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L'inquinamento del Mediterraneo


L’inquinamento marino ha raggiunto livelli pericolosamente alti anche nel Mediterraneo. Le condizioni particolarmente critiche di questo bacino sono dovute all’alta densità delle popolazioni umane lungo le coste e alla rapida crescita delle industrie in questi ultimi decenni, che vi scaricano i propri rifiuti a un ritmo cosi rapido da non lasciare all’acqua il tempo di autodepurarsi. Oltre all’inquinamento provocato dagli scarichi industriali, dagli scoli delle fognature urbane e dalle imbarcazioni da diporto, si lamenta anche l’inquinamento delle petroliere, che riversano annualmente sulla sua superficie circa trecentomila tonnellate di grezzo, cui se ne aggiungono altre ventimila provenienti dalle perdite delle raffinerie e gli ingenti quantitativi di olio lubrificante delle migliaia di panfili e pescherecci-
Le fabbriche italiane e francesi immettono giornalmente nelle acque mediterranee fra le due e le tremila tonnellate, o probabilmente più ancora, di rifiuti tossici: fanghi di caldaia contenenti titanio, fosforo, azoto e altri.
In passato i grandi fiumi portavano al Mediterraneo le loro acque pure e cariche d’ossigeno; ma oggi quelli europei sono inquinati ancora prima di arrivare alla foce
Nel corso degli ultimi decenni dal Golfo di Napoli sono totalmente scomparse cento specie di animali. Metodi di pesca criminosi hanno ridotto dell’80 per cento la fauna ittica litoranea. Al largo delle coste siciliane e sarde gli sviluppi industriali hanno cagionato la distruzione delle specie che vivevano lungo le rotte percorse dai tonni nella loro migrazione, sicché anche la pesca del tonno ne risente negativamente.
A tutto ciò si aggiungono le compagni petrolifere che si accingono a trivellare i fondali marini nella speranza di scoprire giacimenti di petrolio sottomarini.
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