Fisiologia
La fisiologia è la disciplina che studia il funzionamento degli organismi
viventi, cercando di comprenderne i meccanismi tramite i quali garantisce il
mantenimento della stabilità dell’ambiente interno. Chiaramente questo
concetto, per organismi complessi come il corpo umano, si applica a partire
dalla struttura più semplice, quale la cellula, a quelle più complesse, ovvero
sistemi e apparati, per poi essere definita per l’organismo nella sua totalità.
Il corpo umano è costituito da unità semplici, le cellule, che attraverso il
differenziamento cellulare
si specializzano nello
svolgimento di particolari
funzioni. Cellule
differenziate che presentano proprietà simili
tendono ad aggregarsi formando i tessuti, i tessuti
interagiscono a formare organi e gli organi
lavorano in modo sinergico per formare apparati o
sistemi (ricorda: un sistema è convenzionalmente
formato da organi con lo stesso tipo di tessuto, in
un apparato, invece, gli organi, pur svolgendo
compiti simili, sono formati da tessuti diversi).
Alla base della fisiologia c’è l’omeostasi, termine greco dato da homoios (simile) + stasis (fissità,
invariabilità) che sta ad indicare il mantenimento di una condizione fisiologica costante nonostante
si verifichino variazioni dell’ambiente esterno. Il termine costante non va inteso nel suo significato
prettamente matematico bensì va inteso come un range limitato di valori all’interno del quale la
condizione fisiologica può subire fluttuazioni, ad esempio la glicemia deve essere tra 80 e 100; nel
momento in cui si instaurano valori esterni a tale range e non si realizzano meccanismi fisiologici
per ristabilire i corretti valori si va incontro ad una condizione
patologica. Possiamo quindi dire che l’omeostasi è uno stato
stazionario dinamico, e anch’essa può essere riferita alla
cellula, al tessuto, all’organo, all’apparato/sistema o
all’organismo nel suo insieme; questi diversi livelli di omeostasi
non sono isolati bensì sono strettamente correlati tra loro
mediante il liquido interstiziale. Infatti, per le cellule il liquido
interstiziale è esterno, mentre è l’interno per un tessuto, il
quale è a contatto con l’ambiente esterno, quindi i tre ambienti
(cellula, liquido ed esterno) sono collegati; si parla perciò di
omeostasi su due livelli, quella tra citoplasma e liquido
interstiziale e quella tra liquido interstiziale e ambiente esterno.
Negli organismi più evoluti, i parametri chimico-fisici del mezzo interno, che vengono
continuamente modificati dall’attività metabolica della cellula, vengono tenuti costanti dagli apparati
regolatori che presentano organi di scambio che provvedono a un continuo processo di
rinnovamento e depurazione facendo da intermediari tra il mezzo interno e l’ambiente esterno; si
tratta in particolare dei sistemi:
- gastrointestinale (o digerente), che ricava i nutrienti dai cibi introdotti dall’esterno con la
bocca;
- renale (o urinario) che comunica con l’esterno eliminando l’urina, che è il modo con cui il
nostro organismo elimina composti di scarto;
- polmonare (o respiratorio) che coopera con gli altri due perché permette lo scambio di gas
(inspiriamo ossigeno ed espiriamo anidride carbonica, permettendo tra l’altro il
metabolismo cellulare).
Negli organismi complessi, le cellule modificano continuamente il mezzo interno con la loro attività. Per
mantenere l’equilibrio, entrano in funzione degli apparati regolatori che, grazie agli organi di scambio, tengono
costanti le condizioni interne. Questi organi permettono il rinnovo delle sostanze utili e l’eliminazione degli scarti,
mettendo in comunicazione il mezzo interno con l’ambiente esterno.
Sullo stesso piano di questi tre sistemi c’è un altro sistema, quello cardiovascolare che, pur non
comunicando con l’esterno permette, tramite il sangue, di tenere
in comunicazione i suddetti apparati, oltre a distribuire nutrienti e
ossigeno e a prendere le sostanze di scarto. In un organismo
complesso questo non basta, infatti serve qualcosa che regoli
tutti questi meccanismi e che nel momento in cui ci verificano
variazioni esterne reagisca, un sistema di controllo, il quale è
dato dall’attività coordinata di sistema nervoso ed endocrino. La
regolazione avviene quindi in due modi: la via rapida del sistema
nervoso con la corrente elettrica di secondo livello, e la via più
lenta del sistema endocrino che usa una via chimica mediata
dagli ormoni. Abbiamo poi il sistema scheletrico e muscolare, che
oltre alle loro funzioni specifiche, mettono in collegamento la
camera di regolazione con gli apparati di regolazione osmotica.
