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parti esiste uno stretto rapporto analogico, che a sua volta rinvia immediatamente a un lettore che ne

completi la proporzionalità, appare evidente che da questo venga fuori anche un diverso e

aggiuntivo significato.

Se la parte concettuale richiama infatti un ordine e un sistema del tutto logico-concettuale,

percorre cioè le strade e le forme del pensiero e delle sue asserzioni universali, la parte figurale

invece si colloca e sviluppa il suo discorso ben all'interno della realtà effettuale, della varietà e del

disordine dell'esperienza, dell'imprevedibilità e della difficile riducibilità del reale. La favola

stabilisce, dunque, attraverso questa sua strategia comunicativa, un rapporto stretto tra pensiero e

realtà, tra umano ed extraumano in quanto l'uno contiene l'altro, almeno come sua spiegazione e

giustificazione.

Gli animali simbolici diventano in tal modo degli operatori logici ma anche dei numeri

naturali di un sistema in cui il pensiero si ritrova e addirittura opera a proprio vantaggio (da Leibniz

a Boole). Nella relazione così creata uomo e animale abbandonano la dimensione puramente

materiale della terra e diventano parte di un unico kosmos che riesce a dispiegare a chi le conosce le

regole dei modi dell'essere sociale. In questo senso la favola classica mostra di avere stretti rapporti

con la visione del mondo propria di Pitagora e della sua scuola. Questo rapporto è certamente

meraviglioso. Il kosmos che la favola rivela, il suo ordine, le sue corrispondenze, i significati

impliciti che l'umano ritrova, rappresentano tutte forme di un meravigliato che riguarda i territori

dell'umano, che amplia e dilata in questo modo per questa via i propri stretti confini.

I personaggi simbolici

Per agire in maniera logica sulle forme varie del comportamento umano, cui sempre fa

riferimento, la «morale» della favola e l'invenzione devo-no far ricorso a una ben definita e

soprattutto costante tipologia. Il linguaggio contiene fin dai suoi esordi un gran numero di

uguaglianze tipo umano-tipo animale, processo parallelo alla animalizzazione del territorio (nomi di

monti, di territori ecc.) e del firmamento (stelle e costellazioni in genere) abbastanza fisso nel tempo

e nelle diverse culture. L'osservazione di queste somiglianze, fisiche e comportamentali, è certa-

mente assai antico e radicato in tutte le tradizioni. Il comportamento animale è stato considerato per

secoli, almeno fino a Cartesio (Discorso sul metodo, 1637), la conseguenza di un meccanismo

naturale. La macchina animale si presenterebbe in ogni circostanza e in ogni, sia pur diverso,

singolo individuo della specie con le medesime caratteristiche (la volpe è sempre furba, il lupo

vorace, ecc.). In questo processo di identificazione e di costruzione dell'identità del tipo animale, le

somiglianze tra individui della stessa specie e le invarianti contano, ovviamente, molto più delle

differenze che diventano invece oggetto di scarto. La favola nasce quando alla similitudine (già

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presente e diffusa nei poemi omerici) si sostituisce quella forma speciale di metafora che è

l'antonomasia. Morfologia

I personaggi tipo (animali, umani, divini ecc.) declinano una morfologia che quasi non muta

nel tempo e nello spazio, che quindi è potenzialmente interclassista e universale. La tipologia

umano-animale è soltanto un linguaggio di cui si serve il favolista per declinare una morfologia

comportamentale, per decifrare il caos delle esperienze e sciogliere la matassa dei fatti umani per

riconoscerli, prevenirli, dare loro una collocazione e un significato. Non si tratta, dunque, di animali

che parlano, né di uomini nelle vesti di animali, ma di un prodotto ibrido che riprende e mescola

caratteri dì entrambi.

La favola utilizza stereotipi animali che non rendono ragione delle diversità ma dei tratti

invarianti. Questi presuppongono, oltre che un meccanismo fisso all'interno del mondo animale, la

sua sostanziale immobilità e danno per certa l'impossibilità del mutamento, l'immutabilità naturale

dei caratteri e quindi, in ultima analisi, implicitamente negano ogni evoluzione di tipo darwiniano e,

sul piano morale, l'impossibilità di ogni opera recupero se non proprio di redenzione. Si ha un

determinato carattere per natura. La natura, appunto, non soltanto sta dietro i comportamenti umani-

animali, ma è lei che dirige e governa tutte le azioni (naturalismo caratteriale e

comportamentale).36 Proiettato all'interno della realtà umana, questo modo di considerare i rapporti

animali implica una visione del tutto pessimistica dell'uomo.

A prescindere da ogni possibile contenuto, qualunque sia la 'morale' della favola, questa

prende sempre le mosse da un atteggiamento di sfiducia, in ogni caso negativo nei confronti dei

comportamenti umani. Qualunque cosa accada, i rapporti umani sono infatti già prestabiliti e, cosa

ancora peggiore, non possono mutare in alcun modo. Il lupo mangerà sempre l'agnello; la volpe

ruberà sempre il formaggio o la carne al corvo. Il favolista esprime sempre una forma di

pessimismo realistico. A ben vedere è questa forma conoscitiva, questo atteggiamento

complessivamente negativo e diffidente nei confronti dei rapporti interpersonali e della società nel

suo insieme, il principale messaggio del favolista di ogni tempo.

