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Stiamo uccidendo il mare

Per tutto il corso della storia l’uomo ha ritenuto che la sua capacità di distruggere si arrestasse la dove comincia il mare e che da quel punto avesse inizio l’invincibilità della natura. Ancora nel 1951 la scrittrice e naturalista Rachel Carson, vedeva negli oceani un ultimo rifugio invulnerabile all’inquinamento.
La vulnerabilità dell’ambiente marino appare evidente se si pensa che, sebbene gli oceani comprano tre quarti della Terra, la loro produzione è massima nelle ricche acque delle piattaforme continentali, strette fasce di terra sottomarina che si accompagnano alle coste. L’80 per cento dei prodotti della pesca in acqua salata proviene da queste acque con bassi fondali che costituiscono solo una minuscola frazione della superficie totale del mare. Inoltre, quasi il 70 per cento dei pesci, dei molluschi e dei crostacei commestibili trascorrono una parte essenziale della loro vita in acque costiere, stagni salmastri o foci di fiumi, acque che producono alimenti in quantità 20 volte maggiore del mare aperto e sette volte maggiore di un campo di grano. Rompiamo la catena biologica in queste zone, distruggiamo la miriade di organismi dei fondali, inquiniamo le acque delle piattaforme continentali, e faremo sparire anche le zone vitali della pesca oceanica.
Mentre cresce l’inquinamento delle acque costiere, viene attaccato anche il mare aperto. Nel 1968 qualcosa come 48 milioni di tonnellate di rifiuti solidi furono portati al largo con chiatte e navi e scaricati nelle acque oceaniche degli Stati Uniti: 210 chili per ogni abitante. Questi rifiuti consistono in immondizie, residui di oli minerali, acidi industriali, pezzi di aerei, materiali radioattive.
L’elenco delle località dove la nafta ha imbrattato spiagge, ucciso migliaia di uccelli e creato una persistente minaccia alla vita marina è gia molto lungo.
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