L’omeostasi si fonda sul fatto che le cellule, gli organi e i sistemi e
quindi l’organismo possiedono dei meccanismi regolatori che
lavorano per mantenere relativamente costanti le condizioni del
mezzo interno nonostante le variazioni delle condizioni dell’ambiente esterno. L’organismo con
l’omeostasi deve rispondere ai cambiamenti senza variare le proprie funzionalità, se ciò non
avviene si hanno disfunzioni.
Da un punto di vista più fisico-matematico, l’omeostati può essere considerata come una reazione
chimica con doppia freccia, ovvero una reazione che risponde alla legge di azione di massa:
Se si verifica un disturbo dell’equilibrio (aggiunta dei reagenti) per compensare il disturbo aumenta
la costante di dissociazione (velocità con cui i substrati vengono consumati per formare il
prodotto).
Questo, per esempio, è alla base della regolazione del pH (deve essere intorno a 7.4), quando si
verificano variazioni importanti si attuano vari meccanismi biologici di tampone che si basano sulla
legge di azione di massa.
Le membrane cellulari
Ci sono strutture della cellula che da un punto di
vista fisiologico sono essenziali per la
realizzazione dei meccanismi di mantenimento
dell’omeostati, in primis la membrana plasmatica,
quella struttura della cellula che divide il
citoplasma (e tutto il suo contenuto)
dall’ambiente esterno. All’interno della cellula
abbiamo poi le membrane che delimitano i
singoli organelli che però non vengono
analizzate in modo approfondito dal punto di
vista fisiologico. Al contrario di quanto si è a
lungo tempo pensato, la membrana plasmatica è
una struttura attiva e non passiva; tra le sue
componenti, quelle principali sono sicuramente i lipidi e le proteine, le cui percentuali variano da
cellula a cellula: in alcune cellule sono presenti in simili percentuali, come nel caso dei globuli
rossi, in altre prevalgono i lipidi, come nelle cellule di Schwann (deputate alla sintesi della guaina
mielinica, quella membrana che avvolge gli assoni di specifici tipi di neuroni in modo da isolarli
dalla conduzione dell’impulso nervoso consentendo la propagazione saltatoria dello stimolo
nervoso), in altre invece prevale la componente proteica, come nel caso dei mitocondri (sulla cui
membrana si svolge la catena respiratoria che coinvolge proprio dei supercomplessi proteici).
La parte fondamentale della membrana è data da un doppio strato fosfolipidico in cui si vanno ad
inserire le proteine e altre componenti lipidiche e glucidiche. I fosfolipidi sono sostanze anfipatiche
in quanto presentano una componente apolare
(idrofoba) rappresentata dallo scheletro di
glicerolo e dalle due catene idrocarburiche
(sature o insature) con cui è esterificato al
carbonio 1 e 2, e da una parte polare
rappresentata dal gruppo fosfato che lega il
carbonio in posizione 3, il quale a sua volta lega
un gruppo aggiuntivo che determina il tipo di
fosfolipide, per esempio l’inositolo, formando
così il fosfatidilinositolo, o la colina, formando in
tal modo la fosfatidilcolina. Per praticità spesso i
fosfolipidi vengono rappresentati graficamente
con una testa che è la parte polare e due code
che sono la parte apolare. Poiché la membrana
si trova tra due ambienti acquosi, il citoplasma della cellula e il liquido extracellulare, i fosfolipidi
devono disporsi in modo da rispondere alle leggi chimico-fisiche per le quali simile cerca simile e la
configurazione assunta è quella termodinamicamente preferita (a minore energia); il risultato è la
formazione appunto del bilayer in cui le code apolari dei fosfolipidi disposti a formare i due strati
sono a contatto e formano il cosiddetto core idrofobico, mentre le teste polari si affacciano sui due
versanti a matrice acquosa (il citoplasma e il liquido interstiziale). Affinché in questo bilayer si
possano inserire le proteine e le altre componenti è necessario che esso abbia una certa fluidità,
questa dipende dal fatto che le code si trovano allo stato liquido-cristallino piuttosto che in quello
cristallino (e formano quindi legami deboli come le forze di Van der Waals) e ciò comporta che
siano dotate di una certa mobilità. La fluidità di membrana è condizionata dalla temperatura, ragion
per cui, tra le altre cose, la temperatura corporea deve
rientrare in un certo range. A questo stato liquido-
cristallino contribuisce la presenza di doppi legami negli