Se però il pessimismo al quale ci si riferisce è certo la forma complessiva secondo la quale il

favolista osserva il sociale e ne rileva le contraddizioni, è pur vero che in esso vi è se non proprio

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l'aspirazione al superamento di quello che si potrebbe definire uno stato di natura o almeno una

condizione a questo ancora molto prossima, di certo un modello ideale di nociva diversa. Se la

realtà sociale nella sua effettualità è certamente negativa e occorre guardarsi e difendersi

opportunamente da tutti e da ogni parte, il favolista stesso agisce non solo per il disvelamento di

questa sua verità ma soprattutto in nome di una eguaglianza dei pesi e dei meriti, in attesa di una

giustizia che possa una volta per tutte equilibrare la bilancia sociale e realizzare un mondo migliore.

La favola rappresenta certamente il momento negativo di questo progetto, tuttavia non è possibile

ignorare questa sua profonda significazione etica e sociale positiva, il suo guardare a una diversa e

migliore condizione. La scena e il tempo naturali

Poiché gli animali sono i protagonisti della maggioranza assoluta delle favole di tutti i tempi,

in queste note si fa riferimento principalmente ad essi. Le stesse osservazioni, però, risultano

ugualmente valide nei casi in cui i protagonisti siano dei (il cui valore simbolico è uguale al ruolo),

uomini (identificati per lo più per il mestiere o la funzione sociale) o cose (per la loro immobile

utilizzazione). Nella maggior parte dei casi, nelle favole la scena non è indicata o risulta appena

accennata. Si tratta di spazi formalmente contenuti. Una pianta, un rudere, un torrente o simili

generiche e vaghe indicazioni sono sufficienti a dare forma e a individuare uno spazio. Una realtà

sempre stilizzata e oppositiva (alto/basso; sopra/sotto; forte/debole ecc.), dunque, scabra ed

essenziale in parallelo con la riduzione dei personaggi umani che vi si trovano rappresentati non

nelle loro abituali e irriconoscibili forme esterne, ma sotto le vesti di tipi animali del tutto e

facilmente identificabili.

All'interno della favola il narratore mette in opera una precisa coerenza stilistica per rendere

omogeneo e compatto ogni livello del testo. L'assenza o la riduzione puramente formale di una

rappresentazione dello spazio è forse un altro elemento a favore di quella brevitas indicata da più

parti come caratteristica propria del genere, più sicuramente permette l'essenzialità della

proporzione analogica e dunque la sua stessa efficacia comunicativa. Nelle favole, da Esopo a La

Fontaine e oltre, in un buon numero di casi non è presente alcuna indicazione di luogo. In realtà, sia

il narratore che il lettore cui si rivolge il testo, anzi che il testo comprende e prevede nella sua

analogia, sanno benissimo che gli animali di cui trattano le favole vivono per lo più in un ambiente

naturale (la campagna, il bosco, il mare e simili) che costituisce la scena implicita ma contestuale

sulla quale i personaggi e le azioni della quasi totalità delle favole vanno naturalmente collocate.

Senza questo ovvio posizionamento i protagonisti delle favole avrebbero un valore puramente

nominale e perderebbero di efficacia narrativa e quindi di senso. Altra funzione pregnante della

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scena implicita è quella iconica. La natura non viene in genere rappresentata, ma costituisce il

fondale sempre presente di ogni azione o dialogo dei personaggi animali.

Le favole morali di Giovanni Meli

Il secolo d'oro della favola

Malgrado la rinascita tutta francese della favola moderna con La Fontaine, la sua grande

diffusione in Europa si deve soprattutto agli illuministi inglesi (da Pope all'Addison al Gay) e

tedeschi, tra i quali Lessing rimane anche il più significativo teorico. Queste nazioni, a parte il

notevole sviluppo sociale ed economico (ma anche in seguito a questo), avevano iniziato a mettere

in opera delle strategie di formazione per la propria gioventù non esclusivamente riservate ai nobili

e ai chierici, né tanto meno ristrette agli studi formali e letterari. La borghesia accedeva in misura

sempre maggiore alle nuove istituzioni scolastiche (scuole private, pubbliche, collegi) mutandone in

parte gli statuti millenari, il complessivo sistema dei saperi sempre più fondato, dopo l'esperienza di

Galilei e di Newton, sulla razionalità e sull'esperienza. L'astrologia si mutava in astronomia,

l'alchimia prendeva 'le forme più scientifiche della chimica, si usciva dalla iatrofisica secentesca e ci

si avvicinava all'anatomia patologica e alla scienza medica, la filosofia si separava dalla letteratura e

questa dalla storiografia. Negli stati italiani dell'epoca, caratterizzati più dalle differenze che da

scambievoli rapporti anche solamente culturali, l'istituzione di stampo (e d'origine) gesuitica

dell'accademia dell'Arcadia, soprattutto a opera di Muratori, svolge un ruolo unificante (la

Repubblica delle lettere invece dell'Unità ancora politicamente inesistente) e, ciò che più conta,

determinante anche perché diffusa in maniera capillare su tutto il territorio nazionale. È proprio

Muratori a rilanciare per primo nella penisola il genere favola per la sua capacità educativa in

generale e per la esplicita unione al proprio interno, sul piano estetico, di morale e di immagine in

una vera e propria «Filosofia di Immagini». Se però a metà secolo Lessing ribadisce il valore

formativo e pedagogico della favola, Rousseau argomenta, anche sui dati dell'esperienza, la sua

contrarietà a quest'uso che si risolverebbe addirittura nel suo contrario.

Per l'area italiana, ma non solo, cresce notevolmente la necessità di testi adatti a un pubblico

nuovo di adulti, ma anche per un'infanzia la cui necessità di formazione andava aumentando di pari

passo con lo sviluppo, certamente diseguale nei vari paesi, della borghesia e del suo bisogno di

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egemonia e quindi di educazione e di formazione culturale. La favola, trasformata da La Fontaine in

un genere non necessariamente breve, destinato alla corte e ai suoi colti passatempi, offriva la

possibilità, da Voltaire a Goethe, di unire razionalità e immaginario, logica e allegoria, filosofia e

letteratura.

