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il trapianto di organi


Il tema del trapianto di organi suscita un vivace interesse nell'opinione pubblica, soprattutto perché oggi la medicina ha ottenuto in questo campo risultati lusinghieri che hanno consentito a migliaia di esseri umani, malati e destinati alla morte, di guarire perfettamente. Giacché si presentano come l' unica speranza di vita in casi molto gravi, con i trapianti si è raggiunto uno dei traguardi più prestigiosi e importanti in difesa della vita. Da questo si capisce che l’uomo non è considerato, e speriamo lo sarà mai, come un “mezzo” da strumentalizzare a seconda dei bisogni di qualche altro uomo, ma è visto come un “fine”. I risultati sono veramente incoraggianti, ma le liste d’attesa dei malati che aspettano di trovare un donatore compatibile, sono lunghe. In Italia la situazione è problematica perché la disponibilità di organi è largamente inferiore alle necessità, anche se esistono strutture e personale specializzato. Da questi dati, purtroppo, si evince che il problema non è di tipo strutturale, ma culturale e morale, poiché non si è ancora sviluppata completamente nella gente la coscienza di donazione solidale.
I grandi successi della medicina non possono evitare la complessa problematica morale che riguarda questo tema, infatti la donazione degli organi interpella da vicino la coscienza di ogni uomo. Dei trapianti di organi si sono occupate le legislazioni di tutti i Paesi, a testimonianza dell’indubbio rilievo sociale che questa pratica chirurgica ha assunto negli ultimi anni e della conseguente necessità di regolamentarne le modalità di esercizio secondo criteri che obbediscano non solo alle esigenze della medicina, ma anche a quelle della dignità della persona. La legge stabilisce che si possono trapiantare quasi tutti gli organi e i tessuti (cuore, polmoni, reni, fegato, pancreas, intestino, cornee, pelle, segmenti ossei, cartilagine, vasi sanguigni e valvole cardiache), tranne gli organi sessuali e il cervello. I primi perché modificherebbero il patrimonio genetico del ricevente, il secondo rischierebbe di modificare la personalità, ammesso che fosse possibile per la scienza. Certamente non sollevano grandi problemi morali gli autotrapianti: una persona può sacrificare tranquillamente una parte del proprio corpo per salvare il suo intero organismo. In genere, quando si parla di trapianti di organi, ci si riferisce agli omotrapianti. Nei casi di omotrapianti da donatore vivente il gesto deve essere contrassegnato da libertà, volontarietà e gratuità. La libertà infatti potrebbe essere influenzata da fattori affettivi, emotivi, sociali, religiosi, o perché il possibile donatore potrebbe ricevere pressioni dagli amici, dai parenti e da tutte le persone interessate.
Se la decisione non è autonoma, ma condizionata, il gesto di donazione, anche se nobile, perde tutta la bellezza che lo dovrebbe caratterizzare. Quando un uomo dona un suo organo ad un altro uomo vive l’esperienza sublime dell’amore, inteso per l’appunto come donazione di sé all’altro. Sostanzialmente diversa è la situazione quando si tratta di donatore non più vivente, sia sul punto di vista scientifico che morale. Ogni tanto capita di sentire dire che le persone sono vive fino a quando batte il cuore. Per la medicina questa affermazione non ha nessun senso: la vita dipende dal funzionamento del cervello. È quella la sede delle nostre azioni vitali! Bisogna anche dire che con le attuali conoscenze scientifiche non c’è nessuna possibilità di confondere un coma, anche profondo, con la morte encefalica. Nel coma il paziente è vivo, anche se incosciente. Un paziente in coma viene sempre curato e nella maggior parte dei casi riprende una vita normale. Nella morte encefalica non c’è possibilità di ripresa, tutte le cellule cerebrali sono distrutte. La morte encefalica, debitamente accertata, rappresenta un punto di non ritorno, cioè una fase dalla quale non si torna più indietro. Pur in presenza di regole giuridiche chiare e di argomentazioni scientifiche ormai universalmente accettate, permangono però nella nostra cultura, resistenze abbastanza forti all’accettazione della morte encefalica. C’è da considerare infatti che, in questo caso, non c’è la classica immagine della morte: il cuore batte, l’individuo respira,, il corpo è caldo, il colorito è roseo. Molta gente quindi ha l’impressione che il soggetto sia ancora vivo, pertanto è utile precisare che la morte non è un istante, ma un processo di disfacimento che ha varie fasi. L’ignoranza e i pregiudizi sono come il peggiore dei virus, passano di bocca in bocca e si diffondono nel mondo. Per esempio qualcuno dice: ” Se divento donatore poi i medici mi lasciano morire per prendere i miei organi e fare i trapianti!” questo è proprio un ragionamento stupido. Che vantaggio avrebbe un medico a comportarsi così. Nessun