Metodologia dell’intervento in psicologia clinica (Grasso, Cordella,
Pennella)
Introduzione: il paradigma della complessità
Gli psicologi, in base alla loro formazione e alle diverse prospettive teoriche, osservano
aspetti diversi dello stesso fenomeno. È quindi rilevante il punto di vista dello psicologo sul
processo di conoscenza e interpretazione, così come sulla modalità di intervento.
(Theory-Driven).
Uno dei principali esponenti del paradigma della complessità é Edgar Morin.
Il paradigma della complessità propone una visione del mondo centrata su:
● mutamento
● riorganizzazione
● probabilità
● perturbazione
La realtà è vista come un sistema complesso, in continua evoluzione, basato su una rete di
interazioni, dove tutti gli eventi sono interconnessi.
In questo approccio, l’osservatore non è mai scindibile dal sistema che osserva (Von
Foerster). Nel momento in cui effettua una scelta rispetto a che cosa, come e quando
osservare, egli opera un processo di differenziazione e valutazione.
Kuhn -> Teorie scientifiche possono essere considerate come “Modelli della società”, in
quanto condivisi in un determinato momento storico.
La “verità” scientifica poggia sull’intersoggettività, sull’accordo riconosciuto dalla comunità
scientifica (Di Maria, Giannone).
L’intervento psicologico-clinico deve inquadrare l’oggetto, ovvero un sistema ampio ed
eterogeneo che include il contesto, l’utenza (individuo, coppia, famiglia) e i materiali
(comportamenti, pensieri, emozioni…).
Matte Blanco → “Che ogni nostra conoscenza del mondo è in ultimo termine una
conoscenza di relazioni alle quali quello che noi chiamiamo mondo si conforma … un fatto è
perciò … una relazione tra due avvenimenti; e un avvenimento è esso stesso un’altra
relazione, così che in ultimo termine le sole cose che scopriamo sono relazioni, relazioni tra
relazioni e relazioni tra relazioni tra relazioni e così via.”
La teoria delle relazioni oggettuali (Winnicott)
Questa teoria sottolinea l’importanza sia delle condizioni situazionali in cui avviene
l’intervento clinico, sia della partecipazione dello psicologo. Si passa quindi da una
prospettiva individualista a una relazionale.
Gill → Psicologia aperta, bi-personale e bi-fattoriale, in quanto viene data attenzione
all’interazione fra esterno ed interno.
Carli → Contesto non come “ambiente”, ma come insieme delle relazioni, che svolge una
funzione di orientamento alle simbolizzazioni affettive.
Il contesto non è un elemento neutro, ma è costituito dalle relazioni, che hanno significato
solo se basate su una collusione.
La collusione è una condivisione inconsapevole di simbolizzazioni affettive evocate dal
contesto.
Il contesto è quindi la risultante dinamica di un insieme di elementi concreti e processi
mentali (consci e inconsci).
“Non è quindi dato un modo di essere inconscio nella mente senza altri modi di essere
inconsci, tutti “influenzati”, nella loro relativa asimmetrizzazione emozionale, dal contesto
autoprodotto … il contesto evoca collusione, ma quest’ultima è in grado a sua volta di
influenzare ed orientare il contesto stesso; tra collusione e contesto, quindi, si propone una
sorta di circolarità atta ad orientare “dinamicamente” la relazione sociale” (Carli).
Un clinico collude con il paziente quando accetta in modo passivo il ruolo assegnato e
risponde letteralmente alla sua richiesta.
Secondo Matte Blanco l’aspetto più innovativo del pensiero di Freud è la scoperta che la
mente umana funziona sempre secondo due diverse modalità: conscia e inconscia. Quindi,
tutto ciò che costituisce l’oggetto del lavoro psicologico-clinico può essere considerato sia
come segno di una categorizzazione operativa (cioè come un dato reale che ha una
funzione concreta), sia come simbolo inconscio (cioè come espressione inconscia di un
significato emotivo più profondo).
Capitolo 1: L’atteggiamento di base dello psicologo clinico
Paradigma indiziario (Ginzburg) → Modello per la ricostruzione inferenziale degli
avvenimenti.
Processo di delega totale → si attribuiscono all’altro capacità onnipotenti ma, nello stesso
tempo, si mantiene un atteggiamento di forte controllo sull’operato altrui. Chi assume tale
delega non può che esitare in un fallimento, e confermare così, l’insoddisfazione dell’altro.