Le Favuli di Giovanni Meli racchiudono la storia di una ricerca personale, legata

all’esperienza del suo autore e costituiscono lo spazio letterario nel quale vengono ad incontrarsi le

opposte esigenze culturali che caratterizzarono per tutta la vita l’esperienza di Meli e del suo secolo

tra scienza e poesia, tra forme estetiche e istanze morali e politiche, che fanno di esse un prodotto

originale ma insieme indicativo della storia culturale di un’intera epoca.

Cicala, ostrica e corvo

In una lettera all'Arcivescovo di Palermo Filippo Lopez y Royo, Giovanni Meli affermava:

«L'abate Meli (abate però di sole spoglie senza titolo e senza pensione) fu una cicala che assordò

col suo canto molta estensione di paese»." E aggiungeva subito dopo: «Si trascinò suo malgrado per

rutto il tempo della sua vita dietro agli ammalati, come il corvo»." In un'altra lettera, nella quale

faceva il bilancio della sua esistenza, scriveva «il mio destino, [...] mi ha inchiodato nel paese natio,

come un'ostrica allo scoglio per sostenere sul dorso l'impeto delle onde».

La cicala non appare nelle Favuli, ma è la protagonista dell'ode omonima «Benchi picciula»,

la cicala viene presentata «granni e quasi immenza» e, al contrario dell'avara formica, come colei

che, se la vita è un dono che va goduto, può dire di averla vissuta pienamente. Appare evidente

come tra le forme di autorappresentazione la metafora animale assuma nella scrittura di Giovanni

Meli un ruolo predominante. Già rispetto alla visione di sé, del proprio ruolo e del senso

complessivo della propria esistenza, l'animale è in Meli «buono da conoscere». Serve a identificare

in forma sintetica, immediata e figurale qualità morali, attitudini personali, predisposizioni naturali.

Nella favola della propria esistenza, la risultante dell'animale Meli è una complicata cicala-

ostrica-corvo nella cui figura si fondono punto di vista soggettivo e considerazioni esterne: cicala-

poeta per vocazione naturale, incurante del guadagno; corvo-medico per le necessità della

sopravvivenza e della dignità sociale; ostrica-fobico per indole personale, limite sopportato dal

poeta, nel tempo moderno dei viaggi e degli scambi culturali, con serena rassegnazione filosofica.

Queste emergenze, anche all'interno della scrittura epistolare a carattere autobiografico, dicono con

chiarezza della predisposizione naturale di Meli nei confronti del simbolismo animale e dei suoi usi.

La tradizione

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Nell'introduzione in versi Meli costruisce una cornice per le sue Favuli morali e così

dipanare intorno a esse una sorta di fil rouge che le colleghi e conferisca loro una certa unità

strutturale. Nel far questo, mette in scena, il proprio punto di vista sulla Natura e il suo rapporto con

l'uomo.

La Rochefoucauld ritrovava già nel Seicento strette analogie tra mondo animale e umano»

idea che sta alla base anche delle Fables di La Fontaine e che trova la sua rappresentazione figurale

nella favola I conigli (X, 15) indirizzata proprio al signor duca di La Rochefoucauld. L'Illuminismo

e la Rivoluzione hanno mostrato che la Ragione non può da sola essere considerata la ricchezza

dell'uomo. La Ragione è capace di speculazioni contrarie all'umanità e addirittura serve a

giustificare le carneficine. In concreto, infatti, esistono tante ragioni, tutte relative ai propri interessi

particolari: ragioni di guerre, di liti, di pure e semplici cattiverie. Dì ragioni sono pieni gli avvisi di

guerra, ma anche gli scartafacci dei tribunali. In realtà, si tratta non di vere e proprie ragioni ma

delle passioni, aggiunge il vecchio, che vi si mescolano e che si presentano nell'uomo come 'in

maschera', e cioè sotto forma tutta apparente di puri ragionamenti: semplice ideologia. Chi studia

gli animali, dunque, conosce la Natura che è un unico e singolare libro di significati nascosti che

racchiude in sé tutte le scienze. La «morale» della favola

Le Favoli morali contengono al loro interno una numerosa serie di avvertimenti e di

suggerimenti comportamentali che portano a compimento l'intento principale, enunciato nel titolo:

fornire degli insegnamenti morali e insieme rispettare in pieno la linea esopica, dichiarata

esplicitamente nell'introduzione. Accanto a questo indirizzo generale, però, e per buona parte delle

favole, Meli sviluppa diversi altri argomenti che si discostano dall'originario modello esopiano e

che, nel trattare temi legati alla contemporaneità sociale e politica, seguono più i modi di La

Fontaine mentre in altre ancora, com'è stato osservato, sembra anticipare temi poi ripresi nelle

Operette da Leopardi (Li virmuzzi, Li insetti marittimi di li sponzi), per il comune tramite del

Fontenelle. Le Favole morali raccontano quasi esclusivamente storie d'animali. Sì tratta di una

realtà in cui non c'è Dio, o il riferimento è puramente occasionale, né vi agisce la Provvidenza, ma

vi svolge un ruolo determinante il Caso, attraverso la doppia immagine della Fortuna e della Sorte

che ovviamente esprimono anche diverse connotazioni. La Fortuna è la dea bendata che tutti

venerano. La Sorte invece si presenta con il volto truce di colei che decide il destino di tutti.