vantaggio professionale perché “perdere” un paziente in rianimazione non è una bella cosa e perché, chi fa una diagnosi di morte, per legge , non è colui che effettua il trapianto, che il più delle volte avviene in un’ altra struttura. Nessun vantaggio economico perché la commercializzazione degli organi è un reato e perché gli organi da trapiantare non vanno al paziente più ricco, ma al primo in lista d’attesa, in base ad una serie di parametri, come la compatibilità dell’organo e la gravità della situazione clinica. Dunque non c’è nessun rischio di vedere prelevare un organo da una persona ancora viva, perché prima di tutto, si deve fare il possibile per salvarla. In questi casi chi si ostina a dire il contrario dice il falso; chi ha paura che ci siano errori, non sa quello che dice. La legge, oltre a fissare i criteri per l’accertamento della morte, stabilisce anche il modo di manifestare il proprio consenso alla donazione. Decidere per tempo se essere o meno disponibili alla donazione di organi è un atto di estrema umanità, anche nei confronti dei propri familiari. Secondo la legge italiana, se si esprime la volontà di “non donare”, nessuno potrà opporsi a questo nostro desiderio. Se non si prende nessuna decisione e si lascia ai nostri familiari la facoltà di decidere per noi, significa far affrontare loro un enorme stress in un momento atroce, che tutti noi più o meno possiamo immaginare e che naturalmente non si augura a nessuno. È immensa la sofferenza e il dolore dei parenti che devono dare il loro consenso; è da sottolineare il valore del sacrificio fatto in un momento difficilissimo e angosciante. Sapere che dalla morte del proprio caro sorge un aiuto per la vita di un altro essere umano, penso che attutisca un po’ il dolore e questo gesto aiuti a superare con spirito diverso la perdita subita. Non pochi genitori, dinanzi alla tragica disperazione di aver perso un figlio, dal consenso alla donazione degli organi hanno riacceso la speranza per al vita. Nonostante ciò non mi sento di biasimare chi non è d’accordo alla donazione degli organi del proprio caro, anche perché questo accade spesso per disinformazione o per egoismo, che può essere giustificato visto il legame affettivo che unisce il parente che deve dare il consenso, al defunto. Molti cittadini non conoscono le possibilità offerte da un trapianto di organo, infatti all’origine delle ritrosie c’è l’incompleta conoscenza dell’argomento. Prima o poi giungerà il momento in cui ognuno di noi dovrà confrontarsi con un tema complesso e di certo poco piacevole, ma estremamente importante, come questo e dovrà decidere su come esprimersi. È necessario, quindi, che tutti i cittadini siano informati in merito. Solo sapendo che cosa sono la donazione e il trapianto d’organi, in che circostanze avvengono e dopo aver trovato risposte soddisfacenti e corrette a dubbi e timori, ognuno potrà vivere la certezza di prendere la decisione giusta. Per questo motivo si deve promuovere una vasta campagna di informazione e di sensibilizzazione sui trapianti, ad opera delle aziende sanitarie locali, dei medici di base, delle associazioni di volontariato, dei mezzi di comunicazione, delle scuole e delle parrocchie. La giusta informazione aiuterebbe anche a debellare le varie forme di pregiudizi esistenti che alimentano gli infondati timori sui possibili abusi e sulla profanazione dei corpi. Sebbene vi siano ancora molte persone disinformate, molte altre, invece, non lo sono affatto, dunque sarebbe corretto che chi sa non faccia finta di non sapere! La nostra società è piena di persone che si mostrano indifferenti e negligenti nei confronti della sofferenza di tante persone che, se ci fossero organi disponibili, potrebbero essere curate. È questa la realtà: dal dolore terribile di una morte, può nascere un gesto d’amore che durerà per sempre.
Basta volerlo! In questo preciso istante, in un posto che non conosciamo, c’è una persona che non abbiamo mai visto, che non sa nulla di noi; a lei o a lui non importa chi siamo o cosa facciamo, se siamo buoni o cattivi, ricchi o poveri, questa persona ha deciso di donare i suoi organi perché per questa persona la nostra vita è preziosa e merita di essere salvata, se un giorno dovesse accadere qualcosa. Le nuove frontiere della medicina e della chirurgia sollecitano ad un ripensamento ed a una revisione della mentalità e della cultura circa i cadaveri. Tutte le religioni hanno il culto dei morti, ma non quello dei cadaveri. Il cadavere è destinato alla dissoluzione. Di fronte a questa realtà, tragica ma inevitabile, non è preferibile destinare i propri organi a prolungare e rendere felice la vita di chi soffre? Si attuerebbe così uno stupendo passaggio dalla morte alla vita; chi non è più vivo continuerebbe a vivere nell’esistenza della persona che ha subito il trapianto.
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