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LEZIONE I – 07/03/2022

INTRODUZIONE CORSO

Il restauro non nasce solo nell’architettura. Nel momento in cui ci approcciamo al restauro dell’architettura

noi facciamo una sintesi. È un contesto multidisciplinare e multiscala, perché possiamo applicarlo sia a un

singolo quadro sia a un parco, ovvero il restauro del paesaggio.

La fase iniziale di conoscenza del progetto/oggetto è in realtà una fase che continua nel tempo. La

conoscenza è un aspetto determinante per fare un progetto di architettura. Quando parliamo di

conoscenza parliamo anche di conoscenza del contesto dell’edificio sia dal punto di vista storico sia dal

punto di vista culturale.

Perché fare restauro? Se proteggiamo un edificio antico, non lo facciamo perché ci serve una chiesa, un

palazzo ecc, ma perché ha un significato importante in quel contesto. Le azioni dirette sull’edificio hanno

carattere tecnico e culturale. Prendiamo ad esempio un edificio del ‘400 con finestre del ‘400, che

ovviamente non sono efficienti dal punto di vista energetico, poiché oggi abbiamo esigenze molto elevate.

Dobbiamo quindi cercare di dare dignità a questi infissi quattrocenteschi.

Dobbiamo quindi provare ad implementare le nostre conoscenze e i nostri strumenti per stimolare il

processo di cura del patrimonio architettonico, con scelte adeguate che ne preservino i valori. Dovremo

essere in grado di impostare un corretto percorso di analisi e investigazione su un manufatto architettonico

esistente, oltre a raggiungere un adeguato livello di consapevolezza.

Temi principali che tratteremo:

- Archeologia e storia dei materiali e delle tecniche costruttive, analisi multidisciplinare dell’edificio

per la conoscenza e la diagnosi

- Degrado dei materiali (fenomeni e cause), azione dell’acqua su strutture murarie, dissesto

strutturale (meccanismi e cause)

- Strumenti, metodi e strategie per l’indagine delle fonti dirette e indirette, metodi archeologici per

l’indagine del costruito storico, tecniche di studio e di diagnosi dei materiali.

INIZIO LEZIONE

“L’ARCHITETTURA è ETERNA O PROVVISORIA?”

Anna Comnena, Alessiade, 1148, scrive le memorie di vita del padre. Anna racconta una storia, e iniziando a

parlarne afferma che il tempo è distruttivo, e non curativo, perché lavora contro la memoria sensoriale

degli uomini, sottrae affermazioni, materia. Il tempo trasforma e tende a distruggere ciò che l’uomo

costruisce materialmente e moralmente. Non importa cosa siano e che valore abbiano le cose, il tempo le

distrugge tutte allo stesso modo. Ma ci fornisce anche una via d’uscita da questa sorta di pessimismo,

perché ci dice che la storia ci può aiutare ed è un salvagente nello scorrere del tempo, poiché crea un

argine dentro al quale scorre il fiume del tempo, afferrando le testimonianze che stanno in superficie per

non farle sprofondare nell’oblio del tempo.

D’altra parte, l’universo e tutto il mondo materiale, è sottoposto a una inarrestabile trasformazione, che

porta a un continuo aumento del disordine. “In un sistema isolato l’entropia è una funzione non

decrescente nel tempo”, secondo principio della termodinamica.

Ma quindi l’architettura è eterna o provvisoria? Dobbiamo perseguire la distruzione o conservazione? Ad

oggi, distruggere è molto più semplice che conservare, poiché esistono infinite tecniche e strategie di

demolizione mirate e puntuali, bombardamento di precisione e rottamazione e discarica. Gli stessi sforzi

però possiamo compierli esattamente per la conservazione.

La nostra società è una società caratterizzata dal consumo di risorse, materiali e spazio, siamo abituati a

rimpiazzare le cose. Non a caso, possiamo definirci la “civiltà della sostituzione” o “società del consumo”.

Oggi è più semplice distruggere un manufatto piuttosto che ripararlo o conservarlo in suo. Noi tutti ci siamo

adattati a questa dinamica della sostituzione (vedi ad esempio i telefoni, quanti ne cambiamo? Ogni

quanto?)

Un altro esempio che possiamo fare è sul calcestruzzo, di cui non conosciamo l’effettiva durabilità nel

tempo. Per costruire un edificio facciamo la struttura (solitamente puntiforme), in molti casi facciamo

prima la forma dell’edificio e poi troviamo un materiale che si adatta ad esso. La stessa cosa, avviene anche

per tutti gli altri materiali che conosciamo.

Un tempo si costruiva per durata illimitata, oggi ci si accontenta di 50 anni. Edifici costruiti in CA prima del

1980 cominciano ad essere a rischio. Alcuni esempi: Palazzo di Giustizia a Firenze, sono state applicate sulle

facciate reti metalliche che sorreggono le lastre di pietra applicate, che rischiano di cadere; Centre

Pompidou a Parigi, dopo poco è stato chiuso per manutenzione bulloni perché si stavano già arrugginendo.