Eppure, anche la Sorte ha i suoi limiti. Non può vincere sulla Natura che malgrado i suoi capricci e

le sue imprevedibili metamorfosi. Può travolgere e addirittura capovolgere i ruoli e i ranghi. Le

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leggi naturali hanno una valenza che supera i capricci del caso e insieme determinano in maniera

preponderante la vita di tutti gli esseri viventi.

L'apparenza, l'utile, gli sciocchi, il relativo

Il tema dell'apparenza ingannevole viene da Meli presentato quasi in apertura, tra i primi

componimenti ed enunciato nella sua formulazione di carattere più generale e onnicomprensivo.

Una rondine stanca vorrebbe avere le quattro ali di una farfalla per poter volare con minor fatica,

ma, quando si accorge che il suo desiderio è soltanto il frutto dell'ingannevole apparenza, perché le

ali della farfalla non le apporterebbero alcun vantaggio, decide di restare con le sue.

L'apparenza assume un costante riferimento politico e sociale, come avviene nel caso del

cagnolino che ha paura della trottola cagnolu e la cani). La mamma gli spiega come funziona il

giocattolo con una similitudine che investe la società galante e cortigiana del tempo. La trottola

funziona, infatti, come quei finti Gradasso e Rodomonte che, non appena vengono allontanati dal

signore dal quale ricevono ogni potere, ritornano nella loro nullità.

Oggetto delle critiche 'morali' di Meli è la società degli inganni e delle apparenze che si

rivelano tali anche nel campo amoroso. È il caso di una cappellaccia (XX, La cucucciuta e In

pispisuni) che si lascia incantare dai modi e dagli abiti di una cutrettola, ma che avvicinandosi e

osservando meglio comprende che l'eleganza è solo un mezzo per sopravvivere. L'apparenza non

soltanto è pericolosa ma risulta sempre dannosa, ne sa qualcosa il povero «saggio» cane che viene

diffamato dalla scimmia e allontanato come ladro dal suo padrone al quale, al contrario, è rimasto

sempre fedele.

I comportamenti animali e quindi umani sono in ogni caso relativi, valutabili soltanto in

rapporto ai diversi e a volta opposti punti di vista. In questa realtà delle apparenze e dell'incertezza,

le stesse regole comportamentali non possiedono un valore assoluto ma la loro utilità o meno sta in

rapporto con gli interessi dei singoli. In un tempo in cui i furbi occupano i posti più elevati, risulta

relativo anche l'apprezzamento unanime che gli animali fanno delle qualità della volpe.

I rapporti e di conseguenza i comportamenti sono esclusivamente di tipo individuale.

Ognuno deve sbrigarsela da sé. Il sociale è soltanto il terreno dove si scontrano pericolosamente

interessi individuali spesso opposti e violenti o, nel migliore dei casi, reciprocamente indifferenti.

Ne sa qualcosa il brutto scarafaggio che per migliorare la propria immagine si riempie di stoppa ma

poi non riesce più a muoversi. Così due comari cornacchie che, parlando di tutto, svelano anche la

collocazione dei loro nidi. Ne fa tesoro un gufo, che ovviamente sta a spiare, per fame man bassa.

Anche il tordo, che è quanto dire, assistendo alla scena ne comprende subito l'esito fatale. Se

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l'Illuminismo ha fatto il suo tempo e ha prodotto in più casi risultati negativi, non per questo la luce

della scienza e il sapere vanno rigettati. Giove rimprovera gli animali notturni, che vorrebbero

abolire il sole, ed esalta la funzione della luce che permette di vedere le sue opere, rende fertili i

campi e rischiara i corpi mentre i lumi della scienza illuminano le anime.

La realtà politica

Le Favole morali contengono numerosi riferimenti alla vita politica contemporanea,

relativamente sia alle condizioni interne del Regno delle due Sicilie sia alla più vasta scena europea

sulla quale la Rivoluzione e le successive guerre napoleoniche avevano di fatto creato un

profondissimo spartiacque tra due epoche storiche e culturali, così come fu vissuto e rappresentato

da parte di tutti gli intellettuali dell'epoca. Le Favole morali sono anche il prodotto dell'adesione e

dell'appartenenza di Giovanni Meli alla massoneria europea e ai suoi ideali umanitari. Letteratura,

morale e politica si uniscono nella figura del nuovo intellettuale, quale Meli aveva già rappresentato

nel suo Don Chisciotti, funzionale a una diversa visione dei rapporti sociali e politici. Sul piano

delle teorie estetiche le Favole trovano il loro fondamento in Orazio e Boileau, in Fontenelle e

Addison: occorre unire l'utile al dolce, insegnare dilettando. Il brio e il realismo di certe scene, la

ricerca del piacevole e dell'intrattenimento ha sostanzialmente questo fine. Esercizio di questa

funzione sociale, corrispondente al nuovo statuto del moderno intellettuale, è d'altro canto più volte

ribadita dallo stesso Meli.

Il fondamento dell'attività politica risiede per Meli nel principio stesso del vivere sociale, in

quel «patto sociale» che consiste nell'aiuto reciproco per la soddisfazione dei bisogni. Il sistema

sociale è però retto dal caso. Il vento, infatti, trasporta i semi dove vuole e, dunque, nessuna pianta

può o deve inorgoglirsi d'essere nata in alto o viceversa essere disprezzata perché nata in basso.