acidi grassi e la presenza di colesterolo di membrana
(non quello delle placche), un lipide con struttura
steroidea: 4 anelli condensati e una corta coda
idrocarburica con gruppo laterale; quando c’è una
struttura ciclica non è possibile la libera rotazione quindi il colesterolo per via della sua struttura
quando si inserisce nelle membrane contribuisce alla fluidità di membrana (il colesterolo può
essere considerato anch’esso anfipatico anche se la sua parte polare è data solo dall’OH al
carbonio C3). Il colesterolo si inserisce con tutta la porzione apolare nel core idrofobico nella
membrana e la piccola testa polare si affaccia tra le teste polari quindi i 4 anelli rigidi vanno a
stabilizzare la prima parte del core, mentre la
porzione data dalla catena idrocarburica libera si
affonda nella porzione più centrale rendendola più
fluida. Il fosfolipide quindi all’interno della
membrana ha diverse possibilità di movimento:
l’oscillazione delle code, la rotazione lungo l’asse
longitudinale del fosfolipide, la diffusione laterale
(si scambiano di posizione), il movimento meno
frequente è il flip-flop ovvero il passaggio di un
fosfolipide da un monostrato all’altro; chiaramente è molto raro perché, dovendo la testa polare
passare dal core apolare, è necessaria elevata energia alla sua realizzazione e avviene grazie
all’enzima lipasi (principalmente in membrane dove avviene la sintesi dei lipidi). Un altro
movimento, che coinvolge però più molecole, è la corrugazione con cui si vengono a creare delle
deformazioni della membrana che si possono creare in determinate condizioni anche fisiologiche. I
lipidi di membrana non sono uniformemente distribuiti ma alcuni di questi sono concentrati in dei
patch che vanno sotto il nome di rafts
lipidici (es. raft di colesterolo). Per
esempio, a livello dei neuroni è stato visto
che sul foglietto esterno (lo strato di
membrana rivolto verso l’ambiente
extracellulare) ci sono raft di gangliosidi,
tipici delle cellule neuronali. Il significato
fisiologico di questi raft risiede nel fatto che
alcune proteine possono funzionare solo
se circondate da un certo tipo di
fosfolipide, perché si creano dei legami con la proteina che ne garantiscono la funzionalità; le
proteine G di membrana (sul foglietto interno) per esempio non funzionano senza raft di
fosfatidiletanolammina. Nella membrana quindi si creano dei microdomini con specifici rafts e
proteine. Va detto inoltre che la concentrazione di certi fosfolipidi non è uguale sui due foglietti
della membrana, si parla infatti di dissimmetria di membrana, per esempio infatti nel foglietto
esterno in genere abbonda la fosfatidilcolina ma anche il fosfatidilinositolo (in quanto avendo una
componente glucidica fa da
“antenna” per la cellula)
mentre il foglietto interno
abbonda di fosfolipidi che
presentano gruppi che al pH
fisiologico sono negativi e si
rinviene una importante
quantità di
fosfatidiletanolammina (da
studi recenti è stato visto che in alcune patologie della memoria, come nell’Alzheimer, la
membrana neuronale presenta una maggior concentrazione di tale fosfolipide sul foglietto
esterno); la membrana plasmatica non è quindi simmetrica.
Per quanto riguarda le proteine di membrana, partiamo dalla definizione di proteina come
macromolecola complessa i cui monomeri sono gli amminoacidi legati tra loro mediante legame
ammidico (o peptidico) aventi tutti la stessa struttura di base
(carbonio centrale a cui si legano un gruppo amminico, uno
carbossilico, un idrogeno e una catena laterale) che si
differenziano in base alla catena laterale. La sequenza di
amminoacidi rappresenta la struttura primaria della proteina, la
formazione di legami idrogeno tra amminoacidi sulla catena
polipeptidica provoca il ripiegamento della stessa in quella che è
α-elica
la struttura secondaria della proteina, che in genere è un’
β-foglietto,
o un mentre le interazioni tra le catene laterali degli
amminoacidi determinano un ulteriore livello di ripiegamento
ovvero la struttura terziaria che è poi quella che rende la
proteina funzionale, in genere si distinguono proteine fibrose e
proteine globulari. Le proteine più complesse però sono formate
dall’associazione di più catene polipeptidiche e quindi
l’interazione tra le strutture terziarie di queste catene costituisce
la struttura quaternaria della proteina, ne è un esempio
l’emoglobina che è formata da quattro subunità.
