LEZIONE 2 PARTE 1 – 22 SETTEMBRE MUSCHITIELLO
LEZIONE INTRODUTTIVA
Pedagogia dell’inclusione
Il corso si chiama “Processi educativi per l’inclusione sociale” appunto perché cercheremo di
capire quali sono e che cosa significa dal punto di vista educativo la parola “inclusione”, quali
sono i processi educativi e soprattutto cercare di riflettere molto su quello che è il ruolo
dell’assistente sociale rispetto a quello che è il processo di inclusione di un soggetto in
condizioni di disagio, devianza o marginalità. Quello che ci interessa principalmente è cercare
di iniziare a capire un pochettino che cosa fa l’assistente sociale, qual è il suo ruolo rispetto a
quelli che sono altri ruoli come quello dello psicologo o dell’educatore, che caratterizzano il
mission
contesto nel sociale. Perché questo? Perché dobbiamo capire qual è la specifica del
ruolo dell’assistente sociale in sé.
È importante iniziare a definire il ruolo dell’assistente sociale perché molte volte succede che
l’assistente sociale non si ha chiarezza di quelli che sono i confini di tale ruolo rispetto alle altre
figure e questo non è colpa nostra, ma spesso succede che, come ad esempio accade nei
consultori, vengono presi in carico alcuni interventi in cui l’assistente sociale non collabora con
lo psicologo, oppure magari manca lo psicologo e quindi l’assistente sociale fa delle domande o
fa degli interventi come se fosse uno psicologo, o ancora capita che lo psicologo tende a fare
tutto e prende il ruolo sia suo personale che quello dell’assistente sociale.
Questo perché un po' esiste il problema economico per cui in alcune strutture gli ass. sociali
sono pochi, gli psicologi mancano, oppure mancano alcune figure di emergenze negli ambiti
territoriali ecc. per questo ognuno fa quel che può perché si deve lavorare sulla situazione
mission
emergente. Questo ci può stare che, in un contesto in cui la – l’obbiettivo sociale sia
quello di intervenire, ci siano delle situazioni di commissione o sovrapposizione, MA tale
sovrapposizione è possibile SOLO E SOLTANTO lì dove ognuno sa quale sia il proprio limite
professionale ed è consapevole quando lo sta superando.
Quindi ci si chiede: qual è il senso del mio lavoro? Qual è l’obiettivo specifico? Fin dove arrivo io
e fin dove mi devo fermare? Fin dove arriva lo psicologo e sin dove lo psicologo di deve
fermare? Dobbiamo fare un po' di chiarezza su questi aspetti.
Qui ci concentreremo quindi sugli aspetti educativi del lavoro dell’assistente sociale, però prima
di fare questo delineeremo i confini del lavoro dell’assistente sociale stesso.
Come introduzione a tutto, è importante capire che: quando parliamo di processi educativi per
la professione sociale, non vogliamo dire che l’assistente sociale deve fare l’educatore, perché
appunto l’educatore farà la sua professione per cui è richiamato e lo stesso vale per
l’assistente sociale, sono due compiti e due professioni differenti.
Tuttavia perché si parla di processi educativi? 1
Il lavoro dell’assistente sociale ha una precisa dimensione educativa, ma cosa vuol dire? Vuol
dire che il respiro del suo intervento, cioè gli obiettivi ampi del suo intervento, sono obiettivi di
tipo educativo/rieducativo.
Ma che cosa è quindi il PROCESSO EDUCATIVO? È un processo che non si interrompe mai,
infatti in pedagogia si parla di “Lifelong Learning” → ovvero educazione per tutti e per tutta la
vita, quindi per questo non si interrompe mai e comunque si distingue tra: FORMAZIONE –
ISTRUZIONE – EDUCAZIONE. In particolare: la FORMAZIONE si impara all’interno di ambiti
istituzionali, scolastico e di formazione appunto, mentre l’EDUCAZIONE si apprende anche in
altri ambiti che sono esterni a quelli che sono definiti istituzionali e formali.
Possiamo inoltre accennare all’etica della pedagogia e del ruolo dell’etica relazionale:
dell’importanza dell’etica e dei suoi valori che sono → AUTORITA’ – RISPETTO – LIBERTA’ ecc.
Prima di questo però dovremmo riprendere quello che è il concetto di PEDAGOGIA. Che cosa è
la pedagogia?
