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Tema tipologia a sul brano "La vergine cuccia"


Il brano intitolato “La vergine cuccia” rappresenta l’episodio più famoso del poemetto “Il giorno”, scritto da Giuseppe Parini a partire dal 1763, in cui racconta la vuota giornata del Giovin Signore e della sua dama. È possibile dividere il brano in quattro sequenze, per comprenderne al meglio il contenuto: nella prima sequenza il vegetariano fa notare che la dama ha gli occhi lucidi e nella seconda viene spiegato che le era tornato in mente l’episodio in cui la sua cagnolina stava giocando ed ha accidentalmente dato un morso ad un servitore; quest’ultimo ha colpito l’animale, lanciandolo lontano e facendolo rotolare tre volte. Nella terza parte si racconta che dopo l’avvenimento, tutti i servitori sono accorsi in aiuto della cagnolina e la dama era svenuta; dopo poco rinvenne, era molto arrabbiata, e prese in braccio la bestiolina. Nell’ultima parte, la dama decide di licenziare in tronco il servitore, nonostante i suoi vent’anni di scrupoloso servizio e le sue suppliche. Così si trovò sulla strada insieme alla moglie, vestita di stracci, e ai figli affamati.
Nel brano, alla cagnolina vengono attribuite dapprima caratteristiche umane, come ad esempio nei versi 526 e 527, quando dice che la cagnetta sembrava che stesse chiedendo aiuto, attraverso i guaiti, e poi anche caratteristiche divine, come negli ultimi versi, quando parla della cagnolina, definendola un “idol placato dalle vittime umane”.
Nel testo, inoltre, si alternano il punto di vista della dama e dell’autore. Il primo si può notale nella parte centrale, quando la dama racconta l’episodio in cui il cane è stato colpito dal servitore; si capisce che è il punto di vista della donna, poiché, nella descrizione dell’accaduto, minimizza il morso, definendolo “lieve nota”, e si nota come ci sia simpatia nei confronti della cagnetta e astio nei confronti del servitore, in quando viene definito “sacrilego”, e il suo piede “villano”. L’autore, invece, esprime il suo punto di vista nell’ultima parte: da un lato è compiaciuto della punizione inflitta al servo, dall’altra però pensa che sia disumano il comportamento della dama nei confronti dell’uomo, in quanto lo ha lasciato senza lavoro e costretto a vivere per strada con la sua famiglia.
Nel brano, non sono presenti rime, tuttavia ci sono numerose figure retoriche di suono: al verso 526 possiamo notare un’allitterazione della lettera “R”, al verso successivo “aita, aita” indica un’onomatopea del guaito del cane, ai versi 538 e 540 vi è una consonanza tra le parole “questa” e “avesti”, mentre ai versi 553 e 554 vi è un’assonanza tra le parole “spargendo” e “lamento”.
Probabilmente questo non è il testo più pungente del poemetto, in quanto ci sono altri passaggi che esprimono concetti ben più importanti, utilizzando il sarcasmo. Un esempio è la parte finale del “Risveglio”, in cui l’autore puntualizza che per far sì che il caffè arrivasse sulla tavola del Giovin Signore, i Conquisadores spagnoli hanno colonizzato l’America Meridionale e ucciso gran parte della popolazione degli Indios.
L’autore dell’opera, come precedentemente detto, è Giuseppe Parini. Nacque in provincia di Lecco nel 1729, ma presto si trasferì a Milano, presso una prozia. Studiò presso l’ordine religioso dei barnabiti, anche se preferiva dedicarsi alla lettura di classici latini e italiani. Fu ammesso all’Accademia dei Trasformati, dove ebbe occasione di frequentare i protagonisti della vita intellettuale cittadina, tra cui i fratelli Verri e Cesare Beccaria. Nel 1754 fu ordinato sacerdote e tre anni dopo compose il “Dialogo sopra la nobiltà”, in cui riecheggiava le idee di Rousseau sull’uguaglianza tra gli uomini. Nel 1761 scrisse “Discorso sopra la poesia” e nel 1763 iniziò a scrivere “Il giorno”, un poemetto in cui rappresenta con sarcasmo e ironia vizi e difetti dell’aristocrazia. Nel 1768 fu nominato poeta ufficiale del Teatro Regio e l’anno successivo il ministro di Maria Teresa D’Austria. Negli anni successivi, Parini continuò a scrivere e pubblicare opere di vario genere. Ridotto quasi cieco e zoppo, trascorse gli ultimi anni della sua vita dedicandosi esclusivamente all’insegnamento. Morì a Milano nel 1799.
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