professionale tramite l’istituzione di

albi professionali.

Le situazioni locali sono tutte diverse, ma accomunate dalla precarietà delle condizioni di lavoro, dall'incertezza del

welfare e dell'instabilità degli orientamenti politici. I contorni di questa figura rimangono, quindi, fluidi e non si sa se

considerarla come portatore di una specifica professionalità o come un operatore volontario e se il suo profilo debba

corrispondere a quello dello straniero che fa da tramite tra i servizi e la sua comunità d'origine o come un

professionista che agisce grazie alle competenze acquisite in uno specifico percorso di formazione.

Le università italiane hanno sviluppato proposte didattiche volte a formare esperti capaci di praticare nella

comunicazione interculturale. Le aree di intervento e i piani in cui i mediatori agiscono si combinano in una mappa

complessa nella quale ci si muove attraverso 2 concezioni:

> la prima vede il mediatore come una terza figura dedita a fare da tramite nei rapporti tra le istituzioni e altri utenti,

facendo chiarezza nella comunicazione tra le parti (funzione di sostegno).

> nella seconda il mediatore produce innovazione culturale: favorisce l'interazione per esaltare gli aspetti positivi della

diversità e valorizzare l'esperienza del cambiamento tra le parti.

Si può dire che i ruoli svolti dai mediatori possono essere ricondotti a 3 tipologie d'azione: attività di facilitazione,

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ansya di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Comunicazione pubblica e sociale in prospettiva interculturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Bosco Nicoletta.
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