PEDAGOGIA → “La pedagogia è la scienza dell’educazione, si occupa quindi dell’educazione,
ossia del processo educativo.”
PROCESSO EDUCATIVO → “Processo, percorso, che dura tutta la vita: inizia quando nasciamo e
finisce quando moriamo”.
Che vuol dire? Vuol dire che tutte le persone del mondo hanno un processo educativo: vuol dire
che ognuno di noi evolve, da quando nasciamo sino a quando moriamo appunto. Non vuol dire
che l’evoluzione sia necessariamente positiva, evoluzione non vuol dire necessariamente
“miglioramento”, ma sicuramente vuol dire “cambiamento” → cambiamo fisicamente, cambia
la nostra età, la nostra autonomia, cambiano i nostri contesti, cambiano le persone intorno a
noi ecc.
Questo processo emotivo è il processo educativo dell’uomo che non è uguale per tutti
indistintamente: innanzitutto dipende da quella che è la nostra “identità” → noi nasciamo e
abbiamo una nostra caratteristica personale che in qualche modo ci guida, tale caratteristica è
il nostro istinto appunto che ci guida in quello che è il nostro percorso; e dipende anche dalle
relazioni che noi abbiamo con gli altri e viceversa.
Cioè: il percorso educativo/ evolutivo di una persona è un percorso che attiene alla nostra
identità e alle relazioni che noi instauriamo e che gli altri instaurano con noi.
Perché mi riferisco alle relazioni che noi instauriamo con gli altri e viceversa?
Perché se noi immaginiamo un bambino piccolo, il suo istinto prevale ma la sua reazione e
relazione che gli altri hanno con lui incide sulla sua identità. Possiamo quindi fare l’esempio del
bambino appena nato, quando esce dalla pancia della mamma istintivamente piange (nessuno
glielo ha insegnato); tale pianto ovviamente è diverso a seconda che il bambino ha fame, ha
freddo, ha caldo, ha sonno, ha paura ecc., il bambino è portato a piangere in modo differente e
lo fa istintivamente.
Ma cosa accade nel tempo? La relazione di chi si prende cura di lui (madre, padre, nonni ecc.)
incide sul suo pianto: se il bambino piange per la fame in un modo e i genitori (ad esempio) lo
mettono a dormire, oppure piange in un altro modo perché ha sonno e gli danno da mangiare 2
ecc. il bambino istintivamente dopo poche ore MODIFICA il suo modo di piangere perché ha
capito che se piange in un modo perché ha sonno gli danno da mangiare e se piange perché ha
fame lo mettono a dormire, quindi adatta il modo di piangere. Questo è una reazione
puramente istintiva, non c’è un ragionamento dietro, legata al fatto che: da un lato c’è l’istinto
che indica un determinato modo di piangere del bimbo (e quindi indica il suo essere), dall’altro
c’è il modo in cui l’altro si è relazionato al bambino, perché in quel caso il modo che i genitori
hanno di dare da mangiare è una forma di relazione. Questo ci indica quanto questo modifica
nel bambino il modo di piangere.
Quindi immaginiamo quanto nel corso della sua evoluzione, la relazione del bambino con il
genitore (o chiunque si prende cura di lui), modifica fortemente il modo di essere del bambino,
che comunque ci mette del suo e lo stesso ci mette del suo la relazione dell’altro con il
bambino.
L’evoluzione di ogni persona, dove l’evoluzione significa cambiamento e NON significa
necessariamente miglioramento → l’evoluzione è il modo di cambiare e di evolvere che può
essere in positivo o in negativo, è un cambiamento che dipende dall’identità e cioè dal vissuto
e dalle relazioni. La persona quindi cambia in base a com’è lui e come gli altri si relazionano a
lui e in questo incidono una serie di fattori: i genitori, amici, parenti, contesto sociale, contesto
familiare, contesto culturale ecc.
Ricordiamo sempre che quello che io faccio per l’altro, pensando di fare del bene, deve sempre
collegarsi a quella che è l’identità della persona e che al tempo stesso il contesto nel quale
cresciamo è un contesto che ci forma in tutto → quello che noi siamo dipende in via generale
dal contesto.
Tutti questi elementi insieme determinano il percorso educativo della persona. Quindi cosa è la
pedagogia? PEDAGOGIA → E’ la scienza dell’educazione.
