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La guerra nell'Eneide


La concezione della guerra è sempre stato un tema importante, se non fondamentale, nella storia. La differenza tra la guerra nell’epica antica e la guerra ai giorni nostri, tuttavia, è abissale: per gli antichi la guerra era una questione di onore, che si trattasse di vivere o di morire; difatti, morire in battaglia era considerato l’apice del valore, più la tua morte era eroica, più eri valoroso.
Omero, per esempio, nel poema dell’Iliade, riprende più volte l’orrore e la violenza delle battaglie e il motivo principale per cui si combatte è la gloria; per i greci i valori più importanti si concentravano sull’arricchimento del potere, sulla dimostrazione della propria forza e del proprio valore. Cioè combattere diventava un’occasione per mostrare a tutti la potenza fisica di cui si era dotati, ovvero un’opportunità per ottenere la tanto sperata gloria, per cui poi a parer loro si diveniva immortali, vivendo nel ricordo. Omero predilige perciò l’aspetto positivo della guerra e preferisce evidenziare la vittoria e la grandezza, piuttosto che il lato negativo di essa.
Sembra, invece, che il parere di Virgilio, completamente diverso da quello di Omero, si avvicini maggiormente alla mia visione della guerra: nel suo poema, l’Eneide, attraverso gli occhi di Enea, giudica negativamente gli Achei per le loro azioni, in particolare per l’episodio del cavallo di legno, e compiange e compatisce i troiani per il loro infausto destino. E’ da considerare, infatti, che la sua visione dei fatti sia per noi più verosimile siccome le vicende sono raccontate dall’occhio di un vinto, e ciò cambia decisamente la prospettiva del racconto: il tono, da epico e esaltante, diventa drammatico, doloroso e sofferente, poiché visto dalla parte di chi è stato sconfitto.
Mentre Enea racconta del cavallo e della caduta di Troia, il ricordo è assai penoso anche per chi ascolta: Virgilio strumentalizza Enea per rimarcare il cinismo, la perfidia e l’astuzia dei Greci su un popolo che viene ritratto come ingenuo e un facile bersaglio della scaltrezza e dell’arroganza del nemico. Ciò riprende quello che oggi i civili di ogni fazione combattente pensano dei nemici, indipendentemente dal fatto che la suddetta fazione sia nel bene o nel male. Infatti essi, visti appunto negativamente dalle vittime, senza alcuna pietà o compassione distruggono e riducono in macerie il luogo dove centinaia di uomini, donne e bambini hanno vissuto la loro vita, spargono stragi e sangue dappertutto con brutalità, senza risparmiare gli innocenti.
Una volta la guerra veniva combattuta in campi neutri: pur volendo conquistare e battere il nemico, i guerrieri pensavano anche ai propri civili indifesi e gli eserciti cercavano la maggior parte delle volte di combattere senza coinvolgere pesantemente la popolazione civile; le donne, i bambini e gli anziani venivano sempre preservati e messi al sicuro. Le nuove guerre, invece, a partire dal XX secolo, si svolgono con novità tragiche rispetto al passato, poiché con le armi di distruzione di massa, i pericolosi mezzi attuali e il coinvolgimento mondiale, la popolazione ne risente e viene mandata in miseria.
Mentre nell’Iliade, la guerra è un modo per affermare la propria invincibilità, nell’Eneide essa diventa un episodio nefasto e pieno di sventure in cui le persone care, gli affetti e la propria vita vengono spazzati via dalla potenza omicida e dalle stragi dei nemici. Essa non è “madre di eroi”, ma elimina uomini, sentimenti e pietà, sconfigge e offende la dignità dell’essere umano, rispecchiando, appunto, ciò che noi occidentali percepiamo dei conflitti a causa delle immagini che vediamo in televisione, girate da reporter, che ci sbattono bruscamente in faccia l’orrore e la crudeltà.
Inoltre il concetto di eroe e del suo opposto viene rappresentato degnamente da due personaggi importanti dell’epica antica: Achille e suo figlio Neottolemo. Pur essendo padre e figlio, i due sono agli antipodi: Achille è un eroe integro e perfetto, che rispecchia pienamente la tipologia di guerriero richiesta a quei tempi; è giusto, corretto e ha avuto pietà di Priamo quando questo è venuto supplicante alla sua tenda per riavere il corpo del figlio Ettore. Neottolemo, invece, rappresenta in maggior misura la figura di alcuni comandanti che oggi dirigono guerre e operazioni militari. Infatti egli è spietato verso chi chiede pietà, come lo stesso re di Troia.
Per quanto riguarda lo stile linguistico, il narratore utilizza parole forti, alternando le descrizioni dello sgomento dei personaggi a quelle sulla drammaticità delle situazioni per rappresentare queste scene di morte e disperazione, calcando volutamente sugli scenari sanguinosi. Questo stile può ancora una volta essere paragonato alla crudezza dei reportage di guerra mostrati nei notiziari, dove immagini di morte e distruzione dovrebbero costituire una sorta di condanna e ammonimento per associare alla parola guerra, il concetto “mai più”.
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