Guardiamo ad esempio una Tenda Beduina, collaudata in tutti i suoi aspetti, è un’architettura effimera? E

uno Yurta mongolo? Sono tende montabili e smontabili, ma costruite e progettate per durare nel tempo,

passando di generazione in generazione. In passato, si costruivano e si utilizzavano manufatti ed edifici

pensando alla loro durabilità e alla loro trasmissione al futuro, indipendentemente dalla grandiosità, dai

materiali costruttivi o dal valore culturale dell’edificio. Nelle culture tradizionali questo avviene ancora: a

Sanaa nello Yemen, a Bam in Iran, a Tièbèlè in Burkina Faso; i loro modelli abitativi sono uguali a quelli di

secoli fa, non hanno nulla che le rende obsolete. Come vediamo dalla foto, le donne sono quelle che fanno

manutenzione e decorazione edilizia delle proprie case, ma questo è un discorso più ampio su cui non ci

soffermeremo.

Edifici in materiali contemporanei (come la casa di plastica realizzata in Polonia dai Moomoo arch.ts) di

durata incognita, sono architetture effimere? È sostenibile il suo smaltimento?

Se provassimo a rintracciare gli edifici monumentali che hanno attraversato i secoli, non riusciremmo mai a

smettere di elencarli. Le sette meraviglie del mondo antico sono un emblema di concezione della durata,

sono frutto di un altro momento della storia dell’uomo, al di là delle costruzioni del mondo e della civiltà

greca, che aveva già grande consapevolezza dei valori della sua cultura. Tra le sette meraviglie del mondo

antico troviamo: il Tempio di Diana a Efeso, il Faro di Alessandria (torre a più piani a cui si sono ispirati

tutti), i Giardini pensili di Babilonia, lo Zeus di Olimpia (statua crisoelefantina di avorio e oro realizzata da

Fidia), la Piramide di Cheope, il Mausoleo di Alicarnasso in Turchia e il Colosso di Rodi. Oltre a celebrare le

grandi imprese e storie del mondo greco, sono tutti oggetti di architettura che erano destinati a durare nel

tempo.

Nel 2000 durante le olimpiadi a Sydney si fa un appello mondiale a votare online le 7 meraviglie del mondo

moderno. I risultati ottenuti vedranno: il Taj Mahal, il Colosseo, Petra, il Cristo redentore, la Grande

muraglia cinese, Macchu Picchu e Chichèn Itzà. Osserviamo come le persone hanno scelto costruzioni

antiche, non moderne, perché quando si parla di meraviglia, di qualcosa che accomuna le popolazioni, le

persone si rivolgono indietro.

G. Amoroso ci dice che “un monumento originale è, dal punto di vista sociale, l’equivalente del ricordo per

la vita psichica dell’individuo […] e come i traumi psichici possono distruggere immediatamente i ricordi

mentali causando forti disturbi della personalità, così la perdita di monumenti altera senza appello la

memoria collettiva, provocando perturbazioni dell’entità individuale e sociale”. Per questo, l’autenticità di

un monumento, di un ricordo, non è riproducibile. Nel momento in cui si perde, l’uomo ne perde anche il

ricordo. E la distruzione di monumenti, sia essa volontaria o involontaria, genera un profondo senso di

sgomento nelle civiltà a cui appartengono, come una delle 4 unghie (quella di Cimabue) della campata della

Cattedrale di Assisi, la Cattedrale di Noto crollata per motivi strutturali, le statue buddiste del quinto secolo

bombardate e distrutte dai talebani, infine le Torri Gemelle.

UN PROBLEMA DI EREDITA’

La nostra società ha problemi di eredità. La nostra “società della sostituzione” si ritrova erede di moltissimi

edifici del passato. Da una parte essi sono una risorsa, un insieme di manufatti e materiali ormai rari, spesso

durevoli, un investimento a lungo termine, di grande raffinatezza esecutiva. Noi non sappiamo come li

hanno costruiti veramente; conosciamo le tecniche odierne che ci permettono di fare tutto, eppure quando

si tratta di rimettere le mani su un edificio storico, non riusciamo a rifarlo. Siamo sempre più lontani da

quella mentalità, ignoriamo le tecniche da loro adoperate. Pensando alla cattedrale di Santa Maria del

Fiore, che ogni volta genera stupore, è fatta a mano e pensata in ogni singolo dettaglio. Oggi non

riusciremo mai a rifarla a mano. Per questo, dobbiamo avere profondo senso di rispetto per chi ci ha

permesso di arrivare dove siamo oggi, alle conoscenze odierne.

Sorgono allora due ordini di problemi:

1. Siamo sempre più lontani dalla ment

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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alexpika di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Restauro I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Coppola Michele.
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