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Tema sui diritti umani


Il 10 dicembre del 1948 accadde un evento straordinario. I rappresentanti della comunità internazionale riuscirono a mettersi seduti tutti intorno allo stesso tavolo per stilare un documento comune che garantisse ad ogni individuo venuto al mondo il diritto a vedere riconosciute le proprie esigenze fondamentali umane e civili. “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”, recita la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Sono passati più di 70 anni da questo storico momento.

La realtà è profondamente cambiata. Molti passi in avanti sono stati compiuti.
Analizziamo ad esempio la parità di genere. In un passato neanche tanto lontano il marito poteva picchiare la moglie allo scopo di correggerla o esercitare su di lei la “potestà maritale”, come se fosse una bambina. La donna non aveva accesso a molte professioni, come l’avvocatura o la magistratura e poteva persino essere uccisa dal marito in alcune circostanze ritenute giustificabili e pertanto conseguenza di una pena molto lieve per il marito.
Oggi tutto questo non accade. Ma i casi di cronaca sono pieni di episodi terribili nei quali le donne sono vittime, soprattutto a causa di maschi violenti, in particolare mariti o compagni. È il segno che nella mente di molti uomini è ancora radicata l’idea di superiorità e di donna oggetto di cui sono in possesso. Nei paesi civili le violenze e le umiliazioni si muovono più sotto traccia rispetto a Paesi in cui le donne vengono trattate quasi alla stregua di animali domestici e da compagnia.
Allargando lo sguardo e analizzando la realtà rapportata a Paesi abitati da gente con un colore della pelle scuro ci rendiamo conto di quanto sia radicata ancora la mentalità razzista. Certo se pensiamo al 1955, anno in cui Rosa Parks, attivista per i diritti civili, si rifiutò di cedere il posto su un autobus a un bianco, ci rendiamo contro che molte cose sono cambiate in meglio. Anche se, a ben guardare le discriminazioni oggi più che tra bianchi e neri è sempre più palesemente tra ricchi e poveri. Se sei un calciatore di successo, pur avendo la pelle scura avrai sicuramente meno problemi rispetto a una persona dalla pelle scura e senza denaro a sufficienza che ti renda “rispettabile”.
Poi c’è la drammatica realtà dell’immigrazione.
Gli italiani sono stati e sono tuttora protagonisti di fenomeni migratori. In passato sono stati spesso considerati immigrati indesiderati dai Paesi accoglienti. Venivano sfruttati, malpagati e ritenuti cafoni, sporchi e culturalmente arretrati.
Oggi l’Italia assiste ad un rovescio della medaglia trovandosi nella condizione di Paese meta di immigrati. Questo fenomeno ha preso piede a partire dagli anni ottanta.
L’Italia è un Paese geograficamente particolare, poiché si trova al centro del Mediterraneo e per chi arriva dai Paesi del Sud del Mondo rappresenta l’approdo in Europa.
Dal mare barche di disperati cercano di raggiungere l’Italia per salvarsi da regimi politici oppressivi, da guerre, carestie ed emergenze climatiche.
Molti italiani, purtroppo, hanno dimenticato la regola aurea che accomuna le grandi religioni e che invita a “non fare agli altri ciò che non si vuole sia fatto a se stessi” e assumono un atteggiamento di chiusura se non di odio nei confronti di gente disperata che scappa dalla sua terra per non morire.
Ma è anche vero che con l’arrivo dei barconi tanti italiani si sono organizzati per opporsi alla crescente violenza xenofoba e per offrire assistenza a rifugiati e migranti.
Ora, tra le diverse categorie di persone a cui non vengono riconosciuti i diritti sanciti nella Dichiarazione universale, vorrei soffermarmi su una in particolare, che subisce quasi sempre, in modo trasversale dal punto di vista geografico, seppure in modi diversi: i bambini.
I bambini sono indubbiamente le vittime più inermi in qualunque luogo del pianeta.
Anche nei Paesi cosiddetti civili.
I bambini anche laddove i diritti fondamentali risultino unanimemente riconosciuti hanno meno diritti degli altri. Perché, ad esempio, una donna italiana picchiata da suo marito è considerata vittima di un reato mente un bambino picchiato da un genitore è considerato un bambino che i genitori stanno educando? Io non sono stato mai picchiato per scelta. I miei genitori considerano i bambini delle persone e le persone non si picchiano, perché ogni individuo ha il diritto di non subire violenza da nessuno e le percosse non possono essere considerate uno strumento educativo. Ci sono nazioni del Nord Europa in cui picchiare il proprio figlio è reato. In Italia no.
Si crede erroneamente che non percuotere significhi crescere figli senza regole, prepotenti e violenti. Non è così. Ma la stragrande maggioranza delle persone fa fatica a comprenderlo.
E tuttavia, anche su questo versante qualcosa di positivo si muove e anche più velocemente di un tempo grazie al Web. Il numero di genitori che vuole crescere i propri figli senza violenza è in crescita.

Se ci guardiamo intorno o diamo ascolto alla visione dei media che ci propongono una realtà vista con le lenti nere della mancanza di speranza, siamo portati a credere che le cose non stiano procedendo verso il meglio. In realtà, come recita un detto orientale, “fa più rumore un albero che cade che un'intera foresta che cresce”. La realtà, secondo me, procede sempre verso il meglio. In passato si credeva che i neri non avessero un’anima. Oggi quest’idea ci risulta quasi ridicola. I passi da compiere sono ancora tanti. Sta a ciascuno di noi portare l’umanità verso livelli di crescita e maturità sempre maggiori.
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