La delega è alla base di ogni richiesta di consulenza. Ogni domanda d’intervento implica la
scissione di una parte di sé “non funzionante”, delegata allo psicologo affinché provveda a
renderla “funzionante”.
Lo psicologo deve assumere un atteggiamento di apertura e aprire uno spazio di pensiero
per comprendere le ragioni della delega.
L’atteggiamento dello psicologo
Conoscersi da tempo, dare per scontato significa partecipare a una collusione che
attribuisce ruolo e funzioni a coloro che condividono la relazione. Se si rimane nell’ambito
della collusione non è possibile aprire uno “spazio di pensiero”.
Il concetto di cultura in ambito psicologico-clinico è molto vicino a quello di collusione. La
cultura infatti è l’espressione delle simbolizzazioni affettive collusive.
Con il termine “azione” non intendiamo solo il comportamento assunto ma anche il processo
decisionale che ne è alla base.
L’attenzione dello psicologo non è rivolta a cercare una soluzione ma a comprendere le
ragioni che ostacolano l’interlocutore nella ricerca di questa. Nasce, così, l’esigenza di
esplorare il punto di vista altrui, di conoscere il contesto in cui l’altro è inserito e il modo in
cui questo si pone rispetto a esso. Emerge la necessità di porsi in un atteggiamento che
consenta all’altro di narrarsi e allo psicologo di formulare ipotesi.
La narrazione:
● Esplicita il modo in cui chi parla categorizza gli eventi, il modo in cui si confronta con
essi.
● Si conferisce significato a quanto si racconta in base alla soggettività di chi si
esprime.
● è sempre contestuale
Il modo di porsi del paziente rispetto alla situazione descritta segue un modello ricorrente e
rappresenta ciò che ci interessa.
Ogni proposta di relazione assegna un ruolo ai diversi interlocutori. Tale proposta può
essere accolta o rifiutata, o sospesa nel tentativo di riconoscerne il senso.
L’atteggiamento è un costrutto teorico che collega:
● la rappresentazione dell’oggetto
● con l’azione che viene diretta verso di esso
● la rappresentazione della specifica relazione nella quale si è coinvolti.
Non è osservabile direttamente, ma si manifesta attraverso il comportamento.
Nasce da una doppia categorizzazione (consapevole e inconsapevole) che ogni persona
utilizza per interpretare ciò che vive.
Strategia esploratoria (Carli) → condotta di colui che, confrontato con una situazione nuova,
cerca di conoscerla esplorando le possibili ipotesi.
L’assenza di richiesta non corrisponde a un’assenza di domanda. Con quest’ultima infatti ci
riferiamo alla modalità di relazione proposta dall’interlocutore. La domanda, quindi, si
riferisce alla modalità con cui la persona si sta ponendo nella relazione con lo psicologo.
Chi si presenta controvoglia, senza una motivazione personale, spesso delega
completamente all’altro il senso dell’incontro, quasi sfidandolo: “Dimmi tu perché sono qui!”.
Lo psicologo può affrontare questa situazione in due modi:
1. Approccio anamnestico → Cercare di raccogliere informazioni sulla persona, sulla
sua storia e sulle eventuali problematiche che potrebbe avere. Atteggiamento dell
psicologo interessato solo a raccogliere dati è definito “da burocrate”.
2. Approccio focalizzato sulla domanda → Non concentrarsi subito sul problema della
persona, ma sulla relazione che questa sta instaurando con lo psicologo. In altre
parole, il punto centrale diventa il perché e il come la persona è arrivata lì, più che il
cosa ha da raccontare. Ciò al fine di reintrodurre nel colloquio quanto agito
(comportamento che esprime, senza la mediazione del pensiero, la rappresentazione
emozionale del contesto condiviso) per poterlo riconsiderare.
Scegliere il giusto approccio significa capire quale sia la vera richiesta nascosta dietro
l’apparente assenza di domanda e lavorare sulla relazione per costruire un percorso di aiuto
significativo.
Elementi fondamentali dell’atteggiamento clinico
1. Empatia
Carl Rogers
L’empatia è la capacità di entrare nel mondo soggettivo dell’altro, partecipando alla sua
esperienza emotiva nei limiti consentiti dalla comunicazione verbale e non verbale. In parole
più semplici è la capacità di mettersi al posto di un altro, di vedere il mondo come lo vede lui.
