Le periferia. Un dappertutto che è nessun luogo. Così la definì Francesco Perego nel 1990 ne “Periferie oggi”. All'epoca il concetto di base di “periferia” assumeva un significato affatto comune a quello attuale. Il problema della condizione di vita nelle periferie è una questione della quale si discute ormai da numerosi anni e che oggi è tornata in primo piano per l'opinione pubblica.
È ufficialmente il 2 settembre 1945, nel momento in cui la Seconda Guerra Mondiale sta giungendo al suo termine, che vede la luce un primo concetto di periferia.
Non a caso è proprio durante questo grande periodo di necessità di ripresa economica che la città inizia ad accogliere tutti coloro che, privati di ogni bene durante la grande guerra, avevano l'esigenza di una sola, importantissima, cosa: il lavoro. Può sembrare un tema molto attuale, quello della disoccupazione e della necessità di lavoro.
Come stavo spiegando quindi, la nascita della periferia risale al periodo che parte dall'immediato dopoguerra e che si conclude con il finire degli anni '80 del Novecento. Ma, sostanzialmente, cos'è la periferia? La periferia è il “resto”, l'”altro dalla città”, “un nuovo oggetto storico” simbolo di incompiutezza, disordine, bruttezza e irriconoscibilità: un non luogo.

In origine venne pensata con la funzione di “città dormitorio”. Un luogo dove i lavoratori della giornata si recavano sostanzialmente solo per passare la notte: gli operai. Gli operai al tempo provenivano un po' da tutte le parti d'Italia, chi direttamente dalla città, chi dalle campagne, chi dal Veneto e chi dal meridione. All'epoca infatti la maggioranza del “proletariato urbano” era caratterizzato dai meridionali, che dal sud si spostavano al nord, verso il famoso Triangolo Industriale di Milano, Genova e Torino, alla ricerca di un futuro più prospero.
Si è tuttavia in seguito verificato un graduale processo di degenerazione di quei quartieri costruiti alle periferie delle città in primo luogo per dare una risposta ai problemi dell'immigrazione. Al giorno d'oggi queste aree sempre più spesso vengono definite periferie sociali, cioè luoghi che racchiudono situazioni di forte disuguaglianza e degrado.
Come ci spiega l'architetto Renzo Piano in un'intervista rilasciata nel 2005 al giornale “Il Mattino”, è forse proprio il contesto di degrado urbano in cui parte della popolazione vive che spinge tali persone a mutare stile di vita, adottandone uno più analogo allo scenario in cui sono calate.
Non sarebbe dunque errato parlare di quartieri come Quarto Oggiaro a Milano, le Banlieues parigine, le Favelas in Brasile, o gli Slum londinesi. Tutti nomi legati a un concetto di degrado non correttamente giustificato. Infatti, dal nostro punto di vista, noi che abbiamo la “fortuna” di non conoscere di persona cosa significhi vivere in uno di quei quartieri, vediamo tutti questi scenari “apocalittici” come dei “non luoghi”. Ma non è lo stesso per chi ci abita. Infatti, al contrario, per una buona parte della popolazione, questi sono dei luoghi di vita, luoghi in cui si nasce e si cresce, si matura. Luoghi dove ogni singolo individuo sceglie la propria strada, errata o corretta che sia. D'altronde, chi può dire cos'è corretto e cos'è sbagliato. Lo si può dire solo dal punto di vista giuridico. Ma, non è forse al centro della città, negli uffici governativi, che vengono decise le sorti contrapposte dei diversi ceti sociali? Ed è dunque qui, che ci ricolleghiamo al discorso su Renzo Piano. Egli sostiene infatti che come soluzione al continuo inurbamento delle città, alla continua crescita dei “mostri di cemento” che vanno ad allargare le periferie, bisognerebbe mettere in atto una vera e propria opera di riqualifica. Egli la definisce propriamente una “microchirurgia sul territorio”. Sostiene che in questo modo l'immigrazione diventerebbe più sostenibile e che si riuscirebbe ad impedire che oltre alla separazione sociale si possa aggiungere anche quella etnica.
Credo che il mio giudizio a riguardo sia particolarmente affine a ciò che scrisse Paolo Portoghesi negli anni '90. Egli dichiara, quasi elogiandola, che la periferia è la città del futuro. Pensandoci bene, in effetti, anche Porta Venezia, che oggi è situata nel pieno centro di Milano, un tempo è stata estrema periferia, ed essa stessa era la rappresentazione del degrado elevato al quadrato, nelle vicinanze del Lazzaretto. Ma con il tempo, quasi a darci conferma del pensiero di Piano, ha subito numerosi notevoli miglioramenti che l'hanno portata ad essere una delle zone più belle della Milano odierna.
È dunque questo ciò che Portoghesi ci vuole fare intendere; la periferia è una città che non è finita, o meglio, che non ha ancora raggiunto il suo momento di splendore.

Hai bisogno di aiuto in Temi di Italiano Svolti?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email