In questo percorso educativo-evolutivo ritroviamo anche altri elementi: ISTRUZIONE e
FORMAZIONE; cioè non scinde sul nostro modo di essere e di pensare e anche in quello che noi
studiamo, le scuole che noi frequentiamo. Facciamo in questo caso un esempio: si dice
“deformazione professionale”, ma cosa vuol dire? Che magari uno fa come lavoro l’avvocato e
quindi anche nel quotidiano tende ad esporsi e relazionarsi come se si trovasse in tribunale.
Questi sono tutti elementi che attengono a quello che stiamo dicendo da prima: cioè anche
quello che noi studiamo, quindi anche il modo in cui usiamo la nostra mente, le abitudini che
noi abbiamo, il tipo di approccio, la forma mentis che noi costruiamo ecc. incide sul nostro
modo di essere e sul modo di relazionarci con l’altro e anche sul modo di relazionarci con noi
stessi.
Tutto questo quindi: il contesto sociale, le relazioni, la formazione, l’istruzione, le amicizie ecc.
sono tutta una serie di elementi che incidono sul nostro modo di essere e anche di cambiare
nel tempo. Diversi lo sono anche due gemelli, sia che vivono gli stessi ambienti, sia che li
vivono separatamente (scuola, sport, amici ecc.) perché il modo di relazionare la propria
identità con le persone tenderà a cambiare. 3
Che cosa è l’educazione?
EDUCAZIONE → E’ la scienza che si occupa del processo educativo dell’individuo.
Cosa vuol dire “che si occupa”? Studia come la persona si evolve in relazione ai vari contesti:
qui richiamiamo la pedagogia familiare su come la persona cambia in relazione al contesto
familiare; richiamiamo la pedagogia sociale su come la persona cambia in relazione al contesto
sociale e al tempo stesso come il contesto sociale contribuisce sull’evoluzione della persona;
poi vi è la pedagogia interculturale che studia come la persona straniera si relaziona in un altro
contesto e viceversa ecc. ci sono tanti tipi di pedagogia che però tutti hanno come obiettivo
principe questo elemento, cioè quello di analizzare l’evoluzione della persona in relazione ai
vari contesti.
Perché ci interessa studiare la pedagogia? Ci interessa perché il nostro lavoro sarà quello di
accompagnare e effettuare degli interventi nei confronti di persone di qualsiasi età che si
trovano in una condizione di disagio, marginalità, devianza ecc.
Questo accompagnamento che significa? Significa dare degli strumenti per accrescere la loro
autodeterminazione. L’autodeterminazione è la capacità di prendere autonomamente delle
decisioni.
L’inclusione educativa posta sul soggetto che “accompagno” inizia con la fine dell’intervento →
cioè l’intervento rientra appunto nell’intervento di recupero su una condizione particolare dove
c’è il problema, e si interviene proprio su quella che è poi una prospettiva di inclusione sociale;
ma l’inclusione, intesa come processo educativo, è un’azione che dovrebbe iniziare quando è
finito l’intervento di emergenza.
Questo concetto di intervento però stona con quello che è il concetto di autodeterminazione,
cosa vogliamo dire: il percorso di acquisizione di responsabilità, autonomia, consapevolezza
che fa parte dell’autodeterminazione, si attiene nel poter stimolare nella persona, che si trova
in una condizione di disagio, la capacità di acquisire consapevolezza della propria condizione e
quindi di rimando non poter dire loro “se una cosa è sbagliata o meno” come ad esempio il
bere → la cosa principale da fare è mostrargli che il bere non gli porta a buone conseguenze in
tanti ambiti che possono essere la famiglia, il lavoro, ambiente sociale, le relazioni ecc. Ciò non
significa che io assistente sociale voglio cambiare la persona in quanto tale, ma più che altro
voglio fargli acquisire consapevolezza della propria condizione, fargli acquisire quindi la voglia o
in qualche modo la motivazione per adottare determinati tipi di cambiamenti che possono
consentire a un miglioramento della sua condizione e accompagnarlo in un percorso che abbia
come obiettivo l’autonomia, autonomia intesa in senso pedagogico come “non essere più
necessari” per il soggetto richiedente aiuto.
È importantissimo quindi per noi assistenti sociali, prossimi alla professione, acquisire uno
sguardo critico e uno sguardo di insieme rispetto a tutto quello che sono e che saranno gli
interventi che noi faremo; con questo sguardo di insieme è possibile quindi capire (ritornando
al concetto di pedagogia) che al netto di quelle che sono le difficoltà, il lavoro dell’assistente
sociale è un lavoro che deve essere realizzato in una prospettiva di inclusione → cioè in una 4
prospettiva pedagogica che ha come obiettivo il raggiungimento da parte della persona di una
capacità di consapevolezza – responsabilità – autonomia.