Avvicinarsi all’altro, accogliere la sua prospettiva.
Greenson
L’empatia è una funzione dell’Io resa possibile da un’identificazione parziale e temporanea.
“Empatia significa condividere, provare gli stessi vissuti di un altro essere umano…”
Questa vicinanza emotiva stimola la produzione di:
● idee
● ricordi
● vissuti compatibili con il modo in cui l’altro organizza la realtà
Kohut
L’empatia è “introspezione vicariante”: consiste nell'osservare dentro di sé, riconoscere
emozioni e vissuti propri, e utilizzarli per comprendere ciò che prova l’altro.
Avviene quando lo psicologo risuona con l’esperienza altrui e riconosce nel paziente
qualcosa di sé.
Fattori che ostacolano l’empatia:
● Differenze di sesso
● Differenze culturali
● Valori sociali divergenti
L’empatia non si apprende teoricamente, si acquisisce precocemente nella relazione con
una madre empatica.
2. Attenzione fluttuante
È la capacità dello psicologo di muoversi tra diversi livelli di comunicazione (verbale, non
verbale, conscio e inconscio), mantenendo una presenza attiva e vigile rispetto alla
relazione terapeutica
L’attenzione fluttuante è utile anche nei trattamenti psicoterapeutici brevi. In questi casi, la
letteratura suggerisce di mantenere un’attenzione più focalizzata, concentrandosi su un
tema specifico per ottimizzare il tempo a disposizione. A prima vista, questo sembra andare
contro l’idea di Freud.
Tuttavia, se consideriamo l’attenzione fluttuante come la capacità di muoversi liberamente
all’interno di un argomento prestabilito, allora non c’è una reale contraddizione. Anche nei
trattamenti brevi, infatti, lo psicologo può mantenere un’attenzione fluttuante all'interno del
focus scelto, senza modificare il proprio atteggiamento di ascolto e comprensione.
La reverie (Bion) è una forma particolare di attenzione ricettiva: un’immagine o pensiero che
si impone nella mente del terapeuta come rappresentazione simbolica di una dinamica
profonda in atto.
3. Silenzio e ascolto
Il silenzio è una parte fondamentale dell’ascolto, perché permette di accogliere davvero ciò
che l’altro ha da dire. In ambito clinico, ascoltare significa creare uno spazio tranquillo, sia
dentro di sé che nell’ambiente esterno, in modo che la persona possa esprimersi
liberamente.
Il silenzio, quindi, non è solo l’assenza di parole, ma un atteggiamento di apertura attiva
verso l’altro. Tuttavia, per "fare spazio" a qualcuno, è necessario avere già uno spazio
dentro di sé, ovvero essere consapevoli delle proprie aspettative, emozioni e motivazioni.
Spesso pensiamo al silenzio semplicemente come a un ambiente “poco rumoroso”, ma in
realtà il nostro "rumore di fondo" interiore (pensieri, emozioni, esperienze personali) è
sempre presente. Questo non è un ostacolo, ma uno strumento di conoscenza: solo se
siamo consapevoli della nostra soggettività possiamo davvero comprendere l’altro.
In definitiva, per accogliere l’altro è necessario prima di tutto accogliere sé stessi, accettando
la propria interiorità e usandola come strumento di ascolto e comprensione.
L’ascolto include anche il “discernere” le risposte del paziente ai propri interventi, una forma
di metacomunicazione che consente al terapeuta di monitorare e adattare il proprio modo di
essere in relazione.
Faimberg ha descritto questo processo come “ascolto dell’ascolto”.
Capitolo 2 – Il Setting
Definizione:
Il setting è la cornice che funge sia da contenitore che da struttura operativa dell’intervento
psicologico. Ha la funzione di delimitare, sostenere e accogliere l’intervento clinico,
includendo tutte le azioni necessarie per rendere possibile e funzionale lo svolgimento del
lavoro psicologico.
Questa cornice agisce marcando i confini spazio-temporali dell’intervento, stabilendo una
distinzione chiara tra ciò che avviene dentro e fuori dal contesto terapeutico.