L'affermazione della sostanziale uguaglianza sociale di tutti gli uomini, è una chiara ma soltanto

implicita accusa del sistema politico-sociale del tempo, fondato sulla netta opposizione

aristocrazia/plebe, ed è insieme l'espressione di una visione antiprovvidenzialistica della vicenda

umana. L'attività politica in genere non viene giudicata in maniera positiva perché ad osservarla è

un punto di vista morale che ritiene ingannevoli e fuorvianti anche le strategie e i movimenti sul

campo dei protagonisti. Uomo e Natura

In molte favole di animali che parlano e si comportano come uomini, il narratore gli concede

la parola, com'è costume del genere favolistico, ed essi si muovono sulla scena così come

comunemente fanno in natura. Il favolista, in questi casi, diviene un osservatore attento del

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comportamento animale, una sorta di etologo cinte litteram, anche se la definizione moderna con-

tiene altre implicazioni, che mette in scena degli animali per mostrarne í comportamenti e stabilire

un'analogia con quelli umani se non addirittura, come nel caso del cane, per trarne degli

insegnamenti che non è possibile ritrovare tra gli stessi uomini. Si tratta di un capovolgimento

radicale dei principi della favola antica che nascondeva dietro volti animali comporta-menti umani.

Qui gli animali, molto spesso, stanno per se stessi, per quegli istinti naturali che mostrano di

possedere e che possono servire agli uomini come exernpla, addirittura come modelli di

comportamento. Le Favuli tra passato e presente

Non è possibile chiudere il discorso sulle Favuli senza sottolinearne il carattere e la loro

intenzione palesemente morale in contrasto con i nume-rosi e artisticamente notevoli componimenti

esclusi dalla definitiva pubblicazione. La differenza appare in più casi in riferimento alla misura,

certamente più breve nei testi pubblicati, che l'avvicina al modello classico, mentre nei

componimenti esclusi essa sembra tendere a quella più lenta e articolata dell'apologo. Di questo a

volte esso assume il carattere di considerazione filosofica generale, pur conservando, com'è tratto

distintivo del Meli, una forte rappresentatività figurale, una plasticità a tutto tondo e una notevole

razionalità argomentativa. Il testo 'confezionato' da Meli per l'edizione di tutte le sue Opere esclude

chiaramente i testi più 'progressisti' e impegnati sul piano politico e sociale per lasciare spazio a

quelli nei quali insieme con il connaturato 'pessimismo' personale e relativo al genere stesso, si

esprime qua e là qualche critica al sistema sociale aristocratico e ancien régime siciliano,

costruendo, nel suo insieme, un discorso certamente negativo, in quanto alla realtà effettuale, ma in

linea con un'ansia di miglioramento dei rapporti e di maggiore equità nella distribuzione dei pesi.

Nulla di rivoluzionario, ma di certo una prospettiva positiva di crescita, di sviluppo e anche

di cambia-mento sociale e politico. Tutto ciò risulta molto più evidente dalla lettura dei

componimeli esclusi dalla pubblicazione il cui carattere prevalentemente filosofico e insieme

sociale e politico a volte risulta così evidente da prospettare la rapida possibilità di un mutamento

profondo nelle strutture della società siciliana del tempo. Era la doppia anima indiana a farsi avanti

in quei versi, così come aveva già fatto contraddittoriamente il suo ingresso nelle ottave del Don

Chisciotti e Sanciu Pozza, al quale il Meli aggiungeva ora a completamento la Visioni; era il nuovo

intellettuale che restava chiuso e come imprigionato dentro le vecchie forme in un'ansia di

rinnovamento che noti riusciva a trovare gli strumenti per la propria realizzazione.

Nell'Introduzione del 1814, composta poco prima della pubblicazione, le Favuli si richiamavano

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ancora all'esperienza dell'Addison sullo "Spectator" e alla sua altissima funzione pedagogica e

sociale come se tra le due date non fossero intercorsi cento anni, un intero secolo e, per di più, quel

secolo così denso e così carico di mutamenti e di rivolgimenti in ogni campo. Era forse in Meli

l'ansia del romanticismo, ma non ne ebbe mai conoscenza né coscienza, se pure quest'ansia

sembrava spingere il suo mondo ad aprirsi verso nuove e più ampie prospettive.

FAVULI MORALI

Prefazione

La lunga prefazione di Meli che apre le favole morali, è poco conosciuta per la sua

lunghezza; l’autore la trovò necessaria perché stava mettendo mano su quello che aveva detto

Esopo, poeta e principe dei filosofi. Meli fa ricorso alla figurazione del ritrovamento di un vecchio

libro tutto tarlato e all’incontro con un vecchio saggio che gli parla della preziosità del libro e delle

straordinarie incisioni del tarlo scrittore emerito e grande conoscitore delle segrete lingue degli

animali.

La prefazione scorre su tutti gli istinti animaleschi presi ad esempio dagli uomini, si

sofferma sulla particolare natura misteriosa dell’asino; infine fa una considerazione sulle ragioni

degli uomini che non poggiano sulla ragione; la follia umana che porta alla guerra contro la stessa

specie e che non ha un uguale negli animali. Meli nella prefazione, sferza tutti gli autori di libri

sull’arte della guerra e si presenta come un antesignano del pensiero pacifista in un’epoca in cui la

guerra, anche dai filosofi, era considerata una normale prassi dei regni. Alla fine il poeta si dichiara

mezzo persuaso per iniziare la grande avventura, tutto verrà fuori dalla traduzione fatta dal vecchio

saggio del libro tarlato e parleranno gli stessi animali; il poeta si limiterà ad aggiungere una qualche

morale. I - I Topi -

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Narra di un topo che prese una cattiva via, lo zio cercò di riportarlo sulla dritta via. Tuttavia il topo

fu preso da un gatto e alla fine abbandonato dallo zio, che rassegnato non poté impedirne la morte

per mano del gatto.