Le proteine di membrana sono mobili ma hanno una mobilità minore rispetto ai lipidi,
principalmente laterale (scivolamento) e in quantità minore rotazionale. Le proteine di membrana
possono essere:
- Periferiche, se sono legate solo superficialmente alla membrana. sono solubili e si possono
isolare dalla membrana (principalmente costituite da amminoacidi idrofili);
- Integrali, se attraversano il core passando da un foglietto all’altro. Esse hanno una parte
idrofobica che è a contatto col core e una idrofila che comunica con l’ambiente acquoso
esterno e/o interno alla cellula. Le porzioni di proteina che vanno a contatto col core
α
idrofobico sono perlopiù in conformazione elica quindi molto probabilmente è la
conformazione preferenziale per allocarsi nel core idrofobico. La proteina forma legami con
i lipidi di membrana, sia a livello di code sia un po' con le teste.
Le proteine integrali possono svolgere diverse funzioni:
- Trasporto di membrana, organizzandosi in modo da costituire un poro o dei canali che
consentono il passaggio di composti che non possono attraversare il core perché polari
(attraggono acqua) come gli ioni;
- Recettoriale, recepiscono segnali perlopiù chimici, quindi, presentano una porzione in
grado di recepire il segnale chimico trasportato da ormoni e neurotrasmettitori prodotti dal
sistema endocrino e di portarlo o, meglio, trasdurlo all’interno della cellula (quando avviene
il legame proteina-ligando, la proteina cambia conformazione e porta il segnale all’interno
con formazione del secondo messaggero);
- Strutturale, cioè, conferiscono resistenza formando una rete che si dirama dalla membrana
al citoplasma garantendo la forma rotondeggiante della cellula e una certa resistenza
meccanica;
- Enzimatica, proteine che catalizzano le reazioni velocizzandole;
- Di collegamento, proteine adesive di membrana che consentono la realizzazione delle
giunzioni cellulari, strutture che mantengono a contatto cellule vicine senza però
provocarne la fusione, generando così gli epiteli. Dal punto di vista funzionale, esistono
diversi tipi di giunzione e ognuna permette di realizzare gradi diversi di adesione tra cellule,
dall’alto verso il basso nell’epitelio si individuano:
Giunzioni occludenti (tight junction) che rendono il tessuto altamente impermeabile,
cioè non fanno passare alcuna sostanza;
Giunzioni aderenti, anch’esse particolarmente strette;
Desmosomi, sistemi diffusi soprattutto a livello epiteliale che hanno
un’importantissima funzione meccanica, in quanto consentono a gruppi di cellule di
funzionare come un’unica unità funzionale, senza però ostacolare il passaggio delle
sostanze negli spazi intracellulari.
Giunzioni comunicanti (gap junction), che si realizzano mediante proteine
organizzate in canali detti connessoni, che possono cambiare la loro conformazione
in modo tale da consentire o impedire il passaggio di determinate sostanze, quindi, i
connessoni consentono la comunicazione tra le cellule dell’epitelio che tramite i
desmosomi potranno rispondere allo stimolo all’unisono.
Emidesmosomi, che hanno una funzione di ancoraggio della cellula (al substrato o
alla lamina basale).
Nel complesso giunzionale troviamo anche delle proteine filamentose che percorrono proprio il
citoplasma delle cellule, che sono quelle che assicurano all’epitelio la sua forma e la sua
resistenza meccanica (occludina, cheratina ecc.). Gli epiteli sono divisi funzionalmente in due
regioni dalle giunzioni: la parte di cellule dell’epitelio rivolta verso l’esterno è detta porzione apicale,
quella rivolta verso l’interno dell’organismo (liquido interstiziale) è detta porzione basolaterale (o
siero-sale) e i sistemi di trasporto delle due zone sono chiaramente differenti. Ovviamente il tipo di
giunzione prevalente dipende dall’epitelio e dalla funzione che esso svolge, infatti tutti gli epiteli in
cui le giunzioni occludenti sono elevate sono tipici di quegli apparati che devono ass
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