La donna nel Rinascimento

Alle donne veniva impartita un’educazione simile a quella maschile, infatti dovevano imparare a parlare e scrivere in latino, conoscere i testi letterari, suonare e danzare per partecipare attivamente alla vita del palazzo e alle dotte conversazioni che si svolgevano a corte. Inoltre le nobildonne non svolgevano un ruolo secondario a quello maschile, anzi: esse affiancavano e consigliavano i mariti e i figli nella guida degli Stati o addirittura si sostituivano ad essi, una volta rimaste sole. Significativo fu il caso di Caterina dei Medici, moglie del re di Francia Enrico II, che dopo la morte del marito e il breve regno del figlio, governò per dieci anni il Paese fino a quando il figlio minore non raggiunse la maggiore età.
La donna nel Settecento
Durante i secoli XVII e XVIII, presso le famiglie delle classi medie e alte, le donne erano mantenute economicamente dal padre e, dopo il matrimonio, dal marito.
Presso gran parte della popolazione, invece, le risorse economiche troppo limitate non permettevano ai genitori di mantenere a lungo i figli, perciò anche le femmine, a partire dai 12 anni, dovevano trovare un lavoro fuori casa con cui aiutare il bilancio familiare.
Le ragazze di campagna di solito venivano assunte come cuoche o lavoranti di caseifici nei dintorni del loro villaggio mentre quando tali lavori scarseggiavano, si recavano nelle città più vicine per fare le domestiche o lavorare nelle manifatture e nelle prime industrie tessili, dove dovevano sottostare a dure condizioni di vita e vivere in laboratori umidi e malsani.
Le ragazze provenienti da famiglie cittadine invece preferivano apprendere i lavori di sarta, modista, guantaia, ricamatrice, commerciante oppure, più frequentemente, aiutavano nella bottega o l’azienda del padre, dove insieme alle madri sorvegliavano gli operai e gli apprendisti, ricevevano i clienti e tenevano il bilancio, mentre gli uomini si occupavano degli affari.
Molte donne quindi trascorrevano gran parte della loro vita fuori casa: assistevano alle cerimonie pubbliche, si incontravano nelle piazze per il mercato o per la fiera oppure discutevano nelle osterie, e se erano scontente per l’aumento dei prezzi o qualche calamità, riuscivano persino a spingere gli uomini alla rivolta o esserne esse stesse protagoniste. Tuttavia, le donne continuavano a essere prive di diritti politici e civili, difatti non potevano entrare nelle associazioni di mestiere né partecipare alle assemblee, avevano salari più bassi rispetto agli uomini e, in caso di crisi, erano le prime ad essere licenziate.
La donna nell’Ottocento
La posizione occupata dalle donne nella società ottocentesca cambiò poco o nulla rispetto ai secoli precedenti: nella famiglia contadina i compiti della moglie erano quelli di aiutare il marito in alcune mansioni agricole, di provvedere alle faccende di casa e di generare e allevare i figli.
Qualcosa invece cominciò a cambiare con la rivoluzione industriale. Le donne impiegate nelle aziende tessili cominciarono a riscuotere un salario che, sebbene inferiore a quello dell’uomo, garantiva loro una certa indipendenza economica e quindi anche sociale dalla figura maschile.
Tuttavia nei decenni centrali dell’Ottocento, quando il settore siderurgico-meccanico superò largamente quello tessile, l’impiego delle donne nell’industria calò, così esse diventarono spesso delle casalinghe, completamente assoggettate all’autorità maschile, che dovevano unicamente svolgere le attività domestiche e prendersi cura dei figli e il salario era quindi portato a casa solo dal marito. Solo quando quest’ultimo non era in grado di mantenere tutta la famiglia, la donna cercava un impiego prestando servizio alle case signorili o svolgendo occasionalmente lavori di lavanderia e pulizia. Molte professioni erano comunque loro vietate e i salari inferiori a quelli degli uomini.
La donna nel Novecento
Fin dall’inizio del Novecento, nel nostro Paese, le donne lavoravano più di dodici ore al giorno e in condizioni pericolose e insalubri, ma durante la prima guerra mondiale vennero chiamate a ricoprire i posti lasciati vuoti dagli uomini partiti per il fronte. Terminato il momento del bisogno, alla fine del conflitto vennero invitate a tornare tra le mura domestiche per lasciare spazio ai reduci, ma l’esperienza acquisita portò a condurre una battaglia per l’emancipazione. Durante il fascismo, lo Stato cercò di ostacolarle in molte attività come l’insegnamento delle lettere classiche, storia e filosofia, nelle classi superiori; inoltre le bambine, per frequentare le scuole medie, dovettero pagare tasse molto più alte rispetto ai coetanei maschi, e nel 1927 i salari femminili vennero dimezzati per decreto.
Con la seconda guerra mondiale il lavoro femminile venne di nuovo preso in considerazione e, nel dopoguerra, cominciarono i primi movimenti femministi che portarono finalmente a risultati concreti.
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