Morale: il topo doveva dar retta allo zio sin dall’inizio per evitare di fare una brutta fine

II - I Granchi -

Narra di un granchio che si vantava di educare i figli e li rimpinzava di massime e consigli

insistendo nel dire loro di “camminare diritto”. I figli tuttavia non comprendevano il vero

significato di tale frase, osservandolo vedevano cosce e gambe storte e sbilenche. Il più grande dei

figli disse al padre di andare avanti, in modo da poterlo seguire, il padre affermò che poteva fare e

disfare ciò che voleva, senza dar conto e ragione a nessuno.

Morale: storto il padre storti i figli, fino alla morte.

III - Le lumache -

Narra di due lumache che si portavano la casa sulla schiena con la bocca sempre piena di schiuma,

trascinandosi terra terra. Una delle due si lamentava della propria vita. L’altra la rassicura dicendole

di non addolorarsi.

Morale: la sorte è un gioco ed è buffona ma dà comunque soddisfazioni.

IV - L’aquila e lu riiddu -

Un giorno gli uccelli tutti riuniti decisero di eleggere un Re. Chi poteva meglio dell’Aquila avere

forza e capacità di volare in alto? Raggiungere le cime più inaccessibili e minacciosa ghermire le

sue prede. La gara cominciò e un piccolo uccello ebbe l’accortezza di nascondersi tra le piume

dell’aquila stessa.

Morale: occorre avere ingegno e molto di più per governare un regno.

V – Il topo e il riccio –

Faceva freddo e un topo intirizzito, mentre sta rannicchiato nella sua tana, sente alla porta

lamentarsi un riccio che gli domanda alloggio e gli dice che non desidera un letto ma si accontenta

di un angolo o di una sponda, basta che sia riparato. Il topo aveva buon cuore, e spesso tocca a chi

ha buon cuore inghiottire bocconi amari. Fa entrare il riccio, e gli si accosta tanto che a causa delle

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spine il topo scoppia a piangere e disperato viene cacciato dalla tana e addirittura l'usurpatore lo

rimprovera gridando “chi si sente pungere esca fuori”.

VI – Continua lo stesso soggetto – (continuazione)

Ma il riccio pagò la penitenza, perché il Cielo tiene la bilancia, e compensa le azioni buone e cattive

con estrema esattezza e vigilanza. Un uomo che aveva là accanto una dispensa, si era accorto di

qualche mancanza di lardo e cacio, e messosi in osservazione vide fuggire il sorcio in distanza.

L'aveva seguito ma non poté raggiungerlo, poiché aveva pigliato la tana dalla quale il riccio lo

aveva cacciato durante la notte; ma appena l'alba sale in oriente, va con pietre e calcina, e con

quattro colpi (credendo di dare la morte al sorcio) tappa, mura ed appiana il pertugio che a lui era

nocivo, ed il riccio fu sepolto vivo.

Morale: paga l'ingrato il debito dell'ingratitudine, e chi fa bene, spetta bene.

VII - Il cane e la scimmia -

Il tema delle due precedenti favole si amplia in questo dialogo tra il cane, simbolo di «gratitudini e

custanza», e il suo opposto, la scimmia, animale frivolo e incostante. La favola narra di un

gentiluomo che possedeva una scimmia e un cane che teneva incatenato in giardino. Un giorno la

scimmia si accorse che il pane del cane rimase per terra, la scimmia gli chiese il motivo. Il cane

rispose che era triste perché da giorni non vedeva il padrone. La scimmia rispose che al contrario il

padrone avrebbe mangiato comunque. Il cane rispose che una volta si perse e il padrone lo andò a

cercare, sostenendo che l’uomo avesse stima e del cane e anche se non fosse stato così il cane lo

avrebbe amato comunque.

Morale: bisogna essere riconoscenti ad ogni creatura, per imparare la gratitudine la costanza.

VIII – Il gatto, il forestiere e l’abate -

Il gatto, sempre simbolo di crudeltà e di malvagità, qui viene a rappresentare frati e monaci e il loro

comportamento ambiguo. Si tratta, in maniera evidente, più che di una favola vera e propria, di un

apologo sui religiosi e sulla loro doppia morale che muta a seconda delle circostanze e soprattutto

sempre pronta a giustificare il proprio operato. Un forestiere ammira un gatto per il suo profilo, ma

il guardiano, o abate, (si tratta pur sempre di uomini di chiesa) lo invita a osservare meglio il suo

comportamento. Infatti, il gatto resta immobile davanti a un piatto pieno di pesci, anzi ferma due

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gatti che vorrebbero mangiarseli, fino a quando non arrivano altri gatti e allora anche lui si lascia

andare a far man bassa. Il 'reverendo' loda questo comportamento ipocrita e opportunista sostenendo

addirittura la saggezza del gatto che adatta il suo agire alle circostanze. È l’elogio della relatività

della morale e della predominanza degli istinti naturali. Ovviamente, la considerazione vale per il

gatto così come per frati o monaci. Al forestiere non rimane altro che prenderne atto e andarsene

dicendo di aver imparato bene la lezione.

Morale: l’egoismo umano, mascherandosi spesso con le virtù dell’altruismo esplode allorché vede

minacciato il proprio tornaconto.

IX - La rondine e la grande farfalla -

A regolare la favola ancora una volta sono le opposizioni pieno/vuoto, sostanza/apparenza,

vicino/lontano, vantaggio/perdita. Una rondine ammira e invidia una farfalla per la bellezza dei suoi

colori e per il fatto che possiede quattro ali. Tuttavia si accorge che vola male e quasi a stento e

allora trae le sue necessarie conclusioni: nelle cose che più appaiono c'è molto di superfluo e di

vuoto.

Morale: L’apparenza non solo inganna, ma serve a coprire le mancanze. Al contrario per trarne

vantaggi, le cose vanno considerate da vicino e in ciò che contengono nella loro sostanza.