Il setting non è solo una sommatoria di elementi organizzativi che rinviano al dove e al
quando attuare l’intervento, è pure un dispositivo che attribuisce significati cognitivi ed
emozionali all’ambiente in questione.
Il Setting come contenitore
Il setting psicologico è un contenitore che accoglie il colloquio e i vari aspetti della relazione
interpersonale tra psicologo e cliente.
1. Contenitore materiale
Il setting è prima di tutto un luogo fisico, caratterizzato da elementi concreti come la stanza,
la porta, la scrivania e le poltrone. Tuttavia, non esistono regole assolute su come debba
essere lo spazio in cui si svolge l’intervento. L’importante è che sia un ambiente adatto a
favorire l’espressione e la comprensione della richiesta di aiuto del cliente.
Il setting materiale è rappresentato dalla sua struttura fisica e temporale: lo spazio e il tempo
in cui si svolge l’incontro clinico.
● Lo spazio deve essere confortevole, tranquillo e protetto da interferenze.
● Il tempo deve essere sufficiente a permettere sia l’espressione della domanda
dell’utente, sia la riflessione dello psicologo su quanto emerso.
● Lo psicologo deve garantire stabilità e continuità nel tempo (es. puntualità, durata
costante, protezione da intrusioni).
Questi elementi rispondono ai bisogni di sicurezza e contenimento (holding), facilitando
l’instaurarsi di un clima relazionale positivo ed empatico.
Spesso lo psicologo si trova a lavorare in contesti in cui non può scegliere le condizioni
materiali del setting, come accade negli ospedali del Servizio Sanitario Nazionale (SSN),
nelle scuole o nei servizi di assistenza domiciliare. Lo psicologo ha 3 opzioni:
1. Riproporre sempre il medesimo setting a prescindere dal contesto in cui opera;
2. Assumere come “date” le condizioni organizzative proposte dall’ambiente lavorativo;
3. Significare i nessi esistenti tra la richiesta di intervento e il contesto in cui opera,
utilizzando il setting come parte costitutiva della propria risposta tecnica.
Nella prima opzione il setting non è visto come parte costitutiva della prassi clinica, ma solo
come condizione preliminare e accessoria.
Nella seconda opzione lo psicologo ricorre a un assetto organizzativo predefinito senza una
riflessione sulle caratteristiche e sulla domanda del cliente → si conferma la scissione tra
setting e intervento.
Il punto non è modificare o cristallizzare il setting ma considerarlo una parte costitutiva della
prassi psicologica. Il setting deve essere sempre guidato dalle finalità dell’intervento e deve
ancorarsi a una chiara e consapevole metodologia.
L’istituzione del setting è il primo atto tecnico del lavoro psicologico-clinico con il fine di
sospendere l’agito e di riflettere su ciò che sta accadendo.
2. Contenitore mentale
Le varie dimensioni del setting non sono scindibili, costituiscono parti di un sistema
complesso caratterizzate da un reciproco influenzamento. Tra le diverse dimensioni del
setting, infatti, esistono rapporti transattivi che consentono allo psicologo di sopperire, in
termini relativi, ai possibili deficit del contenitore materiale con un solido contenitore mentale.
Il setting è un sistema formato da tre elementi principali:
● Le condizioni materiali (l’ambiente in cui avviene il colloquio)
● Le condizioni procedurali (le regole che lo strutturano)
● Le condizioni mentali (L’atteggiamento mentale dello psicologo, il modo in cui
gestisce la relazione con il cliente)
Se il setting esterno serve a creare un ambiente protetto, isolato dalle distrazioni e adatto
alla riflessione, il setting interno ha il compito di accogliere e sostenere i processi mentali ed
emotivi del cliente.
Infine, il setting è anche un contenitore mentale, ovvero lo spazio interno in cui si svolgono i
processi cognitivi ed emotivi di psicologo e utente.
Questa dimensione è definita dallo psicologo in base a:
● L’epistemologia che adotta (cioè la sua idea di conoscenza),
● La sua teoria della personalità,
● Il modello di processo e cambiamento clinico a cui fa riferimento.
Il setting mentale seleziona cosa deve essere incluso o escluso dall’intervento, e ha quindi
una funzione attiva nel determinare l’oggetto di lavoro clinico.
Secondo Grasso e colleghi, l’oggetto dell’intervento psicologico è un insieme variegato e
complesso che comprende:
● Il contesto, cio&egrav
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