Perché questo accada, è necessario che il percorso e tutti i tipi di interventi che noi andremo a
fare, avvengono in una prospettiva educativa che è quella dell’etica relazionale.
Che cosa è quindi l’ ETICA RELAZIONALE?
ETICA RELAZIONALE → E’ quella dimensione di senso educativo verso cui orientare gli
interventi educativi.
Facciamo un esempio: quando è stato detto prima che l’inclusione sociale è fare in modo di
accompagnare la persona verso il miglioramento; questo miglioramento che significa in realtà?
Significa verso un modello di vita “giusto/corretto”. Ma qual è questo modello “giusto”? Se io
cresco in un contesto sociale di tipo mafioso, per me è normale che un genitore usi le armi, è
figo che un fratello venga arrestato e si fa qualche mese di carcere, è normale che mia madre
aiuti mio padre a spacciare, è normale vivere un certo tipo di situazione al limite di quello che
può essere la giustizia sociale. Però in quel contesto, quello per me è un contesto giusto, quindi
l’assistente sociale come fa a relazionarsi a quella persona dicendo che è sbagliato: ci si ritrova
di fronte a due stili e due percezioni completamente opposte, per cui il ragazzo può benissimo
dire “chi lo ha detto che questo mio modo di vivere non è giusto?” e questo vale per tutto. Lo
stesso vale per chi appartiene a un contesto culturale e religioso diverso dal nostro, come i
musulmani che hanno una visione della figura femminile completamente diversa dalla nostra,
ecco per loro risuonerà “sbagliato” il nostro di approccio culturale e la nostra visione della
donna, questo di rimando porterà l’assistente sociale ad avere difficoltà nell’effettuare un
intervento in merito alla situazione verificatasi.
Il nostro lavoro non è semplice, perché sarà un lavoro in cui dobbiamo avere la capacità di
approcciarci a culture differenti nel rispetto di essa. Quando si parla di accompagnamento,
l’assistente sociale non è che va da chi ha sbagliato dicendo esplicitamente “io sono giusto e tu
sei sbagliato”; l’assistente sociale deve avere la capacita (intesa come una postura personale
esistenziale) di sentire che quella persona verso cui si relaziona è in quel modo non perché è
brutto e cattivo, ma perché è il frutto/il prodotto di un percorso culturale negativo in cui è nato
e cresciuto. L’essere diverso e avere un problema, una condizione di disagio sociale, non è una
colpa o una scelta, ma è solo il frutto di quel contesto di vita, può essere scontato ma non lo è.
O per meglio dire, noi assistenti sociali razionalmente lo abbiamo insito questo concetto
avendolo anche studiato ecc. il problema sta proprio nel fatto che come professionisti
dobbiamo passare da una posizione razionale di rispettare le diverse culture ecc., ad una
postura di tipo esistenziale: perché se io mi pongo in una posizione di non dare colpa al
soggetto, il soggetto stesso lo sente e questo non permette il crearsi di una relazione di fiducia
fondamentale necessaria per il percorso di accompagnamento. Nel processo di
accompagnamento tu utente cammini con me assistente sociale, io non ti trascino da nessuna
parte perché il trascinare porta all’andare via immediato dell’utente come se quasi si sentisse
soffocato. 5
La scelta di accompagnamento dal punto di vista educativo – pedagogico è un concetto
estremamente diverso. Quindi quello che noi dobbiamo acquisire nel nostro percorso per
divenire assistenti sociali è quello di acquisire una nuova postura esistenziale, che non è facile
ovviamente, e acquisire la consapevolezza e di liberarsi dal pensiero prevaricante su qualcuno
con divario culturale evidente che si presenta da noi per ricevere aiuto: se si riesce a fare
questo già si è fatto un bel lavoro su se stessi come professionisti. La cosa che posso fare è
aiutare la persona a comprendere che alcuni modi di fare vanno a compromettere la sua
persona, chi le circonda e le relazioni in genere, questo è vero traguardo e un processo di
educazione inclusiva, io sto rispettando il suo modo di pensare e allo stesso tempo la sto
aiutando a prendere consapevolez
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