X – Il caprone e il gallinaccio –

Qui si narra un comune scenario siciliano: un caprone che pascola sotto un carrubo. In questa pace

un gallinaccio lancia il suo richiamo. Il caprone sorpreso rincula vedendo quello così pettoruto in

atto di sfida. Successivamente, una volta presa la rincorsa, carica con tutta la sua forza stendendo a

terra l'impertinente gallinaccio.

Morale: non mettere chi soffre e non si ribella con le spalle al muro.

XI – L’ortolano e l’asino –

Narra di un povero contadino che coltiva un pezzetto di terra metà a orto e metà a giardino. I ladri

gli rubano tutti i suoi prodotti e lui spera di potersi rifare con quelli che ancora devono maturare.

Una notte, però, l'asino rompe il capestro e fugge nel giardino distruggendo ogni cosa. Al povero

contadino 'impallidito' non rimane che contemplare la propria rovina e trarne come conclusione che

peggio dei ladri è l'asino libero e sciolto.

Morale: i peggiori mali non li causa la cattiveria ma la stupidità. Le rivolte popolari hanno esiti

imprevedibili e sono peggiori delle guerre. 18

XII – Il leone, l’asino e altri animali –

Nelle sue manovre di caccia un leone (la forza e il coraggio) si serve del riparo di un asino (la

stupidità e la paura) per non farsi scorgere da un orso che vuole catturare. Si tratta solo di una

manovra opportunistica, ma gli altri animali che guardano nascosti da lontano scambiano la

vicinanza dei due per familiarità così che, quando il leone si allontana, l'asino viene da tutti

ossequiato.

Morale: Le opposizioni vicino/lontano, sostanza/apparenza questa volta vengono messe in campo

per definire l'attività politica come visione sempre ingannevole.

XIII – I cani e la statua -

Narra di due cani, nel tempio di Apollo, che ammirano una statua del dio a grandezza naturale. Il

primo esprime stupore, l'altro gli fa considerare come la 'fortuna' di quel marmo sia pura apparenza.

Infatti, se è insensibile, niente gliene importa e, se sente, conosce anche i sacrifici che gli sono

costati ottenere quella forma e quel posto.

Morale: i posti in alto costano lunghe e penose sofferenze ma, ciò che più importa, occorre

possedere un'ambizione tale da essere, almeno in parte, insensibili e perdere molto della propria

umanità. Nessuna ambizione vale la perdita del rapporto sensibile e sentimentale con il mondo.

XIV – Il gatto e il fabbro –

Il tema è quello dell'opposizione natura/cultura esemplato nel comportamento animale e, per

estensione, agli uomini anche nelle sue implicazioni utilitaristiche. Un gatto, vivace di notte, di

giorno dorme saporitamente nell'officina di un fabbro piena di grande fracasso. Però, al momento

del pranzo, basta il rumore delle labbra a svegliarlo. Negli animali, come negli uomini, ne deduce il

poeta, l'istinto è più forte delle abitudini perché è strettamente connesso con quello di

sopravvivenza.

Morale: Gli uomini sono sempre pronti a fare i propri interessi.

XV – La volpe e l’asino –

Un asino domanda a una volpe che corre veloce da cosa stia fuggendo. La volpe gli spiega che è

stato emanato un bando per catturare un toro e che in questi casi è meglio defilarsi prima possibile

perché è facile che qualche delinquente o invidioso o nemico occulto sporga denuncia e si finisca in

un carcere a opera di un giudice 'zelante’ o ambizioso. La conclusione dell'asino, 'benché asino', è

che la volpe per fuggire così in fretta di certo deve avere qualche peccatuccio mentre lui, che ha

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coscienza pulita, può andare sicuro per il suo cammino. Si potrebbe però anche interpretare nel

senso che anche un asino comprende il vantaggio dell’avere la coscienza pulita.

Morale: Meli vuol fare apparire chiaro come, se non sempre, spesso almeno, i furbi ed i malvagi

paghino a pronti contanti, per volere di una superiore Giustizia, le loro colpe; vuole anche mostrare

che nella vita collettiva c’è pure una qualche utilità ad essere onesti ed un qualche svantaggio ad

essere iniqui. XVI – Le formiche -

L'apparenza e la Sorte-Fortuna sono le protagoniste di questa favola aerea. Una formica

mette le ali; le altre restano stupite, ammirate e invidiose. Il suo volo però è soltanto il preludio della

morte, come previsto dalla sua sorte.

Morale: chi sta in cima, se cade, si fa male e i vantaggi della fortuna si pagano a caro

prezzo. XVII – Esopo e l’uccello lingua lunga -

Esopo entra in scena per trarre una similitudine diretta tra il comportamento animale e

quello umano. Un picchio è steso a terra immobile come morto con la lingua penzoloni. Si tratta di

una strategia naturale per attrarre le formiche e poi inghiottirle tutte d'un colpo. La stessa cosa fa

l'usuraio che presta a interesse e poi inghiotte tutto.

Morale: la Natura non sempre è buona.

XVIII – Le cappellacce –

Le cappellacce di questa favola non servono a dimostrare la sua morale; hanno però la

funzione di testimonial della sua validità e mettono in opera le opposizioni, evidenti in altre favole

leggero/pesante, superficiale/profondo qualificando una ben precisa classe sociale, qui individuata

proprio dalla scelta dell'animale che ha “come un cappello di piume in capo”. Dopo la trebbiatura, il

vento e la pioggia, sull'aia il grano è rimasto sotto e la più leggera paglia sopra.

Morale: quando c'è disordine politico e sociale le persone ‘prudenti, sagge e buone’ stanno

defilate e lasciano il campo alle persone più ‘leggere’. Ma questo riguarderebbe soltanto il rapporto

tra il grano e la paglia. E le cappellacce? Erano quegli uccelli, senza grande esperienza della vita e

con un cappello di piume in testa, che non trovando nulla tra la paglia avevano sdegnosamente

inveito contro quelle contrade. Soltanto gli uccelli ‘scaltri e addestrati’ avevano saputo trovare sotto

la paglia il grano buono. 20

XIX – Gli asini ed Esopo -

Esopo viene anche qui presentato come il grande saggio che sa leggere il linguaggio degli

animali ma anche il loro comportamento. Due asini si grattano a vicenda il collo.

Morale: il 'volgo' non vi leggerebbe nulla, ma Esopo vi legge un'immagine del principio che

regge e mantiene in equilibrio tutte le società umane: il bisogno reciproco da cui nasce il ‘patto

sociale’. XX – La cappellaccia e la cutrettola -

La dedica è questa volta a coloro che fanno i belli, ai donnaioli e al loro inutile e vuoto

narcisismo. Si tratta, ancora una volta, del giuoco ingannevole delle apparenze. Una cappellaccia,

una donna dal cappello con le piume, probabilmente un’aristocratica, che osserva un maschio di

cutrettola che posa e si pavoneggia e si chiede a che scopo faccia tutto questo.

Morale: scoprire che tutto quel da fare è soltanto per inghiottire mosche.

XXI – L’usignolo e l’asino –

Le opposizioni leggerezza/pesantezza, alto/basso, poesia/prosa, estetica/economia,

aristocratico/volgare vengono messe in opera in questa favola che oppone con forte ironia il canto

dell'usignolo al raglio dell'asino e i loro rispettivi cultori.

Morale: risulta plastico ed evidente il contrasto e l'idea di poesia che ne deriva. Interessante

il fatto che l'asino non sia detto sceccu, come nelle altre favole.

XXII – Il tarlo e il toro -

Narra di un tarlo riesce più facilmente di un toro, anche se in più tempo, ad abbattere il

tronco di un albero. Dedicata a Nici e ai suoi spasimanti respinti, sembrerebbe sostenere che in

amore vince la costanza; in realtà, definisce compiti e ruoli sociali ben precisi.

Morale: La 'flemma' vale più della forza, l'arte più della 'robustezza', il piccolo molto più del

grande. XXIII – Il cagnolino e la cagna -

In scena ancora il giuoco delle apparenze, gli inganni e le illusorie percezioni della realtà.

Rufiniu e Corbelluni (nomi allusivi coniati dal Meli per indicare i ruffiani e gli imbroglioni)

ammessi in casa dal Signore per il suo 'spasso' possono apparire Gradasso e Rodomonte per il

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potere che proviene loro dal padrone, ma se questo vien meno appariranno in tutta la loro pochezza.

Il tema sociale viene introdotto dalla storia di un cagnolino che ha paura di una trottola che lui crede

un animale terribile e contro il quale chiede aiuto alla mamma.

Morale: sarà questa a svelargli la verità delle cose.

XXIV – Il riccio, la tartaruga e il cane -

La favola nasce dal proverbio che afferma che in casa propria sa di più un pazzo o uno

stupido piuttosto che in casa d'altri un saggio o un vegliardo. Per fissare delle immagini Meli mette

in scena la lite tra due animali che la Natura ha dotato di singolari ‘coperture’, un riccio e una

tartaruga. A sciogliere la questione sarà la saggezza del cane.

Morale: la Natura possiede un ordine e una finalità che vanno compresi e rispettati perché

ognuno ha una conformazione che è giusta e conseguente rispetto ai propri fini.

XXV – L’asino-uomo e l’uomo-asino –

La popolare rappresentazione del mondo alla rovescia con l'asino che cavalca il padrone qui

viene utilizzata per rovesciarne a sua volta il significato. Protagonista è la Sorte, dea capricciosa e

onnipotente, un «ventu» che trasforma un uomo in asino e un asino in uomo. Ma la trasformazione

è solo apparente, nell'aspetto e non nella sostanza, non certo nella morale e nel razionale. Vinto

dalla Sorte, l'uomo si assoggetta con pazienza stoica ai comandi insensati dell'asino che finisce col

procurare del male a lui e a se stesso finendo in un burrone.

Morale: impossibile è, dunque, cambiare la propria natura e, soprattutto, i maggiori pericoli

e danni ci provengono dalle persone stupide e insensate che, poste in alto per qualche tempo dal

'vento' della Sorte, presto rovinano travolgendo con loro gli uomini 'onorati e virtuosi'.

XXVI – La rondine e la patella –

Una rondine, qui simbolo della vanità femminile, si vanta dei suoi continui viaggi e

disprezza l'umile patella che rimane attaccata al suo scoglio. Ma quando quest'ultima le chiede

quale sia la 'sostanziale’ diversità tra i paesi visti e quello nel quale lei vive non può non concludere

che tutto il mondo è in fondo uguale. Si tratta di un invito, di tipo oraziano, a guardare il reale nella

sua essenza e non nei suoi aspetti superflui e vani, dell'affermazione che la vita umana è

sostanzialmente uguale dappertutto. Non è difficile scorgere un fondo autobiografico. Meli, che si

definiva un'ostrica legata al suo scoglio, non si mosse mai dalla sua città se non per andare per

alcuni anni a lavorare a Cinisi e, proprio qualche mese prima della morte, per recarsi in visita a

Villafrati. 22

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trip.trip di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Comunicazione 1 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Mingardi Alberto.
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